...sarà che ho visto Montalbano in tivù, che seguo più per riempirmi gli occhi di sole, perché io vedo più che altro nebbia e cielo grigio su ( cielo grigio su...i più "giovani" ricorderanno...:-))), che per la fiction vera e propria, perché leggo Camilleri e conosco tutto quanto dallo scrittore prodotto, ma il racconto che segue ha la sensualità del colore e della luce del Sud. Leggendolo mi ha ricordato le atmosfere di Brancati, poi scopro, casualmente, che l'autore ...siculo è. Ebbene, dedico come "premio" :

questo racconto de le Letteriadi,
di grande sensualità e linguaggio forbito, a un po' di ragazzi del web :-)
Lo rivolgo a : alfio squillaci della Rivista Letteraria La Frusta, Masso, degiorgioblog , sevensisters, scantini, luigi, vince , giuseppe valerio.
La glassa colpisce ancora:
Ricordo che l'incipit era fisso ed il racconto doveva "stare" nelle 5000 battute.
Satura
Degli altri quattro sensi non c'era traccia. Tutto ciò che riuscivo a sentire era uno stucchevole sapore di glassa alla fragola. I denti ne ricercavano la consistenza, ma il filtraggio delle mani pasticcere e la magia dello zucchero con l’acqua avevano ridotto il carnoso frutto a semiliquido.
Una tazza di caffè ne avrebbe ammansito la melensaggine.
Così, mentre Lia si allontanava dalla terrazza a preparare una due tazze, da birichina qual ero, non avevo resistito alla poltiglia tremolante accucciata sulle altre coppette di vetro, pure col piede e con la bandierina. Avevo allungato la mano e tormentato col cucchiaino la glassa. In modo furbo ne allisciavo la massa collaginosa senza scalfirne però la superficie.
Questo era un assaggio col tatto e la vista, perché, si sa, la curiosità fanciullesca s’annida sempre in una nicchia del cuore.
Avevo preso atto che far parte della famiglia Sutera significava sperimentare tutte le scale dei sensi.
Anche quella mattina in cui, dalla fessura del portoncino di ferro della terrazza, due occhi mi avevano esplorato il seno e messo in subbuglio il cuore.
Quella mattina, mentre il sole faceva il diavolo a quattro e l’aria densa di afa toglieva il respiro, armeggiavo coi pomodori nel lavabo, incurante del conciliabolo di persone che ronzavano attorno al giovane contadino che d’estate intasca soldi vendendo pomodori.
Ché qui o ti dai da fare o sei morto.
L’aria era satura di profumi.
L’acre del pomodoro.
I gigli di Sant’Antonio olezzavano veementi, togliendomi l’aria, e si mescolavano alla potenza delle erbe mediterranee.
Due occhi e poi due mani si erano sporti all’interno della terrazza attratti dallo sciabordio dell’acqua nel lavabo a chiedere di lavare una pesca, che Dio solo sa quanta peluria la ricopriva.
Occhi mai visti di un blu intenso si inchiodarono sui miei e dita rugose sfiorarono mani gonfie d’acqua, arrossite dalla freddura dell’acqua di sorgente.
In pochi istanti, ebbi modo di appropriarmi con la vista delle braccia poderose del giovane contadino attaccate da un artista alle spalle larghe di un gigante, un gigante dei sensi.
E poi fu il blu a mescolarsi al castano dei miei.
Né sorrisi, né ammiccamenti, ché quando scorgi quello giusto il sangue si raggruma nei sensi e il grigio pensante del cranio annerisce i suoi moti.
Sfregai con energia la pesca sotto l’acqua scrosciante, che sgocciolò ovunque.
E gliela consegnai insieme ai sensi destati.
Tra l’acqua e il frutto, le mani e gli occhi non si posero parole, se non quelle del silenzio complice che ricama ghirigori di piacere nel cinema dell’immaginario.
Il profumo della due tazze e il biascicare delle pianelle annunciavano il ritorno goffo di Lia Sutera, assopendo il pullulare dei sensi al ricordo di quella mattina.
E la smisi di tormentare la glassa.