Sarà che il titolo m'attraeva per un'associazione personalissima d'idee, lessi tempo fa sia "Io, Claudio", storia romanzata e godibilissima dell'Imperatore Claudio che "Il Divo Claudio", altrettanto affascinante. Entrambi ritratti di potere disposti all'amarissimo sorriso. Sarà che Andreotti è il monumento vivente a se stesso. Sarà che gli scandali e il processo in cui è stato coinvolto erano ad un tale livello di potere da restare basiti, sarà che il suo mitico archivio alla sua morte dovrà essere bruciato come la biblioteca de "Il nome della rosa"...ma dovevo andare a vedere il film di Sorrentino, con Tony Servillo e mangiarci su, dopo. Godo il cinema meglio a digiuno. Andreotti è l'anello di congiunzione tra Istituzioni dello Stato, mafia e Vaticano. Lo si sa, quel che non si sa lo si suppone, la verità è detta dallo stesso personaggio : per il bene di tutti bisogna perseguire il male.
Non fa una grinza.
Ho sempre considerato la politica l'altare dove immolare gli onesti, gli idealisti, gli integralisti, i deboli, gli stupidi, i corrotti da miserie umane troppo umane.
La politica è la sapiente manovalanza dell'equilibrio, che permette ad un Paese di galleggiare, ad un contesto di non naufragare, ad un insieme di forze diametralmente opposte di interagire. Forze rappresentate dalla delinquenza organizzata, la prima azienda in Italia; dagli interessi socio/economici internazionali; dal capitalismo locale; dalle esigenze spicciole del popolo. Che mugugna e macina che si stava meglio quando si stava peggio. Che se s'è liberato della fame e ha cominciato ad investire nel mattone, s'è emancipato dai lavori pesanti e sporchi, ha lasciato alle spalle malattie tipiche della povertà come la tubercolosi...lo deve alla storia della Prima Repubblica. Alla Democrazia Cristiana e al cesaropapismo, alla connivenza delle cosche col potere, ad un'opposizione forte grazie ad un'Unione Sovietica che sembrava grande potenza, al socialismo rampante di Craxi che in tutto questo periva, non avendo la freddezza, la determinazione, la misura morigerata di vita di chi non viene logorato dal potere perché è il potere. La sacralità dello stesso.
Sarebbe stato facile scadere nel Bagaglino e nella satira o nel film di denuncia con velleità d'una ribellione che non esiste più( e se mai c'è va riorganizzata su basi ideologiche, di pensiero). Invece Sorrentino ne ha fatto un film brillante, sorprendente. La colonna sonora ha un bel ruolo anch'essa, è cosa viva. E alle due donne, la moglie e la segretaria, un posto di enorme peso, nel dare all'uomo appoggio senza risparmiare critiche e consigli da matriarche apparentemente sottomesse. Convincenti tutti gli attori. Un Riina più vero del vero, un bacio al rallentatore e una cena nel prato, della corrente andreottiana, pre ultimo governo Andreotti, simile all'Ultima Cena. In posa plastica tra apostoli e traditori.
Il film non celebra né attacca. Quel che comunica in fondo è risaputo.
Forse non è necessario, per governare, come sostiene la moglie, neppure un genio o un furbo, ma uno sgobbone e un invasato dalla divinità. Non idealista, ma pratico. Non onesto, ma pragmatico. Non bugiardo, ma reticente. Mai sentimentale, ma non arido, affidando al senso dell'umorismo il compito non facile di stemperare qualsiasi sentimento. Credente, ma tramite e non servo di Dio. Non debole né corrotto. Impermeabile alle lusinghe inferiori all'immortalità.
Aleggia la Chiesa. Aleggiano le avidità. Si consuma l'ultima fase del dopoguerra.Resta incolume il simbolo che ne resta. Un impassibile burocrate della capacità di governare attraverso il puro raziocinio. L'amoralità della gestione della cosa pubblica nel freddo, perfetto, interesse della cosa pubblica stessa. Come se, appunto, la reggesse un disegno divino che resta imperscrutabile nella sua mistura di lacrime e sangue. Nel dosaggio giusto. E guai a chi non lo sa mantenere. E' la sua morte, o quella del Paese.