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Utente: flaviablog
Il 15 aprile 2006 il suo esordio su blog, comelarugiada, un blog evanescente, una scatola di pensieri che ancor oggi sopravvive in forma privata, nato nell'attesa di un intervento chirurgico. Nel febbraio 2007 nasce Carta scritta, per scrivere per diletto: racconti, recensioni, cronache. Per parlare di lettere ed immagini senza alcuna sovrastruttura ideologica. Questo è un blog ostinatamente in disparte e che non vuole essere di parte.

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giovedì, 02 luglio 2009

Cani e cuculi

Sto leggendo un libro che riconcilia con l'esistenza. Ogni racconto, un cane, una o più persone, paesaggi montani e qualche altro animale, che fa capolino qui e là. Ambientazione nord est ( si fa ripetutamente accenno al Vajont), gente semplice, cani. Storie di ordinario amore di cani straordinari. Non è melenso, non è noir con risvolti oscuri, è la realtà di luoghi così. Si parla di cacciatori, bracconieri, vipere e bambine chiamate  Neve, pagana mercè alla vita e ad un cuore di cagna.
E tutti i cani del libro e quelli della mia vita marciano insieme.

postato da: flaviablog alle ore 23:28 | link | commenti (7)
categorie: animali, romanzo, cani, corona
sabato, 13 dicembre 2008

Parentesi ( ricreazione) di Rossana Massa

per chi non lo ha letto, su         lestoriedilauraetlory          continua il domino letterario ( si scrive un racconto, di 5000 battute, che termina con una frase che diviene incipit del racconto successivo). Il mio, con incipit di Melchisedec ,è il seguente:

                                   Randagi  

Le urla soffocate di quella lenta notte erano insopportabili. Pedro le sentiva risuonare e non sognava altro che pace e silenzio. Erano urla di fame e freddo, paura e nostalgia, che la neve attutiva e disperdeva.

Aveva iniziato a nevicare, dapprima in fiocchi minuti e leggeri e tutti i cani avevano teso le orecchie ed annusato l’aria fina, tartufo all'insù a stupirsi di quel candido gelido arrivo e poi a larghe falde bianche. Non era possibile rintanarsi. Il rifugio era coperto a malapena da una tettoia di lamiera, le coperte erano intrise d’umidità, alcuni cani s’erano accucciati insieme, l’uno vicino all’altro, per scaldarsi. Il freddo penetrava nelle ossa e lo scarso cibo non aveva fornito calorie necessarie a rinvigorire il corpo, per renderlo resistente alle intemperie. Già ci voleva carattere a sopportare la reclusione, la perdita dell’amore,la condivisione con individui d’ogni genere, pervenuti al canile ognuno a modo suo. C’era il vecchio spinone, il cui anziano padrone era partito una mattina, valigia in mano, con le lacrime agli occhi.

-         Jago, me ne vado. Non mi reggo più sulle gambe, mi mettono all’ospizio. Metteranno al fresco anche te, vecchio mio. Siamo rottami, che ci vuoi fare. Ci mettono da parte.

C’era la giovane meticcia, piccola e ben pasciuta, di una volubile signora, che s’era stancata della sua compagnia molesta, perché abbaiando l’aveva fatta litigare con tutto il condominio. La goffa, rotonda, stupita Sissi s’era ritrovata così, dall’oggi al domani, dal mangiare leccornie in una ciotola rosa alla compagnia di bestie luride ed affamate, di cui qualcuna poco socievole. Stava in un angolo a leccarsi la ferita prodotta da un morso, ma la neve a modo suo la consolava: il dolore era meno percepibile, anestetizzato dal rigore. Tanto che  Dandy s’era assopito, punto dal gelo. Fitte fredde attraversavano il suo bel manto, diventando progressivamente torpore. Dandy, che era stato Paul, Billy, Zeus nel corso delle sue vite con più padroni, s’era lasciato vincere dal sonno a cui il gelo l’aveva indotto ed anche il suo corpo s’era fatto pian piano rigido e freddo. Così lo trovò al mattino Mario, il giovane custode.

-         Gino! Mi sa che n’è morto un altro! Assiderato… Peccato, proprio il pelliccione, chi l’avrebbe mai detto! Ha le zampe ritte in avanti.

Il custode più anziano uscì dalla guardiola del canile municipale. L’unico posto caldo del luogo, un insieme di modesti capannoni, con un solo casotto in muratura, dove c’era giusto un piccolo ufficio per archiviare due pratiche, uno stanzino per immagazzinare cibo secco, qualche secchio dove gettare quello fresco avanzato, che arrivava dalle mense della città. In fondo al casotto, un grosso congelatore. Quand’era pieno, i cani morti partivano in direzione inceneritore del macello più vicino. Gino s’alzò di malavoglia. Proprio il “pelliccione”, così avevano soprannominato quel vecchio pastore scozzese, il cui bel pelo aveva conosciuto tempi migliori. Buono, quel Dandy, come l’avevano chiamato, così insolitamente mansueto ed elegante per quel postaccio. L’altro, il cane giallo, sì, che era inaffidabile, aveva occhi che parevano spiare sia lui che Mario, ad ogni mossa che facevano.

-         Gino! Gli ho tirato un calcio, è proprio morto! Con questo tempo di merda c’era da aspettarselo! Vieni! Pesa! Aiutami a portarlo dentro!

“Dentro il congelatore”, pensò Gino, che s’alzò dalla sedia, mise il giaccone pesante, calcò il berrettone di lana in testa ed uscì imprecando contro la coltre, che s’addensava intorno abbagliante. Gino e Mario sollevarono a fatica il peso morto, mentre gli altri cani uggiolavano, abbaiavano o tacevano impauriti.

Avevano lasciato aperto il cancello.

Pedro, il cane giallo, era scappato. Una corsa, il salto del recinto. Correre e slittare, nonostante un forte e poi sordo dolore ad una zampa, che s’era piegata su se stessa, scivolando sulla neve ghiacciata.

Pedro s’infilò in quel luogo dove il via vai di gente era intenso. Vagò un po’. Scese una scala e da un’altra rampa risalì. C’era una porticina aperta, sarebbe bastato entrare con un balzo e cercare un angolo caldo e sperare in una mano  amica. Così era salito su un vagone ferroviario ed aveva scelto di mettersi accanto a chi aveva l’odore umano più forte. Un uomo lo emanava. Aveva seguito la traccia di quell’odore, catturato già nell’atrio della stazione.  L’uomo sorrideva, parlava tra sé e sé ed anche ad alta voce di tanto in tanto, ma con nessuno. Non aveva che un interlocutore interiore.

“Gli umani sono strani – pensò Pedro – questo però mi piace. Mi sorride”.

A dire il vero l’uomo aveva quasi un ghigno stampato in faccia e farneticava, cose sue, sull’amore. Per un attimo aveva smesso di guardare il vuoto ed aveva accarezzato l’animale, che s’era accucciato, tranquillo, finalmente.

 “ Ti scovo, puzzi d’illusione, che è all’inizio dolciastra e diviene ristagnando intensa e marcia. Ti scovo e ti lecco la faccia, disperato!Hai l’odore della paura .”


postato da: flaviablog alle ore 13:31 | link | commenti (19)
categorie: racconto, animali, massa, cani, flaviablog
giovedì, 13 novembre 2008

Compleanno

le peti roi de mon coeur

Compie nove anni oggi.

E' un buon compagno di vita: paziente, molto affettuoso, dolcissimo, con una personalità spiccata ( ama essere al centro dell'attenzione come ogni terrier ) eppure molto buono, forse di gran lunga il cane più mite che io abbia avuto. Un cane che sa stare solo anche ore, senza dar il minimo disturbo al condominio, ma che se ci sono persone in casa *pretende* attenzione, perché è intelligente e sa quando e come sia il momento di farsi sentire. Ha saputo stare lontano da me quasi un mese, accontentandosi di stare giornate  nello spazio angusto di una cucina, solo e accudito soltanto per alcune ore da persone amiche ma non di casa. E' stato la mascotte di un convalescenziario, correndo incontro a chiunque, stando sulle ginocchia a persone su carrozzella, portando il sorriso a chi per gli umani non ne ha più. E' un piccolo GRANDE cane, una delle migliori persone che io abbia conosciuto: sensato, leale, timido, simpatico, allegro, fragile ma indomito, tenerissimo.

Ho lunga esperienza di cani. Di razza e no. Di grande, media, piccola taglia. Imparai a camminare aggrappandomi alla coda di un vecchio paziente cane, libero di girare per il cortile sassoso ed erboso d'una vecchia osteria, dove andava a bere barbera il nonno comunista.

Volta la carta e non c'è più l'osteria, c'è un cinema.

Volta la carta e il cinema non c'è più, c'è una farmacia e un'immancabile agenzia di lavoro temporaneo.

Rivolta la carta e torniamo:

io,

il cane,

il nonno rosso,

il barbera,

l'osteria con il pergolato in cortile,

il cortile bello come un sagrato, dove cresceva, negli angoli, il muschio, che si raccoglieva con un coltellino per portarlo a scuola per fare il presepe.

Cortile urbano e padano, povero. Gente allegra, tanta. Gli amici del nonno. Giovani e speranzosi ( ma malinconici a sufficienza da passare la sera trincando barbera) o vecchi e sdentati, mentre intorno la città cresceva, ricca di quella baldanza industriale che ha ora chiuso, lentamente, gli occhi, fabbrichètta dopo fabbrichètta.

Dopo quel cane, tanti cani. Il pastore tedesco del nonno anarchico.

Il Tilèn, meticcio fedele e disperato alla sua morte.

E tutti i *carissimi* miei: la Diana; la Laska, la Kira. Sorelle (mie).

I cuccioli.

Alan, il primo yorkie ( gram cme la tempesta!). Audace, scorbutico e a suo modo composto, come tutti i caratteracci riservati. Mi amava d'un sentimento cupo e irriducibile e soprattutto esclusivista. Tutt'altro che amabile, ma bellissimo, robusto e leggermente fuori taglia, esibiva la criniera ( e il carattere) d'un leone.


postato da: flaviablog alle ore 12:59 | link | commenti (34)
categorie: amore, animali, amicizia, cani, affetto
giovedì, 04 settembre 2008

Spetteguless sprofondati in fondo a una città

Quando ricomincia l'attività lavorativa comune, tranne per chi prende una pausa dopo l'aver servito l'estate altrui, mi sento distante da ciò che è vacanziero, luoghi compresi. Sono assorta. Torno tuttavia agli svaghi da casa e da città, che ritirarsene del tutto è peccato. Un posto dove mangiare un gelato, ad esempio. In un angolo remoto cittadino, se non in centro. Un angolo di verde, se possibile.

salotto1

Un salotto così, perché no?

Anche per un gelato da passeggio, dato che a spasso si può portar la vita a fare la pipì, come cantava lo Zucchero buzzurro. Non ci vuole un fisico bestiale, per trascinarsi o per slittare tra le strade, con la testa piena di pensieri ( che non siano troppo leggeri, o la testa vola via...), con la mente attraversata da spilli di preoccupazioni ( che non siano infetti dalla paura o dalla sfiducia, o è pus da scoramento). Un gelatino, come questo:

gelato

O come cantava ambiguamente Conte:

 

Un gelato al limon

gelato al limon

gelato al limon

sprofondati in fondo a una città

un gelato al limon

è vero limon.



Ti piace?

Mentre un`altra estate passerà

libertà e perline colorate

ecco quello che io ti darò

e la sensualità delle vite disperate

ecco il dono che io ti farò

donna che stai entrando nella mia vita

con una valigia di perplessità

ah, non avere paura che sia già finita

ancora tante cose quest’uomo ti darà.



E un gelato al limon

gelato al limon

gelato al limon


sprofondati in fondo a una città

un gelato al limon

gelato al limon

gelato al limon

mentre un’altra estate se ne va…



Ti offro una doccia ai bagni diurni

che son degli abissi di tiepidità

dove come oceani notturni

rimbombano le voci della tua città

e ti offro la luna del pomeriggio

per il sogno arabo che ami tu

e una stretta forte della mia mano

per te donna che non mi scappi più…

e un gelato al limon

gelato al limon, gelato al limon



e ti offro l’intelligenza degli elettricisti

cosi almeno un  po’ di luce avrà

la nostra stanza negli alberghi tristi

dove la notte calda ci scioglierà.

Come… un gelato al limon,

gelato al limon,gelato al limon…

 

Una valigia di perplessità è tuttavia un bagaglio pesante. Meglio una borsa a mano e sentimenti più solidi, oppure la certezza che ad offrirci quel gelato siamo noi stessi. Superati i tempi in cui a farci contenti erano il gioco e una bevuta qui :

fontanella

gingilliamoci di orpelli più complessi, senza farci fagocitare dalle perplessità di cui sopra, che l'autunno alle porte sembra voler portare per suo basto. Dubbi in senso lato, sul presente e sul futuro.

Torno a guardare la tv, sfogliare i rotocalchi. Mi soffermo sulla fiction, ad esempio. Guardo Castellitto "O professore", degnissimo interprete di una storia credibile, che mette gli insegnanti sulle barricate. Ci va,agguerrito, affiancato da giovani attori e da una splendida Luisa Ranieri. Mi addormento, tuttavia, egualmente, anche se mi piace. Nello zelo televisivo m'ero avvicinata anche a  "Il Sangue e le rose",io, l'ottimista curiosa. Un Garko operaio, credibile come un Luxuria che sia pieno di donne così. Una ragazza mostruosa con due zigomi tondi come albicocche, impegnata in una romantica gara di rutti ai tempi dei merletti.  Una vicenda entusiasmante come la Parietti digitalizzata che rivendica, tra Vanity Fair e la rete, il suo posto di più bella del reame conteso dallo stesso Luxuria, che, all'Isola dei famosi, mostrerà seno e viso ritoccati  ( il seno costruito ex novo, ovvio) con il misero stipendio da parlamentare, a cui lo zoccolo duro proletario aveva affidato il suo destino elettorale. Per me una cosa del genere basterebbe ad attizzare una rivoluzione. Perlomeno una di invettive ed improperi ai cancelli delle fabbriche.

Non siamo più abituati tuttavia, alle rivoluzioni.

Ne abbiamo una sottile paura, perché nessuna è sopravvissuta alla restaurazione. Siamo tutti moderati, o in imbecillità di poco spessore affaccendati. Senza vergogna alcuna. Alla gogna, la vergogna.

Non ci resta che stupirci, se possiamo, delle "piccole cose", come il mio cane davanti ad un ospite inatteso. 

Cusa l

 Avevo inizialmente paura che l'uccello gli beccasse gli occhietti, ma il piccione mi è parso malato. Si schiacciava alla rete. L'ho raccolto tra le mani, non amo vedere al muro chi si sente vinto. L'ho messo sulla ringhiera. Aveva gli occhi velati, giallastri, un'escrescenza sul capo. Era sofferente. Era un urlo disperato e muto della vita che si spegne e poco importa sia di uno di quegli stessi tipi che mi tappezzano il terrazzo di escrementi e mi fanno strepitar pulendo. Certi giorni siamo tutti friabili. Ci si sbriciola di impotenza e non sia mai che io pieghi chi tenta di cercarsi un angolo per morire in pace.

E' volato via, però. A morire altrove. M'ha risparmiata.

Io, invece, mi consolo a pois.

Nel posto solito, nella posa eguale.Per chi ha criticato il puà. E diceva puah al puà, che io trovo leggiadro.  Molto più dei rutti di "sangue e rose". Non c'è più limite neanche ai limiti. Non possiamo neppure dire che non ci sia più religione. C'è. E sostiene che la morte cerebrale in fondo non sia cosa di fondamentale importanza. Cosa che sostengo da quando avevo 12 anni. Cervello, più morto è, meglio si va avanti. Più spirito d'adattamento. Cerebralmente morti ed attivi, il sogno di ogni Principe.Anche della Chiesa.

a pois

Qui si dovrebbe parlar di libri. Sì.

Lettura in corso: Carofiglio. Vediamo.

Mi sono procurata tuttavia Fruttero e Lucentini e i loro cretini. Già avevo " La prevalenza del cretino", mi mancava tuttavia la continuazione di qualche anno fa. Prima del gesto finale di uno dei due, che non ricordo mai quale sia e me ne scuso, ma per me era uno scorbutico inscindibile geniale binomio.

 

Signora Parietti, si consoli. Sono più vecchia di lei.


domenica, 31 agosto 2008

Un vestito a pois

barche2Un vestito a pois, mi viene da cantarlo come Mina cantava della zebra a pois ed io l'ascoltavo, da bambina. Me lo son comprato per iniziare settembre in bellezza. Chissà perché i pois. Non ho nulla, di tale. Non ho l'abitudine al pois. Tempo fa, sì, ebbi una camicetta blu, a piccoli tondi bianchi e ricordo che mi regalarono anche una camicia di raso rosa con grossi bolli bianchi, che sembrava cucita nella mortadella. L'estate perdura, fa il suo ciclo, muore in là, ma con riapertura di fabbriche, scuole e negozi si può dire quasi finita. Tirate le barche in secca, mettetele a riparo, che sian vere, che sian metaforici desideri d'essere cullati dalle onde del benessere e del dolce far nulla, che io non capisco i fanatici che anche in vacanza devono ginnicamente arrabattarsi... Chi glielo fa fare, mi dico. Chi. Un ricordo del mare? Le paperelle sul torrente nel punto in cui sfocia nel salmastro. Indecise tra acqua dolce o salata. Le anziane signore distese in fila a prendere il sole sul molo di cemento, ormai insensibili anche ai tizzoni ardenti. Il profumo di cucina proveniente ad ogni ora dalle gastronomie.  L'aria che sa di focaccia. La focaccia che sa di aria di mare. L'aria di mare che sa di ricordi da dipingere in vario modo. Con parole ed opere. Ed omissioni.

barche1

 

Poche giornate di mare e molte di piscina. Ho anche nutrito una farfalla. Bella,grande, sfumata di giallo arancio e non la solita cavolaia bianca, di quelle che tormentano i miei gerani. S'è posata su un braccio. Ha allungato la proboscide, ha assaggiato l'olio solare Collistar, ha arrotolato la spirotromba fino alla bocca e se n'è stata lì. Gustava assorta e indisturbata. Spero tanto non sia andata a morire da qualche parte e che l'olio invece le abbia fatto buon pro. Ne ho viste altre quest'anno. Molte, graziose. Una  mostrata ad un pargolo, che stava in piedi appena,ad esempio, ha detto " che bella!" e l'ha centrata con una pallonata. Quando si dice della bontà dell'animo umano...

Ho visto anche un piccione rinfrescarsi le zampette nel piano vasca della doccia. Di tanto in tanto beveva un sorso dalla cannetta d'acqua corrente per lavare i piedi dei bagnanti e se ne stava appena appena a mollo e poi, sempre camminando, s'è spostato a riposare in un cespuglio.

Io leggevo Buttafuoco, terminate le vacanze di Maigret. Beh, il Simenon di Maigret è per me un Simenon minore, mestierante. Gradevole come sempre, ma più popolare, con i limiti del caso. Ho letto "Le vacanze di Maigret", che hanno il pregio d'essere ambientate dove in un certo senso fu confinato l'autore,in Vandea, a Les Sables d'Olonne, accusato di germanofilia, tra il 1944 e 1945, più estraneo a tutto del buon cazzone di Piero Chiara. Ne approfittò per leggere Proust, Balzac,Zola, ma anche Chandler,Hammett, Caldwell e giocando a bridge.

Buttafuoco scrive assai bene, scrive di moda, ma gli darei una palata sui denti. Perché? Cerca i luoghi comuni della trasgressione e li amplifica, per cui un porporato che canti "Sentimental" sotto la doccia ( specificando più in là che la cantava Wanda Osiris, icona delle checche d'annata) mi annoia, perché vorrebbe essere un pettegolezzo, invece è ormai una banale scemenza alla portata dei lettori di "Chi", da italiota, insomma.

Preferisco Simenon. Maigret però lo lascio alla TV e al cinema.

Il romanzo breve è gradevole. Parla d'amore e della follia che genera. S'ambienta in Ospedale, anche. 

Affossa le suocere.


postato da: flaviablog alle ore 17:28 | link | commenti (30)
categorie: recensioni, amore, vita, animali, romanzo, simenon, maigret, buttafuoco, adelphi
mercoledì, 27 agosto 2008

Via Crucis (aspettando settembre) VII stazione

Aspettando settembre v'invito ad una sosta fantastica. Da " Il bar sotto il mare" di Stefano Benni, che lessi un'estate, quando ancora escursioni surreali mi facevano sognare piacevolmente. Ora necessito d'essere ancorata alla realtà e lasciarmi cullare dalla marea degli eventi che cercano faticosamente di portarti via al tuo ceppo, inesorabile macigno, ma certo. Potete andare al bar soltanto se fate 20 km con un litro di frappè e se non temete il folletto delle brutte figure. E' un bar, ma vi lavora il più grande cuoco di Francia. Evadere dal proprio Io, per poi tornarvi, perché si sta caldi. Nel nostro Io, nei nostri affetti, persino nel nostro vuoto quando gli affetti sono buchi neri nell'ozono della vita.

Certamente, i sognatori hanno due intenti che si sviluppano in opposte direzioni:

o fuggire dal mondo

o cambiare il mondo

Nel primo caso, è dura.

Nel secondo caso è facile: potete cambiare il mondo soltanto se avete conservato lo scontrino.

Vi regalo un'atmosfera sottomarina, che ho fotografato io e stando all'asciutto in un posto dove si può.

sotto il mare 2

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

sotto il mare


postato da: flaviablog alle ore 11:04 | link | commenti (4)
categorie: vita, animali, benni, immagine, interiorità
giovedì, 14 agosto 2008

Fafiuchè

"Fafiuchè" nel dialetto delle mie parti significa letteralmente "fa fioccare", "fa nevicare", in quanto " la fioca" è la neve. Un "fafiuchè" di conseguenza è un fannullone, o in ogni caso un essere di scarsa incidenza nella realtà dei fatti pratici. Si sa, la neve cade da sola dal cielo. Nessuno "fa fioccare". Un tempo perlomeno era così. Ora sparano anche la fioca. Un "fafiuché" più che altro vive e parla a vanvera. Campa a sbafo o fa cader le braccia quando tenta di essere utile. Come i ferrovieri licenziati da un solerte ammazzacattivi. Erano in torto, ma il provvedimento mi pare eccessivo. Concordo con Lietta Tornabuoni, su "La Stampa", sarebbe bastata una multa salata, una sospensione dal servizio. Invece è arrivato il castigamatti, che funziona con i poveri, ovvio. Non mi risulta sia cambiato nulla nella Casta. Forse non è cambiato nulla in Italia. Leggo, a firma Igor Man, che ad Edda Mussolini Ciano chiesero che cosa fosse il fascismo e rispose "Italianismo". Espressione su cui meditare. L'Italiano esagera, fa la voce grossa con i deboli,chiude stalle sbattendo le porte dove i buoi son già tutti scappati. Prendi i ferrovieri pensionati quarantenni... E' plateale nel fregare e altrettanto nel punire e comunque son sempre gli stracci che vanno all'aria. Pedine della dama. Otto licenziati ( furbastri imbecilli) che tuttavia non fan contento nessuno, tranne Ichino. Già!  Ora,all'opposizione ufficiale, c'è Famiglia Cristiana. L'italica storia è come Beautiful. Non si sa mai chi stia con chi.

Ieri un morto e un nato. Ciao Guido, ben arrivato Daniele. E' l'equilibrio dell'esistenza. Nonostante la riflessione razionale non sono serena. Sarà che il nato è molto più giovane di me e il morto mi è molto più vicino come età. Sarà che quando si perde qualcuno si sa che cosa si è perso ( e in questo caso la perdita è di persona notevole ) e di chi nasce non si sa che acquisto è stato fatto. O peggio: che acquisto abbia fatto, nel nascere.

Sono discorsi che non spostano un sassolino, sono discorsi chi ...fon fiuchè.

Uah, la fioca!

Han trovato , sempre nel mio luogo di residenza e nascita, una famigliola di cani, abbandonata in un recinto, chiuso. Maschio, femmina e alcuni cuccioli, di cui uno incastrato nel cancello, immobilizzato. I padroni, che hanno un locale,credo una sorta di osteria, son partiti. Un rottweiler pesa di norma intorno ai 50 kg. S'eran ridotti a 20 kg l'uno. Quel che mi fa andare in bestia è che se i padroni fossero tornati, li avrebbero accolti festosamente. Ecco che cosa amo e mi sconvolge nel cane: l'ingenua fedeltà. I soccorritori han dato loro cibo, inizialmente i cani non riuscivano a mangiarlo. Poi si son rotolati mostrando la pancia. Felici e arresi, deboli e non sto parlando di cagnolini. Di animali forti, che si temono, ma consunti.

Sì, dalle mie parti non vivono soltanto "fafiuchè", ma anche degli str..aordinari insensati, crudeli e desiderosi di vacanza senza impegni.

Uah, la fioca ad feragust!

Vi auguro buon ferragosto con Trilussa e poi, forse, con qualche immagine vacanziera.

ER GATTO E ER CANE

Un Gatto Soriano

Diceva a un Barbone:

Nun porto rispetto

Nemmanco ar padrone,

Perchè a l'occasione

Je sgraffio la mano;

Ma tu che lo lecchi

Te becchi le botte:

Te mena, te sfotte,

Te mette in catena

Cor muso rinchiuso

E un cerchio cor bollo

Sull'osso der collo.

Siconno la moda

Te taja li ricci,

Te spunta la coda...

Che belli capricci!

Io, guarda, so' un Gatto

So' un ladro, lo dico:

Ma a me nun s'azzarda

De famme 'ste cose...

Er cane rispose:

Ma io... je so' amico!

Buon ferragosto: gettatevi qui

scogli1

piscinao lì


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venerdì, 08 agosto 2008

Cani (poesia)

Con la preghiera di leggere attentamente il post precedente e firmare la petizione, grazie.

Tu sei come una lunga

cagna, che sempre tanta

dolcezza ha negli occhi,

e ferocia nel cuore.

Ai tuoi piedi una santa

sembra, che d'un fervore

indomabile arda, e così ti riguarda

come il suo Dio e Signore.

Quando in casa o per via

segue, a chi solo tenti

avvicinarsi, i denti scopre.

Ed il suo amore soffre

di gelosia.

Umberto Saba

Ho avuto in passato cani simili.  Tenero a dirsi, erano cagnetti di piccola taglia, un fox terrier, uno yorkshire.

Il primo era il cane del mio fruttivendolo. Tutto il giorno legato alla gamba d'un tavolo tarlato con un pezzo di corda nel retro. Mi chiesero, io bambina tranquilla, figlia unica, posata e solitaria, se volevo portarlo a spasso, al pomeriggio, qualche volta. Non avevo mai avuto cani, ero gattara. Mi piaceva stare seduta con i gatti in braccio, perché morbidi, sornioni, pigri. Quell'esserino vivace, bianco e nero, mi incuriosiva ma non vi ero abituata. Troppo rumoroso. Il nonno paterno aveva avuto due cani, è vero, ma io personalmente non ne avevo esperienza. Temevo di non saperlo gestire ( già peccavo di paura da estremo buon senso).

Lo portai. Mi aspettava ogni giorno in ansia, fissando la porta. Quando mi vedeva arrivare perdeva la testa, si agitava, saltava e abbaiava dalla gioia. Lo portavo a volte a mio padre, sul lavoro, all'officina che stava nei pressi. Egli fingeva di picchiarmi ed io di piangere e lui, furioso, s'attaccava ai pantaloni, oppure al braccio, sul quale mio padre avvolgeva uno straccio. Avrebbe dato la vita per me. Per quei pochi passi insieme. Ebbi occasione di averlo con me, perché i padroni decisero di non tenerlo più, cambiando casa. Non lo presi, chissà per quale timore. Ero abituata ai gatti. Ancora me ne pento. Rifiutai un amico, che sarebbe stato tale fino alla fine dei suoi giorni.

Altrettanto irruente , coraggioso , indomito e... feroce fu uno yorkshire, che tenni dal suo 45° giorno di vita fino alla morte a 13 anni e mezzo e fui io a depositare in un plaid dentro al congelatore del canile, morto. Lasciandoci un pezzo d'anima. Non conoscevo nessuno che, a Santo Stefano, in dicembre, lo potesse seppellire da qualche parte. Dentro al congelatore c'è ancora parte del mio animo, dei miei ricordi, della mia vita. Era, contrariamente al suo aspetto " da salotto", vagamente aristocratico ed anche grazie alla sua mole ( il doppio dello standard), poco socievole ed una vera guardia del corpo.Una "bestiaccia". Una sorte di Maciste della sua razza. Minaccioso e senza paura di niente e nessuno. Usciva se *io* tenevo il guinzaglio, nonostante l'affetto anche per altri componenti della famiglia. Agli ospiti seduti, "faceva la punta" sedendosi davanti e fissandoli. Pronto ad attaccare se soltanto io fossi stata in pericolo. Non lo fece mai, ma minacciò costantemente, fino all'ultimo respiro. Capii che per lui sarebbe finita quando si arrese alla flebo, a Natale del 1999. Da quel giorno per Natale in casa non ci sono addobbi.

Pronti a difendermi con tutta la loro fisicità minuscola. Con tutta la loro dedizione immensa.

E forse tale mi sento. Come la cagna di Saba, se trovassi un padrone che lo meritasse.Forse. Con chi ho amato già lo son stata. Ricordo come aggredii verbalmente un tipo, che a mio padre operato, nel letto, consapevole che era al punto di non ritorno della speranza di riuscire ancora a realizzare progetti di vita, che andò a vantarsi dei suoi successi e nel contempo parlò d'un suo fratello morto, dopo un intervento. Una mancanza totale di tatto.

Lo accompagnai all'ascensore dell'Ospedale e gli dissi: "mi faccia il piacere di non tornare mai più. Si è vantato di quel che possiede davanti ad un uomo che forse non sarà più in grado di lavorare, sto provvedendo io alla famiglia, con il mio lavoro. Non solo. Le ha prospettato la morte: lei è un deficiente, stia lontano da mio padre."

Mesi più tardi, mio padre lo incontrò. Per strada. Gli disse: "tua figlia è una leonessa".

No, sono una cagna, lunga, che tanta dolcezza ha negli occhi e ferocia nel cuore.


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mercoledì, 06 agosto 2008

Cani ( non si tratta di libri)

Leggo in altro blog ( "unamanciatadimore" e "The free trees") di una vicenda che mi ha sconvolto ( e sconvolge soprattutto la mia mentalità da legge del taglione, a dire il vero, ma vivo in una cosiddetta società civile, per cui mi devo adeguare  ad adoperare sistemi comuni) e accaduta a L'Aquila, per i fatti nel dettaglio rimando alla lettura di http://thefreetrees.splinder.com

 Sebastianomortemisteriosa

sebastiano si è suicidato?

Statuto della petizione (il banner per firmare è in coda alle foto, che non riesco a guardare, ma che m'indignano a tal punto da averle pubblicate)

Sebastiano, un randagio buono quanto sfortunato. Prima la morte violenta durante la cattura da parte del personale ASL, poi le menzogne e i tentativi di minimizzare l'accaduto, la volontà di 5800 cittadini e 46 Associazioni - espressa tramite una petizione - completamente ignorata e infine una assoluzione piena.
Senza entrare nel merito di questo ultimo procedimento penale, ricordiamo he la ASL di L'Aquila responsabile di altre soppressioni ingiustificate - e improprie, in quanto la ASL "interpreta" la legge a propria discrezione - tanto che di recente c'è stata una condanna per la soppressione dei cuccioli in località Roio.
Le istituzioni ricordino che le leggi - anche quelle che tutelano "solo" gli animali - esistono e vanno fatte rispettare specie a chi di istituto è preposto dalla Legge alla loro tutela.
Ora c'è il concreto rischio di una totale perdita di fiducia nella Pubblica Amministrazione e nella Magistratura nel gestire questi casi. Di conseguenza, purtroppo, la legge potrebbe venire "interpretata" anche da chi i randagi intende difenderli. Nessuno vuole altri randagi e nessuno intende che prolifichino - tanto meno gli animalisti - ma questi sfortunati cani DEVONO poter vivere una vita dignitosa, senza correre il rischio di diventare vittime di giustizia sommaria.
Si fa notare infine come i comportamenti violenti e l'uccisione gratuita di animali - fatti troppo spesso sottovalutati dalla giustizia - sono da sempre allo studio di psichiatri e criminologi, in quanto indicatori di qualcosa di più serio. In paesi più attenti a queste tematiche esistono dei veri e propri osservatori, e vengono svolte ricerche che mettono in relazione questi comportamenti con la violenza interpersonale.Infine vorremmo fare una domanda a tutti ? come è morto Sebastiano? Si sarà suicidato?
E ancora chi ha visto e tace riesce a dormire tranquillo? L'assoluzione c'è stata in quanto mancavano elementi probatori sufficienti. Di seguito la sentenza:
«Assolti perché il fatto non costituisce reato». È la sentenza
pronunciata nel tardo pomeriggio di ieri dal giudice unico del
Tribunale che ha messo fine alla vicenda giudiziaria di “Sebastiano”,
un incrocio di pastore abruzzese maschio di giovane età, morto
(secondo l’accusa) dopo una serie di maltrattamenti.
Sotto inchiesta per la vicenda che aveva fatto infuriare le
associazioni animaliste erano finiti in tre: Saverio Flamini
(dirigente veterinario della Asl), Paolo Alessandri (ausiliario in
servizio alla stessa Asl) e una terza persona anche lui ausiliario,
morto lo scorso anno. Per i tre imputati (assistiti dagli avvocati
Ulderico Persichetti e Ernesto e Massimiliano Venta) il giudice
Giuseppe Romano Gargarella ha sentenziato con l’assoluzione.
Il via all’inchiesta era stata data da Cristina Graziani, del gruppo
regionale dei Verdi, veterinario, testimone dell’episodio. La Graziani
aveva rinvenuto il cane (prelevato in ottima salute) in una pozza di
sangue all’interno della cella frigorifera del servizio Veterinario
della Asl, dopo la cattura dell’animale avvenuto pochi passi dalla sede dell’Inps.
Vogliamo chiarezza e giustizia.
ogni informazione a http://randagismo.info/associazioni/ASL/


Firma      

Autore:barbara piccinnusebastiano vivo

sebastiano mortosebastiano massacrato

 


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martedì, 24 giugno 2008

Renko e il sale

Un mondo di bugie. Quelle del regime, assurde, terrificanti, ammantate di omertà e la spudorata sincerità successiva. In poche parole: l'ex Unione Sovietica.

"Lupo mangia cane" è un romanzo d'azione, un giallo ambientato in Ucraina. L'Ispettore Arkady Renko indaga sul presunto suicidio di Pasha Ivanov, uomo di potere. Del sale (contaminato) versato in casa, in camera da letto, indurrà alle indagini, che porteranno l'investigatore a Chernobyl dove un secondo morto, all'interno della Zona Contaminata, fornirà altri elementi. Tra scampati rimasti a consumare la loro vita dove sono nati, ladri di icone e d'altro che derubano case abbandonate dai profughi, animali selvatici che si sono riappropriati d'un luogo che l'uomo ha lasciato... Renko scoprirà che l'astio e la vendetta hanno voce umana e animale.

I lupi ammazzano i cani, colpevoli d'essersi asserviti all'uomo e c'è chi non parlò, non agì, ne uscì ricco e intoccabile da un regime all'altro. Fa capolino un Paese dalle speranze tremendamente deluse dal passato e dal presente e insicuro riguardo al futuro.

La scrittura di Martin Cruz Smith è magistrale. Profonda, dura e non priva, di tanto in tanto, d'amaro umorismo. Perfetta.

I personaggi, molti, sono ben delineati, senza retorica.

La Russia si spopola e si ripopola.

Di immigrati.

"Victor posò sul banco la foto di due secchi completi di stracci.

_Questi li ho trovati nell'atrio dell'edificio di fronte. Erano abbandonati, ma dal nome dell'impresa di pulizia sono riuscito a risalire a chi li ha lasciati. Sono dei vietnamiti.Clandestini. Non hanno visto cadere Ivanov ma sono fuggiti all'arrivo delle auto della milizia.

 I Vietnamiti svolgevano i lavori più umili, quelli che i Russi ormai si rifiutavano di fare. "

Emerge la rabbia degli scampati di Chernobyl, anzi Chornobyl, come lo pronunciano in Ucraina.Ad un personaggio l'autore fa dire:

" Chornobyl è stata ed è ancora la migliore centrale nucleare al mondo. Poi sono arrivate le organizzazioni umanitarie e hanno gonfiato le statistiche. Cos'è più facile, spillare denaro agli stranieri o far funzionare un impianto nucleare? Così siamo stati declassati da potenza mondiale a Paese del Terzo Mondo. Sa a quanto ammonta veramente il numero di morti a Chornobyl? Sono 41. Non milioni e nemmeno centinaia di migliaia. Solo 41.

La scoperta sorprendente è che gli esseri umani possono sopravvivere a livelli di radioattività molto superiori a quanto pensassimo. Ma la paura ha preso il sopravvento. Ci sono un sacco di persone  che muoiono di cancro nell'Ospedale di Kiev eppure nessuno se ne va da Kiev."

Disperazione o follia?

Val la pena di leggere. Decisamente.

P6210013


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categorie: libri, animali, uomini, russia, azione, lettura, romanzo, ucraina, successi, cruz smith