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Utente: flaviablog
Il 15 aprile 2006 il suo esordio su blog, comelarugiada, un blog evanescente, una scatola di pensieri che ancor oggi sopravvive in forma privata, nato nell'attesa di un intervento chirurgico. Nel febbraio 2007 nasce Carta scritta, per scrivere per diletto: racconti, recensioni, cronache. Per parlare di lettere ed immagini senza alcuna sovrastruttura ideologica. Questo è un blog ostinatamente in disparte e che non vuole essere di parte.

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venerdì, 14 agosto 2009

Sicut flumen pax tua di Mauro Calenda

Può succedere che arrivino a svegliarmi.
Attraversano una, due porte, il soggiorno, il pavimento, il corridoio, la lunga libreria.
La prima volta pensai che fosse un incubo.
Mi ero svegliato con il cuore a duemila.
Urlavano.
Mi alzai e, in punta di piedi, attraversai il corridoio, giunsi in cucina e accesi la luce.
Silenzio.
Il frigorifero e la pompa dell'acquario; solo il ronzare dei motori nella notte.
Attesi.
Dal pavimento senti come un bisbiglio.
Qualcuno piagnucolava.
Poggiai l'orecchio sul piancito gelato.
Un lamento.
Attesi un segnale più chiaro, qualunque cosa che mi permettesse d'identificare la voce.
Nulla, a parte quell'insensato piagnisteo e, dopo poco, un minuto, due al massimo, il silenzio.
Tornai a letto.
Da allora la cosa si è ripetuta molte volte ma è cambiato il mio modo di reagire.
Quando arrivano a svegliarmi lascio che passi.
Poi mi volto da un lato finché il sonno mi riprende.

Aspettiamo che sia l'ora per uscire.
Ha il badge in mano, dita lunghe, unghie molto curate.
E' bella.
Beato chi se la scopa -penso tra me.
Cominciò, pare, vent'anni fa.
Suo padre morì all'improvviso - era appena andato a coricarsi - e dunque l'ansia che la ghermisce quando è stanca e cede al sonno. 
Ha gli occhi gonfi dietro le lenti fumè.
Mi dice e non mi dice, naturalmente; in fondo, si tratta di cose imbarazzanti.
Puoi pensare "Va da un neurologo, che aspetti? Va da uno strizzacervelli! Fa' qualcosa!"
Puoi pensare che ci sia una predisposizione familiare, una tara, un difetto, una maledizione.
La figlia pare che accusi identici disturbi: cade dal letto, si agita, confabula nel sonno, scalcia.
"Per quello" - faccio - "anche la mia ci fa.  Quando era piccola ci chiedevamo se fosse il caso di svegliarla, quando urlava".
Una piccola belva rabbiosa, certe notti.

Sono a casa e guardo le foto dell'estate.
I piedi in acqua, attraversiamo il fiume.
Le tengo una mano, la mia è enorme al suo confronto.
Alle spalle sembra una foresta amazzonica.
E' il Tevere, qualche chilometro più a nord.
La luce dice il principio di un tramonto.
Mi piace come sono disposte in acqua le nostre gambe.
Le sue pescano un po' più in profondità.
Le sto dicendo che stiamo andando in un punto dove la corrente aumenta. 
Lo senti come rinforza sulle gambe?
Mi piace la t-shirt grigia e le pieghe della stoffa, la posa del busto, la concentrazione di entrambi, il suo profilo e la coda di cavallo che ci tiene a farsela alta e tirata così stretta che gli elastici le durano uno, due giorni, poi cedono; me li ritrovo ovunque per la casa: vicino al mio computer, in cucina, sopra un comodino; elastici ricoperti di stoffa, buoni da nulla, elastici con qualche capello impigliato.
Stiamo andando in un punto dove la corrente è più forte.
Da lì risaliremo il greto in cerca di sassi lisci e rotondi.
Proveremo il senso dell'equilibrio quando è messo seriamente in discussione, proveremo il sollievo di svincolarsi da tutto mano a mano.
Ogni cosa è in quella mia mano che la tiene.
Di questo ne ho la piena consapevolezza.
Il fiume è come ogni altra corrente della notte.

 

 

DIMMI CHI SEI...!


Mauro Calenda ha un blog a corrente alternata http://calma.splinder.com
Il suo nick è fuoridaidenti ma sarebbe più giusto forse traidenti.
E' stato uno dei padri/madri di http://www.buran.it
Ancora ci pensa, a Buran, così come ad Ugo e Sofia, due tartarughe d'acqua cresciute troppo e che ha dovuto regalare.

 

Ti dico chi sei...!

 

Mauro è uno dei miei amori di rete.

Non puoi leggere qualcosa di suo senza innamorarti ( in modo letterario ) di lui, secondo me. Questo racconto mi è molto più vicino di quello che pensa. A volte per camminare da soli, è utile trovare qualcuno da prendere per mano così, per condividere le discese ardite e le risalite. E' parte della mia storia personale, fiutare il dolore altrui e vedere se si sposa con il mio. Individuare sensibilità sfregiate e mostrare, poi, le mie. Esteticamente bello, il dolore conquista e non è masochismo, è percezione del malessere altrui e la speranza che da un doppio malessere nasca un benessere ( tant'è che dedico questo racconto ad una persona che mi sta a cuore).

La vita è dura e complessa.

Ci sono graffi che molti non vedono.

Altri ce li procuriamo per espiazione e per un istinto autopunitivo, anche dopo autoassoluzioni per non aver commesso il fatto.

Molto bello il suo "Miracolo italiano" sul blog Appunti di Remo Bassini, nei Racconti a quattro mani di quest'anno, secondo me. Grottesco. Io adoro chi guarda una mela e vede attraverso di essa il vermetto che la abita ed in qualche modo però ti aiuta ad individuare la parte buona, tagliare via il marcio, o convivere tra... mele bacate.

Insomma, io *amo* Calenda in qualità di scrittore, e voi fate come vi pare.

 


postato da: flaviablog alle ore 23:01 | link | commenti (14)
categorie: vita, racconto, web , blog, scrittura, lettura, blogger, calenda
venerdì, 07 agosto 2009

Aspettando i racconti d'estate, da Racconti a Quattro mani di Remo Bassini, Rossana Massa e Maria Teresa Valle

8. IL PASSAGGIO DEL TESTIMONE
di Maria Teresa Valle e Rossana Massa

-Mamma, il prof di matematica ti vuole vedere…
-Di nuovo? Ma perché, che c’è ancora?
-Il solito. Dice che se vado così male nella sua materia, non passo.
-Ormai sono convinta che abbiamo sbagliato a iscriverti ad una scuola tanto impegnativa. D’accordo, un diploma serve, ma così compromettiamo le cose veramente importanti. La tua insegnante di danza si è lamentata che vai sempre alle lezioni stanca, svogliata, rendi poco. Ti farò cambiare scuola.
-Mamma, vado bene? Non mi sarò truccata troppo?
La madre guarda la ragazza con occhio critico. Guarda la gonna cortissima che non copre le cosce polpose e non eccessivamente lunghe. Assomiglia al padre in questo, non ha preso da lei, ma con un bel sandalo a stiletto, il difetto s’attenua. Guarda la camicetta da cui debordano le tette spinte in alto dal push-up. Guarda la bocca rossa, lucida di gloss metallizzato. Guarda gli occhi truccati da finta ingenua. Cosciente di sé, ma a quell’età si è fragili, non deve fare come lei, che ha ceduto all’amore. Sposata a 20 anni, incinta. Brusco risveglio da vagito, sogni di sfondare riposti nel cassetto, e tutto per uno che nella vita non ha combinato niente. Un buon partito, che tuttavia non è mai arrivato, nonostante la laurea in scienze politiche, scienza del nulla. Già tanto che abbia trovato un modesto impiego, e grazie a lei!
- E’ tutto a posto. Sei perfetta. E io come sto?
La ragazza guarda la madre. Gonna corta che non copre le gambe lunghe e nervose con un accenno di varici. Guarda la camicetta che lascia intravedere un seno abbondante, morbido e leggermente cascante. Guarda le labbra ancora belle ma tirate in una perenne smorfia, il trucco sapiente, di maniera.
-Vai bene, ma’. Mica devi essere presa tu.
Anna dà una botta alla figlia su una coscia. Sa d’essere ancora molto piacente, ma oramai fuori tempo massimo. L’orologio, corre. Si può sedurre il bottegaio, il coetaneo avvocato o commercialista, ma non il mondo, alla sua età….
L’occasione del casting potrebbe essere buona. Leo, poi…è una vecchia conoscenza. Tutto merito suo: Miss Muretto di Alassio, Salsomaggiore, sfilate in giro per l’Italia, pubblicità sulle tv locali, qualche servizio di moda, infine, purtroppo soltanto…sagre; con Giacomo che rompeva le balle. Due bambini e poi una vita a far la parrucchiera. Odore d’ammoniaca su per le narici per vent’anni. E lodarle poi, le rugose. Soddisfarle sempre, le perfide. Ringraziarle per la mancia a Natale.
La sala d’aspetto è gremita. Ragazze a gruppi, solitarie con il broncio e qualche mamma con la figlia. Anna guarda soprattutto le altre madri: dei cessi. Si chiede come possano avere messo al mondo certe bellezze, che tuttavia poi cambieranno, lo s’intuisce. Troppo rotonde di fianchi, capelli opachi e spenti, senza nerbo. La sua Sonia è qualcosa di più.
Si apre la porta, esce una ragazza in lacrime.
- Porco! Schifoso porco!
Nessuna reagisce, soltanto una biondina sembra imbarazzata e spaventata, ma abbassa gli occhi, si limita a cincischiare con i pupazzetti che pendono dallo zainetto.
Un’impassibile ragazza statuaria, dall’accento slavo, introduce Anna e Sonia nello studio. Un ufficio arredato in modo essenziale e spoglio: scrivania, manifesti d’attori e cantanti alle pareti azzurro polvere, poltroncine d’acciaio foderate di pelle grigia, pc, mobili per archivio.
Piante vere e finte sapientemente mescolate creano un effetto verde di sobria eleganza.
Anna e Sonia si siedono, ponendosi davanti al lucido scrittoio di cristallo.
- No, non lì, Leo vi aspetta di là.
Si apre una porta da cui si affaccia un uomo robusto. Giacca di lino chiaro stropicciato su camicia aperta e vissuta. Un sorriso gli illumina la faccia abbronzata, avanza allargando le braccia, mostrando l’alone beige di sudore ascellare. Capelli troppo scuri per i suoi 50 anni.
- Anna! Anna mia cara e mia bella! Anna mia dolcissima!
Effusioni.
La ragazza resta in disparte.
- Anna, fatti guardare! UNO SPLEN DO RE! Sempre più gnocca! Ma come fai! Come fai…?!
Anna fa un giro su stessa, accompagnata dalla mano di lui, che la fa ruotare alzandole il braccio sopra il capo. Anna piroetta ed infine lui l’attrae a sé. Leo si struscia ed Anna asseconda. Panza contro pancia lievemente lievitata con l’età ma accogliente. Sonia serra per contrasto la sua, soda, allenata dalla danza.
Gli occhi di Leo finalmente si posano su di lei, la squadrano, la spogliano, la valutano, si soffermano su quei fianchi un po’ abbondanti, ma di marmo. Su quel seno non molto grande ma invitante e poi, insomma, volendo, un bisturi…aggiusta le cose. La bocca è già carnosa di suo. Lo sguardo è docile, malizioso senza fatica alcuna. Offerto, senz’ombra di posa.
- Lasciatelo dire, Anna, hai fatto un capolavoro di figliola!
Sonia biondissima sorride, di un sorriso accennato, come di chi si degna ma, già seduta sul divano di velluto nero, per tutta risposta accavalla le gambe. Nel movimento lento mostra assai bene il tulle trasparente lì, sul pelo, anch’esso nero.

 

Raccontiaquattromani II edizione

APPUNTI

Remo Bassini


lunedì, 30 marzo 2009

La Vedova Tirelli di Rossana Massa

LA VEDOVA TIRELLI

Certo che questo ha impiegato più tempo ad andarsene. Non beveva, non fumava, Tirelli, era un orologio svizzero nelle abitudini…eppure è lì, disteso in una bara foderata di raso tinta champagne. Dritto all’altro mondo in Caraceni,con la cravatta Marinella. Quasi bello, con il viso ben truccato dagli esperti in cari estinti, sicuramente tra i migliori incontrati in decenni d’onorata carriera vedovile. Il morto è il settimo marito, italiano, come il primo, del resto, duecento anni fa, anche se la storia fu molto diversa.

Allora ero una damina tutta svenevolezze, altri tempi! Il mio sposo era un signorotto che mi aveva acquistato come una vacca al mercato del bestiame e mio padre s’era liberato volentieri di una ragazza fragile, una bambola incapace, vezzeggiata dalle fantesche, figlia unica di madre morta giovane e sepolta, dove fiorivano gardenie.

A quei tempi andavo a sedermi sul prato accanto alla tomba d’Ermengarda, infatti, chiedendomi come si potesse morir di parto con delle gote così rosse e floride, come apparivano nel gran ritratto sopra la mensola del camino, i cui occhi mi seguivano con movimenti impercettibili da uno sguardo disattento. Io invece n’ero consapevole, sapevo che mia madre aveva il controllo d’ogni mio passo reale e virtuale. Quando rimasi incinta di mio marito, anziano ma sano e vorace di bellezze, il medico fu onesto e chiaro: ha fianchi così stretti che non sopravviverà al parto. Condannata, come mia madre. Eraldo restò cupo alcuni giorni, poi trovò distrazione tra le braccia della mia cameriera personale, florida ragazza di campagna, appetitosa,ben propensa a consolarlo di una vedovanza annunciata. A me risultava gravoso muovermi, pesante, di stanza in stanza, sotto lo sguardo vigile e triste di mia madre, da cui avevo ereditato uguale fragilità. Al sesto mese mio figlio nacque in anticipo, morto e nella stessa notte si spense Eraldo, che un colpo apoplettico portò via, mentre la serva urlava nuda, correndo per le scale. Le era morto addosso in un rantolo d’orgasmo e dolore. Piansi tutte le mie lacrime, ma il giorno in cui riuscii nuovamente a guardarmi allo specchio ero sola, ricca, e, cosa strana, con un volto che non mostrava il minimo segno di stanchezza, come se fosse immobile in un perenne ritratto di ventenne, nel mentre mia madre riprendeva fiera a fissare il salone dalla mensola del caminetto.

Passarono vent’anni ed io restavo tale e quale, passeggiando fra tre tombe, nel mentre le gardenie fiorivano, sempre più belle. Quando tentai di tagliarmi le vene, ne uscì un vago profumo di gardenia. Ero immortale, come il ritratto che imperioso dominava casa.

Cominciai a viaggiare e ripresi a vivere, per il mondo. Nuovi Paesi, amori e vedovanze. Nuovi Paesi, stesse morti e grandi patrimoni contribuirono a rendere cospicuo il mio.

Mi aggiusto la riga sulle calze, perché disegni il polpaccio. Sistemo la gonna, affinché lo spacco centri la falcata decisa sugli esili tacchi. Indosso il pullover accollato, grigio perla, ché il lutto intero è poco elegante, indosso giacca e cappello con veletta e fingo di baciare il caro estinto, che qui mi ha riportato, sotto il mio campanile. Lo accompagnerò alla chiesa dove si celebrarono matrimoni e funerali antichi. Mi siederò nei banchi dove sedette mia madre, giovane sposa dalle guance rosa. Sono stanca. La mia immortalità mi obbliga a tenere il conto meticoloso di troppe morti, ed è inutile che ci si dibatta per evitare la sua falce. Io vedo nell’occhio, che scoppia di desiderio e salute, già la palpebra socchiusa sullo sguardo vitreo ed ognuno mi pare già nient’altro che un morto, quale dovrà essere fin dal giorno in cui mi mostra tutta la sua caduca virilità. Sono ragioniera della morte.

-         Contessa, che piacere rivederla!

E' Giussani, commercialista. Gli fa gola il mio patrimonio e forse non è indifferente al bordo di pizzo dell’autoreggente che occhieggia appena dallo spacco. Mi fissa, ma non in viso, non credo sappia neppure di che colore io abbia gli occhi, perché è certo che guarda le tette, è così da duecento anni in qua. Nessuno ascolta le mie parole, se il petto respira con movimento ritmico, alzando ed abbassando seta o lana. Lì guardano, tutti. Affondano già la testa, con la mente, tra i miei seni.

Tutti tranne Marcel.

Ah, Marcel, il giardiniere…

Invano pensai di intrecciare il tuo destino al mio, chiedendoti di volgere uno sguardo fiducioso al gran ritratto di sì mirabile madre, per scongiurarla di abbracciare la mia figura e la tua in un unico destino. Marcel, re di gardenie. Non mi amasti Marcel, invaghito dello stalliere. Piansi, accasciata sul tappeto, nel salone del camino e una carrozza ti travolse, lì sul viale di casa.

-         Giussani, mio caro!

Lo attraggo a me, perché senta il profumo di gardenia.

Lui aspira, serra gli occhi e li riapre senza fissarmi in volto e sosta premendo un attimo sul petto di questa giovane vedova, così ricca, così sola, così bella.

- Contessa, conti su di me per ogni necessità pratica…

     - Conterò, caro Giussani, terrò conto, anche di Lei.


Rossana Massa ( in Tirelli?)


postato da: flaviablog alle ore 23:17 | link | commenti (35)
categorie: racconto, web , blog, massa, blogger
lunedì, 23 febbraio 2009

Primo appuntamento

                                                                                            QUI

                                      da Castor et Pollux

postato da: flaviablog alle ore 10:27 | link | commenti (8)
categorie: racconto, web , blog, massa, blogger
domenica, 01 febbraio 2009

Sfiondami,Everest, sei la mia vetta incredibile


postato da: flaviablog alle ore 23:09 | link | commenti (37)
categorie: blog, amicizia, blogger

Schiodami, spostami tutte le efelidi

Per convincere un tipo apatico ad aprire un blog

                              SILVANO di Enzo Jannacci


Amami, amami, stringimi, sgonfiami

e amami, sdentami, stracciami, applicami
e dopo stringimi, dammi l'ebbrezza dei tendini
prendimi, con le tue labbra accarezzami.

Rino, non riconosco gli aneddoti
e schiodami, spostami tutte le efelidi
aprimi, picchiami solo negli angoli,
brivido, no non distinguo più i datteri :-)))
Silvano e non valevo le ciccioli
Silvano mi hai lasciato sporcandomi
e la gira la gira la ruota ( la rova) la gira
e la gira la gira la ruota la gira
e la storia del nostro impossibile amore continua anche senza di te.

E amami, amami, stringimi, sgonfiami
e allora amami, sdentami, stracciami, applicami
e stringimi, dammi l'ebbrezza dei tendini
prendimi, con le tue labbra fracassami.

Everest, sei la mia vetta incredibile.
Silvano, e non valevo le ciccioli
Silvano mi hai lasciato sporcandomi
e la gira la gira la ruota (la rova) la gira
e la gira la gira la ruota la gira
e la storia del nostro impossibile amore
continua anche senza di te

...da parte delle tue ragazze :-)))

postato da: flaviablog alle ore 22:50 | link | commenti (13)
categorie: canzoni, blog, amicizia, umorismo, blogger
giovedì, 22 gennaio 2009

Tutti promossi ( e l'aula restò vuota)

aula scolastica

1) Aloisi Elena Maria

2) Babbo Dante

3) Bergonzi Renato

4) Bianco Marilù

5) Bove Cristina

6) Brighenti Vincenzo

7)Cautelosa Mariella

8) Costantini Laura

9) Cristina Rossatinta

10) "Detto" Steu

11) Dodo Stefano

12) Elys

13)Esposito Pasquale

15) Esposito Salvatore

16) Favro Marina

17) Frank57

18) Gregori Enrico

 19)Hariseldom

20) Marcello della Tenda Rossa

21) Massa Rossana

22) Masso di Blue River

23) Mastore Sandra

24)Mattiazzo Paola

25) Melacecca

26) Melchisedec

27) Micheletti Ilaria

28) Murasaki

29) Patria Angelica

30)Perelli Luciano

31)Privi Maria

32) Provenzi Barbara

33) Prunotto Carlo

34) Rainaldi Massimo

35) Riccioli Maria Lucia

36) Roncada Zena

 37)Sabrina

38)Sbolanfi Argia

39) Severi Silvia

40) Simone Raymond

41) Sirotti Carlo

42) Tanzella Anna Maria

43) Timeline Blue

44) Yetbutaname

45)Volpi Lucia

46) Zaghi Rita

Vi riciclo il PREMIO CREATIVITA' avuto da esserino e balena, Elys, Melchisedec, timeline,

pulito con il sidol in qualità di

DIPLOMA DI SNIFFATORI DI COCCOINA ( anche se appartenete alla generazione Pritt)


Grazie a chi ha partecipato e due dita negli occhi a chi se la tira troppo per starci :-)

Ogni post porta il nome del suo autore ( per chi voglia rileggere).

SIETE CALDI PER UN BLOG COLLETTIVO?:-)

Non basta DIRE Sì.

BISOGNA SAPER RISPONDERE ALLE SEGUENTI DOMANDE (almeno sei e si passa con la sufficienza):

Chi presentava Chissà chi lo sa?

Chi era Scaramacai?

Chi ballava il Dadaumpa?

Chi cantava Je t'aime, moi non plus?

Chi presentava Il Musichiere?

Chi era il Cavalier Gazzoni?

Chi recitava ne La Cittadella?

Chi era Dorellik?

Chi è che non aveva mai usato la Brillantina Linetti?

Chi era Accio?

Nel suddetto blog ognuno pubblicherà racconti, poesie, video, illustrazioni, improperi, follie e perle di incommensurabile saggezza da solo, senza la mediazione della signorina del venerdì.







postato da: flaviablog alle ore 00:39 | link | commenti (42)
categorie: vita, racconto, web , blog, amicizia, blogger, racconti di scuola
domenica, 18 gennaio 2009

Zena Roncada

Con Pasquale Esposito e Zena Roncada si chiude la rassegna, manco soltanto io, posterò il mio racconto per ultimo.

Due bravi scrittori e belle persone, per portare a termine una per me bellissima esperienza. E' stato un gran lavoro, che spero di aver condotto bene, avvicinando nei ricordi autori noti e no. Persone, le prime, amanti della scrittura così, fine a se stessa, per puro piacere; le altre stimolate invece a produrre qualcosa che forse non avrebbero proposto e forse neppure creato ( tenendo così i pensieri nel ripostiglio). Autori di età, luoghi, esperienze, convinzioni diversissime. Sono tuttavia certa che nella vita le cose che contano veramente sono assai poche, si calcolano sì e no sulle dita di una mano,il resto è sovrastruttura che gli uomini creano, un po' per celia e un po' per non morir, di conseguenza nelle differenze di sentire, d'essere e di pensiero, in realtà ...siamo tutti sotto allo stesso cielo ( qui, di carta scritta)

ZENA RONCADA colfavoredellenebbie (che sono insite anche in me, ho dedicato loro delle memorie...):

Primo ottobre

Stamattina è il primo ottobre.
Per un qualche strano gioco di vento, arriva l’odore dell’unico zuccherificio ancora in vita, a venti chilometri di distanza.
Entra per la porta socchiusa dello studio piccolo e lo sento, assieme all’aria fresca.
Non è ortica.
E’ un odore cattivo, ma conosciuto e amato.
Avesse il suo rumore di accompagnamento (un clangore di scalpellii) o almeno la sirena delle otto ( un soffio maldestro nella vita: troncava le parole a metà e metteva una fretta con gli spilli)…
Sì, ci fosse almeno quella, sarebbe come allora.
Come quando, piccolina, andavo a scuola, il primo ottobre, la cartella che sbatteva sulle gambe e il gelo del grembiule nero che pure sbatteva, sulle braccia.
Sui batticuori dei primi giorni di scuola, sapevano essere così gelidi i grembiuli neri: non stavano nel caldo dell’armadio, ma passavano la notte ben sistemati sull’attaccapanni dell’ingresso e se la tenevano addosso. Il tiepido del letto cacciato da una corazza dura: pelle d’oca a rilievo.
Ci aspettavamo fra bambine, in ordine di luogo: e io sempre in ritardo, sempre in ritardo, perché i colori sparivano all’improvviso e la penna pure, e la riga fra i capelli era storta, e perché la Iris miazia mi lasciava il bacio col rossetto: la Rosa miamamma mi sfregava la faccia col fazzoletto inumidito di saliva, per un rimedio frettoloso, e a me veniva lo schifo e tornavo di sopra a rilavarmi… E, ancora, perché mianonna mi rincorreva con lo zabajone, che zabajone non era: solo uovo sbattuto con l’albume a schiuma. “Lasciatela mangiare, ‘sta bambina”.

                                                 images

Uscivo, con la coda di bambine che sbuffavano e la sirena delle otto negli orecchi, una sirena -scivolo che durava nell’aria il tempo della corsa fino a scuola.
Ci inventavamo i verbi per strada, come una canzone.
Io giardino tu giardini egli giardina…
Io nuvolo tu nuvoli egli nuvola….no, ella nuvola…
Tanti verbi per far muovere le gambe e le cose.
Coi pensieri arricciati a risatine .

 


sabato, 17 gennaio 2009

Tanto per ricordare

Questo blog è zona franca. E' franca la sua conduttrice. Senza peli sulla lingua e lo si sa.

Questo blog non ha bandiera e non la cerca, perché la bloggeuse non sventola neanche i fazzoletti per salutarvi, al massimo vi manda sms lacrimosi.

Questo blog non crede alle parti avverse, non crede alle parti, ma crede alle avversità.

Questo blog non ha bisogno di eroi. Ama l'intimismo. Sta bene su un divano e sotto un plaid. Un consiglio: andateci anche voi, con chi vi piace.

Questo blog racconterà sempre i fatti suoi, perché non specula sugli affari del mondo e non gioca con i papaveri, che sono alti alti alti.

Questo blog non è impegnato né impegnabile al banco dei pegni, crede soltanto all'orgasmo dei sentimenti.

Questo blog annusa l'aria e scappa se sente odore di partigianeria e non abbocca a nessun amo ideologico che non faccia i conti della serva, perché sotanto quelli contano nella vita.

Fa ch'et n'abi.

Cerca di averne, senza rubarli, neanche alla dabbenaggine altrui.

Amore,salute, denaro q b per le necessità individuali, il resto manca, mancia, non m'interessa, non mi seduce. Se giocate al piccolo idealista, con me non attacca.

Meglio giocare alla vita di tutti i giorni. Allora vi abbraccio e come lo faccio io, se siete voi senza sovrastruttura alcuna, v'assicuro che non lo fa nessuno.

Secondo me gli idealisti non esistono, men che mai quelli che tali si proclamano.


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venerdì, 16 gennaio 2009

Pasquale Esposito

Già comparso su questo blog con un bel racconto, vincitore de le Letteriadi, è uno *scrittore* molto amato in rete e non solo. Persona dotata di una vena poetica tangibile e passionale, permea di sé quel che scrive, che riesce ad essere lirico anche quando prosaico.

Compare, in questo racconto, la funzione della famiglia in ambito educativo, formativo, pedagogico-didattico, in un equilibrio qualitativamente elevato, in cui il sentire comune è filtrato dalla presa emotiva del rapporto padre-figlio, profondo, antico eppure inedito.

Pasquale Esposito ( che non è parente di Silvano:-), è noto anche attraverso il nick        evento unico  che vi rimanda al suo blog...

                                                              Scuola

Questa mattina il cielo era così basso di nuvole grigie da corrugare la fronte di chiunque provasse a misurarne la distanza con lo sguardo. Il manto verde del parco appariva come un enorme rigonfiamento, una macchia di colore gettata con la spatola verso quel grigiore di pioggia, uno schiaffo su un volto inanime per richiamarne lo spirito vitale. Ogni cespuglio avrebbe potuto celare il corpo dilaniato di Hugo e qualcuno dei cani, che godevano del loro turno d´aria, nel colore indefinito delle pozze fangose, assumeva le sembianze del suo mastino. Nessuna conciliazione sarebbe avvenuta tra cielo e prato, essi avrebbero difeso le loro posizioni ritenendo di avere pari dignità nello sguardo frettoloso dei passanti. Il casale di pietra tufacea con il suo tetto amaranto, distante sulla collina, tentava invano di separare i due contendenti.

Gli scolari convenivano da ogni direzione verso l´edificio scolastico come pastori alla grotta. Avevano le gote rosse, stipate nei cappelli e nelle sciarpe, che sostenevano occhi ancora impegnati nella disputa tra sonno e veglia ed il passo allegro della fanciullezza che misura ogni giorno passi diversi sulla stessa strada. Avrebbero passato il resto della giornata ad apprendere. E non esiste passione più grande di quella che porta a soddisfare la curiosità verso il mondo ed il suo funzionamento, verso il passato ed il futuro, verso l´uomo in tutte le sue manifestazioni.

Mio figlio, mentre, come suo solito, stringeva forte la mia mano, sapendo che lo avrei lasciato con la solita fretta, mi ha chiesto della mia scuola e di cosa mi piacesse.

Imparare. Questa è stata la risposta. Semplice. Così distante dalla complessità della nostra vita nella quale l´esecuzione domina sull´apprendimento, con i suoi tempi, le sue regole, le sue condizioni. L´azione è programmata, pianificata, totalizzante, continua e soprattutto ubiquità grazie ai mille strumenti che complementano la nostra vita.

Ho promesso che avremmo trascorso la serata a parlare della mia scuola e di quel tempo. Mentre lo dicevo, con la mente ero già altrove, immerso nella frenetica successione delle azioni che avrebbero scandito la mia giornata. Tuttavia ho trovato il tempo di dirgli, mentre andava, "ascolta la maestra che ti insegna come si diventa grandi". Lui mi ha risposto "si, papà", ma io ho avuto una stretta al cuore. Mi sono ricordato delle parole che mi citava sempre un vecchio insegnante "non scholae sed vitae discimus". Quell´insegnante, quale è stato solo per me per molte ore al giorno, era mio padre. 

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http://eventounico.blog.kataweb.it/2007/10/24/a-scuola/

 

 

 


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