per chi non lo ha letto, su lestoriedilauraetlory continua il domino letterario ( si scrive un racconto, di 5000 battute, che termina con una frase che diviene incipit del racconto successivo). Il mio, con incipit di Melchisedec ,è il seguente:
Randagi
Le urla soffocate di quella lenta notte erano insopportabili. Pedro le sentiva risuonare e non sognava altro che pace e silenzio. Erano urla di fame e freddo, paura e nostalgia, che la neve attutiva e disperdeva.
Aveva iniziato a nevicare, dapprima in fiocchi minuti e leggeri e tutti i cani avevano teso le orecchie ed annusato l’aria fina, tartufo all'insù a stupirsi di quel candido gelido arrivo e poi a larghe falde bianche. Non era possibile rintanarsi. Il rifugio era coperto a malapena da una tettoia di lamiera, le coperte erano intrise d’umidità, alcuni cani s’erano accucciati insieme, l’uno vicino all’altro, per scaldarsi. Il freddo penetrava nelle ossa e lo scarso cibo non aveva fornito calorie necessarie a rinvigorire il corpo, per renderlo resistente alle intemperie. Già ci voleva carattere a sopportare la reclusione, la perdita dell’amore,la condivisione con individui d’ogni genere, pervenuti al canile ognuno a modo suo. C’era il vecchio spinone, il cui anziano padrone era partito una mattina, valigia in mano, con le lacrime agli occhi.
- Jago, me ne vado. Non mi reggo più sulle gambe, mi mettono all’ospizio. Metteranno al fresco anche te, vecchio mio. Siamo rottami, che ci vuoi fare. Ci mettono da parte.
C’era la giovane meticcia, piccola e ben pasciuta, di una volubile signora, che s’era stancata della sua compagnia molesta, perché abbaiando l’aveva fatta litigare con tutto il condominio. La goffa, rotonda, stupita Sissi s’era ritrovata così, dall’oggi al domani, dal mangiare leccornie in una ciotola rosa alla compagnia di bestie luride ed affamate, di cui qualcuna poco socievole. Stava in un angolo a leccarsi la ferita prodotta da un morso, ma la neve a modo suo la consolava: il dolore era meno percepibile, anestetizzato dal rigore. Tanto che Dandy s’era assopito, punto dal gelo. Fitte fredde attraversavano il suo bel manto, diventando progressivamente torpore. Dandy, che era stato Paul, Billy, Zeus nel corso delle sue vite con più padroni, s’era lasciato vincere dal sonno a cui il gelo l’aveva indotto ed anche il suo corpo s’era fatto pian piano rigido e freddo. Così lo trovò al mattino Mario, il giovane custode.
- Gino! Mi sa che n’è morto un altro! Assiderato… Peccato, proprio il pelliccione, chi l’avrebbe mai detto! Ha le zampe ritte in avanti.
Il custode più anziano uscì dalla guardiola del canile municipale. L’unico posto caldo del luogo, un insieme di modesti capannoni, con un solo casotto in muratura, dove c’era giusto un piccolo ufficio per archiviare due pratiche, uno stanzino per immagazzinare cibo secco, qualche secchio dove gettare quello fresco avanzato, che arrivava dalle mense della città. In fondo al casotto, un grosso congelatore. Quand’era pieno, i cani morti partivano in direzione inceneritore del macello più vicino. Gino s’alzò di malavoglia. Proprio il “pelliccione”, così avevano soprannominato quel vecchio pastore scozzese, il cui bel pelo aveva conosciuto tempi migliori. Buono, quel Dandy, come l’avevano chiamato, così insolitamente mansueto ed elegante per quel postaccio. L’altro, il cane giallo, sì, che era inaffidabile, aveva occhi che parevano spiare sia lui che Mario, ad ogni mossa che facevano.
- Gino! Gli ho tirato un calcio, è proprio morto! Con questo tempo di merda c’era da aspettarselo! Vieni! Pesa! Aiutami a portarlo dentro!
“Dentro il congelatore”, pensò Gino, che s’alzò dalla sedia, mise il giaccone pesante, calcò il berrettone di lana in testa ed uscì imprecando contro la coltre, che s’addensava intorno abbagliante. Gino e Mario sollevarono a fatica il peso morto, mentre gli altri cani uggiolavano, abbaiavano o tacevano impauriti.
Avevano lasciato aperto il cancello.
Pedro, il cane giallo, era scappato. Una corsa, il salto del recinto. Correre e slittare, nonostante un forte e poi sordo dolore ad una zampa, che s’era piegata su se stessa, scivolando sulla neve ghiacciata.
Pedro s’infilò in quel luogo dove il via vai di gente era intenso. Vagò un po’. Scese una scala e da un’altra rampa risalì. C’era una porticina aperta, sarebbe bastato entrare con un balzo e cercare un angolo caldo e sperare in una mano amica. Così era salito su un vagone ferroviario ed aveva scelto di mettersi accanto a chi aveva l’odore umano più forte. Un uomo lo emanava. Aveva seguito la traccia di quell’odore, catturato già nell’atrio della stazione. L’uomo sorrideva, parlava tra sé e sé ed anche ad alta voce di tanto in tanto, ma con nessuno. Non aveva che un interlocutore interiore.
“Gli umani sono strani – pensò Pedro – questo però mi piace. Mi sorride”.
A dire il vero l’uomo aveva quasi un ghigno stampato in faccia e farneticava, cose sue, sull’amore. Per un attimo aveva smesso di guardare il vuoto ed aveva accarezzato l’animale, che s’era accucciato, tranquillo, finalmente.
“ Ti scovo, puzzi d’illusione, che è all’inizio dolciastra e diviene ristagnando intensa e marcia. Ti scovo e ti lecco la faccia, disperato!Hai l’odore della paura .”

Compie nove anni oggi.
E' un buon compagno di vita: paziente, molto affettuoso, dolcissimo, con una personalità spiccata ( ama essere al centro dell'attenzione come ogni terrier ) eppure molto buono, forse di gran lunga il cane più mite che io abbia avuto. Un cane che sa stare solo anche ore, senza dar il minimo disturbo al condominio, ma che se ci sono persone in casa *pretende* attenzione, perché è intelligente e sa quando e come sia il momento di farsi sentire. Ha saputo stare lontano da me quasi un mese, accontentandosi di stare giornate nello spazio angusto di una cucina, solo e accudito soltanto per alcune ore da persone amiche ma non di casa. E' stato la mascotte di un convalescenziario, correndo incontro a chiunque, stando sulle ginocchia a persone su carrozzella, portando il sorriso a chi per gli umani non ne ha più. E' un piccolo GRANDE cane, una delle migliori persone che io abbia conosciuto: sensato, leale, timido, simpatico, allegro, fragile ma indomito, tenerissimo.
Ho lunga esperienza di cani. Di razza e no. Di grande, media, piccola taglia. Imparai a camminare aggrappandomi alla coda di un vecchio paziente cane, libero di girare per il cortile sassoso ed erboso d'una vecchia osteria, dove andava a bere barbera il nonno comunista.
Volta la carta e non c'è più l'osteria, c'è un cinema.
Volta la carta e il cinema non c'è più, c'è una farmacia e un'immancabile agenzia di lavoro temporaneo.
Rivolta la carta e torniamo:
io,
il cane,
il nonno rosso,
il barbera,
l'osteria con il pergolato in cortile,
il cortile bello come un sagrato, dove cresceva, negli angoli, il muschio, che si raccoglieva con un coltellino per portarlo a scuola per fare il presepe.
Cortile urbano e padano, povero. Gente allegra, tanta. Gli amici del nonno. Giovani e speranzosi ( ma malinconici a sufficienza da passare la sera trincando barbera) o vecchi e sdentati, mentre intorno la città cresceva, ricca di quella baldanza industriale che ha ora chiuso, lentamente, gli occhi, fabbrichètta dopo fabbrichètta.
Dopo quel cane, tanti cani. Il pastore tedesco del nonno anarchico.
Il Tilèn, meticcio fedele e disperato alla sua morte.
E tutti i *carissimi* miei: la Diana; la Laska, la Kira. Sorelle (mie).
I cuccioli.
Alan, il primo yorkie ( gram cme la tempesta!). Audace, scorbutico e a suo modo composto, come tutti i caratteracci riservati. Mi amava d'un sentimento cupo e irriducibile e soprattutto esclusivista. Tutt'altro che amabile, ma bellissimo, robusto e leggermente fuori taglia, esibiva la criniera ( e il carattere) d'un leone.
Quando ricomincia l'attività lavorativa comune, tranne per chi prende una pausa dopo l'aver servito l'estate altrui, mi sento distante da ciò che è vacanziero, luoghi compresi. Sono assorta. Torno tuttavia agli svaghi da casa e da città, che ritirarsene del tutto è peccato. Un posto dove mangiare un gelato, ad esempio. In un angolo remoto cittadino, se non in centro. Un angolo di verde, se possibile.

Un salotto così, perché no?
Anche per un gelato da passeggio, dato che a spasso si può portar la vita a fare la pipì, come cantava lo Zucchero buzzurro. Non ci vuole un fisico bestiale, per trascinarsi o per slittare tra le strade, con la testa piena di pensieri ( che non siano troppo leggeri, o la testa vola via...), con la mente attraversata da spilli di preoccupazioni ( che non siano infetti dalla paura o dalla sfiducia, o è pus da scoramento). Un gelatino, come questo:

O come cantava ambiguamente Conte:
Un gelato al limon
gelato al limon
gelato al limon
sprofondati in fondo a una città
un gelato al limon
è vero limon.
Ti piace?
Mentre un`altra estate passerà
libertà e perline colorate
ecco quello che io ti darò
e la sensualità delle vite disperate
ecco il dono che io ti farò
donna che stai entrando nella mia vita
con una valigia di perplessità
ah, non avere paura che sia già finita
ancora tante cose quest’uomo ti darà.
E un gelato al limon
gelato al limon
gelato al limon
sprofondati in fondo a una città
un gelato al limon
gelato al limon
gelato al limon
mentre un’altra estate se ne va…
Ti offro una doccia ai bagni diurni
che son degli abissi di tiepidità
dove come oceani notturni
rimbombano le voci della tua città
e ti offro la luna del pomeriggio
per il sogno arabo che ami tu
e una stretta forte della mia mano
per te donna che non mi scappi più…
e un gelato al limon
gelato al limon, gelato al limon
e ti offro l’intelligenza degli elettricisti
cosi almeno un po’ di luce avrà
la nostra stanza negli alberghi tristi
dove la notte calda ci scioglierà.
Come… un gelato al limon,
gelato al limon,gelato al limon…
Una valigia di perplessità è tuttavia un bagaglio pesante. Meglio una borsa a mano e sentimenti più solidi, oppure la certezza che ad offrirci quel gelato siamo noi stessi. Superati i tempi in cui a farci contenti erano il gioco e una bevuta qui :

gingilliamoci di orpelli più complessi, senza farci fagocitare dalle perplessità di cui sopra, che l'autunno alle porte sembra voler portare per suo basto. Dubbi in senso lato, sul presente e sul futuro.
Torno a guardare la tv, sfogliare i rotocalchi. Mi soffermo sulla fiction, ad esempio. Guardo Castellitto "O professore", degnissimo interprete di una storia credibile, che mette gli insegnanti sulle barricate. Ci va,agguerrito, affiancato da giovani attori e da una splendida Luisa Ranieri. Mi addormento, tuttavia, egualmente, anche se mi piace. Nello zelo televisivo m'ero avvicinata anche a "Il Sangue e le rose",io, l'ottimista curiosa. Un Garko operaio, credibile come un Luxuria che sia pieno di donne così. Una ragazza mostruosa con due zigomi tondi come albicocche, impegnata in una romantica gara di rutti ai tempi dei merletti. Una vicenda entusiasmante come la Parietti digitalizzata che rivendica, tra Vanity Fair e la rete, il suo posto di più bella del reame conteso dallo stesso Luxuria, che, all'Isola dei famosi, mostrerà seno e viso ritoccati ( il seno costruito ex novo, ovvio) con il misero stipendio da parlamentare, a cui lo zoccolo duro proletario aveva affidato il suo destino elettorale. Per me una cosa del genere basterebbe ad attizzare una rivoluzione. Perlomeno una di invettive ed improperi ai cancelli delle fabbriche.
Non siamo più abituati tuttavia, alle rivoluzioni.
Ne abbiamo una sottile paura, perché nessuna è sopravvissuta alla restaurazione. Siamo tutti moderati, o in imbecillità di poco spessore affaccendati. Senza vergogna alcuna. Alla gogna, la vergogna.
Non ci resta che stupirci, se possiamo, delle "piccole cose", come il mio cane davanti ad un ospite inatteso.

Avevo inizialmente paura che l'uccello gli beccasse gli occhietti, ma il piccione mi è parso malato. Si schiacciava alla rete. L'ho raccolto tra le mani, non amo vedere al muro chi si sente vinto. L'ho messo sulla ringhiera. Aveva gli occhi velati, giallastri, un'escrescenza sul capo. Era sofferente. Era un urlo disperato e muto della vita che si spegne e poco importa sia di uno di quegli stessi tipi che mi tappezzano il terrazzo di escrementi e mi fanno strepitar pulendo. Certi giorni siamo tutti friabili. Ci si sbriciola di impotenza e non sia mai che io pieghi chi tenta di cercarsi un angolo per morire in pace.
E' volato via, però. A morire altrove. M'ha risparmiata.
Io, invece, mi consolo a pois.
Nel posto solito, nella posa eguale.Per chi ha criticato il puà. E diceva puah al puà, che io trovo leggiadro. Molto più dei rutti di "sangue e rose". Non c'è più limite neanche ai limiti. Non possiamo neppure dire che non ci sia più religione. C'è. E sostiene che la morte cerebrale in fondo non sia cosa di fondamentale importanza. Cosa che sostengo da quando avevo 12 anni. Cervello, più morto è, meglio si va avanti. Più spirito d'adattamento. Cerebralmente morti ed attivi, il sogno di ogni Principe.Anche della Chiesa.

Qui si dovrebbe parlar di libri. Sì.
Lettura in corso: Carofiglio. Vediamo.
Mi sono procurata tuttavia Fruttero e Lucentini e i loro cretini. Già avevo " La prevalenza del cretino", mi mancava tuttavia la continuazione di qualche anno fa. Prima del gesto finale di uno dei due, che non ricordo mai quale sia e me ne scuso, ma per me era uno scorbutico inscindibile geniale binomio.
Signora Parietti, si consoli. Sono più vecchia di lei.
Un vestito a pois, mi viene da cantarlo come Mina cantava della zebra a pois ed io l'ascoltavo, da bambina. Me lo son comprato per iniziare settembre in bellezza. Chissà perché i pois. Non ho nulla, di tale. Non ho l'abitudine al pois. Tempo fa, sì, ebbi una camicetta blu, a piccoli tondi bianchi e ricordo che mi regalarono anche una camicia di raso rosa con grossi bolli bianchi, che sembrava cucita nella mortadella. L'estate perdura, fa il suo ciclo, muore in là, ma con riapertura di fabbriche, scuole e negozi si può dire quasi finita. Tirate le barche in secca, mettetele a riparo, che sian vere, che sian metaforici desideri d'essere cullati dalle onde del benessere e del dolce far nulla, che io non capisco i fanatici che anche in vacanza devono ginnicamente arrabattarsi... Chi glielo fa fare, mi dico. Chi. Un ricordo del mare? Le paperelle sul torrente nel punto in cui sfocia nel salmastro. Indecise tra acqua dolce o salata. Le anziane signore distese in fila a prendere il sole sul molo di cemento, ormai insensibili anche ai tizzoni ardenti. Il profumo di cucina proveniente ad ogni ora dalle gastronomie. L'aria che sa di focaccia. La focaccia che sa di aria di mare. L'aria di mare che sa di ricordi da dipingere in vario modo. Con parole ed opere. Ed omissioni.

Poche giornate di mare e molte di piscina. Ho anche nutrito una farfalla. Bella,grande, sfumata di giallo arancio e non la solita cavolaia bianca, di quelle che tormentano i miei gerani. S'è posata su un braccio. Ha allungato la proboscide, ha assaggiato l'olio solare Collistar, ha arrotolato la spirotromba fino alla bocca e se n'è stata lì. Gustava assorta e indisturbata. Spero tanto non sia andata a morire da qualche parte e che l'olio invece le abbia fatto buon pro. Ne ho viste altre quest'anno. Molte, graziose. Una mostrata ad un pargolo, che stava in piedi appena,ad esempio, ha detto " che bella!" e l'ha centrata con una pallonata. Quando si dice della bontà dell'animo umano...
Ho visto anche un piccione rinfrescarsi le zampette nel piano vasca della doccia. Di tanto in tanto beveva un sorso dalla cannetta d'acqua corrente per lavare i piedi dei bagnanti e se ne stava appena appena a mollo e poi, sempre camminando, s'è spostato a riposare in un cespuglio.
Io leggevo Buttafuoco, terminate le vacanze di Maigret. Beh, il Simenon di Maigret è per me un Simenon minore, mestierante. Gradevole come sempre, ma più popolare, con i limiti del caso. Ho letto "Le vacanze di Maigret", che hanno il pregio d'essere ambientate dove in un certo senso fu confinato l'autore,in Vandea, a Les Sables d'Olonne, accusato di germanofilia, tra il 1944 e 1945, più estraneo a tutto del buon cazzone di Piero Chiara. Ne approfittò per leggere Proust, Balzac,Zola, ma anche Chandler,Hammett, Caldwell e giocando a bridge.
Buttafuoco scrive assai bene, scrive di moda, ma gli darei una palata sui denti. Perché? Cerca i luoghi comuni della trasgressione e li amplifica, per cui un porporato che canti "Sentimental" sotto la doccia ( specificando più in là che la cantava Wanda Osiris, icona delle checche d'annata) mi annoia, perché vorrebbe essere un pettegolezzo, invece è ormai una banale scemenza alla portata dei lettori di "Chi", da italiota, insomma.
Preferisco Simenon. Maigret però lo lascio alla TV e al cinema.
Il romanzo breve è gradevole. Parla d'amore e della follia che genera. S'ambienta in Ospedale, anche.
Affossa le suocere.
Aspettando settembre v'invito ad una sosta fantastica. Da " Il bar sotto il mare" di Stefano Benni, che lessi un'estate, quando ancora escursioni surreali mi facevano sognare piacevolmente. Ora necessito d'essere ancorata alla realtà e lasciarmi cullare dalla marea degli eventi che cercano faticosamente di portarti via al tuo ceppo, inesorabile macigno, ma certo. Potete andare al bar soltanto se fate 20 km con un litro di frappè e se non temete il folletto delle brutte figure. E' un bar, ma vi lavora il più grande cuoco di Francia. Evadere dal proprio Io, per poi tornarvi, perché si sta caldi. Nel nostro Io, nei nostri affetti, persino nel nostro vuoto quando gli affetti sono buchi neri nell'ozono della vita.
Certamente, i sognatori hanno due intenti che si sviluppano in opposte direzioni:
o fuggire dal mondo
o cambiare il mondo
Nel primo caso, è dura.
Nel secondo caso è facile: potete cambiare il mondo soltanto se avete conservato lo scontrino.
Vi regalo un'atmosfera sottomarina, che ho fotografato io e stando all'asciutto in un posto dove si può.


"Fafiuchè" nel dialetto delle mie parti significa letteralmente "fa fioccare", "fa nevicare", in quanto " la fioca" è la neve. Un "fafiuchè" di conseguenza è un fannullone, o in ogni caso un essere di scarsa incidenza nella realtà dei fatti pratici. Si sa, la neve cade da sola dal cielo. Nessuno "fa fioccare". Un tempo perlomeno era così. Ora sparano anche la fioca. Un "fafiuché" più che altro vive e parla a vanvera. Campa a sbafo o fa cader le braccia quando tenta di essere utile. Come i ferrovieri licenziati da un solerte ammazzacattivi. Erano in torto, ma il provvedimento mi pare eccessivo. Concordo con Lietta Tornabuoni, su "La Stampa", sarebbe bastata una multa salata, una sospensione dal servizio. Invece è arrivato il castigamatti, che funziona con i poveri, ovvio. Non mi risulta sia cambiato nulla nella Casta. Forse non è cambiato nulla in Italia. Leggo, a firma Igor Man, che ad Edda Mussolini Ciano chiesero che cosa fosse il fascismo e rispose "Italianismo". Espressione su cui meditare. L'Italiano esagera, fa la voce grossa con i deboli,chiude stalle sbattendo le porte dove i buoi son già tutti scappati. Prendi i ferrovieri pensionati quarantenni... E' plateale nel fregare e altrettanto nel punire e comunque son sempre gli stracci che vanno all'aria. Pedine della dama. Otto licenziati ( furbastri imbecilli) che tuttavia non fan contento nessuno, tranne Ichino. Già! Ora,all'opposizione ufficiale, c'è Famiglia Cristiana. L'italica storia è come Beautiful. Non si sa mai chi stia con chi.
Ieri un morto e un nato. Ciao Guido, ben arrivato Daniele. E' l'equilibrio dell'esistenza. Nonostante la riflessione razionale non sono serena. Sarà che il nato è molto più giovane di me e il morto mi è molto più vicino come età. Sarà che quando si perde qualcuno si sa che cosa si è perso ( e in questo caso la perdita è di persona notevole ) e di chi nasce non si sa che acquisto è stato fatto. O peggio: che acquisto abbia fatto, nel nascere.
Sono discorsi che non spostano un sassolino, sono discorsi chi ...fon fiuchè.
Uah, la fioca!
Han trovato , sempre nel mio luogo di residenza e nascita, una famigliola di cani, abbandonata in un recinto, chiuso. Maschio, femmina e alcuni cuccioli, di cui uno incastrato nel cancello, immobilizzato. I padroni, che hanno un locale,credo una sorta di osteria, son partiti. Un rottweiler pesa di norma intorno ai 50 kg. S'eran ridotti a 20 kg l'uno. Quel che mi fa andare in bestia è che se i padroni fossero tornati, li avrebbero accolti festosamente. Ecco che cosa amo e mi sconvolge nel cane: l'ingenua fedeltà. I soccorritori han dato loro cibo, inizialmente i cani non riuscivano a mangiarlo. Poi si son rotolati mostrando la pancia. Felici e arresi, deboli e non sto parlando di cagnolini. Di animali forti, che si temono, ma consunti.
Sì, dalle mie parti non vivono soltanto "fafiuchè", ma anche degli str..aordinari insensati, crudeli e desiderosi di vacanza senza impegni.
Uah, la fioca ad feragust!
Vi auguro buon ferragosto con Trilussa e poi, forse, con qualche immagine vacanziera.
ER GATTO E ER CANE
Un Gatto Soriano
Diceva a un Barbone:
Nun porto rispetto
Nemmanco ar padrone,
Perchè a l'occasione
Je sgraffio la mano;
Ma tu che lo lecchi
Te becchi le botte:
Te mena, te sfotte,
Te mette in catena
Cor muso rinchiuso
E un cerchio cor bollo
Sull'osso der collo.
Siconno la moda
Te taja li ricci,
Te spunta la coda...
Che belli capricci!
Io, guarda, so' un Gatto
So' un ladro, lo dico:
Ma a me nun s'azzarda
De famme 'ste cose...
Er cane rispose:
Ma io... je so' amico!
Buon ferragosto: gettatevi qui

o lì
Con la preghiera di leggere attentamente il post precedente e firmare la petizione, grazie.
Tu sei come una lunga
cagna, che sempre tanta
dolcezza ha negli occhi,
e ferocia nel cuore.
Ai tuoi piedi una santa
sembra, che d'un fervore
indomabile arda, e così ti riguarda
come il suo Dio e Signore.
Quando in casa o per via
segue, a chi solo tenti
avvicinarsi, i denti scopre.
Ed il suo amore soffre
di gelosia.
Umberto Saba
Ho avuto in passato cani simili. Tenero a dirsi, erano cagnetti di piccola taglia, un fox terrier, uno yorkshire.
Il primo era il cane del mio fruttivendolo. Tutto il giorno legato alla gamba d'un tavolo tarlato con un pezzo di corda nel retro. Mi chiesero, io bambina tranquilla, figlia unica, posata e solitaria, se volevo portarlo a spasso, al pomeriggio, qualche volta. Non avevo mai avuto cani, ero gattara. Mi piaceva stare seduta con i gatti in braccio, perché morbidi, sornioni, pigri. Quell'esserino vivace, bianco e nero, mi incuriosiva ma non vi ero abituata. Troppo rumoroso. Il nonno paterno aveva avuto due cani, è vero, ma io personalmente non ne avevo esperienza. Temevo di non saperlo gestire ( già peccavo di paura da estremo buon senso).
Lo portai. Mi aspettava ogni giorno in ansia, fissando la porta. Quando mi vedeva arrivare perdeva la testa, si agitava, saltava e abbaiava dalla gioia. Lo portavo a volte a mio padre, sul lavoro, all'officina che stava nei pressi. Egli fingeva di picchiarmi ed io di piangere e lui, furioso, s'attaccava ai pantaloni, oppure al braccio, sul quale mio padre avvolgeva uno straccio. Avrebbe dato la vita per me. Per quei pochi passi insieme. Ebbi occasione di averlo con me, perché i padroni decisero di non tenerlo più, cambiando casa. Non lo presi, chissà per quale timore. Ero abituata ai gatti. Ancora me ne pento. Rifiutai un amico, che sarebbe stato tale fino alla fine dei suoi giorni.
Altrettanto irruente , coraggioso , indomito e... feroce fu uno yorkshire, che tenni dal suo 45° giorno di vita fino alla morte a 13 anni e mezzo e fui io a depositare in un plaid dentro al congelatore del canile, morto. Lasciandoci un pezzo d'anima. Non conoscevo nessuno che, a Santo Stefano, in dicembre, lo potesse seppellire da qualche parte. Dentro al congelatore c'è ancora parte del mio animo, dei miei ricordi, della mia vita. Era, contrariamente al suo aspetto " da salotto", vagamente aristocratico ed anche grazie alla sua mole ( il doppio dello standard), poco socievole ed una vera guardia del corpo.Una "bestiaccia". Una sorte di Maciste della sua razza. Minaccioso e senza paura di niente e nessuno. Usciva se *io* tenevo il guinzaglio, nonostante l'affetto anche per altri componenti della famiglia. Agli ospiti seduti, "faceva la punta" sedendosi davanti e fissandoli. Pronto ad attaccare se soltanto io fossi stata in pericolo. Non lo fece mai, ma minacciò costantemente, fino all'ultimo respiro. Capii che per lui sarebbe finita quando si arrese alla flebo, a Natale del 1999. Da quel giorno per Natale in casa non ci sono addobbi.
Pronti a difendermi con tutta la loro fisicità minuscola. Con tutta la loro dedizione immensa.
E forse tale mi sento. Come la cagna di Saba, se trovassi un padrone che lo meritasse.Forse. Con chi ho amato già lo son stata. Ricordo come aggredii verbalmente un tipo, che a mio padre operato, nel letto, consapevole che era al punto di non ritorno della speranza di riuscire ancora a realizzare progetti di vita, che andò a vantarsi dei suoi successi e nel contempo parlò d'un suo fratello morto, dopo un intervento. Una mancanza totale di tatto.
Lo accompagnai all'ascensore dell'Ospedale e gli dissi: "mi faccia il piacere di non tornare mai più. Si è vantato di quel che possiede davanti ad un uomo che forse non sarà più in grado di lavorare, sto provvedendo io alla famiglia, con il mio lavoro. Non solo. Le ha prospettato la morte: lei è un deficiente, stia lontano da mio padre."
Mesi più tardi, mio padre lo incontrò. Per strada. Gli disse: "tua figlia è una leonessa".
No, sono una cagna, lunga, che tanta dolcezza ha negli occhi e ferocia nel cuore.
Leggo in altro blog ( "unamanciatadimore" e "The free trees") di una vicenda che mi ha sconvolto ( e sconvolge soprattutto la mia mentalità da legge del taglione, a dire il vero, ma vivo in una cosiddetta società civile, per cui mi devo adeguare ad adoperare sistemi comuni) e accaduta a L'Aquila, per i fatti nel dettaglio rimando alla lettura di http://thefreetrees.splinder.com





Un mondo di bugie. Quelle del regime, assurde, terrificanti, ammantate di omertà e la spudorata sincerità successiva. In poche parole: l'ex Unione Sovietica.
"Lupo mangia cane" è un romanzo d'azione, un giallo ambientato in Ucraina. L'Ispettore Arkady Renko indaga sul presunto suicidio di Pasha Ivanov, uomo di potere. Del sale (contaminato) versato in casa, in camera da letto, indurrà alle indagini, che porteranno l'investigatore a Chernobyl dove un secondo morto, all'interno della Zona Contaminata, fornirà altri elementi. Tra scampati rimasti a consumare la loro vita dove sono nati, ladri di icone e d'altro che derubano case abbandonate dai profughi, animali selvatici che si sono riappropriati d'un luogo che l'uomo ha lasciato... Renko scoprirà che l'astio e la vendetta hanno voce umana e animale.
I lupi ammazzano i cani, colpevoli d'essersi asserviti all'uomo e c'è chi non parlò, non agì, ne uscì ricco e intoccabile da un regime all'altro. Fa capolino un Paese dalle speranze tremendamente deluse dal passato e dal presente e insicuro riguardo al futuro.
La scrittura di Martin Cruz Smith è magistrale. Profonda, dura e non priva, di tanto in tanto, d'amaro umorismo. Perfetta.
I personaggi, molti, sono ben delineati, senza retorica.
La Russia si spopola e si ripopola.
Di immigrati.
"Victor posò sul banco la foto di due secchi completi di stracci.
_Questi li ho trovati nell'atrio dell'edificio di fronte. Erano abbandonati, ma dal nome dell'impresa di pulizia sono riuscito a risalire a chi li ha lasciati. Sono dei vietnamiti.Clandestini. Non hanno visto cadere Ivanov ma sono fuggiti all'arrivo delle auto della milizia.
I Vietnamiti svolgevano i lavori più umili, quelli che i Russi ormai si rifiutavano di fare. "
Emerge la rabbia degli scampati di Chernobyl, anzi Chornobyl, come lo pronunciano in Ucraina.Ad un personaggio l'autore fa dire:
" Chornobyl è stata ed è ancora la migliore centrale nucleare al mondo. Poi sono arrivate le organizzazioni umanitarie e hanno gonfiato le statistiche. Cos'è più facile, spillare denaro agli stranieri o far funzionare un impianto nucleare? Così siamo stati declassati da potenza mondiale a Paese del Terzo Mondo. Sa a quanto ammonta veramente il numero di morti a Chornobyl? Sono 41. Non milioni e nemmeno centinaia di migliaia. Solo 41.
La scoperta sorprendente è che gli esseri umani possono sopravvivere a livelli di radioattività molto superiori a quanto pensassimo. Ma la paura ha preso il sopravvento. Ci sono un sacco di persone che muoiono di cancro nell'Ospedale di Kiev eppure nessuno se ne va da Kiev."
Disperazione o follia?
Val la pena di leggere. Decisamente.
