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Utente: flaviablog
Il 15 aprile 2006 il suo esordio su blog, comelarugiada, un blog evanescente, una scatola di pensieri che ancor oggi sopravvive in forma privata, nato nell'attesa di un intervento chirurgico. Nel febbraio 2007 nasce Carta scritta, per scrivere per diletto: racconti, recensioni, cronache. Per parlare di lettere ed immagini senza alcuna sovrastruttura ideologica. Questo è un blog ostinatamente in disparte e che non vuole essere di parte.

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domenica, 20 luglio 2008

Ultimo atto

La vedova Agafia Matvéievna è di bell'aspetto. Pienotta, giovane, bel personale e lo sguardo più vuoto del vuoto. Il suo stesso fratello la chiama "la mucca". Afferma che qualsiasi cosa le accada, di buono o di negativo, passato il primo momento di stupore felice o infelice, riprende operosamente a coltivare, allevare, cucinare, cucire, ricamare, stirare, rassettare. Una macchina ben oliata dai veloci gomiti sempre in movimento. Una casalinga senza altro pensiero che non sia far funzionare cose e corpi. Alle questioni più importanti ci pensi qualcun altro. Ora si bea di avere un signorino da viziare. E lo ripulisce e lo rimpinza senza sosta. Oblomov riesce a farsi sfruttare dapprima dal suo fattore e poi dall' "amico"  peggiore: Tarantiev, in combutta con il fratello della donna, perché proprio non ha il senso degli affari. Lo deruberanno ben bene. Faranno sposare i due tipi funzionali l'uno all'altro ( lei sgobba, lui consuma )per dominarli al meglio. Lei è una brava donna imbecille ma di cuore, per non far mancare nulla al suo Ilià s'impegnerà persino lo scialle, perché lui, "il suo signore"...non abbia d'accorgersi che sono alla fame. Restando lì, nelle quattro mura di casa. Sarà Stolz che interverrà provvidenzialmente a gestire la tenuta di Oblomov e garantirgli un'entrata che gli permetta di vivere più che decorosamente ( e l'ex vedova tornerà a preparare manicaretti e stirare merletti). Oblomov ha scelto la mucca. La quiete data da una donna incolta, tranquilla, belloccia e pronta a farsi scrivere come una lavagna vuota ( ma è come scrivere sulla sabbia...e poco importa ad entrambi, lo scopo è la sopravvivenza senza scosse).

Pare sia finita la storia.

Le cose finiscono in un modo solo però: con la MORTE.

Grasso, pigro, nutrito e coccolato, Oblomov schiatta, come un pupo allattato fino a strozzarsi del suo proprio rigurgito. Un colpo lo lascia immobile e un tantino demente e poi lo stronca, il fratello della bis vedova prende le redini in mano, licenzia il vecchio servo Zachàr ( che finirà accattone) e tutto va in rovina. Se a casa del fratello si spende a spande a farne le spese sono Agafia e il piccolo...Andréi. Già, Ilià ha messo al mondo un bambolotto come i suoi genitori a cui ha imposto il nome di battesimo di Stolz ( che nel frattempo ha sposato Olga, che l'ama, pur di tanto in tanto dubitante nel profondo del proprio cuore, che s'è innamorato di esseri tanto dissimili).

Insomma: la vedova darà il figlio suo e di Oblomov a Stolz, memore della stima e convinta che soltanto altrove sarà la salvezza di quel bambino. Degli averi di Oblomov non vuole saperne. E' passato dalla sua vita, le ha permesso di "casalingare" senza sosta con un fine ( la sua mente non è attraversata da alcun guizzo che non sia servire qualcuno, come le tante perniciosissime madri casalinghe che hanno infestato nei secoli anche l'italica penisola). E' buona, è onesta.

Stolz e Olga cresceranno il piccolo Oblomov.

E qui la storia finisce.

Mi pongo questa domanda: ma un Oblomov, cresciuto a casa d'altri, diverrà come loro?

Soffrirà invece, perché non è come Stolz e diventerà un ribelle, perché non sopporta

questasoccietàopprimentemmeschinachettimbavagliaeprivadellelibbertà?

Accoltellerà sia Stolz che Olga per inadeguatezza nei confronti dei genitori? Diventerà  un bravo opportunista che approfitterà del poter dormire tra due guanciali finché sarà vivo Stolz, o Olga, o quell'elettrodomestico senza corrente dell'Agafia?

Non lo sapremo mai.

Oblomov è schiattato grazie alle cure materne della vedova. Ha rifiutato di vivere ed è morto bambino e un po' stupito, perché pensava d'aver evitato tutto ciò che nella vita fa soffrire: dal lavoro all'amore, dal curarsi dei propri interessi all'avere una vita intellettuale.

Sinceramente, però...è morto male? Curato come un bambino in culla dalla moglie/madre e dall'amico/padre, Oblomov è riuscito a non piangere che un po' su se stesso, quando ha perduto Olga.  Non si è preso cura di nessuno, non ha amato più di tanto, ha fatto persino in modo di non doversi occupare dell'unico figlio, che ha regalato ad altri, più degni.

Oblomov muore molto amato, tra l'altro. Era un buono, un mite, un dolce. Lo amano Stolz e Olga ( che ha sempre chiesto a Stolz di non lasciarlo mai a sé stesso), lo ama Agafia, lo ama a modo suo il servo pulcioso. Oblomov è circondato di chi s'approfitta della sua passiva ingenuità, ma anche da chi è sedotto dalla sua serafica bontà che si limita a non far del male, senza far del bene.

Il dolore, agli uomini d'azione.

La perdita, il lutto, la disperazione a chi affronta la vita a mani nude e non sempre ha artigli e pelle coriacea.

La perdita, il lutto e la disperazione a chi vive senza averne la forza, a chi non ha una rendita che permetta di vivere senza lavorare o quasi, a chi non incontra vedove mucche, a chi non ha amici eccellenti come l'impareggiabile quanto unico Stolz, a chi deve lottare da solo.

MORALE DELLA FAVOLA: LA VITA E' DEI FORTI O DEGLI EGOISTI OPPORTUNISTI.

Per chi non è un oblomovista perfetto ( e fortunato nella sfortuna) o non è uno Stolz è pianto e stridor di denti.

Scritto piangendo e con i denti che stavano facendo un gran casino a forza di stridere e firmato con il sangue.

Vostra

Donna Flavia

 

P.S. ma sto stolze...sposa la donna di oblomov, amministra la tenuta di oblomov, cresce il figlio di oblomov, ma se non fosse mai esistito oblomov...sto stolze checcavolo faceva? Stai a vedere che gli Oblomov servono agli Stolz per farli sentire riusciti nella vita.

Per far dir loro: sono er meglio fico der bigoncio. Non solo. Se il figlio di Oblomov, come credo, crescerà timoroso e incapace come natura vuole, Stolz avrà anche in tarda età il suo momento di insuperata gloria. Sarà il padre di famiglia più padreterno possibile. Resterà il maschio dominante di casa. Che è una gran bella soddisfazione. Con un'Olga per le necessità intellettuali e le lasagne dell'Agafia per quelle corporali.


postato da: flaviablog alle ore 17:34 | link | commenti (9)
categorie: recensioni, donne, libri, uomini, lettura, romanzo, gonciarov, bur , brossura
mercoledì, 16 luglio 2008

Oblomov e le donne

Stolz riesce a far risorgere Oblomov e insieme riprendono la vita mondana. Si alza alle sette, legge, sistema i suoi libri, il suo colorito s'accende, gli occhi brillano, scrive, riprende a vestire con eleganza e buon gusto e conosce Olga Serghéievena. Non è una bellezza, ha un aspetto persino un po' severo, ma ha qualcosa di ineffabile e di trasparente ed una mente acuta. Ha labbra sottili e spesso serrate, occhi grigio azzurri. E' alta ed ha la testa grande rispetto al corpo, il viso ovale, i capelli castani ed una bella voce.Velocemente divampa un amore intenso e reciproco. La vita quotidiana e pratica intanto è notevolmente migliorata, in casa è entrata la moglie del servo Zachàr, Anissia, che colma le pecche del marito ( che tuttavia continua a lamentarsi, perchè egli è, nella vicenda, realmente il prototipo del parassita miserabile), rendendo la vita comoda, il cibo buono, l'ambiente pulito.

Ilià e Olga si frequentano e iniziano a far progetti, in lei c'è l'incanto, ma anche la consapevolezza. Amano l'uno dell'altra il candore e lo slancio sincero, ma Olga pronuncia la parola fatidica :" dovere". Dice che l'amore include doveri nei confronti degli amanti, perché è una cosa seria.Olga si sta librando e Oblomov teme per sè L'ABISSO.Teme che lei lo scorga e si disamori di lui, sognante com'è d'un amore in eterno volo. Olga non ha astuzie ("alle astuzie ricorrono le donne di intelligenza più o meno angusta.In mancanza di vera intelligenza, esse manovrano le molle della minuta vita quotidiana, intrecciano, come un ricamo, la loro politica familiare..."), dice ad Oblomov di amarlo nonostante apatia e pigrizia e lui trova che la vita non sia mai stata così bella, il tormento d'amore sia stressante, ma senza di esso si possa... morire!

Trova casa, presso una vedova con figli, una brava operosissima massaia, che non ha un momento di pausa nell'accudire la casa. Servito e riverito, Ilià s'abbandona. La mollezza prende il sopravvento, vorrebbe sposare Olga ma la sua assiduità  e la vitalità vacillano e sarà lei a dirgli:

 "Chi ti ha maledetto, Ilià? Cosa hai fatto? Sei buono, intelligente, tenero, nobile...e perisci, affondi. Cosa ti ha perduto ? Non c'è un nome per questo male..."

Ilià sa il nome: OBLOMOVISMO.

Ecco, Olga è consapevole che non muterà quella pavida natura ed è la rottura. Per Oblomov comincia un lungo periodo di sofferenza e depressione. Cuore morto, silenzio e tenebra. E' un uomo distrutto.


domenica, 13 luglio 2008

Nascita

Procedo con il viaggio intorno all'oblomovismo ed al suo personaggio perno.

Nel "sogno di Oblomov" si ritorna alla sua infanzia, trascorsa nella tenuta di famiglia, cullato dalla niania, amato dalla madre, dal padre, dalla zia ottantenne ed altri parenti. E' un bambino grazioso, fisicamente adorabile, un pupo biondo da cartolina ansioso di sperimentare e conoscere, in una continua scoperta che s'allarghi dal contesto della grande fattoria al mondo esterno. La niania lo infarcisce di raccomandazioni, pregiudizi e paure, così come spesso cultura popolare vuole, per evitare che i piccoli si lascino trasportare dallo spirito d'avventura e dall'incoscienza ed egli obbedisce, tarpa e limita la sua voglia d'andare oltre i limiti imposti. La famiglia vive  in una certa abbondanza e ciò che si produce in loco, tra orto, campi , stalle e pollaio si sfrutta e si offre senza risparmio, nel mentre nei confronti di qualsiasi cosa richieda una spesa extra o un intervento esterno ci si chiude in un'avarizia  e in un'autarchia raffazzonata che sconfina nella sciatteria. Tant'è che gli arredi cadono in pezzi, tutto si mostra logoro e ogni lavoro di riparazione e ristrutturazione rimandato o evitato con scuse assurde anche al cospetto dell'irreparabile. Tuttavia Ilià riceve un'istruzione ed ecco entrare in gioco il tedesco Stolz. Tutta la famiglia è tuttavia concorde che l'istruzione faccia soffrire, impallidire e languire il ragazzo, che pare rifiorire soltanto quando torna a casa, dove riprende ad essere un animaletto pacioso all'ingrasso. Nella vita del buono, pavido perché incapace di ribellarsi  allo stile di vita imposto ( o forse anche insito nel suo essere, che desiderava non dispiacere ed essere nel contempo sovente rassicurato),Ilià è arrivato in ogni caso...Stolz, che è l'antitesi della realtà oblomoviana.

Ilià avrebbe un appiglio ed un Maestro. A casa Stolz incontra chi sarà per lui più che un fratello. Ha a portata di mano il riscatto totale da una vita stagnante. Il bivio si presenta fatidico anche al placido Oblomov, la sua *nascita* è tuttavia il collante brodoso dell'affetto che  vieta di andare alla conquista della vita in cambio della serenità del dolce far nulla. L'ambiente in cui Oblomov cresce è protettivo e monotono, anche se vivacemente abitato da una discreta folla di persone. Intorno a lui tutto sembra occuparsi della sua felicità, tanto più intensa se gli viene evitato ogni male, ogni scontro, ogni fatica. Protetto da una realtà che sta andando in pezzi. Da un'operosità continua e ripetitiva in cerchi concentrici autoreferenziali. Il "nuovo", il "bello" viene ignorato. Ci si piega all'idea di dare al figlio un'istruzione più per necessità sociale che per desiderio di qualcosa che comunque distoglie dal godere, pigri, dei frutti del proprio avere.

 E a c*** tutto il resto, direbbe Guccini.

Fuori però non c'è il nulla, fuori c'è Stolz, che è la vita che prende il toro per le corna e quasi si dispiace che ne abbia soltanto due.

Citando...

" Gli Oblomov si rendevano conto di tutto ciò e comprendevano i vantaggi dell'istruzione, ma soltanto quelli evidenti. Della necessità intima dell'istruzione, essi avevano un concetto ancora vago e incerto e perciò, per il loro Iliuscia, volevano soltanto impossessarsi di alcune brillanti condizioni di favore. Essi sognavano per lui la divisa ricamata, se lo immaginavano consigliere di corte,sua madre lo vedeva addirittura governatore: ma volevano arrivare a tanto, per quanto più possibile, a buon mercato, con ogni genere di astuzie, aggirando i sassi e gli ostacoli disseminati sulla via del sapere e degli onori, senza affaticarsi a saltarli, limitando, cioè, lo studio in modo che non esaurisse l'anima e il corpo, non facesse perdere il grasso benedetto acquistato nell'infanzia , solo per salvare le dovute apparenze e ottenere in qualche modo un diploma in cui stesse scritto che Iliuscia aveva studiato tutte le scienze e tutte le arti".

Togliete i termini "consigliere di corte" e fate a meno della divisa ricamata e avete il quadro orrendo della stragrande maggioranza delle famiglie che conosco anch'io, dei giorni nostri, evolute e vivaci nel mettersi al pari con il nuovo e il moderno in fatto di conquista materiale e ciò al contrario degli Oblomov, ma tali e quali nel vedere per il proprio figlio un futuro eccellente e che non costi assolutamente, in "lacrime e sangue", niente.


mercoledì, 09 luglio 2008

Via Goròchovaia

Ho terminato la lettura di "Oblomov" che mi fu a suo tempo consigliato ( soprattutto ma non solo...da Maria Strofa). Il termine "oblomovismo" è sinonimo di pigrizia vissuta con voluttà. Direi che è qualcosa in più: è immobilismo vissuto come difesa dalla vita. E' l'apoteosi del diritto a lasciarsi vivere emarginando l'emozione e il movimento come fonte di cambiamento e di stress. Oblomov è una mescolanza di elementi intimisti e sociali. E' la storia di un uomo e di un periodo storico. E' qualcosa di datato ed insieme profondamente inossidabile. E' un capolavoro.

 Parto dalle prime impressioni: s'incontra il personaggio a trascorrere le sue giornate a letto, mangiando pasti mediocri cucinati da un servo più indolente di lui, per cui sporco e bisbetico, in una casa trasandata e polverosa, a ricevere amici di dubbia moralità e il primo dialogo che s'intreccia, tra appunto Ilia Iìc Oblomov ed il suo servo Zachàr rammenta certe atmosfere teatrali, alla Goldoni o alla Molière, in cui due abilissimi parolai si difendono dalle reciproche accuse d'incapacità e pigrizia. Due nullafacenti si criticano con terze persone, ma di fatto sono esattamente complementari. Un uomo incapace di coordinare quanto lo circondi non sopporterebbe un servo attivo ed un servo vivace non tollererebbe un padrone mollemente immerso nel vuoto del pensiero, in una ripetitiva vita quotidiana fatta di cibo e riposo e rare passeggiate, spendendo quel poco che deriva dalla rendita d'una tenuta in campagna, in cui il nostro non vive più.

Sta in un piccolo appartamento in affitto in città, da cui ha avuto uno sfratto e nel quale vive con lo scorbutico quanto lazzarone Zachàr, che era già addetto alla sua persona quand'era giovinetto. Dei suoi affari Oblomov non s'interessa, lascia che il fattore gestisca la proprietà e gli faccia avere quel che gli basta per vivere, in fondo, di poco. Non si pensi tuttavia ad un animo abbrutito. Oblomov è pingue ma gradevole, delicato e buono, ingenuo ed onesto. Ha studiato in gioventù ed ha, per breve periodo, lavorato ed anche diligentemente, ma s'aspettava da quel lavoro gratificazione e nessun pensiero. Era disposto a quell'impiego con serenità, offesa da una situazione di stress e competizione che lo ha stordito: quella *non* è vita. Correre per avere e per essere non fa per lui se quel correre lo priva dell'ineguagliabile sensazione di pienezza che dà non dover pensare a nulla, anche se costa sporcizia ed isolamento. Fuori il mondo è convulso. Oblomov ogni giorno tira la cinghia di più, semplicemente perché non è egli stesso a sovrintendere alla sua cassa e il fattore ruba, ma la cosa gli costerebbe troppa fatica emotiva, troppo coinvolgimento. E lui non vuole far nulla, neppure litigare per difendere i suoi interessi e tutto gli costa carissimo...persino scrivere una banale lettera. Ad alcuni amici Oblomov sembra morirsene in un angolo di stanza, per Oblomov è l'unico modo di non essere preda del mondo.

Al giorno d'oggi si direbbe che è depresso. Oblomov è il frutto dell'educazione ricevuta.Per di più è il frutto delle conclusioni che ha tratto del vivere diversamente da come si viveva a casa sua...

Lo sfratto tuttavia gli imporrà un cambiamento:  due amici s'offrono di aiutarlo, il bieco  e interessato Tarantiev e l'eroe, deus ex machina della vita di Oblomov (inutilmente),...il suo opposto Andréi Kàrlovic Stolz, che è invece l'uomo che sperimenta, che viaggia, che lavora, che prende di petto la vita e per di più con franchezza  ed onestà. Un vincente. Gli propongono soluzioni diverse: di rifugiarsi in campagna, inquilino d'una vedova il primo e di riprendere la sua vita in mano e tornare a riveder le stelle e non solo, il secondo.

Oblomov farà l'una e l'altra cosa, perché sostanzialmente non sa a chi dir di no.

Continua...:-)

Traendo dal testo:

" Io, qui sottoscritto, certifico, apponendo il mio timbro, che il segretario collegiale Ilìa Ilìc' Oblomov è sofferente di ipertrofia cardiaca con dilatazione del ventricolo sinistro ( hypertrophia cordis cum dilatatione eius ventriculi sinistri) e di epatite cronica (hepatitis) , mali che sviluppandosi minacciano la salute e perfino la vita del paziente. Gli attacchi del male sono dovuti, a quanto è dato supporre, al frequentare quotidianamente l'ufficio. Pertanto, onde prevenire il ripetersi e l'aggravarsi di detti attacchi morbosi, ritengo necessario che il Signor Oblomov si astenga per un certo tempo dal recarsi in ufficio, e in generale gli ordino di evitare qualsiasi fatica intellettuale e qualsiasi forma di attività ."

Ma una tale situazione giovava soltanto per qualche tempo: bisognava ben guarire e, una volta guarito, si prospettava la quotidiana frequenza dall'ufficio. Oblomov non resse al pensiero e diede le dimissioni.


giovedì, 03 luglio 2008

Punto della situazione

Letto ho un paio di sciocchezzuole divertenti, compreso un libro da blogger di cui parlerò.  L'altro è uno pseudosaggio psicologico sulla coppia, un po' troppo ridanciano per i miei gusti, ma non è totalmente da buttare.Terminato il saggio di neuropsichiatria divulgativa sul cervello femminile, ben scritto.

Sto leggendo "Oblomov", in un'edizione BUR degli Anni Sessanta.

Mi aspettano " L'eleganza del riccio" ( Barbery) e "Un complicato atto d'amore"(Toews)


domenica, 01 aprile 2007

La lezione era incominciata e, per me, la scuola era finita

L'alternativa ( o l'integrazione) consigliabile, per ragazzi e non solo, alla lettura de " Il diario di Anna Frank" potrebbe essere questo romanzo Rizzoli: " Un sacchetto di biglie" di Joseph Joffo. L'autore rielabora i ricordi di trent'anni prima, di un'Europa sconvolta dalla Seconda Guerra mondiale e della persecuzione razziale vissuta da bambino. I bambini, in realtà, sono due, lui e il fratello, ebrei, costretti ad un lungo viaggio in direzione salvezza. Ebrei bambini erranti e infine salvi. Attraverso il brutto e buono della gente ordinaria, con conseguenti incontri/storie di ...ordinaria cattiveria e altrettanto comune bontà eccellente. Dominano il senso della solitudine, del dovere ( di salvarsi), l'essere costretti a fidarsi *anche* di chi si ha naturalmente paura, che è cosa comune a chi non ha nessuno : l'ambivalenza dei rapporti, che così si riassume :" non posso che fidarmi di te", attento a schivare la mano ( o morderla) che invece giunge a/per colpire.

Jo dall'oggi al domani s'accorge che la sua vita è cambiata, per il suo maestro è diventato trasparente,per i compagni un capro espiatorio e stessa cosa succede al fratello, Maurice.

Il padre non tentenna: occorre che i bambini raggiungano, soli, la Francia libera. Direzione Mentone.

"Infine- dice il padre- bisogna che sappiate una cosa. Voi siete ebrei, ma non confessatelo mai! Mi avete sentito? MAI.

Le nostre teste assentono assieme. " Non lo direte al vostro migliore amico, non lo mormorerete neppure sottovoce, negherete sempre. Mi avete sentito bene: sempre. Joseph, vieni qui."

Mi alzo e mi avvicino.

" Sei un ebreo, Joseph?"

" No".

La sua mano si è abbattuta sulla mia guancia con un colpo secco. Fino a questo momento non mi aveva mai toccato.

" Non mentire, tu sei ebreo, Joseph."

" No".

Avevo gridato senza rendermene conto, un grido definitivo, sicuro.

Mio padre si è alzato.

"Ecco - ha detto - credo di avervi detto tutto. Adesso la situazione è chiara."

La guancia mi bruciava ancora ma avevo una domanda che mi frullava in testa fin dall'inizio del colloquio e per la quale mi occorreva una risposta.

" Vorrei chiederti: cos'è un ebreo?"

Questa volta papà ha acceso una lampadina paralume verde che stava sul tavolino da notte di Maurice. Mi piaceva, lasciava filtrare una luce diffusa e amichevole che non rivedrò più.

Papà si è grattato la testa.

" Beh, mi secca un po' dirtelo,Joseph, ma in fondo non lo so bene. Un tempo abitavamo un paese, ne siamo stati cacciati e allora siamo andati dappertutto e ci sono dei periodi, come quello in cui siamo, in cui la cosa continua. E' stata riaperta la caccia e quindi bisogna ripartire e nascondersi in attesa che il cacciatore si stanchi."

Il romanzo si snoda attraverso peripezie di vario genere, ma che possono portarsi dei bambini nello zaino? Un sacchetto di biglie. Sono bambini.

biglia1

Un libro che ricorda che i veri eroi spesso si comportano senz'enfasi, pare siano quasi antieroi. Conoscono la disciplina della sofferenza.

joffo

Un romanzo anche per chi, come me, non ha gradito la pillola indorata da Benigni, nel film che ha fatto la sua fortuna internazionale, ma che, a me, non è piaciuto per niente. La vita, se è un gioco, lo è per gli Dei, che ci spupazzano, ma non per noi.


giovedì, 01 marzo 2007

Il mio cocco

Uno scrittore che ho molto amato, Emile Ajar, che la sua patria adottiva ha riconosciuto tardivamente, ha l'incanto della verità drammatica dell'amore intensamente vissuto dai soggetti "implicati", che appare nel suo aspetto mostruoso agli occhi disincantati altrui.  Tanto che lo scrittore fece una fine simile a quella dei suoi sensibili e tragici personaggi, si uccise dopo la morte della seconda moglie, l'attrice Jean Seberg, Jean Sebergche qualcuno ricorderà, suicidatasi dopo il divorzio, l'anno prima che lui la raggiungesse ( chiarendo che la sua morte non aveva nessun legame con quella dell'ex moglie, ma...chissà!). Un uomo in ogni caso realizzato, nella vita. Scrittore, ma anche diplomatico, musicista, regista cinematografico. Il romanzo che ebbe maggiore popolarità ( portato sul grande schermo da Simone Signoret) fu "La vita davanti a sé", struggente e terribile storia, che narra d'un bambino che s'affeziona ed un'anziana ( ed un po' laida) pensionante, perché non ha nessuno ( tanto che è affezionato ad un pupazzo costruito con un ombrello, le parapluie Arthur ) e quando lei muore cerca di conservarne il cadavere come può, per non abbandonarlo ed esserne abbandonato, fino a pensare di poter morirgli accanto. La imbelletta, la profuma e aspetta la fine. Lei è una ex-prostituta che funge da balia e governante ai figli delle colleghe in attività, per denaro.Una figura non materna, ma costretta ad una maternità di ripiego per mantenersi. Per Momo, tuttavia, trattasi dell'unica figura materna che gli vive attorno, se non accanto e a quel simulacro materno dà tutto l'amore che può fino a non avere più il senso della realtà. La Francia, piegata dal consenso popolare ( aveva emarginato lo scrittore Ajar come gollista...) gli assegnò il premio Goncourt, che lui non ritirò.

Due a zero per Ajar contro la Francia.locandina del film LA VITA DAVANTI A SE'

Il romanzo di cui voglio scrivere tuttavia, è precedente.

coccolone

" Cocco mio"  è la storia d'un modesto impiegato francese, parigino, solo nella metropoli, che dopo aver tentato invano d'affezionarsi alle persone ( sarà che le sceglie sbagliate), decide di donare tutto il suo affetto a un pitone, che gli si avvolge intorno in un abbraccio che non lo fa sentire una nullità. Il pitone ha un nome consono: Coccolone. Mangia prede vive, ma la prima, un porcellino d'India, è talmente carina, che il nostro la battezza Biondina e la conserva ben lontana dal pitone.

Frequenta le prostitute, non avendo una fidanzata, ma portando loro mazzi di violette, ma quelle pensano soltanto a far bene il loro lavoro e gli fanno per bene un bidet, prima di iniziarlo con dovizia professionale. Lui vuole tenerezza e quelle restano stupite.

Egli protesta:

" Ma bisogna metterci un po' di cuore, merda!"

"Un po' di...?

" Non basta lavare il culo a uno ! " urlai " e poi ci hai messo dentro troppo sapone! Un tempo i bordelli, in Francia, eran chiamate "case d'illusione"!"

Lei non capirà. E' la macchina perfetta per lo squallore a cui è abituata.C'è tuttavia una collega di colore  che lo sa capire ed egli le chiederà di sposarlo , ma lei rifiuterà, rivelandogli di essere, a sua volta, una prostituta, dicendogli, con questa motivazione:

"...quando mi pagano so di avere un valore. Quante donne che sanno di valere veramente qualcosa si fanno veramente pagare?La maggior parte lo fa per niente, si prostituisce, si spreca. Si dà per niente, come se non valesse niente. E' una cosa vera e onesta il denaro, non mente mai, è lì, nero su bianco. Ecco perché ha tanti nemici."

Una lezione per le donne "emancipate", che credono che la libertà sessuale abbia reso loro un favore.

L'impiegato resterà solo, regalerà il pitone allo zoo e prenderà a dormire raggomitolato su se stesso, non prima d'aver ingoiato tre topi. Vivi. Avendone a basta, dell'umano...

Per poco non mangia persino Biondina, poi l'affetto prende il sopravvento.

 Romanzo grottesco della solitudine e della scarsa umanità ...dell'umanità.

Soggetto caro ad Ajar e che si ripete, si ripete..

                                                                                                  

      

 


venerdì, 16 febbraio 2007

Operazione divulgazione

Tornando a parlar di BUR grigina del tempo che fu, per completare il discorso, si presentava quale " il più autorevole corpus letterario italiano del dopoguerra". Proponeva la vendita rateale dell'intera opera ( bastava scrivere in Via Civitavecchia, Milano), vantava "il prezzo di vendita più economico consentito dal mercato italiano", specificava in tono un po' pomposo e didattico che essa non mirava " alla pubblicazione di *scoperte* letterarie, opere minori o disperse di grandi autori, ad opere dimenticate di autori che godettero celebrità passeggere", sottolineava infatti..."intende offrire a tutti, anche ai meno abbienti, l'opportunità di possedere, integralmente, i testi principali delle letterature di tutti i tempi e scelti libri di amena lettura".

Tale tono didattico e didascalico fa sorridere, ai tempi d'oggi, ma corrispondeva per filo e per segno alla realtà dei fatti. Era opera solidamente divulgativa e mai banale.

L'editoria in brossura, di poca spesa e tanti titoli è ormai prerogativa di quasi tutte le case editrici: il tascabile a buon prezzo ha accontentato la bramosìa di più d'un lettore, ma in questi anni si è anche verificato l'inverso. Si son pubblicate edizioni cartonate e lussuose di scemenze colossali. Meteore costose di successi casuali hanno attraversato le vetrine d'ogni libreria. Furbeschi lanci pubblicitari han creato "casi letterari". Son andate alle stampe dubbie opere postume. Pensatori accreditati si son sfidati a suon di libello. Su ogni fatto d'attualità s'è fatta della fantasaggistica. Di sciocchezze pseudoletterarie si è pure "fatto il film" che non sai se è cinema , o se è il romanzo che ha preso vita come il formaggio stagionato quando cammina da solo, per cui porta a spasso sugli schermi ciò di cui sarebbe bastato immaginare. Senza esclusione di genere. Pulp, con abbondanza di novelli porci alati ( che almeno ai tempi della rinnovata in bon ton Signora Ravera aveva un senso); erotico per parrucchieri ( vedi i colpi di spazzola di tal Mé Lassa P.(ut); storico-mistico-religioso con monaci albini e improbabili discendenti dai lombi divini e chi più ne ha, più ne tolga. Io li lascio, perché se si sta a guardare il capello, si butta mezza libreria. Di tanto in tanto getto, ma devo essere in preda al raptus della mancanza di spazio, allora butto. Lo confesso: Barbara Alberti, ad esempio, finì con Ercole Patti nel bidone della carta riciclata. Ci han fatto i cartoni della pizza da asporto, credo.

Ha anche ragione chi dice che, in fondo, ci si affeziona un po' anche ai brutti libri. A volte, alle bancarelle, mi capitava di far su dei titoli di cui mi immaginavo tra le poche persone che avessero avuto il coraggio di leggerli ( contenuti compresi), ma venivano via talmente con poco, che mi sembrava d'aver fatto un affare, naturalmente a peso e le piacevoli sorprese capitate ( di rado ) ripagavano totalmente. Specie certi libri di autore quasi ignoto. Incrociato come un passante per la tua stessa vita, con uno sguardo sul mondo davvero niente male.


postato da: flaviablog alle ore 00:26 | link | commenti (4)
categorie: libri, lettura, successi, editori, flop, bur
lunedì, 12 febbraio 2007

Mitica cartaccia

Certo che per esser cartaccia lo erano. Grigiastri, piccini, senz'una illustrazione ( neppure in copertina), ma furono una risposta, dopo il Sessantotto si sarebbe definita "politica", alle lamentele sul costo dei libri. Parlo della BUR degli Anni Sessanta. Me ne restano ben pochi esemplari, comprati agli inizi degli Anni Settanta. Molti perduti, tra un trasloco e l'altro, o prestati. Mai regalati. Regalo soltanto libri *nuovi*, non regalo mai i miei. Sarebbe come darmi via e a quell'uso di me stessa non sono mai stata propensa:-). Insomma, tra una vicenda e l'altra, della serie "libri che ti scelgono" per dar retta al mistero del principio di casualità, direi che son stata scelta dall'ironia, dalla fantasia, dall'arguzia malinconica, perché mi son restati due Twain " Wilson lo zuccone" e "Il ranocchio saltatore"; uno Shakespeare " Molto strepito per nulla" ed infine quel gran fanfaron fantascientifico del "Barone di Munchausen" coi suoi "strani viaggi, campagne ed avventure", di Rudolf Erich Raspe.

Vogliamo trarne un messaggio?

Nonostante ci si ponga al cospetto della vita da zucconi ( vuoi testardi, vuoi ignoranti), si capisce prima o poi che di ciò che succede il più è fandonia mirabolante di quella gran spaccona che è la storia, per cui alla fin fine non è che tanto rumor per nulla ed ad ogni "story of bad little boy" a specchio sta una "story of the good little boy", perché la vuota retorica può rovesciarsi facilmenteMitica BUR come tasche.

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