Non sono io a definirla tale. E' la protagonista del romanzo, una giovanissima che racconta di sé. Il linguaggio ricorda Ammaniti, quando si cala in teste altrui e pensa e scrive come questo o quello. In tal caso si tratta di una ragazza. "Un complicato atto d'amore" , di Miriam Toews, Adelphi, è un romanzo "al femminile" scritto da una donna, che racconta la vita claustrofobica di un'adolescente. La ragazza è Naomi, ribattezzata da lei stessa bambina, "per comodità", Nomi, che vive in un villaggio creato e gestito da una setta, i Mennoniti, a suo dire "la sottosetta più sfigata del mondo", per la quale non c'è altro futuro che essere assorbita dal "massacro di polli", allevamento, uccisione e confezionamento di pollame " a vita" o lavorare presso una pompa di benzina dove l'unico svago è del padrone, che si diverte a guardare le ragazze in calzoncini che versano carburante nei serbatoi delle automobili.
Chi vuol sopravvivere...se ne va e tutti spariranno gradatamente all'orizzonte della ragazza.L'ambiente semplice e composto, che dovrebbe preservare dalle brutture del mondo, in realtà non protegge affatto,ingabbia in regole ripetitive e la pace e l'amore che si vorrebbero coltivare non esistono. E' una morte stantia fatta di non-vita per evitare l'aggressione dell'esistenza dell'altrove.
L'autrice si cala assai bene nei panni della ragazza che è nel contempo disincantata ed ingenua. Le sue opinioni sono lapidarie e grottesche. L'umorismo che ne deriva è atroce. La vita per Nomi è ferocemente ridicola e se ne salva con chiusure o reazioni plateali di facciata tipiche dei giovanissimi ed il disagio e la diversità vera o presunta diventano fisici segnali visibili e la comunità la scomunica. Intanto ormai è sola. Non è che l'atto finale d'un processo d'emarginazione di cui non è neppure protagonista. Nessun eccesso, nessuna "maledizione", nessun gesto da cronaca nera. Nomi sarebbe perfetta, altrove. Ha la sola colpa d'essere un fiore ( pensante) nel letame. Letame non in quanto torbido e sporco, la storia non scade mai nel cattivo gusto modaiolo di tanta narrativa ( e tanto pessimo cinema)...in quanto materiale di scarto, uguale a se stesso a quintali.
La follia del gruppo è devastante proprio nella misura in cui pare razionale e motivata rispetto ai dubbi del singolo che non si adegua.
Naomi ragiona come una bambina saggia. E' lucida e sottile come un giunco di pensieri. Tutto ciò è tuttavia uno spreco. Essere saggi e sottili per sé stessi è coltivare una rosa che nessuno coglierà mai ( se lo facesse non farebbe altro che strapparla). Naomi è come un tesoro sepolto nel fondo del mare.
" Main Street è un mortorio come sempre. In fondo, dalla parte della cisterna, c'è una luce bianca accecante e Gesù ritto al centro con una veste celestina, le braccia aperte e le palme rivolte in su, come se dicesse : e io come cazzo facevo a saperlo? Sono solo un falegname.
Sembra George Harrison vestito come un buffone nel suo periodo d'intrippamento per le religioni orientali. Chiunque sia stato il responsabile, gli ha dipinto due pomelli rossi sulle guance per dargli l'aria sana, immagino, ma anche sanamente ridicola."
"Visto com'è la vita, non mi resta che sognare la vendetta", Gauguin. Naomi afferma che sia la sua citazione preferita, quando in realtà non è in grado di attuarla e quando le capita l'occasione le sfuggono ormai i parametri concreti per farlo.
Nicolò Ammaniti, " Come Dio comanda", Mondadori.

Si replica il successo di "Io non ho paura", ma in questo caso speranza è finita e pietà l'è morta. In merito alla redenzione dei personaggi brutti, sporchi, cattivi...non c'è niente da fare, perché hanno una loro logica, una loro vita costruita passo a passo che non si può cambiare, quanto ai salvatori, sono delle povere anime di assistenti sociali e null'altro. E come s'arriva a diventarlo? Bene. Per un voto alla madre, occuparsi in qualche modo del prossimo, ma i limiti di questo pover'uomo sono tanti . Investe un nero, ha la tentazione di tirare dritto e non soccorrere la sua vittima impotente, la carica e fa un altro voto, " se campa non vedrò più Ida", che è la moglie di un collega, un amore impacciato e grottesco. Il nero riapre gli occhi, non s'è fatto nulla e festeggia il ritorno alla vita cercando di vendergli dei calzini. Non sa di dover la vita al miracolo (?) della rinuncia alla donna del miglior amico.
E' l'unico personaggio comune della storia e buono, a modo suo. Onesto, ma piccolo a fronteggiare un disastro grande, quello delle periferie orride e disperate, dei nazisti da fumetto, dei ragazzini cresciuti tra ogni genere di viltà, uomini morti dentro con il ricordo di figli morti per davvero, pazzi lasciati a se stessi. Non sono diamanti nati dal letame, come qualcuno immagina, povero fesso. Neppure letame e basta. Sono umanità dolente e causa di dolore. Nessuno si salva e una ragazza muore stuprata da un tizio demente che guarda cassette porno chiuso in casa, fino a confondere realtà e fantasia e la ragazza che passa in motorino per Ramona, la "star" d'un film che vede ripetutamente tanto da conoscerlo a memoria. Sono balordi senza sconto, modellati dall'esistenza in un modo tale che non hanno altra aria da respirare se non quella marcia che conoscono.
In questo romanzo di Ammaniti niente è da salvare, perché non è possibile salvarlo. Tutto già scritto, compreso l'orrore. Se il bambino di "Io non ho paura" ha in sé il germe della coscienza, che salva e soprattutto lo salva, l'adolescente Cristiano è già perso nell'amore che fa male, che guasta e rovina per un padre perso che ha amici persi.
Non c'è tuttavia alcun compiacimento. Non c'è il gusto del sangue. C'è buona scrittura artigianale, c'è un umorismo nero che lascia di stucco, per cui a volte si sorride nel bel mezzo d'una tragedia. Si è come quel tizio che canta felice in una gita in automobile che lo condurrà a morte certa.
Dolentissimo romanzo, racconta anche quanto l'amore possa far male. Rino e Cristiano son due disperati, padre e figlio, che si amano in un rapporto sadomasochista. I loro amici son un rabbioso padre che non riuscì a salvar la figlia bambina dalla morte per soffocamento ( aveva inghiottito il tappo dello shampo), la cui vita è andata allo sbando e di cui l'exmoglie si occupa per pietà ( ma sta per troncare definitivamente ogni rapporto) e un pazzo, che sembra un grosso buffo individuo ( lo chiamano Quattro formaggi, per l'accostamento alla pizza) che invece ucciderà una ragazza e si sentirà un grande quando la vedrà morta ,ma famosa, apparire sullo schermo in tv. Ha fatto *una cosa importante*, l'unica della sua esistenza.
La tv compare come un occhio mostruoso sul mondo più volte, nel romanzo.
Dai genitori s'impara quel che veicolano e questo è un brano del tema in classe di Cristiano:
" L'avvento del nazismo nella Germania degli anni Trenta, spiegane le cause e gli effetti".
Svolgimento: i nazisti sono nati in Germania all'inizio del Novecento. E devono tutto a Adolf Hitler, l'ideatore.
Adolf Hitler era un pittore senza soldi ma aveva un grande sogno di gloria, far diventare la Germania la nazione più forte del mondo e poi conquistare tutta l'Europa. Per fare questo doveva cacciare via dalla Germania tutti gli ebrei che sporcavano la razza ariana. Gli ebrei erano arrivati e ora detenevano le fabbriche e facevano gli strozzini costringendo i tedeschi a lavorare nelle fabbriche d'acciaio.
Questo è un assaggio del tema svolto da Cristiano, che ha un padre che lo costringe ad uccidere il cane del vicino e a far la lotta, ma che cercherà di salvare, pur credendolo lo stupratore della ragazzetta ( insulsa anche lei, è una ragazza qualsiasi) uccisa da un pazzo impotente ,perché trova il padre moribondo accanto al corpo straziato in un bosco. Invece è lì corso in aiuto del demente assassino e stroncato sul posto da un aneurisma cerebrale.
A volte si scade lievemente nel macchiettistico, tuttavia, la qual cosa mi fa pensare che in Ammaniti gli appetiti cinematografici stuzzicati siano molto forti. L'unico neo del romanzo, che tuttavia è ben scritto e non sembra una sceneggiatura.
Sto leggendo (e sto per ultimarne la lettura, per giunta) un saggio e un romanzo. "Era ieri" di Enzo Biagi e " Come Dio comanda" di Niccolò Ammaniti. Il saggio è monotono, Biagi ha fatto il riassunto e della sua vita e degli altri libri che ha scritto in precedenza, alcuni li conosco e possiedo, li ho ritrovati tra le righe. Ammaniti invece sembra recuperare, in minima parte qualcosa di preesistente a "Io non ho paura", ma ha scritto un altro...film, vagamente in odore pasoliniano. Ancora protagonista un ragazzo, poco più grande del piccolo del successo che ho menzionato, cresciuto male ed allevato peggio però, in un contesto mostruoso brutto sporco e cattivo, ma cattivo sul serio, storie che solitamente cestino ( leggasi la recensione alla voce Campo), ma qui c'è l'illuminazione dell'innocenza. E senso dell'umorismo pur nel raccontare il peggio del peggio. Ci sono squarci di verità tragica e grottesca. C'è la disperazione trasversale. Ci sono le opinioni dell'autore che guizzano qui e là sui vari modi dell'essere in un'Italia in cui lo squallore non perdona. Di Biagi continuo a pensare che la sua epurazione sia stata un autogoal di Berlusconi e la prova che non è affidabile. Manco il cane da portar fuori a far pipì gli darei. Come si fa ad emarginare uno che era amico di Agnelli e del Cardinal Tonini e che parla di Giovanni Paolo II come se avessero visto insieme la Madonna sulle Dolomiti. E' essere stupidi sul serio.