Tornando alla scrittura realmente d'autore e per un buon inizio di settimana, per le donne in primo luogo e per gli uomini come viatico e monito, propongo una poesia di Titos Patrikios,

che considero uno dei più bei ritratti dell'amore maturo siano mai stati scritti. E' una poesia da considerare dedicata a tutte, ognuna a sé stessa e conservare tra le carte, come le vecchie lettere d'amore, in questi tempi in cui ci siamo quasi rassegnati a considerare moneta di scambio il surrogato dell'amore, il sesso senza nutrita motivazione sentimentale, sua pallida ombra ginnica. Non bisogna cedere alle lusinghe della superficialità. Guardare più alle qualità dell'animo ( mente in primo luogo) che ad altre, più appariscenti e mendaci.
La poesia, per meglio iniziare la settimana, è la seguente:
ROSE PERENNI
La bellezza delle donne che ci hanno cambiato la vita
più profondamente di cento rivoluzioni
non si perde, non dilegua con gli anni
per quanto svaniscano i tratti
per quanto si deformino i corpi.
Resta nei desideri suscitati un tempo
nelle parole giunte anche in ritardo
nell'esplorazione incerta della carne
nei drammi mai venuti alla luce
nel riflettersi delle separazioni,
nelle identificazioni totali.
La bellezza delle donne che cambiano la vita
resta nelle poesie scritte per loro
rose perenni che effondono sempre lo stesso profumo,
rose perenni, come da secoli dicono i poeti.
Ho ascoltato questa poesia dalla voce di Patrikios stesso.
La dedico alla mia amica iosempreio, che era un po' giù:-) per il mal di testa e a tutti quelli che passano di qua, uomini in primo luogo, che queste rose devon saper coltivare, come il Piccolo Principe sul suo pianetino.
Dei tanti ritratti che ho fatto, pochi me ne son rimasti. Questa sera, femminili. Un altro giorno, si vedrà.

C'è una grossa lacuna nella cultura italiana, che si muove in modo piuttosto spedito in letteratura tra gli autori francesi e spagnoli, inglesi e statunitensi, ma pur conoscendo la Grecia classica, poco sa di quella attuale e moderna.
Ho avuto il piacere e la fortuna di conoscere Titos Patrikios, un paio di anni fa e l'ho rivisto il mese scorso, chiedendogli in esclusiva una foto per il mio blog. Con gentilezza estrema me l'ha concessa. Mia, mia !

Chi è quest'uomo.
E' un poeta.
Nasce ad Atene nel 1928.
Durante l'occupazione nazifascista della Grecia partecipa alla Resistenza e rischia, nel 1944, l'esecuzione. Dal 1951 al 1954 subisce il confino nelle isole di Makrònissa e di Aghios Efstratios. Laureato in giurisprudenza ad Atene, allarga le sue conoscenze studiando sociologia e filosofia alla Sorbona a Parigi, dove vive dal 1959 al 1964,svolgendo la professione di avvocato.
Torna in Grecia e lo accoglie il regime dei colonnelli, è costretto a tornare in esilio e rientra a Parigi e poi va a stare a Roma, lavorando presso l'Unesco e la Fao. Traduce , tra gli altri, Neruda, Eluard, Aragon, Majakovskij, Valery, Balzac, Spinoza, Lukàcs.
Dal 1976 vive nella sua *vera patria*, ad Atene.
Ha scritto e pubblicato poesie e racconti apparsi, oltre che in Grecia, in Francia, Germania, Stati Uniti, Egitto, Brasile, Cile, Messico e in Italia.
Nel 1994 è stato insignito del maggiore titolo per un letterato greco: il Grande Premio di Letteratura dello Stato Greco.
Nel 2004 Carlo Azeglio Ciampi gli ha conferito l'onoreficenza di Cavaliere della Repubblica per il contributo allo sviluppo dei rapporti culturali tra Italia e Grecia.
Capirete perché non ho avuto il coraggio di chiedergli una foto insieme. Non ne sono degna. Ad un uomo del genere potrei pulire gli stivali, se li portasse e null'altro.
un assaggio della poesia della gioventù, poesia di forte impegno, come quella di Brecth, Eluard o Neruda.
A me, personalmente, azzardo, ricorda Ungaretti.
Gli amici (1949)
Non è il ricordo degli amici uccisi
a straziarmi le viscere: è il pianto per le migliaia di sconosciuti
che lasciarono gli occhi spenti
nei becchi degli uccelli,
che stringono nelle mani gelate
una manciata di bossoli e di spini.
I passanti sconosciuti
con cui non parlammo mai
con cui solo per un poco ci guardammo
quando ci fecero accendere la sigaretta
nella strada serale.
Le migliaia di amici sconosciuti
che diedero la vita
per me.
Da "Strada sterrata" (1952/1954)
Madre
quando non ci vedi
sappi che ti siamo venuti incontro.
Quando ci perdono le nostre case
sappiano che siamo andati a prendere il cemento mancante.
Quando la vita passa e non chiede dove siamo
dille che una mattina all'alba su un colle ci troverà.
Soltanto un favore, madre.
Ama anche quelli che non amavi.
Ama anche quelli che hai amato e ti hanno dimenticata.
Ama anche noi.
E' duro l'inverno quest'anno.
Pieno di fame, inondazione e morti.
( i segni
li abbiamo sempre visti ma non ci importava).
E senza di noi
il viaggio del sole non si ferma.
La terra dona e prende la vita
e la morte è il concime.
Inverno duro
ah, noi speriamo in questo inverno
non aspettarti una recidiva dell'estate scorsa
Quella è guarita e via.
Sì, negli occhi sono confitte
due fiamme rosse.
Dietro di esse si vedono più chiaramente gli uomini.
Si vedono uomini.
Non avremo altro guadagno, madre
non ci saranno compensi, applausi e fama.
Soltanto amore.
Che indica e guida ma non fa promesse.
Madre, che cosa cerchi nel nostro viso?
Se ha un aspetto riarso che ti sorprende
è che si è temprato nella vostra giustizia.
Antologia di Patrikios tradotta in italiano da Nicola Crocetti editore:
" La Resistenza dei fatti", Milano, 2007.
Un grande. Un'immensa emozione, che mi porto dentro dalla metà di ottobre e mi accompagna nel pensiero. Mi fa star bene.
Si parlerà di PATRIKIOS, poeta greco e grand'uomo, un pezzo di storia.
Ho una sua foto in esclusiva per il mio blog. Gliel'ho chiesta, gentilmente e con una certa timidezza. Me l'ha concessa. Avrei potuto chiederne una insieme, non ho osato. Io lo osservo, lo ascolto, lo leggo, lo rispetto per quel che rappresenta: un uomo ed un tratto di Resistenza, un monumento letterario e una persona che tanto mi rammenta mio padre. Fisicamente snello, asciutto, con folti capelli quasi candidi me lo ricorda, specie nello sguardo. Si tratta della stessa generazione, del resto. Anche Patrikios rappresenta il lato in luce dei decenni passati e tanti come mio padre rappresentano invece quello oscuro, perso nell'ordinario vivere ricordando e la guerra e come se ne è usciti e la delusione di ciò che l'Europa ha fatto della sua grande occasione di rinascita.
Di Umberto Piersanti si può dire sia poeta del paesaggio e della concretezza, la sua poesia è pittura. Ascolto Piersanti leggere e mi pare di scorrere un libro dedicato ai macchiaioli. Parole e vedo Fattori, parole e mi sovviene Boldini, descrizioni e vedo Signorini o Silvestro Lega.
Piersanti ha un aspetto e una voce grintosi, di piccolo uomo disposto a lottare e me lo conferma: la mia poesia, dice, è ispirata da mio figlio, osservando e vivendo con mio figlio. E' autistico. Il Piersanti Papà premette, poi procede a leggere di poesia e a parlare di quella altrui. Lo guardo, è vestito d'un verde caldo, troppo verde e troppo estivo, per il clima sempre un po' incerto di un luogo che a giorni sarà nebbioso ( la scorsa settimana) e piovoso ( oggi) e lui è lì, rugiadoso delle sue fatiche e dei suoi dolori, a dirci delle sue Cesane.
Nella notte scura
mai c'è stata notte
tanto scura,
vedi sull'aria nera
conficcate le stelle
fitte più dei papaveri
tra il grano
e sono enormi e gialle e accese come la ginestra
che dal sasso scende
giù tra i lubàchi
alle lunghe Cesane,
quel giallo che trabocca
nel verde maggio
Romolo, è solo in queste notti
che t'accorgi
di quella striscia bianca
come la rena
quella chiara del fosso
sotto Che' Ciarle,
e sguilla tra le luci,
le cerchia e avvolge,
la cosa più strana
che sta nel cielo
la lunga striscia bianca
c'è sempre stata?
dal nero che sta in fondo,
oltre le luci,
un giorno scese un vento
sulla Gran Pozza,
un vento sconfinato
come nell'acqua
e sollevò la rena
in alto, più in alto
del Carpegna e delle nubi,
dove non passa il vento,
il cielo è nero,
sono ferme le ore
uguali giorno e notte,
un soffio non lo senti
in quel silenzio nero
e il vento fece un ponte
lunghissimo, di rena,
e spesso, così spesso
che ci cammini sopra
salirono le bestie
di corsa su nell'aria
e pochi uomini
e donne,
nessun spavento ferma
chi nasce per vedere
dopo si rompe il ponte,
rimane solo un pezzo,
è quella striscia bianca,
di loro su saliti
nessuno può tornare
ma cosa gli è successo lassù in alto?
senza mangiare e bere
come hanno fatto?
nessuno è più salito
nessuno gli ha parlato
delle cose su in aria nessuno ne sa niente
ma le figure che vedi
tra le stelle
sono ombre, anime,
cos'altro ?
non so se sono
ombre o anime o figure,
nel cielo tu le vedi,
figure sempre diverse.
i lubàchi sono i calanchi nelle campagne urbinati.
Del paesaggio dice: certe volte è troppo bello per essere descritto.
Tranne il mio :-)

Ho anticipato che Mussini ha per Rebora una sana passione.Ne ricorda la famiglia massone, ne coglie, nella scelta del sacerdozio, un contrasto dovuto a crescita spirituale. Ne vede le radici in un... radicalismo laico. Lo legge già nella tesi del 1909 ( Romagnosi), in cui pare di vedere vacillare la fiducia nella validità della cultura illuminista e in essa l'insorgere dell'insoddisfazione per l'esercizio d' una ragione scissa dal cuore. Tant'è che Bigongiari aveva inserito Rebora nel medioevo novecentesco. Tant'è...
Una tesina su Leopardi,che si occupa di musica, pare offrire a Rebora un'occasione in più per conoscere sé stesso.Come chi in chi ama scopre la sua vera natura. Mette a fuoco lo stile di scrittura e poi di vita.
Di Rebora e su Rebora insiste nel percepire la musicalità ( elle eufonico suono, erre aggressiva), ne sviluppa impressionismi pascoliani nel coglierne ansietà e nostalgia, pessimismo e malinconia vivace ( esiste, sì, una *frizzante vena triste* e non è una contraddizione, è il levarsi furibondo della protesta intima).
Non saprei. A me piace pensare a Rebora stanco di guerra. Di guerra reale e di quella quotidiana, in cui le ovvietà sono invece affondi di stiletto. In Rebora io leggo parole d'amore, in cui la passione è allo stremo delle forze ed ha occhi ancor più febbricitanti e lucidi.
Il paesaggio c'è e si vede. I luoghi son concreti.
Tanto che di questo frammento sono figlia stregata:
Annusando con fascino orribile
la macchina ad aggiogarti.
Via dal tuo spazio assorto
all'aspro rullare d'acciaio
al trabalzante stridere di freni,
incatenato nel gregge
del continuo aperto cammino:
e trascinato tramandi
e irrigidito
rattieni
le chiuse forze inespresse
su ruote vicine e rotaie
incongiungibili e oppresse,
sotto il ciel che balzàno
nel labirinto dei giorni
nel bivio delle stagioni
contro la noia sguinzaglia l'eterno
verso l'amore pertugia l'esteso
e NON MUORE E VORREBBE,E NON VIVE E VORREBBE
mentre LA TERRA gli chiede il suo verbo
E APPASSIONATA NEL VOLERE ACERBO
paga col sangue, SOLA, LA SUA FEDE.
e ancora...
MA quand'URTA UNA CITTA'
si scardina ogni maglia
s'inombra come un'occhiaia
e guizzi e suono e vento
TRAMUTA IN ANSIETA'
D'AFFOLLATE FACCENDE IN TORMENTO
E SENZA COMBATTERE AMMAZZA.
Nulla del vissuto non è mai stato scritto.Ogni luogo è insieme culla e pane e lento morire. La piccola città bastardo posto di Guccini. Una grande città non è da meno...
Per non dir d'amore.
C'è in Rebora una carnalità che andrò raccontando, in una cronaca da poveri amanti, dai frammenti lirici del 1931, precisamente dal frammento XVII. Non è stato sempre sacerdote. E' stato uomo e amante, prima.
A dopo.In altro post.
Io, al contrario di quanto Mussini pensa d'aver letto in Rebora credo a ragione, sono patita dell'Illuminismo, della Dea Ragione, della cultura e della scienza e della scienza della ragione ed infine... della cultura della scienza della ragione, ma l'uomo è d'ogni cosa anche il suo opposto e in tanto e tale appello alla ragione, c'è l'oscuro presagio che comporta la *mortalità*.
Nessun essere razionale può farsi carico dell'essere mortale senza cercare una spiritualità liberatoria. La si cerca nelle divinità o per contro, nell'assoluto esercizio della razionalità, cercando scampo nelle ideologie e nei movimenti e persino rifiutando tutto in blocco, per forme d'oblio individuali o collettive.
Poeta vibrante e poco conosciuto, Rebora, da rivalutare.
In Biennale ho assistito anche ad una garbata disputa su Carducci. Era un grande oppure...no?
L'ha sedata Patrikios dicendo che era tale, ma la diffusione scolastica di Carducci non ha certo reso merito all'autore.
Insomma: a volte lo studio può essere scellerata cosa.
Il relatore ( e l'indomito) è Gianni Mussini, il classico pignolo. Ci fa distribuire le poesie di Rebora di cui parlerà, con passione. Da subito capisci che la riconsiderazione di Clemente Rebora è ciò che più gli preme. Più della conferenza stessa. E' un innamorato. E' pervaso. Ci penso: Rebora non c'è nelle antologie scolastiche dei miei tempi di studentessa, nessuno me lo fece studiare. Non c'era neppure dopo, tra le letture poetiche usuali dei circoli di lettura. Un vociano, uno che va in guerra e torna disperato e "suonato" ( dalla prima guerra mondiale), pubblica una raccolta a cui dà il titolo " Canti anonimi", per modestia. Si converte al cattolicesimo,diventa rosminiano e sacerdote e morrà così, dopo lunga malattia e soltanto dopo la sua morte, che avviene nel 1957, si pubblicherà una raccolta poetica completa. Soltanto nel 1961. In un'Italia in pieno ottimismo demenziale da crescita economica, a cui seguiranno anni di ribellione e poi di piombo. Dopo sarà un'Italia da bere, ora è in braghe di tela.
In quell'Italia ( e in questa) chi vuoi che s'accorgesse e s'accorga di un prete ( che prima ben conosce tutto il resto della vita, diventa novizio nel 1931, in pieno regime fascista ed era nato nel 1885) che ha conosciuto il disgusto delle guerra, che ha vissuto una sua interiore rivolta francescana, senza clamori.
Conosco Rebora grazie a Sanguineti. Leggendo l'antologia "Poesia italiana del Novecento", Einaudi, a cura appunto di E.S., ho scoperto il poeta e le sue suggestioni.Di Lui mi aveva avvinta una sua descrizione in poesia della primavera, tanto decantata dea stagionale, che io ho sempre considerato incerta ed ambigua, perlomeno fino alla fine di aprile, soltanto allora, infatti, si può tirare il fiato e dire: si rinasce, ci si risveglia. In famiglia ho dei morti agli albori primaverili. Per risorgere la natura ha un triste bisogno di uccidersi, di alternare il freddo ai tepori, di concedersi calda e poi usarsi violenza.
Trascrivo in breve, soltanto una parte di "Primavera":
E' primavera,questo accasciamento
nell'ebete riflesso
d'un caldo umido vento
che monotono incrina
la crosta cittadina
e suono fesso rende ?
Forse altrove sei bella, o primavera:
non qui,dove uno sdraia
passi d'argilla e per le reni vuoto
scivola il senso e gonfia la vetraia
mentre l'anima giace al fondo
d'una gora e si contrae
l'idea nel tempo che vien già divelto
con nausea intorno alle cose.
....
Ma primavera, tu strozzi e spunti
ruggiti e artigli con mediocre inerzia
e gl'impeti e le luci
accasci e in ebete riflesso smungi;
ben tu al fiuto del senso conduci
nel caldo umidore del vento
con strette di mano la placida vita, con strette di ordigni la provvida forza;
e in tuo buon senso mossa,
nei plausi fraterni
dell'ilare gente codarda
sotto il ghigno del cielo
all'anima maliarda
di noi vili eterni
tu scavi tediata la fossa.
E suggo io,intrepido, il veleno
schizzato a vendetta
a chi di morte, o spirito, o suggello
sulla mia impronta severa;
ma giù gli sguardi con terrore, voi
tronfi bastardi della primavera,
civil risma di eroi
e giù il cappello!
Questo il *mio* antiretorico e sofferente Rebora. Quello che io ho amato e prima di incontrare Mussini e forse il motivo per cui sono andata ad ascoltare le conferenze in Biennale.
Più per Rebora e per Patrikios, che per tutto il resto.
La mostra resta nel settecentesco palazzo fino al 18 novembre, poi diviene itinerante, andrà in Regione, al Circolo dei Lettori, poi viaggerà un po' qui un po' là.
Se dovessi addobbare una stanza del Palace io però ricorrerei a Primavera. Matura, però. Botticelliana e tronfia. Gravida di fiori e sulle soglie dell'estate eppure mille volte più bella. Più ricca di qualsiasi estate e più donzelletta piena di speranze di lei, che prospetta soltanto autunni. Mica è facile, per Primavera, risorgere. Brutta Pasqua, la sua e brutta anche per noi, poveri animali fiaccati dalla resistenza invernale. La Resurrezione s'addice alle piante,non agli uomini.
Questo il *mio* Rebora, quello di Mussini...poi!
"E GIU' IL CAPPELLO!"
E’ giovane ed è il secondo conferenziere della rassegna, ha un aspetto curato ma semplice, un tono di voce pacato e un modo di porsi modesto. A ben leggere però titolo del suo intervento: “Sovrimpressioni di paesaggi. Perdita e nostalgia della natura nella poesia contemporanea” e tema della Biennale , che è “Poeti e paesaggi: arte e natura”, se ne deduce che chi ha scritto un’antologia tematica , intitolata “Dentro il paesaggio.Poeti e natura” , in cui presenta Zanzotto e Piersanti,Guerra o Bacchini ( Archinto, 2006) è in pratica la persona che più incarna il nòcciolo del discorso tutto, trasversale. Non avendo alcuna parvenza da noioso letterato o da “barone” della cultura. Parla e chiede quanto lungo possa essere il suo spazio-tempo e s’impegna il più possibile a non sforare, a non smaniare, a non esibirsi in voli pindarici o in recite da istrione. Lo conosco già, ma lui non lo sa. Nel catalogo 2004 ci siamo entrambi, il mio nome tra gli artisti visivi ed il suo tra i poeti. Critico e poeta il nostro e lo si capisce da come tratta del linguaggio e dalla delicatezza con cui si muove nelle definizioni. Parla di Luzi, Bertolucci, Zanzotto e di come abbiano attraversato con i versi il paesaggio ( mi sovviene che le prime rassegne di poesia, in attesa della nascita d’una Biennale vera e propria, erano denominate “Attraversando versi” e s’avvalevano anche degli spazi offerti dalle radio private…) e di quanto siano stati in qualche modo avversati ( ah, i versi avversati!) da una neoavanguardia che dichiarava morto il linguaggio in qualità di verità.
Pone Zanzotto e Luzi in un contesto orfico-sapienziale e Bertolucci in un ambito esistenziale ed afferma che tutti, ognuno a modo suo, han tenuto duro contro il nichilismo della perdita di valore del linguaggio come veicolo d’una verità, che diviene più concreta nel momento in cui descrive paesaggi visti, vissuti e percepiti. L’uomo è corpo e luogo, aggiungo di mio.
Luzi come “coacervo di definizioni e crocevia d’intenzioni”. Cristiano. Non cattolico.
Zanzotto dirompente eppure non amato dalla neoavanguardia, perché non rinuncia a dare al linguaggio un valore intrinseco, comunicativo, di verità.
Bertolucci, l’incompreso, sdoganato da Pasolini, accusato d’Arcadia come Volponi, bersaglio quanto Cassola.
In nome di che cosa, mi chiedo?
Dell’astratta pretesa di certa poesia d’essere autocontemplativa e non comunicare per scelta.
Quel che io penso è che la parola mi deve raggiungere, cercando di portarmi la sua verità in termini reali, percorrendo ogni sentiero del sentire e del vedere, di conseguenza interpretando luoghi e paesaggi.
Che poi il paesaggio per alcuni sia uno spazio vuoto tra due agglomerati cittadini è soltanto concepire il minimalismo delle sensazioni come qualcosa di superfluo nel mondo odierno.
Io voglio che tutto ciò che guardo sia il mio paesaggio, fosse anche il limitato obiettivo d’un glaucoma mentale, comunque *mio* e *vero*. Per giunta da tempo penso che non ci sia avanguardia che non sia diventata …retroguardia al culmine della sua boria comunicativa. Di cui l’oratore è privo. Guarda l’orologio, si attiene, quasi timido, ai tempi. Lo avvicino e mi complimento. Mi propone di darci del tu, mentre l’accompagno in albergo mi dice, parlando dell’antologia di Testa : “Uh, non farti sentire da Piersanti! Detesta quel lavoro di Testa!”. E’ semplice, pensa persino che io sia presente perché precettata, tant’è che non gli dico che sono in mostra e mi eclisso, ma posseggo il suo indirizzo email. Mi preme. Ama Saba, Caproni, Erba, come me. Sono, con Sinisgalli e Sbarbaro, i miei poeti preferiti, tra i (molto) noti.
Posto una sua poesia ( il professore d’Urbino non si limita a criticare, scrive):
Il dubbio della sera
Va’ indietro, come ad una sera, a quel velo
Pesante di biacca elettrica sulla città,
steso per pietà dell’affanno e del pensiero
tra i sogni di una dismessa zona industriale
e l’orlo amaro di un porto, al dubbio di un vecchio
faro sul molo, dove partire o tornare…
ovunque fosse sempre quel paesaggio( un bar
la bava luminosa di un fanale, un’auto che lenta
sale sulla costa…) non esiste più.
Da quella sera è un girare a vuoto d’anni,
e il suo ricordo che scompare in una coltre a poco
a poco che si alza e sale più leggera, cade.
Così per giorni, oltre il porto , e a incerta
ora l’oltre ( non un volo, non una voce,
lontana all’alba, vela fra le rade…) appare.
Con uno scatto, laggiù lascia, ma non lo sa, il buio
dietro la morte, chi va via. Nient’altro.
Salvatore Ritrovato
( di nome e di fatto, senza un blog e che non è su Facebook, in compenso ci sono tante altre facciazze,e poi faccini e faccioni)
Ah, a me piace l’antologia curata da Sanguineti per Einaudi, intanto. E’ del 1971,
piacerà a Piersanti?
Sono in ritardo, sembro il bianconiglio, zampetto dietro ad un ragazzo con le braghe con il cavallo pericolosamente basso, gli arriva alle ginocchia. Il corpo sembra lunghissimo su corte gambette. Uno specchio deformante in movimento. E' il paesaggio urbano che vedo, camminando, davanti a me. D'altra parte il tema non è: " Poeti e paesaggi: arte e natura"? Più complessi i precedenti: "Verità e dubbio", "Indicibile e ineffabile". Tutto ciò che ci si para davanti è paesaggio. E' tardi, avranno già inaugurato la mostra, che mi vede partecipe. Poco male, sarei stata forse imbarazzata, ad essere presente.
Arrivo e sta parlando, al tavolo delle conferenze della bella sala settecentesca, Alessandro Ferruccio Pinoli di Valfesina, detto Nani. Un gruppo di ragazzi manifesta grande entusiamo ad ogni sua parola. Sono i giovani artisti del movimento G.A.F.F.E e suoi sostenitori sfegatati. E' il loro moderno mecenate. Che facevano infatti i Signori rinascimentali per ospitare amici e parenti? Rendere le dimore piacevoli luoghi d'arte, assoldando artisti, che costruissero( in qualità di architetti), dipingessero, affrescassero, decorassero, organizzassero scenografie adatte alle feste, perché gli ospiti mangiassero, si divertissero e facessero l'amore in cornici superbe. Nani di Valfesina, consigliato da amici come Vittorio Sgarbi, Achille Bonito Oliva, Marisa Vescovo, Philippe Daverio ha creato un Palace Museum Hotel, in cui atrio, ristoranti, bar, piscina, sala convegni ed ogni camera sono opera di un artista diverso, in modo che si possa dimorare immersi nell'arte, dal luogo fisico, alla decorazione di pareti e soffitto, agli arredi.
Lanciata la proposta, sono arrivati 260 bozzetti, di cui ne sono stati scelti 80 e realizzati 63 per 75 locali. 13 son stati scelti dai critici suddetti, 50 da Nani Pinoli in persona. Si sono espressi Arnaldo Pomodoro, Mimmo Palladini, Enzo Cucchi...ma anche e soprattutto nuovi artisti su cui il Conte ha scommesso.
Dichiara: " il mondo è chiassoso e volgare, omologato e cattivo. Non è olimpico lo sport, la parola può essere di troppo.L'arte è salvezza. Devono trionfare pochi colti sulla moltitudine dei bruti, ma l'imprenditore, così come l'artista, deve metterci la faccia e la passione".
A chi gli chiede se il clima artistico sia stato, tra gli artisti operanti, foriero d'armonia, risponde:
" c'era il graffitaro con le bombolette e l'affrescatrice che preparava il colore con la chiara d'uovo, come potevano andare d'accordo? Si sono scannati! Si sono insultati, son venuti alle mani, sfidati e derisi. Si sa: gli artisti sparlano gli uni degli altri, ma intanto producono e nel farlo collaborano ad una creazione globale, all'universalità del bello. Inventano, diventano amici, riconoscono il fuoco comune d'un amore condiviso".
Neanche un'ombra di retorica nel Conte, molto senso dell'umorismo e la convinzione d'aver fatto molto e di concreto.
Impossibile dargli torto.
Tanto più che è anche un bell'uomo e l'albergo è tale in senso lato: ha clienti, è ovvio, ma è inoltre fucina incessante di iniziative di taglio artistico. Alberga appunto tutte le arti, perché mecenate si nasce, non si diventa e non si smette.
Pinoli "a mollo in posa plastica" in piscina e l'Alexandre Palace Museum Hotel di PESARO
i ragazzi del G.A.F.F.E
FILIPPO DE MARIANO
SANTINA ALLERUZZO
FRANCO FAMA'
FRANCESCO SUNG IL BECHIS
VIVIANA DAVIO
ALDO CINO
MARIA SABETTI
MASSIMO FIORINI
SILVIA FORLANI
GIANNI NOLI
per saperne di più sul Palace Museum Hotel:
www.alexander-museum.it/museum.asp
Dubito che ci andrò mai, se non vinco al SuperEnalotto.
Grazie, Nani di Valfesina! Anche se al Palace potrò andarci dal sito, sul sito, nel sito. E basta.