E’ giovane ed è il secondo conferenziere della rassegna, ha un aspetto curato ma semplice, un tono di voce pacato e un modo di porsi modesto. A ben leggere però titolo del suo intervento: “Sovrimpressioni di paesaggi. Perdita e nostalgia della natura nella poesia contemporanea” e tema della Biennale , che è “Poeti e paesaggi: arte e natura”, se ne deduce che chi ha scritto un’antologia tematica , intitolata “Dentro il paesaggio.Poeti e natura” , in cui presenta Zanzotto e Piersanti,Guerra o Bacchini ( Archinto, 2006) è in pratica la persona che più incarna il nòcciolo del discorso tutto, trasversale. Non avendo alcuna parvenza da noioso letterato o da “barone” della cultura. Parla e chiede quanto lungo possa essere il suo spazio-tempo e s’impegna il più possibile a non sforare, a non smaniare, a non esibirsi in voli pindarici o in recite da istrione. Lo conosco già, ma lui non lo sa. Nel catalogo 2004 ci siamo entrambi, il mio nome tra gli artisti visivi ed il suo tra i poeti. Critico e poeta il nostro e lo si capisce da come tratta del linguaggio e dalla delicatezza con cui si muove nelle definizioni. Parla di Luzi, Bertolucci, Zanzotto e di come abbiano attraversato con i versi il paesaggio ( mi sovviene che le prime rassegne di poesia, in attesa della nascita d’una Biennale vera e propria, erano denominate “Attraversando versi” e s’avvalevano anche degli spazi offerti dalle radio private…) e di quanto siano stati in qualche modo avversati ( ah, i versi avversati!) da una neoavanguardia che dichiarava morto il linguaggio in qualità di verità.
Pone Zanzotto e Luzi in un contesto orfico-sapienziale e Bertolucci in un ambito esistenziale ed afferma che tutti, ognuno a modo suo, han tenuto duro contro il nichilismo della perdita di valore del linguaggio come veicolo d’una verità, che diviene più concreta nel momento in cui descrive paesaggi visti, vissuti e percepiti. L’uomo è corpo e luogo, aggiungo di mio.
Luzi come “coacervo di definizioni e crocevia d’intenzioni”. Cristiano. Non cattolico.
Zanzotto dirompente eppure non amato dalla neoavanguardia, perché non rinuncia a dare al linguaggio un valore intrinseco, comunicativo, di verità.
Bertolucci, l’incompreso, sdoganato da Pasolini, accusato d’Arcadia come Volponi, bersaglio quanto Cassola.
In nome di che cosa, mi chiedo?
Dell’astratta pretesa di certa poesia d’essere autocontemplativa e non comunicare per scelta.
Quel che io penso è che la parola mi deve raggiungere, cercando di portarmi la sua verità in termini reali, percorrendo ogni sentiero del sentire e del vedere, di conseguenza interpretando luoghi e paesaggi.
Che poi il paesaggio per alcuni sia uno spazio vuoto tra due agglomerati cittadini è soltanto concepire il minimalismo delle sensazioni come qualcosa di superfluo nel mondo odierno.
Io voglio che tutto ciò che guardo sia il mio paesaggio, fosse anche il limitato obiettivo d’un glaucoma mentale, comunque *mio* e *vero*. Per giunta da tempo penso che non ci sia avanguardia che non sia diventata …retroguardia al culmine della sua boria comunicativa. Di cui l’oratore è privo. Guarda l’orologio, si attiene, quasi timido, ai tempi. Lo avvicino e mi complimento. Mi propone di darci del tu, mentre l’accompagno in albergo mi dice, parlando dell’antologia di Testa : “Uh, non farti sentire da Piersanti! Detesta quel lavoro di Testa!”. E’ semplice, pensa persino che io sia presente perché precettata, tant’è che non gli dico che sono in mostra e mi eclisso, ma posseggo il suo indirizzo email. Mi preme. Ama Saba, Caproni, Erba, come me. Sono, con Sinisgalli e Sbarbaro, i miei poeti preferiti, tra i (molto) noti.
Posto una sua poesia ( il professore d’Urbino non si limita a criticare, scrive):
Il dubbio della sera
Va’ indietro, come ad una sera, a quel velo
Pesante di biacca elettrica sulla città,
steso per pietà dell’affanno e del pensiero
tra i sogni di una dismessa zona industriale
e l’orlo amaro di un porto, al dubbio di un vecchio
faro sul molo, dove partire o tornare…
ovunque fosse sempre quel paesaggio( un bar
la bava luminosa di un fanale, un’auto che lenta
sale sulla costa…) non esiste più.
Da quella sera è un girare a vuoto d’anni,
e il suo ricordo che scompare in una coltre a poco
a poco che si alza e sale più leggera, cade.
Così per giorni, oltre il porto , e a incerta
ora l’oltre ( non un volo, non una voce,
lontana all’alba, vela fra le rade…) appare.
Con uno scatto, laggiù lascia, ma non lo sa, il buio
dietro la morte, chi va via. Nient’altro.
Salvatore Ritrovato
( di nome e di fatto, senza un blog e che non è su Facebook, in compenso ci sono tante altre facciazze,e poi faccini e faccioni)
Ah, a me piace l’antologia curata da Sanguineti per Einaudi, intanto. E’ del 1971,
piacerà a Piersanti?