Non sono io a definirla tale. E' la protagonista del romanzo, una giovanissima che racconta di sé. Il linguaggio ricorda Ammaniti, quando si cala in teste altrui e pensa e scrive come questo o quello. In tal caso si tratta di una ragazza. "Un complicato atto d'amore" , di Miriam Toews, Adelphi, è un romanzo "al femminile" scritto da una donna, che racconta la vita claustrofobica di un'adolescente. La ragazza è Naomi, ribattezzata da lei stessa bambina, "per comodità", Nomi, che vive in un villaggio creato e gestito da una setta, i Mennoniti, a suo dire "la sottosetta più sfigata del mondo", per la quale non c'è altro futuro che essere assorbita dal "massacro di polli", allevamento, uccisione e confezionamento di pollame " a vita" o lavorare presso una pompa di benzina dove l'unico svago è del padrone, che si diverte a guardare le ragazze in calzoncini che versano carburante nei serbatoi delle automobili.
Chi vuol sopravvivere...se ne va e tutti spariranno gradatamente all'orizzonte della ragazza.L'ambiente semplice e composto, che dovrebbe preservare dalle brutture del mondo, in realtà non protegge affatto,ingabbia in regole ripetitive e la pace e l'amore che si vorrebbero coltivare non esistono. E' una morte stantia fatta di non-vita per evitare l'aggressione dell'esistenza dell'altrove.
L'autrice si cala assai bene nei panni della ragazza che è nel contempo disincantata ed ingenua. Le sue opinioni sono lapidarie e grottesche. L'umorismo che ne deriva è atroce. La vita per Nomi è ferocemente ridicola e se ne salva con chiusure o reazioni plateali di facciata tipiche dei giovanissimi ed il disagio e la diversità vera o presunta diventano fisici segnali visibili e la comunità la scomunica. Intanto ormai è sola. Non è che l'atto finale d'un processo d'emarginazione di cui non è neppure protagonista. Nessun eccesso, nessuna "maledizione", nessun gesto da cronaca nera. Nomi sarebbe perfetta, altrove. Ha la sola colpa d'essere un fiore ( pensante) nel letame. Letame non in quanto torbido e sporco, la storia non scade mai nel cattivo gusto modaiolo di tanta narrativa ( e tanto pessimo cinema)...in quanto materiale di scarto, uguale a se stesso a quintali.
La follia del gruppo è devastante proprio nella misura in cui pare razionale e motivata rispetto ai dubbi del singolo che non si adegua.
Naomi ragiona come una bambina saggia. E' lucida e sottile come un giunco di pensieri. Tutto ciò è tuttavia uno spreco. Essere saggi e sottili per sé stessi è coltivare una rosa che nessuno coglierà mai ( se lo facesse non farebbe altro che strapparla). Naomi è come un tesoro sepolto nel fondo del mare.
" Main Street è un mortorio come sempre. In fondo, dalla parte della cisterna, c'è una luce bianca accecante e Gesù ritto al centro con una veste celestina, le braccia aperte e le palme rivolte in su, come se dicesse : e io come cazzo facevo a saperlo? Sono solo un falegname.
Sembra George Harrison vestito come un buffone nel suo periodo d'intrippamento per le religioni orientali. Chiunque sia stato il responsabile, gli ha dipinto due pomelli rossi sulle guance per dargli l'aria sana, immagino, ma anche sanamente ridicola."
"Visto com'è la vita, non mi resta che sognare la vendetta", Gauguin. Naomi afferma che sia la sua citazione preferita, quando in realtà non è in grado di attuarla e quando le capita l'occasione le sfuggono ormai i parametri concreti per farlo.
La vedova Agafia Matvéievna è di bell'aspetto. Pienotta, giovane, bel personale e lo sguardo più vuoto del vuoto. Il suo stesso fratello la chiama "la mucca". Afferma che qualsiasi cosa le accada, di buono o di negativo, passato il primo momento di stupore felice o infelice, riprende operosamente a coltivare, allevare, cucinare, cucire, ricamare, stirare, rassettare. Una macchina ben oliata dai veloci gomiti sempre in movimento. Una casalinga senza altro pensiero che non sia far funzionare cose e corpi. Alle questioni più importanti ci pensi qualcun altro. Ora si bea di avere un signorino da viziare. E lo ripulisce e lo rimpinza senza sosta. Oblomov riesce a farsi sfruttare dapprima dal suo fattore e poi dall' "amico" peggiore: Tarantiev, in combutta con il fratello della donna, perché proprio non ha il senso degli affari. Lo deruberanno ben bene. Faranno sposare i due tipi funzionali l'uno all'altro ( lei sgobba, lui consuma )per dominarli al meglio. Lei è una brava donna imbecille ma di cuore, per non far mancare nulla al suo Ilià s'impegnerà persino lo scialle, perché lui, "il suo signore"...non abbia d'accorgersi che sono alla fame. Restando lì, nelle quattro mura di casa. Sarà Stolz che interverrà provvidenzialmente a gestire la tenuta di Oblomov e garantirgli un'entrata che gli permetta di vivere più che decorosamente ( e l'ex vedova tornerà a preparare manicaretti e stirare merletti). Oblomov ha scelto la mucca. La quiete data da una donna incolta, tranquilla, belloccia e pronta a farsi scrivere come una lavagna vuota ( ma è come scrivere sulla sabbia...e poco importa ad entrambi, lo scopo è la sopravvivenza senza scosse).
Pare sia finita la storia.
Le cose finiscono in un modo solo però: con la MORTE.
Grasso, pigro, nutrito e coccolato, Oblomov schiatta, come un pupo allattato fino a strozzarsi del suo proprio rigurgito. Un colpo lo lascia immobile e un tantino demente e poi lo stronca, il fratello della bis vedova prende le redini in mano, licenzia il vecchio servo Zachàr ( che finirà accattone) e tutto va in rovina. Se a casa del fratello si spende a spande a farne le spese sono Agafia e il piccolo...Andréi. Già, Ilià ha messo al mondo un bambolotto come i suoi genitori a cui ha imposto il nome di battesimo di Stolz ( che nel frattempo ha sposato Olga, che l'ama, pur di tanto in tanto dubitante nel profondo del proprio cuore, che s'è innamorato di esseri tanto dissimili).
Insomma: la vedova darà il figlio suo e di Oblomov a Stolz, memore della stima e convinta che soltanto altrove sarà la salvezza di quel bambino. Degli averi di Oblomov non vuole saperne. E' passato dalla sua vita, le ha permesso di "casalingare" senza sosta con un fine ( la sua mente non è attraversata da alcun guizzo che non sia servire qualcuno, come le tante perniciosissime madri casalinghe che hanno infestato nei secoli anche l'italica penisola). E' buona, è onesta.
Stolz e Olga cresceranno il piccolo Oblomov.
E qui la storia finisce.
Mi pongo questa domanda: ma un Oblomov, cresciuto a casa d'altri, diverrà come loro?
Soffrirà invece, perché non è come Stolz e diventerà un ribelle, perché non sopporta
questasoccietàopprimentemmeschinachettimbavagliaeprivadellelibbertà?
Accoltellerà sia Stolz che Olga per inadeguatezza nei confronti dei genitori? Diventerà un bravo opportunista che approfitterà del poter dormire tra due guanciali finché sarà vivo Stolz, o Olga, o quell'elettrodomestico senza corrente dell'Agafia?
Non lo sapremo mai.
Oblomov è schiattato grazie alle cure materne della vedova. Ha rifiutato di vivere ed è morto bambino e un po' stupito, perché pensava d'aver evitato tutto ciò che nella vita fa soffrire: dal lavoro all'amore, dal curarsi dei propri interessi all'avere una vita intellettuale.
Sinceramente, però...è morto male? Curato come un bambino in culla dalla moglie/madre e dall'amico/padre, Oblomov è riuscito a non piangere che un po' su se stesso, quando ha perduto Olga. Non si è preso cura di nessuno, non ha amato più di tanto, ha fatto persino in modo di non doversi occupare dell'unico figlio, che ha regalato ad altri, più degni.
Oblomov muore molto amato, tra l'altro. Era un buono, un mite, un dolce. Lo amano Stolz e Olga ( che ha sempre chiesto a Stolz di non lasciarlo mai a sé stesso), lo ama Agafia, lo ama a modo suo il servo pulcioso. Oblomov è circondato di chi s'approfitta della sua passiva ingenuità, ma anche da chi è sedotto dalla sua serafica bontà che si limita a non far del male, senza far del bene.
Il dolore, agli uomini d'azione.
La perdita, il lutto, la disperazione a chi affronta la vita a mani nude e non sempre ha artigli e pelle coriacea.
La perdita, il lutto e la disperazione a chi vive senza averne la forza, a chi non ha una rendita che permetta di vivere senza lavorare o quasi, a chi non incontra vedove mucche, a chi non ha amici eccellenti come l'impareggiabile quanto unico Stolz, a chi deve lottare da solo.
MORALE DELLA FAVOLA: LA VITA E' DEI FORTI O DEGLI EGOISTI OPPORTUNISTI.
Per chi non è un oblomovista perfetto ( e fortunato nella sfortuna) o non è uno Stolz è pianto e stridor di denti.
Scritto piangendo e con i denti che stavano facendo un gran casino a forza di stridere e firmato con il sangue.
Vostra
Donna Flavia
P.S. ma sto stolze...sposa la donna di oblomov, amministra la tenuta di oblomov, cresce il figlio di oblomov, ma se non fosse mai esistito oblomov...sto stolze checcavolo faceva? Stai a vedere che gli Oblomov servono agli Stolz per farli sentire riusciti nella vita.
Per far dir loro: sono er meglio fico der bigoncio. Non solo. Se il figlio di Oblomov, come credo, crescerà timoroso e incapace come natura vuole, Stolz avrà anche in tarda età il suo momento di insuperata gloria. Sarà il padre di famiglia più padreterno possibile. Resterà il maschio dominante di casa. Che è una gran bella soddisfazione. Con un'Olga per le necessità intellettuali e le lasagne dell'Agafia per quelle corporali.
Stolz riesce a far risorgere Oblomov e insieme riprendono la vita mondana. Si alza alle sette, legge, sistema i suoi libri, il suo colorito s'accende, gli occhi brillano, scrive, riprende a vestire con eleganza e buon gusto e conosce Olga Serghéievena. Non è una bellezza, ha un aspetto persino un po' severo, ma ha qualcosa di ineffabile e di trasparente ed una mente acuta. Ha labbra sottili e spesso serrate, occhi grigio azzurri. E' alta ed ha la testa grande rispetto al corpo, il viso ovale, i capelli castani ed una bella voce.Velocemente divampa un amore intenso e reciproco. La vita quotidiana e pratica intanto è notevolmente migliorata, in casa è entrata la moglie del servo Zachàr, Anissia, che colma le pecche del marito ( che tuttavia continua a lamentarsi, perchè egli è, nella vicenda, realmente il prototipo del parassita miserabile), rendendo la vita comoda, il cibo buono, l'ambiente pulito.
Ilià e Olga si frequentano e iniziano a far progetti, in lei c'è l'incanto, ma anche la consapevolezza. Amano l'uno dell'altra il candore e lo slancio sincero, ma Olga pronuncia la parola fatidica :" dovere". Dice che l'amore include doveri nei confronti degli amanti, perché è una cosa seria.Olga si sta librando e Oblomov teme per sè L'ABISSO.Teme che lei lo scorga e si disamori di lui, sognante com'è d'un amore in eterno volo. Olga non ha astuzie ("alle astuzie ricorrono le donne di intelligenza più o meno angusta.In mancanza di vera intelligenza, esse manovrano le molle della minuta vita quotidiana, intrecciano, come un ricamo, la loro politica familiare..."), dice ad Oblomov di amarlo nonostante apatia e pigrizia e lui trova che la vita non sia mai stata così bella, il tormento d'amore sia stressante, ma senza di esso si possa... morire!
Trova casa, presso una vedova con figli, una brava operosissima massaia, che non ha un momento di pausa nell'accudire la casa. Servito e riverito, Ilià s'abbandona. La mollezza prende il sopravvento, vorrebbe sposare Olga ma la sua assiduità e la vitalità vacillano e sarà lei a dirgli:
"Chi ti ha maledetto, Ilià? Cosa hai fatto? Sei buono, intelligente, tenero, nobile...e perisci, affondi. Cosa ti ha perduto ? Non c'è un nome per questo male..."
Ilià sa il nome: OBLOMOVISMO.
Ecco, Olga è consapevole che non muterà quella pavida natura ed è la rottura. Per Oblomov comincia un lungo periodo di sofferenza e depressione. Cuore morto, silenzio e tenebra. E' un uomo distrutto.
John Beer è un personaggio della blogosfera che ha inventato l'acqua calda per far soldi con poco sforzo : raccoglie e pubblica note disciplinari, foto di cessi, versioni di latino, temi svolti in classe nella scuola italiana.Specifica, nel suo blog, sette in condotta, della squola italiana...

Riceve, pubblica e soprattutto vende e c'è chi si scervella nella creazione letteraria...
Si ride, sì. Si rammenta di quando si era studenti. Alcune situazioni non sono cambiate, lo scherzetto di voltare il crocefisso scrivendo "torno subito" sulla croce vuota è un classico, talmente vecchio che il crocefisso stesso se l'aspetta e s'annoia, così come l'insegnante di religione, se ha sufficienti anni di servizio.
Ho letto un libricino di John Beer, per sapere che mi sono persa in questi decenni dell'evoluzione scontata del facile accesso alla scuola superiore, in quanto non esiste più la selezione nella scuola dell'obbligo. Si sorride, già, ma è riso amaro. Se il comportamento di alcuni studenti è intollerabile, altrettanto demenziali sono le note poste sui registri. Tali da non credere che siano vere, perché se tanto mi dà tanto...mi pare che il teatrino surreale sia montato.
Citando...alcune note simpatiche:
L'alunno P. ha infilato il casco della sua moto sullo scheletro dell'aula di chimica. Accortami dell'anomala presenza dell'oggetto richiedo l'intervento della preside.
S. parla francese durante la lezione d'inglese in segno di protesta.
C. è sospeso per aver cercato di baciare la bidella in seguito ad una scommessa con i compagni di classe.
Altre dimostrano che siamo alla frutta, relativamente al rispetto:
D. simula orgasmi multipli in aula.
L'alunno D., dopo aver lanciato un aeroplano di carta in testa al professore, risponde che la colpa è stata del pilota e non sua.
L'alunno C. affigge alla porta un mio ritratto con sotto la scritta " Vietato l'ingresso ai cani e agli stron**".
La classe IV F attacca delle mollette alla giacca del prof P. mentre costui è di spalle.
L'alunno S. minaccia il professore con un compasso.
Alcune inquietanti:
R. è posseduto dal demonio e bestemmia per tutta la durata dell'ora.
R. incoraggiato dai compagni scardina la porta del bagno e la lancia dal secondo piano.
E. appicca il fuoco al banco dove è seduta.
C. non indossa maglietta alcuna.
L'alunno V. ruba maniglie in tutta la scuola.
Che dire? I racconti dei figli di amici mi confermano che tutto ciò non è poi così lontano dalla realtà. Qualcuno sostiene che sia *la realtà*. Mi chiedo se la massificazione dell'istruzione sia stata utile, se il benessere italiano non abbia sostanzialmente prodotto soltanto disprezzo per tutte quelle attività, insegnamento compreso, che non procurano lauti guadagni. Di fatto tuttavia ogni anno si diplomano e licenziano bravi studenti. Si laureano brillantemente altri. E' il percorso per giungervi che è reso difficile dalla maleducazione data dalla protervia degli ignoranti con qualche quattrino di troppo in tasca.
Ah, il titolo è la traduzione dal latino di uno studente buontempone.
"Suo gaudio" ? Gioia maiala!
Letto ho un paio di sciocchezzuole divertenti, compreso un libro da blogger di cui parlerò. L'altro è uno pseudosaggio psicologico sulla coppia, un po' troppo ridanciano per i miei gusti, ma non è totalmente da buttare.Terminato il saggio di neuropsichiatria divulgativa sul cervello femminile, ben scritto.
Sto leggendo "Oblomov", in un'edizione BUR degli Anni Sessanta.
Mi aspettano " L'eleganza del riccio" ( Barbery) e "Un complicato atto d'amore"(Toews)
Di questo libro ho un ricordo di pura passione di un giorno d'estate e di piena libertà. Qualche anno fa, sicuramente negli Anni Novanta, in seguito ad un ripetuto eritema solare ,decisi di non fare, per un mesetto, vita "da spiaggia", nelle mie gite al mare e, amando più guardare e respirare il mare che nuotare o crogiolarmi al sole ( non sono una lucertola, ma una pallida nordica e resisto poco tempo), "mi accontentai" di lunghe passeggiate sulla scogliera del levante ligure. Con tal romanzo: " Canone Inverso" di Maurensig, m'organizzai un percorso con soste su panchine fronte-mare, con qualche fuga laterale nei giardini adiacenti, tra roseti e glicini e palme. Ogni cento metri circa, una pausa di lettura, alzando di tanto in tanto lo sguardo alle onde, ai gabbiani, al Monte di Portofino poco lontano. Così che "Canone inverso" ( chi ne ha visto un analogo film lo dimentichi...faccia tabula rasa e si ben disponga) fu il mio compagno esclusivo per un giorno intero, viaggio di ritorno compreso. Mi durò, appunto, quel giorno e quel viaggio.
Protagonisti un misterioso uomo, un violino di pregio, una storia patrizia, una musica girovaga, dei dubbi, un'analisi psichiatrica, una questione di eredità ed identità perdute, un imperativo categorico: nell'annullamento dei legami sociali può resistere un talento e perpetuarsi fino a spegnersi serenamente nell'uomo che lo possiede, pur senza necessità d'identificare l'individuo, che diventa strumento delle sue doti.
Da leggere per spezzare di tanto in tanto la catena che ci costringe ad essere perentoriamente noi stessi ed a piegare talento e doti alla nostra personale figura, al prestigio che ne deriva ed annulla il piacere ( e, forse, per me, a volte, persino il talento, che a volte il successo deforma) di creare o di essere una semplice fonte artistica, non permeata dai vantaggi che la cosa può portare nel contesto organizzato, una fonte o un veicolo. A seconda se si crea o se si interpreta.
E' anche una storia di stupore e sentimenti sfumati, un po' fiabesca, ma terrena.
" Ci vuole un grande talento per eseguire quel brano- aggiunsi. L'uomo restò in silenzio, come se riflettesse sulle mie ultime parole. Poi mi corresse:
-Per eseguire quel pezzo ci vuole una grande tecnica. E la tecnica a volte è la contraffazione del talento. Oh, la differenza è minima, impercettibile per chi ascolta. Ma non per chi suona. Con questo non voglio dire che il talento debba esimersi dallo sforzo. Sarebbe impossibile. Per raggiungere la perfezione sono necessari tecnica, esercizio e dedizione.
...
- Perché mai, lei si sarà chiesto, un uomo che padroneggia con tanta maestria il violino ha finito per fare il suonatore ambulante in bettole ed osterie? Curiosità legittima. E la risposta è semplice: per ambizione. Per il travolgente rovinoso desiderio di raggiungere la perfezione. Ma cos'è la perfezione? E' il punto di fuga di una strada senza fine, è il miraggio che si sposta davanti a noi, è l'ultimo piolo di una scala circolare."
A finire in ...
è " Mentre la mia bella dorme", di Rossana Campo.
Letto qualche anno fa, era il 2001, per colpa di dubbie frequentazioni (virtualculturali:-) internettare. Vittima della tendenza giovanilista e dissacrante che circola, a volte, per di più tra borghesi che credono di essere snob, in realtà integratissimi in una visione modaiola superficiale dell'esistenza, in rete.
Leggere "forte", leggere di personaggi talmente "border" che di "line" non se ne vede più all'orizzonte...ma seduti in poltrona e ingrassati dalle tagliatelle di mamma, "trasgressivi" più per noia che per altro, o per la semplice incapacità d'integrazione sociale ( o, al contrario, per un ottimo inserimento sociale, a cui deve fare da contrappeso un po' di lordume da leggere o da vedere al cine).
In breve: la protagonista è una giornalista mollata dall'uomo incinta ( e fin qui può essere un buon, realistico, inizio), in seguito non si capisce come sia avvenuto il fatto, dato che ad un certo punto si dichiara omosessuale. Fa la cronista nera, per cui deve barcamenarsi tra pazzi, assassini e quant'altro ci sia tra le due categorie. Va bene. Potrebbe ancor esserci un buon sviluppo, denso di risvolti analitici. Ha un'amica. Insieme si fanno quattro superlattine di birra finlandese (?), mescolate a rum, coca-cola e due dita di vodka liscia e siamo solo all'inizio.
Chi irrompe nella vita della "nostra"? Una certa Fruit ( già il nome è tutto un programma), vicina del sesto piano, che rifiuta il cuba libra, ma ha con lei ed il suo pancione da gravidanza avanzata, un rapporto sessuale, commentato così:
" Mi ha levato la t-shirt e i calzoni della tuta e quando ha visto la mia gravidanza che si manifestava in tutta la sua potenza ha detto : C'est super!Siamo rimaste insieme fino al mattino. Devo aver sognato mia madre, era minacciosa, mi puntava addosso un dito e mi diceva : ti rendi conto, nelle tue condizioni! Eccessiva e inopportuna."
Ed eccessivo ed inopportuno segue il resto. Tra telefonate di maniaci e concerti di donne rock, la novella amante cade ( o la buttano dalla finestra) e la "nostra" diventerà detective "per amore e per rabbia" memore di quell'indimenticabile unica serata "romantica". Il resto lo risparmio, tranne la fine:
" A pugilato non ci vai più?"
" Per ora no, quando ho scodellato la piccola ci ritorno".
Ah, i personaggi hanno nomi da protagonisti da film americano da serie B e se ho letto una schifezza la colpa è soltanto mia, il buon giorno si vede dal mattino e dalle prime pagine.
Due citazioni infatti accolgono l'ignaro ( o curioso, come me) lettore:
" Voglio far cadere sul c**o il mondo intero"
" Abbandonarsi vuol dire liberarsi".
Oddio, sembra un proclama contro la stitichezza.
Ci riesce.
Non ho letto altro della stessa scrittrice, perché me ne è mancato il coraggio.
Forse gli altri romanzi saranno meglio, forse... Da consigliare solo se si ha voglia di godersi il benessere di casa propria e stare a guardare, per consolarsi, lo schifo della vita degli altri. ( sperando che sia peggiore dell'eventuale proprio?). Non sono sufficientemente vigliacca per vivere e men che mai leggere così.
Inauguro una nuova sezione: la lettura in itinere, ovvero quel che si sta leggendo, i "lavori in corso" della mente e degli occhi. Ho notato che a volte la mia lettura inizia lenta e si scalda con le pagine, altre parte entusiasta ma va in calando deciso, altre ancora comincia male e finisce peggio...infine c'è l'apoteosi, la lettura che inizia e procede di pari passo, bella, fluida, che fiorisce dentro di continuo come un ibisco interiore.
Per cui non sempre la prima impressione è quella che conta.
Sto leggendo:
"Interviste impossibili" di Giorgio Manganelli, per Adelphi
Scrittura eccellente, stile onirico, contenuti ridondanti e un po' barocchi, che inizialmente mi han fatto pensare : " Nichilista, parallelo alla realtà,non è il mio genere". Poi, visto che il fascino tuttavia c'era e non calava, l'ho ripreso in mano. Direi che, ora, mi piace. Si vedrà. So di parlare a mezz'aria d'un mostro sacro, ma io sono notoriamente autoreferente, come tutto il resto dell'umanità, ma non tutti amano ammetterlo.
L'alternativa ( o l'integrazione) consigliabile, per ragazzi e non solo, alla lettura de " Il diario di Anna Frank" potrebbe essere questo romanzo Rizzoli: " Un sacchetto di biglie" di Joseph Joffo. L'autore rielabora i ricordi di trent'anni prima, di un'Europa sconvolta dalla Seconda Guerra mondiale e della persecuzione razziale vissuta da bambino. I bambini, in realtà, sono due, lui e il fratello, ebrei, costretti ad un lungo viaggio in direzione salvezza. Ebrei bambini erranti e infine salvi. Attraverso il brutto e buono della gente ordinaria, con conseguenti incontri/storie di ...ordinaria cattiveria e altrettanto comune bontà eccellente. Dominano il senso della solitudine, del dovere ( di salvarsi), l'essere costretti a fidarsi *anche* di chi si ha naturalmente paura, che è cosa comune a chi non ha nessuno : l'ambivalenza dei rapporti, che così si riassume :" non posso che fidarmi di te", attento a schivare la mano ( o morderla) che invece giunge a/per colpire.
Jo dall'oggi al domani s'accorge che la sua vita è cambiata, per il suo maestro è diventato trasparente,per i compagni un capro espiatorio e stessa cosa succede al fratello, Maurice.
Il padre non tentenna: occorre che i bambini raggiungano, soli, la Francia libera. Direzione Mentone.
"Infine- dice il padre- bisogna che sappiate una cosa. Voi siete ebrei, ma non confessatelo mai! Mi avete sentito? MAI.
Le nostre teste assentono assieme. " Non lo direte al vostro migliore amico, non lo mormorerete neppure sottovoce, negherete sempre. Mi avete sentito bene: sempre. Joseph, vieni qui."
Mi alzo e mi avvicino.
" Sei un ebreo, Joseph?"
" No".
La sua mano si è abbattuta sulla mia guancia con un colpo secco. Fino a questo momento non mi aveva mai toccato.
" Non mentire, tu sei ebreo, Joseph."
" No".
Avevo gridato senza rendermene conto, un grido definitivo, sicuro.
Mio padre si è alzato.
"Ecco - ha detto - credo di avervi detto tutto. Adesso la situazione è chiara."
La guancia mi bruciava ancora ma avevo una domanda che mi frullava in testa fin dall'inizio del colloquio e per la quale mi occorreva una risposta.
" Vorrei chiederti: cos'è un ebreo?"
Questa volta papà ha acceso una lampadina paralume verde che stava sul tavolino da notte di Maurice. Mi piaceva, lasciava filtrare una luce diffusa e amichevole che non rivedrò più.
Papà si è grattato la testa.
" Beh, mi secca un po' dirtelo,Joseph, ma in fondo non lo so bene. Un tempo abitavamo un paese, ne siamo stati cacciati e allora siamo andati dappertutto e ci sono dei periodi, come quello in cui siamo, in cui la cosa continua. E' stata riaperta la caccia e quindi bisogna ripartire e nascondersi in attesa che il cacciatore si stanchi."
Il romanzo si snoda attraverso peripezie di vario genere, ma che possono portarsi dei bambini nello zaino? Un sacchetto di biglie. Sono bambini.

Un libro che ricorda che i veri eroi spesso si comportano senz'enfasi, pare siano quasi antieroi. Conoscono la disciplina della sofferenza.

Un romanzo anche per chi, come me, non ha gradito la pillola indorata da Benigni, nel film che ha fatto la sua fortuna internazionale, ma che, a me, non è piaciuto per niente. La vita, se è un gioco, lo è per gli Dei, che ci spupazzano, ma non per noi.

Difficile parlare d'un romanzo più che celebrato e noto, come " Il ritratto di Dorian Gray" di Oscar Wilde. Non mi resta che proporne una personalissima chiave di lettura...Eccola : è duplice, la prima me lo fece scoprire e considerare quale "romanzo" per eccellenza, la rivelazione della mia vita di lettrice e di persona: il puro estetismo della dannazione seduce i giovani, perché sembra loro offrire la cristallizzazione dell'essenza del bello e dell'onnipotenza del vigore giovanile. Nessun prezzo sembra alto da pagare ed il drappo sul ritratto copre anche i cadaveri del bene, disseminati lungo la via del piacere e del piacersi. Questo il fascino in prima battuta. Sono, tuttavia, una lettrice, per quanto ci sia in Dorian una forte componente narcisistica femminile, la presenza pura e fortemente donna di Sibyl rende la morte un sacrificio estetico, che tuttavia si teme. Per cui il bello & dannato compare nel suo aspetto... dannoso. Più avanti con l'età, "Il ritratto di Dorian Gray" resta per me assoluto capolavoro d'intenti con una visione aggiunta delle cose. Wilde è Dorian. Sa perfettamente che non c'è attaccamento alle virtù effimere, che non comporti perdizione. Una rovina estetica, amarissima e inevitabile. Oscar/Dorian sa, che dietro all'apparente elegante ironia cinica di Lord Henry ,è già scritta la fine persino dell'ambita eternità. La perdizione non perdona. Corrompe sotterranea, fino a rivelarsi prorompente e definitiva. L'ironia, il sarcasmo, il lusso celano la finitezza delle cose, contribuiscono a tessere il drappo. La consapevolezza d'una immarcescibile bellezza conduce al bisogno di sentire il sapore della putredine. Non c'è delitto senza condanna. Soltanto la si rimanda, con un compromesso estetico. Godere. E morirne.Cosicché che l'eletta è Sibyl e la sua fine la dannazione. L'incarnazione della purezza, della bellezza deperibile, è poca cosa, ma finirà in armonia estetica, mentre la fine che aspetta chi della vita ha manipolato l'essenza, la natura, i godimenti, andrà incontro ad una continua sdoppiata realtà ed a una fine che si prospetta mostruosa, quando la Verità assumerà realmente il suo volto, per celato che sia stato, per una vita. Wilde sapeva quale sarebbe stato il suo destino, da innamorato fragile e spaccone d'una chimera impossibile. Lo sdoppiamento reale e morale, alla fin fine dimezza le sue creature.

Di Dorian non ci si può non innamorare, ma una volta successo il fattaccio, lo si deve guardare dritto negli occhi ( dipinti).
Sono una donna con i capelli color paglia, che secondo Lord Henry sono troppo sentimentali.
"Le donne d'altra parte rappresentano il trionfo della materia sull'intelletto , proprio come gli uomini il trionfo dell'intelletto sulla morale".
Allora puntare dritto il fioretto all'immagine, donne!
"Dicono che la passione costringa il pensiero in circoli viziosi. Certo, con una mostruosa iterazione, le labbra di Dorian Gray formavano e riformavano quelle sottili parole sull'anima e sui sensi, finché trovò in esse la piena espressione, per così dire, del suo stato d'animo, giustificando con l'approvazione dell'intelletto passioni che altrimenti lo avrebbero dominato."
Giustifica le passioni e ne sarai piegato.