Canneto
Quel pomeriggio d’estate non sarei dovuta andare là.
Era già tardi e, dopo poco, sarebbe calato il freddo, di colpo.
Non sarei, poi, dovuta andare da sola. Non si nuota da soli nel lago.
L’acqua è gelida e c’è poca gente intorno e le barche ti stanno alla larga.
E, invece, prendo la stuoia e l’asciugamano a righe gialle e blu.
Il costume l’ho già addosso e, sopra, mi infilo una maglietta di cotone e un paio di calzoncini grigi. Nello zaino piego una felpa pesante e calzoni lunghi che mi serviranno per scaldarmi, dopo.
Mi preme scendere a riva e lo faccio con noncuranza e disattenzione.
Una cagnetta sporge il muso bianco al di sopra dell'acqua .
Un uomo la trattiene per le zampe posteriori ridendo sguaiatamente.
Due ragazzine si avvicinano. La più piccola si tuffa all’improvviso.
Ha un corpo muscoloso e snello ed un viso vivace dai lineamenti regolari. La sorella, invece, si bagna con prudenza. L’espressione assorta e un po’ ottusa ne accompagna i movimenti lenti ed impacciati.
La cagnetta, finalmente libera, torna a riva scrollandosi l’acqua di dosso.
Il padre urla alle figlie di uscire. La più piccola non ascolta e continua a scalciare, sbuffare e nuotare.
La madre si avvicina. .Nel suo viso i lineamenti delle figlie sembrano diluiti, appesantiti nel profilo molle. Il naso è ben fatto, dritto, ma il corpo massiccio e le gambe bitorzolute e grosse rivelano stanchezza, poco tempo per sé, poca cura, poca salute.
E’ ora di andare.
Scendo rapida lungo il ciglio di ciottoli e fango; mi bagno le braccia e poi m'immergo con un lungo brivido.
La prima sensazione è quella delle spalle intirizzite.
Mi giro e lancio le ciabatte infradito verso riva. Cadono nel canneto vicino.
Merda!
Con un gesto rapido e stizzito sollevo gli occhialetti da nuoto e me li aggiusto con cura sul naso.
Immergo la testa.
Non si scorge quasi nulla, ma solo acqua torbida di una consistenza oleosa che scivola sulla pelle. Il sapore è fangoso e non ci sono onde a disturbare il ritmo lento e cadenzato delle braccia.
Pochi pesci dal colore smorto mi girano attorno.I pensieri si fanno liquidi e i capelli alghe
Quando, nel momento del respiro, sollevo lo sguardo e sbircio al di sopra della spalla scorgo confusamente la linea piatta della superficie.
Tutto è attutito, lieve, calmo, profondo, cupo.
Il lago.
Mi incanta il colore verde smeraldo della superficie e la sensazione sulla pelle dell’acqua gelida. Di solito, quando esco ne sono rinvigorita e i pensieri tornano limpidi, chiari.
Mi tengo abbastanza vicino a riva dalla parte del canneto.
Poco lontano poche barche solcano l'acqua lasciando una scia leggera.
Il remo appena sollevato fa cadere gocce argentate.
Comincio a nuotare, ma sono presto senza fiato.
Il progetto è quello di arrivare a metà del piccolo lago di montagna, là dove l’acqua è più profonda e prende un colore cupo. Oggi, però, sono stanca e, inoltre, sento una strana ansia che mi fa temere di allontanarmi.
Mi guardo le mani, le dita sono intirizzite. Sto nuotando da troppo tempo.
Senza che me ne sia accorta mi sono allontanata.
Decido di girarmi sul dorso e muovo appena i piedi tanto per stare a galla.
C'è il sole e lo sento sulla pelle del viso.
Scosto gli occhialetti da nuoto.
Il cielo è azzurro, di quell'azzurro cupo che cambia così rapidamente qui in montagna da diventare, in breve tempo, grigio e gonfio di pioggia.
Alcune nuvole sfilacciate si muovono rapidamente sospinte dal vento.
All'improvviso il sole si oscura. L'aria si fa immediatamente fredda.
Già sento un inizio di contrazione dolorosa al polpaccio.
Non sono abbastanza vicina per tornare subito a riva e, quindi, cerco di respirare piano, con calma nuotando lentamente e controllando il respiro, ma mi trovo ad annaspare in preda al panico.
Non vedo più né barche né altri nuotatori.
Silenzio.
C’è un grande silenzio. I polmoni sono vuoti d’aria, istintivamente reagisco ma senza convinzione. Inarco la schiena e, con leggeri colpi di piede, torno a galla.
Respiro piano e raccolgo le forze concentrandomi sul ritorno con ostinazione, pazienza e una strana ebbrezza.
Gli ultimi metri sono i più duri.
Annaspo sfinita.
I piedi, finalmente, poggiano sui ciottoli.
Mi alzo e scivolo sul fondo limaccioso. Un sasso aguzzo mi lacera la pelle.Mi scuotono brividi di freddo e di paura.
Una ciabatta di gomma galleggia tra le canne, poco lontano.
Dimmi chi sei!