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Utente: flaviablog
Il 15 aprile 2006 il suo esordio su blog, comelarugiada, un blog evanescente, una scatola di pensieri che ancor oggi sopravvive in forma privata, nato nell'attesa di un intervento chirurgico. Nel febbraio 2007 nasce Carta scritta, per scrivere per diletto: racconti, recensioni, cronache. Per parlare di lettere ed immagini senza alcuna sovrastruttura ideologica. Questo è un blog ostinatamente in disparte e che non vuole essere di parte.

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lunedì, 02 novembre 2009

Ciao, Alda

Alda Merini nasce un 21 marzo, primo giorno di primavera, nel 1931, in pieno fascismo e più tardi sarà la guerra. Un'infanzia deprivata in ogni senso. Una data che ricordo perché mia madre morì un 20 marzo, ultimo giorno ufficiale d'inverno.
Di lei, confesso, ho il ricordo di una sensibilità acuta ma di una persona sciatta, disadattata e lo confermano certe foto delle riviste, che hanno violato con il suo permesso la sua intimità, mostrandocela. Lei stessa, si è spogliata integralmente, in una nudità che ho molto amato per la sua scomposta fierezza. Certo, non è il tempo a spegnere ardori, amori, sensibilità, dolore. Viviamo in una società che anestetizza il senso della realtà. Siamo vittime di una costante scomposizione in tessere del nostro goder la vita. E la vita è anche un corpo non più giovane e forse mai stato bello, secondo certi canoni. Vita è anche disordine per scelta, diceva Brunella Gasperini che un po' di...sporcizia ( polvere, oggetti "a vista" che potrebbero benissimo invece esser ben riposti...) riscalda il cuore. E' vero. Personalmente preferisco case non asettiche, in cui i libri giacciono in pile a volte un po' scomposte e l'ordine resta un'intenzione. Mi piace vedere molta roba che mi parli di chi sia la persona, non rimessa a posto da una colf quotodiana, che ti ravvia i pensieri. Certo, l'ordine è comodo, quello mentale prima di tutto ma si risolve nella mostruosità più soffocante: la freddezza. Nulla è più silenzioso e composto e privo d'orpelli di un obitorio...
La Merini aveva un caos calmo nel cuore e nel cervello, che non avremmo mai conosciuto se non fosse stato per l'amore che altri autori le hanno mostrato, da Quasimodo a Raboni, da Pasolini a Padre Turoldo. Dieci anni fa anche lo Stato le riconobbe un premio Poesia, del Consiglio dei Ministri. E' arrivato in ritardo, ma è arrivato, per questo mi aspetto funerali di Stato.
Ho ascoltato un'intervista breve, asciutta, amara... alla figlia, che definisce la Merini più poetessa che madre. La capisco. Una genialità data dalla diversità ( l'ha definita donna degli eccessi in bene e in male) non crea una madre capace, necessaria ad una società organizzata. Offre una madre immensa e carente. Una marea d'emozione fatta persona. Un figlio invece ha bisogno spesso di cure socialmente utili e amorosamente comuni ed anonime nei gesti.
Lei era esagerata e tutti a goderne, per la grandezza esasperata.
Qualcuno non l'ha amata, ultimamente. Troppo personaggio.
E chi, famoso, umanamente, non diventa alla fin fine icona di se stesso?
Chi?
Io, l'amo.
Amo i suoi amori sensualissimi e disperatissimi.
Amo la sua nudità provocatoria ed anziana.
Amo la sua diversità quasi ironica, come sono spesso le diversità senza speranza di remissione.

Ieri sera, di getto, le ho dedicato una poesia, in versi sciolti e buttati lì come una cartaccia fuori posto, che sedimenta nel disordine.
Io oscillo tra il piacere estetico dell'ordine, che mi rasserena e la voglia di lasciarmi andare.
Di sicuro amo poco la funzionalità degli arredi moderni. Mi piace la roba vecchia. Vado a ravanare dai robivecchi.
Mi circondo di ninnoli il cui unico scopo è raccogliere polvere. Anche la mia, che esce dal mio stesso pensiero: polvere di ricordi, di fallimenti, di speranze deluse ma anche di successi, voli fulgidi e bagliori improvvisi, che ben conservo nello sguardo, a volte.
Io vissi d'amor, come Tosca, che a volte s'è nutrito d'odio ed ha spesso chiuso le porte al mondo in un'estatica serenità formale. Eppure la dolcezza, a volte scapigliata, c'è. Bisogna tuttavia meritarsela.
Pugno di velluto in guanto di ferro e non c'è errore.

Ciao, Alda.

Per te, un pensiero scritto da me, che mi ritrovo poetessa com'ero da ragazza e la vita tale non m'ha voluta:


Chiamarsi folle
Per rivoltare di pensieri zolle
E voltar carte e vedere giullari
Giocare con le nostre vite
Fino a spremere il cuore
Ti prego, non distruggermi, amore.

Chiamarsi vile
Per rinverdire speranze ormai nere
E voltar carte e vedere cavalieri
Minacciare le nostre integrità
Fino a soffocarne l’ardore
Ti prego, non uccidermi, amore.

Chiamarsi donna
Per tessere trama ed ordito
E voltar carte e trovare dame
Meste lèggere la parola “fine”
Ti prego, non spegnermi, amore.

Chiamarsi folle e vile e donna e fiele
E voltar carte e vedere la vita di spalle
Lasciare il rifugio labile
Del nostro dolore instabile.
Ti prego, non lasciarmi, amore.









postato da: flaviablog alle ore 12:28 | link | commenti (19)
categorie: poesia, amore, massa, merini
sabato, 01 agosto 2009

Benedetta donna!

Così mi tocca definire la Cibrario, che ha sdoganato le mie letture. Mi muovevo infatti da un po' tra romanzetti più o meno alternativi, in realtà scontatissimi sul piano sia del "politicamente corretto" che della trasgressione. Già visto, già dato, già letto e consumato. Dopo tre pagine è già chiaro che il buono ha scritto in fronte giocondo o non c'è speranza nel fondo nero d'un bicchiere nero. Eppure, se c'è chi pubblica, è perché c'è chi legge 'sta roba.
Leggo "Rossovermiglio" della Cibrario. Mi dico: bel titolo, almeno quello.
E' un vino.
Colline del Chianti, anche se tutto ha inizio a Torino. 1928, aristocrazia. Da lì parte l'avventura d'una donna intimamente libera e ribelle, anche se non lo sa, che sceglierà il meno peggio tra i suoi pretendenti alla carta, soltanto perché di discreto aspetto ed amante dei cavalli. Sarà un errore, forse il meno triste che possa commettere, con quest'uomo non nascerà la minima passione, neppure un figlio fatto per sbaglio. Niente. Lui le venderà persino il cavallo, la tradirà per una sciantosa o giù di lì. Lei fuggirà in una tenuta ereditata per caso, in Toscana e qui risorgerà, come donna d'affari. Produrrà Rossovermiglio. Vivrà un grande amore con un uomo sposato. Sarà un emblema di tranquilla trasgressione. Arriverà il giorno in cui, tuttavia, qualcuno andrà a morire presso di lei rivelandole ciò che è stato e che io qui non voglio raccontare, per timore di disturbare la sorpresa ed anche la quiete che rimbomba invece, mentre l'aristocrazia sta a guardare l'ascesa della borghesia, anche tramite il suo feticcio fascista: Mussolini. Messo lì a contrastare le velleità comuniste d'oriente. Un tipo con un brutto cappotto e che tiene le mani in tasca.
Così la bella gente aristocratica torinese assisterà all' ondata dell'oceano di seguaci in camicia nera che osannano il Duce, così come sarà a suo modo travolta  dalla seconda guerra mondiale, per perire nell'immagine al referendum per la scelta tra Repubblica o Monarchia, tra voltar pagina o conservare quadretti d'un mondo morto e antico, eppure già così disposto a riciclarsi.

Ed Elena come Tancredi del Gattopardo di Tomasi di Lampedusa si farà largo, donna, nel nuovo impero del profitto quel tanto che basta per non essere una moglie dimenticata su un vecchio comò, come ambarabà cicì coco, che facevano l'amore con la figlia del dottore e lei con Trott, ovvero Treunnersperg, avventuriero lestofante o grande amore, gran colpo di testa ?

Tante cose da dire, mai dette e che mai si diranno, neppure nella sera della vita. Una che si griderà a bruciapelo e non verrà ascoltata e la percezione che l'amore sia come il Mago di Oz: chimera.

Il Mago tuttavia è reale.
Venale.
Come a volte lo è anche la passione.

Elena è giovane.
Elena è quasi vecchia.

Si cita Calvino ed il suo barone rampante.

Si comincia così:

"Oggi so che c'è bellezza e bellezza; e questo vale anche per i luoghi, non soltanto per le persone.Qui non ci sono deserti ricamati dal vento o montagne affacciate sui laghi, golfi che abbracciano il mare e isole sul filo dell'orizzonte, solo una quieta infilata di vigne ordinate, di conche e salite; e c'è chi sente una musica mischiata all'odore del bosco dopo la pioggia. Chi la lavora, la terra, fa finta di non vederla questa bellezza: gli pare un vezzo da pigri fermarsi a guardare la valle quando l'ombra l'allaga o il sole filtra nel bosco e disegna un sentiero.Non è disprezzo o disattenzione, soltanto abitudine. La terra è la terra, il bosco è il bosco e la vigna è la vigna."

Ineluttabile realismo.

Atmosfera alla Nuvoletti de "Un adulterio mantovano" senza leggerezza da un lato e priva di bovarysmo. Non c'è innamoramento per l'amore, anelito alla libertà del Secolo nuovo. No. C'è la ricerca della stabilità.
C'è gente che sa che la terra è la terra, l'amore è l'amore.
O forse, no.

Di Benedetta Cibrario: "Rossovermiglio".
Da leggere.
Assomiglia ad un classico.
Strizza l'occhio a Flaubert, a Gozzano, sfiora la Mazzucco e non s'intorbida.

Un po' da madamìn.
Un po' vestito da sposa di pizzo.
L'autrice usa  persino il punto e virgola, attenzione, gente. Sa scrivere e non è poco.


postato da: flaviablog alle ore 22:11 | link | commenti (2)
categorie: recensioni, amore, donne, vita, storia, uomini, torino, romanzo, cibrario
giovedì, 11 giugno 2009

Mi sento


come dopo l'esame di maturità. Avevo avuto 60/60, per aver portato involontariamente, oltre ad italiano e storia, filosofia. A quei tempi  ( era il 1973) si portavano  agli orali  due materie, una a propria scelta e l'altra a discrezione della commissione. Chiesi italiano e filosofia ( la mia materia preferita in assoluto), ma mi diedero storia, oltre all'italiano. Avevo avuto un nove di italiano scritto ed un sette di latino ( ma era uno dei voti più alti ottenuti dalla classe) e la Commissione voleva verificare fino a che punto fossi preparata di una materia che non avessi scelto, per vedere se meritavo davvero il massimo.
Io, per conto mio, non volevo neanche più presentarmi all'esame ( m'avevano tolto filosofia!!!) orale, perché sono facile all'Aventino, se qualcuno mi "offende" veramente.Il membro interno strepitava: ma cooomeee! Non si fa così! Proprio Leeeiii ( era un prof che dava del lei agli studenti).
Insomma: mi misi un completino rosa pallido, pantaloni che per indossarli era necessario coricarsi sul letto e trattenere il fiato e magliettina con le manichine a sbuffo, sandaletti e borsa bianchi e andai a scuola, dopo aver ripassato tutta storia in poche notti fresche (eravamo a luglio).
Arrivai lì, con il mio fisico sottile, i capelli fino al sedere, gli occhi truccatissimi e le unghie lunghe così ( ero disarmante, nell'allontanare da me qualsiasi atteggiamento binettiano )e portai tre materie. 60/60 e bacio accademico, come all'Università ,del Presidente della Commissione ( un prof universitario genovese, che non reincontrai mai più, perché m'iscrissi a Torino al Magistero, scegliendo pedagogia ad indirizzo filosofico).
Ebbene: ci fu chi disse che ero delle stesse idee politiche del Presidente ( errore: era un destroide, individualista, mi consigliò di leggere Heidegger, nel mentre io facevo parte del Movimento studentesco ed ero rappresentante di classe, anarcocollettivista a modo mio); qualcuno insinuò che fosse il mio papy ( per usare termini odierni), quando io ero timida, fedelissima al morosetto da un anno e mezzo e persino vergine;quanto al morosetto...s'eclissò. Alla mia telefonata gioiosa rispose: " e chi la tiene più questa"!

Mi lasciò per una commessa, che da adulta  ebbe poi un sederone ( e seno scarso),  alta un metro e un tappo di gazzosa,per il quale per fargli il giro intorno era necessaria la bicicletta e che lo fece anche cornuto ( sposò un altro). Anch'io però, poi, tra un errore ed un passo falso, mi fidanzai con tutt'altra persona.

E così continua.
Scrivi un libro? T'arriva addosso molta stima, degli incoraggiamenti ad andare avanti, voglia di fare, complimenti.
Nel contempo l'invidia si taglia con il coltello, piovono insinuazioni e gli uomini s'arroccano.

Che dire? Ho nuovamente 18 anni.


postato da: flaviablog alle ore 22:30 | link | commenti (13)
categorie: amore, ricordi, vita, uomini, scrittura, valori, attualità
mercoledì, 10 giugno 2009

A casa mia libri e quadri, Maestri e Margheritine

A casa mia ci sono libri, tanti e quadri appesi nel poco spazio ( ma ne avrei molti ma molti di più, se li stanassi dai loro nascondigli). A casa io e mio padre, incessantemente, abbiamo sempre letto e dipinto, dipinto e letto. Io, in realtà, cominciai presto a disegnare ( matita, carboncino, sanguigna, seppia) e... scrivere.
A casa mia ci sono mobili ammassati e vecchi, quel che resta di un appartamento più grande. Tra libri e quadri, armadiate di vestiti e scarpe, che sono una gran bella consolazione, per chi considera il corpo qualcosa di cui avere cura ed agghindare, perché faccia parte d'una risultante armoniosa del bisogno estetico del vivere. Tra questo e quello, i profumi che colleziono da almeno 15 anni. Ne avanzo un dito e lo conservo. Svanisce, inacidisce, si concentra e sbrana chi lo annusi. Non voglio saperlo; conservo, conservo e basta. Bellezza dell'odore, della confezione, del ricordo a cui un colore o un profumo mi riportano ( e non sempre bello).
A casa mia il tempo sembra trovare una sua immobilità: da bambina amavo poco giochi movimentati e rumorosi, allora leggevo e disegnavo; da ragazza m'adattavo a compagnie chiassose, cercando però sollievo nella lettura e soprattutto nella scrittura. Tutto e tutti diventavano personaggi d'un diario fitto di avvenimenti. Erano ben delineati, sottolineati dalla cronaca spietata e puntuale della realtà.Di tanto in tanto s'apriva un sogno. Di solito, i soliti e mi si perdoni il bisticcio, ma sono rimasti immutati. Sono sogni personali, riconducibili ad un certo perfezionismo affettivo estetico: immaginavo il mio compagno come l'uomo perfettamente speculare a me, una sorta di Dorian Gray intento a leggere, scrivere, disegnare o dipingere e restare, con me e come me, appeso a mezz'aria tra il personaggio e la persona. Oltre il confine delle umane miserie fatte di umori, d'animo e liquidi, ché l'umano materialmente animale mi ha sempre fatto un po' senso, così limitato, carnale, per nulla passionale, così preso com'è dal nulla tangibile. Corre, sbuffa, suda, ingoia, spreme. Una ridicola macchina che trova la sua nobiltà nel momento in cui sorride, gode e produce bellezza, si distacca quando vuole da un mondo che desidera l'immortalità attraverso la riproduzione, il potere, la miserevole follia sociale,quando la perfezione va invece cercata dentro di sé e nelle cose, create dalla parte migliore di noi, che "realizza", che "fa", che "comunica", ma non all'universo mondo, soltanto a chi sa entrare in sintonia.
A casa mia, libri per scapparci attraverso. Fuggire da tutto e tutti, per un mondo parallelo e totalmente mentale, perché mi irrita vedere ciò che ho pensato persino diventare cinema o teatro e morire tra le braccia dell'immagine che, invece, se c'è, è colma di sé. Non è la trasfigurazione che d'un concetto o d'un luogo. Non rappresenta, incarna. E' tronfia.
A casa mia i libri son sempre stati:
stanze;
porte;
nascondigli;
alberi;
tane;
schermi;
scudi
e mai ne ho finito uno senz'averne immediatamente un altro pronto, di riserva, chiuso, da leggere.
Ora s'accumulano, sul comodino, quelli stampati; altri invece m'invadono la testa aspettando che li scriva,perché non ho più come migliore amico il diario, da rileggere ogni giorno per fare il punto della situazione, sarà perché so che la situazione è di stallo, non si muove e forse è già morta.
Morta di noia ad aspettare che l'affresco sul soffitto della mente s'inveri e spariscano gli stolti e gli inutili, lasciando però di sé manciate di oggetti e servizi, il buono che l'umanità produce là dove ci conduce: alla fine del viaggio in cui sei stato non quanto hai amato, ma quel che sei stato amato ed allora spero, nel mio caso, conti più la qualità della quantità, ché l'amore altrui io proprio non l'ho cercato.Me ne stavo in poltrona a leggere, aspettando che arrivasse lo scrittore, magari a togliermi il libro d'avventure per dirmi: ecco qui, sono io l'avventura. Senza di me, nessuna storia. Allora credo che lo avrei amato.Peccato che, ora come ora, io ami soprattutto tutti autori già morti.
Io scrivo, e scrivo per me. Che il pubblico s'inginocchi e mi segua carponi, perché il passaggio è stretto, ma poi porta nel mio mondo e lì, attenzione, c'è uno spreco di tappeti, di dolci e profumi, ma lo spazio è minimo. Lo spazio è intimo, è un bozzolo illuminista di vanità occidentale dove Tu sarai un Re e Tu , chiaramente, la Sua Regina. Potrei invece trafiggervi. Scrivere storie in cui l'amore finisca in croce, ma sarei blasfema. L'unico grande Amore c'è chi l'ha già scritto in croce e scriveva da Dio. Finirei d'uccidere soltanto miseri uomini e donne ancor più misere, perché a queste metafore di boria soggette.
A casa mia libri, tanti e quadri. Paccottiglia.
Vuoti a perdere dell'Io.
Ed Io, che dire ancora?
E' stanco.
Inizia ballando una mazurka, tutt'allegria e banalità, si racconta con l'animo modesto ed ammiccante, in tono amicale e confidenziale,ma poi finisce sorvolando paludi, diventa un Chagall, s'anima di donne imbambolate ed idoli cornuti e sembra un'allucinazione, quando è invece la rovinosa realtà dei fatti.
Tu, Dorian, per non pensare al domani, vendi il ritratto. Servirà a non pensare ciò che sarà ed io, invece, resterò ad essere la lettrice in poltrona, ma in una scenetta ripetuta almeno quattro volte, in cui qualche buon enigmista possa individuare le differenze.
Io non sono una scrittrice, ma il quesito con la Susy.
Trova il pezzo della tua vita fuggita, è nascosto nel mercato sottostante di cineserie e poco lontano c'è la fermata del tram.
A casa mia, libri in cui c'è di tutto, da buone norme per coltivare i giacinti, a romanzi immortali per lettori caduchi.
A casa mia ci sono quadri, che mostrano una realtà immortalata nella sua pesante e matura bellezza, da chi resta fotografato invece, nella mia mente, nella consapevolezza della misura sempre più stretta del sogno. Non aveva mai venduto il *suo* ritratto.

Rossana Massa

Dedicato a mio padre e a Maria Strofa ( Carlo Berselli)

martedì, 26 maggio 2009

Non Marquez, ma Marzullo


Insomma: non sarei io se vi dicessi che credo al vademecum di Marquez, sempre che sia tale, La Signorina più che rosa è fucsia. Molto di quanto elencato è  talmente  fasullo che non avrebbe potuto scriverlo neanche Sveva Casati  Modignani e neppure la Contessa Serbelloni Mazzanti Vien Dal Mare.

postato da: flaviablog alle ore 23:34 | link | commenti (2)
categorie: amore
lunedì, 25 maggio 2009

Gabriel Garcia Marquez, sarà vero quel che dice?

Tredici spunti per la vita
1. Ti amo non per chi sei ma per chi sono io quando sono con te.
2. Nessuna persona merita le tue lacrime, e chi le merita sicuramente non ti farà piangere.
3. Il fatto che una persona non ti ami come tu vorresti non vuol dire che non ti ami con tutta se stessa.
4. Un vero amico è chi ti prende per la mano e ti tocca il cuore.
5. Il peggior modo di sentire la mancanza di qualcuno è esserci seduto accanto e sapere che non l’avrai mai.
6. Non smettere mai di sorridere, nemmeno quando sei triste, perché non sai chi potrebbe innamorarsi del tuo sorriso.
7. Forse per il mondo sei solo una persona, ma per qualche persona sei tutto il mondo.
8. Non passare il tempo con qualcuno che non sia disposto a passarlo con te.
9. Forse Dio vuole che tu conosca molte persone sbagliate prima di conoscere la persona giusta, in modo che, quando finalmente la conoscerai, tu sappia essere grato.
10. Non piangere perché qualcosa finisce, sorridi perché è accaduta.
11. Ci sarà sempre chi ti critica, l’unica cosa da fare è continuare ad avere fiducia, stando attento a chi darai fiducia due volte.
12. Cambia in una persona migliore e assicurati di sapere bene chi sei prima di conoscere qualcun’altro e aspettarti che questa persona sappia chi sei.
13. Non sforzarti tanto, le cose migliori accadono quando meno te le aspetti.
TUTTO QUELLO CHE ACCADE, ACCADE PER UNA RAGIONE



postato da: flaviablog alle ore 23:54 | link | commenti (25)
categorie: amore, amicizia
domenica, 10 maggio 2009

Per la festa della mamma

Mia madre aveva "fatto" soltanto la quinta elementare ed era andata a lavorare a 12 anni, nell'opulento nord ovest. Era stata una ragazzina molto vivace, un maschiaccio, tanto che era sconvolta, quand'ero bambina, dal fatto di avere una figlia che, se andava a giocare con i calzini bianchi...sarebbe tornata a casa con i calzini ancora bianchi, soltanto un po' più spettinata. Mia madre s'era fatta bocciare in seconda elementare, perché rideva guardando il maestro, che aveva, nel bel mezzo della pelata, un ciuffetto ribelle ed improbabile. Mia madre preadolescente scavalcava d'un salto il recinto di legno dei balli a palchetto, perché non aveva il permesso di entrare, essendo ancora giovane, anche se, essendo formosa, non aveva più il fisico da bambina. Amava ballare. La vita la costrinse sempre in un contesto di sacrificio e rinuncia, per motivi economici. Sposò l'amore e accoppiò la fame con la sete, perché mio padre era più povero dei gatti del Colosseo. Poveri, ma belli e sfortunati. Piuttosto presto la morte, laggiù o lassù li ha portati. Mia madre aveva gli occhi grigioazzurri, come i miei, ed i capelli neri. Non voleva che io le assomigliassi nemmeno un po', perché riteneva che mio padre fosse il genio di casa e da lei non ci fosse nulla da imparare. Si dava della sciocca, e intanto leggeva Kundera.
L'ultimo libro che lesse fu "L'insostenibile leggerezza dell'essere" e poi mi disse: oddio, è tutto vero!
Mia madre non mi forzò mai al matrimonio né mi disse mai che desiderava essere nonna. Mi spinse al lavoro. Soltanto nel lavoro, lei che avrebbe fatto volentieri la casalinga ed invece era coadiuvante di mio padre,vedeva l'emancipazione femminile. Prima poter mettere il *tuo* pane in tavola.Prima, questo! Nell'opulento nord del sacrificio e delle rinunce. Del nord del benessere sudato lacrime e sangue.
Mia madre morì sognando un gelato. L'ultimo desiderio che non fu accontentato.

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categorie: amore, vita, racconto, massa, affetto
sabato, 25 aprile 2009

25 aprile ( e domani 26!!!)

Un tempo a casa mia era festa grande. Mio padre "ci credeva". S'andava in gita, in tre, alla Benedicta, a rendere onore ai martiri partigiani. La mia terra e la mia famiglia aveva dato, in proposito. Se ne parla anche nel mio libro, di comunismo libertario e di confino ad Ustica. Si partiva, noi tre ed il cane, per arrampicarci per un luogo verde e punteggiato di fiori e con il cuore in gola si arrivava invece sul posto dell'eccidio, che era nell'insieme bello ed orribile. Esteticamente piacevole, in mezzo alla natura, superbo, a suo modo, come gradevole è la campagna tra Piemonte e Liguria. Nel significato,invece, atroce.Un cimitero colmo di morti prima d'essere defunti. La sofferenza faceva marcire un'aria diversamente buona. Ed ogni volta a mio padre si spegneva in volto la speranza. Il mondo che stava pian piano strutturandosi dopo la Seconda guerra mondiale, tolti gli entusiasmi della ricostruzione, era un coacervo di corrotti e corruttori. Chi era morto, in nero o in rosso, spesso un illuso in buona fede e non sempre neppure una brava persona. Spacconi in camicia nera contro disperati in camicia rossa. Guidati entrambi da rabbia e speranze umane, troppo umane. La ragione era a sinistra, ma tra i partigiani molti lottarono anche in nome di Cristo.
Insieme tuttavia di quest'Italia avrebbero fatto ben poco, se non fossero sbarcati gli Americani, che a sinistra si scrivevan con la kappa, fino a ieri o quasi. Calando un velo pietoso su Clinton e tirandogli su i calzoni, ora è Osanna Obama nell'alto dei cieli.
Che dire?
Tutti morti per amore, per necessità, per illusione.
A tutti una carezza, ma soltanto ai buoni.
Agli illusi più puliti.
Oggi credo che andrò al cimitero a trovare i miei, di illusi nella vita, a dir loro che, se non muoio in nottata, a 54 splendenti ci sono arrivata e devo aprire tutti i pacchetti dei regali ricevuti ( il compleanno è LA FESTA) e fare tra oggi e domani cose che mi piacciano davvero tanto, che abbiano *per me* un significato profondo, perché questa è la *mia* festa e null'altro conta, per chi ha riposto la sua causa nel Nulla, in mancanza di meglio.
Questo Paese avrebbe bisogno d'amore, come tutto e tutti. Questo Paese per sé stesso, per i SUOI, anche se sappiamo che vi comanda la mafia, equamente seduta a destra e a sinistra, spalmata su tutto il territorio nazionale, ma la gente, modesta e non intrallazzata, che s'arrabatta e campa come può c'è ancora, anche se pare non interessi a molti, in politica. GENTE ITALIANA.

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categorie: amore, vita, storia, attualità
giovedì, 26 febbraio 2009

Primo spunto di riflessione stirneriana

        Dice il saggio (Stirner):
che cosa distingue un giovane da un adulto?
L'uomo adulto prende il mondo così com'è, senza pretendere di trasformarlo secondo il suo ideale, cerca di mediare tra ciò che è ed il suo tornaconto. L'uomo ci appare più egoista del ragazzo, ma qual è la differenza?
L'uomo ha imparato ad amarsi così com'è, si è già fatto una ragione dei suoi limti personali, ha imparato ad amare il suo corpo e se stesso e questo suo nuovo amore abbraccerà il contesto in cui vive. Diventa realista, pratico, egoista.
Il fanciullo è idealista, perché pone se stesso tra ciò che deve cambiare ed ancora non si ama per quello che *è*, ma vorrebbe essere amato per ciò che fa, che ha, che sa. L'adulto, che è egoista, vive per il piacere che può dargli la sua vita, nel mentre il giovane anela sempre ad un piacere che arriverà "quando tutto sarà migliore".

Tutto ciò Stirner lo diceva nel 1844, gli psicologi lo hanno detto molto dopo e qualcosa di simile ha detto a modo suo persino De Mello, facendo lo slalom tra aquile e polli.

Un'altra chicca. Ovvero: l'amore secondo Stirner, che nella religione e nella spiritualità vede fantasmi in grado di distogliere l'uomo dalla tranquillità modesta della sua fisicità.
Dice così:
" Se io mi prendo cura di te perché ti amo, perché il mio cuore trova alimento in te e i miei bisogni hanno in te la mia soddisfazione, ciò non avviene perché il mio amore per te sia sacro, o perché veda in te qualcosa di superiore, ma per il mio egoismo, TU STESSO mi piaci perché sei come sei, non perché trascendi il tuo particolare verso l'universale. E' di Te che godo ed ho bisogno. Non è il tuo spirito che amo, ma Te".

Vale per tutto: la verità, il diritto, la legge, la giusta causa, l'autorità, il matrimonio, la salute pubblica, l'ordine, la patria, eccetera. Non ne amiamo lo spirito, ma l'utilità che ne deriva nella loro rappresentazione concreta.  Eppure vogliono  farcene amare lo *spirito* , l'essenza astratta, quando invece non c'è: la verità è opinabile, la legge può essere sbagliata, un matrimonio da disfare, la patria può mutare i suoi confini, l'ordine può essere un'arma a doppio taglio, la giusta causa è una questione prospettica.

Allora?
Stirner

Stirner mette in guardia dall'adorazione dei principi svuotati dalla concretezza, che sarà forse meno affascinante e trionfale, ma è semplicemente *pratico*. Si salva in questo modo da qualsiasi forma di fanatismo.

E pensare che la dottrina stirneriana fu usata da fanatici di destra, dopo decenni dalla sua enunciazione, quando è alla base di un comportamento che invita a stare con i piedi per terra ed andare ,con gli stessi, di piombo, ricordando di amare dapprima il nostro umile e miserevole corpo ed amarci così come siamo, perché *dobbiamo stare bene* e non diventare anche noi un ideale da perseguire.
 


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categorie: amore, libri, vita, filosofia, stirner
giovedì, 05 febbraio 2009

Il Signorino

Alla prima apparizione della Signorina, ebbi a dire che non c'è Signorina se non ci sono Signorini allergici ad impalmare signorine e/o Signori con troppi piedi in troppe scarpe, con la vocazione del Sultano, così che le signorine restano tali, parcheggiate nel nubilato in eterno, finché gli anni passano e le mamme imbiancano.
 Anche la Signorina si destreggia, come tutte, tra Signorini e Signori, tutti convinti di avere sette donne ciascuno ( di diritto) come le vite dei gatti. Si può dire che faccia da una vita lo slalom tra le zampate, inverando la legge di Murphy sull'altare: chi ti piace non ti vuole e chi ti desidera è gradevole come una palata sui denti.
La Signorina però vive, periodicamente, situazioni di compromesso, in cui entrambi ci si vuole un bel po', anche se in modo diametralmente opposto. Diciamo che le Signorine sognano dalla vita in su, mentre il genere opposto ( o avverso?) preferisce sognare dalla vita in giù, con qualche mirabile momento in cui invece uno dei due salga oppure l'altro scenda.

La Signorina ha un Signorino da anni, che corrisponde d'amorosi sensi, ma a debita distanza, come si fanno le iniezioni alle tigri. La Signorina ed il Signorino hanno messo di mezzo molti chilometri, così che non vengano tentazioni frequenti, che possano indurre al matrimonio. Così va da anni, vissuti a litigare per telefono e via sms, con il proposito di farlo periodicamente in carne ed ossa, passato un primo approccio molto euforico che consiste nel verificare molto vivacemente che l'altro non sia un ologramma.
Il Signorino e la Signorina sono spesso ai ferri corti, perché godono di avere idee politiche diametralmente opposte ( anche ad oltranza) anche se sanno che, alla fin fine, non è vero. Giocano tuttavia a chi ce l'ha più duro ( il testino). Tra una discussione epocale e l'altra si dicono le cose che rendono carina una coppia, esaltate dal fatto che la Signorina è molto puccipucciosa di suo e non ditemi "chi l'avrebbe mai detto".
 Se il Signorino sta al gioco, il ciccicioppi dura un bel po', ma poi scivola inevitabilmente in un involontario cabaret, che alla Signorina le cose serie devono passare per l'ironia o si annoia, decisa com'è a non maturare mai.Non per nulla s'è scelta, o s'è fatta scegliere, da un testardissimo Signorino, che la farà morire zitella e ciò, naturalmente, peggio per lui.

La Signorina e il Signorino si vedono poco, ma sono soci benemeriti Telecom e ricevono dall'azienda il panettone a Natale, con i ringraziamenti commossi di tutti i dipendenti, che allegano alle bollette le fotografie dei loro bimbi più piccoli.

I loro dialoghi sono di grande spessore.
Una di queste sere il Signorino infatti  ha annunciato che stava per cucinarsi il pesce per la cena.
- Bene, e che ti prepari?
- Sogliola alla mugnaia.
- Bravo, fai dorare bene la sogliola prima di...
- Veramente è una platessa.
- Allora vedi di far dorare la platessa infarinata prima di...
- Ma la farina non ce l'ho!
- Peccato, la salsa viene ristretta, aggiungi però il vino e il limone dopo che avrai fatto dorare la platessa..
- Non ho mica il vino!
- E con che cosa la fai?!
- Marsala.Senza limone.

Aspetto che faccia una torta di mele senza farina e con le fragole.

La Signorina si lamenta di essere grassa come un frate e di rimando il Signorino la chiama puffettina cicciosa.

Alle proteste della Signorina, chiarisce: no, puffettina no.

Insieme rievocano i bei tempi andati,degli inizi del loro combattimento a due, che furono anche quelli in cui la Signorina ricevette dei fiori dal Signorino senza neanche essere morta, e ricordano le loro canzoni d'amore, degli inizi della loro controversa relazione: le romanticherie di Olmo e Vanette.




postato da: flaviablog alle ore 23:25 | link | commenti (38)
categorie: amore, donne, vita, racconto, uomini, la signorina