IL RATTO DELL’ANGURIA
Armando, affaccendato nell’orto insieme al padre, vide Tonio il fattore sbucare all’improvviso dalla staccionata e avvicinarsi minaccioso, con la zappa in mano. La sua faccia rabbiosa non lasciava intendere nulla di buono.
- Tre rami di pesche la scorsa notte! Ah, ma se tu e tuo cugino vi azzardate ancora, vi taglio le mani! Hai sentito anche tu Carluccio? Dicevo a tuo figlio!
Carluccio non aveva replicato ma il suo sguardo su Armando fece presagire a quest’ultimo il ceffone che, di lì a poco, si sarebbe preso; e il ragazzo, quel pomeriggio, decretò una vendetta memorabile contro il fattore per lo smacco subito di fronte al babbo e lo schiaffo che ancora gli bruciava sulla guancia. Col cugino Vito cominciò a progettare il colpo che in quelle contrade sarebbe rimasto un esempio per le generazioni di monelli a venire: il furto dell’anguria più grande del paese, quella di Tonio.
La notte e la veglia trepida. Col favore delle ombre, erano riusciti a sgusciare fuori di casa e a fermarsi giusto al confine tra il campo di Carluccio e quello del fattore.
- Viene nessuno? Peppino del ghiaccio?
- Macché! Quello ha finito da un pezzo di girare col carretto. No, è tardi. Non c’è anima viva, andiamo.
I due ragazzi erano adesso in mezzo all’orto del vicino, a strisciare carponi tra le zolle. Approfittando dell’oscurità, rotta solo a tratti dal cerchio di luce lunare, si avvicinarono all’ambita preda; e, una volta raggiunta, la sollevarono con uno sforzo immenso. Il piccolo Giorgio, che s’erano portati dietro giusto perché controllasse il viavai dal limitare dell’erba, piagnucolava che voleva andare a casa. Armando e Vito ansimavano; l’anguria era più grossa di come l’avevano soppesata giorni addietro e adesso faticavano a trascinarla via. Pochi minuti dopo, tre ombre scivolavano veloci sullo stradone, verso la vecchia rimessa abbandonata. Erano in salvo. Il piccolo sembrava preso come dalla febbre per l’eccitazione di quello che avevano appena combinato.
- E ora che facciamo, la tagliamo? Dai, che ho una sete… solo una fetta!
- Zitto! Vuoi farci scoprire? Guarda che l’anguria non si tocca, sai?
Giorgio non capiva che lo scopo dei due cugini non era trangugiare il prezioso bottino; ed essi gli spiegarono, pazienti, il perché di quella sortita. Era tradizione, ogn’anno al villaggio, di premiare l’anguria più grande, la regina, esposta alla fiera ortofrutticola; il padrone del prezioso carico avrebbe guadagnato un maiale di allevamento pregiato e Tonio, destinato alla vincita per via di quel capolavoro che gli cresceva nell’orto, già pregustava il sapore del prosciutto sfarsi in bocca. La mostra sarebbe stata giusto l’indomani; ma per il contadino si trattò di una disfatta senza precedenti…
Una settimana dopo, gli abitanti del paese ancora parlavano del clamoroso furto dell’anguria di Tonio, rammentando la sua disperazione di fronte ai banchi della fiera, le mani piantate nei capelli e la bocca a rantolare ingiurie tremende ai due cugini. Era sicuro che fossero loro i colpevoli. I quali, da dietro le colonne del porticato comunale, ridevano malignamente cercando di non farsi troppo vedere. Al fattore, statene pur certi, era sfuggita la ghiotta occasione di avere un bel prosciutto in cantina per le fredde cene invernali.
Quella sera, allineati e composti sulle sedie della sala parrocchiale, tutti ridevano dunque di quel curioso “incidente”; in attesa che iniziasse la settimanale proiezione del cinegiornale più cartoni animati. Improvvisamente, le luci si spensero. Buio, di colpo. Silenzio. Il proiettore non partiva. Si udì qualche risata, l’esclamazione soffocata di una ragazza a cui qualcuno aveva tirato le trecce. Un mormorio confuso si diffuse in sala; si percepì uno scalpiccio frettoloso, più piedi che si inerpicavano pesantemente per la scala di legno. Un tonfo. D’un tratto, un’unica luce violenta sul palco. Là in alto, sola e regina, troneggiava una cucurbitacea gigantesca.
- L’anguria di Tonio, sì! Voialtri, avete visto lassù?
- Ma come ci è finita?
Tutti si affrettarono sulla scena, chinandosi a turno su quel prodigio e mandando esclamazioni stupite. Gli occhi si posavano ora sulla curiosa scoperta, ora sul fattore ancora sbigottito; il quale all’improvviso, ululando di rabbia, si alzò dal suo posto e si catapultò sul palco. Facendosi largo tra la folla, abbracciò la grande sfera verde come la culla di un neonato disperso e appena ritrovato.
- E’ lei! E’proprio lei! Ma com’è possibile?
Poi, tra le lacrime, sollevò la testa di scatto come colpito da un fulmine. “Loro, maledetti…” mormorò tra sé con un’espressione orribile sul volto. Come un folle, quasi saltò l’intera gradinata di legno e con un balzo fu all’uscita della parrocchia; i suoi occhi scrutavano l’oscurità della strada e gli parve di udire le voci beffarde dei cugini perdersi nell’afa. Armando e Vito, ridendo selvaggi alla luna d’agosto, stavano correndo verso il fiume e presto scomparvero, al riparo sotto gli argini del Po.
Dimmi chi sei!
Sono nata il 20/08/1975 ad Alessandria, tranquillo capoluogo di provincia dove tutt’ora vivo e lavoro.
Dopo aver conseguito la maturità linguistica nel 1994, frequento
Dotata fin da giovanissima di notevole sensibilità e spirito di osservazione, inizio a scrivere all’età di sette anni; a nove, metto a frutto la mia fantasia e compongo le prime fiabe. Da allora ho continuato a coltivare la mia passione per la scrittura, partecipando dal
In passato ho collaborato alla redazione della rivista “Pennebik-Pennedoka”, giornale ufficiale del Servizio Giovani (Assessorato Politiche Giovanili e della Famiglia) del Comune di Alessandria, partecipando sia a livello decisionale sia con la pubblicazione di articoli informativi di costume e attualità. Attualmente collaboro nel sito locale BlogAL – il blog libero degli alessandrini – che ha la funzione di promuovere eventi culturali di vario genere in città e in provincia; mi occupo principalmente della parte letteraria e redazionale, presenziando occasionalmente alle manifestazioni pubbliche in qualità di P.R.
Afosa serata di un luglio della fine anni '60, I corsi universitari sono, grazie al cielo, finiti e gli ultimi appelli d'esame si stanno esaurendo, è giunto il momento di ricaricare le pile e dedicarsi a tempo pieno a pensieri, parole ed opere forse strategicamente meno importanti dello studio, ma fondamentali nel qui ed ora dei poveri studenti.
Nella discreta penombra del localino l'afa non si fa sentire: anche se l'aria condizionata è un bene che le masse ancora sognano, alcuni ventilatori posti in punti strategici e la leggera corrente creata dalle finestrine aperte del seminterrato, rendono l'aria respirabile e risparmiano agli accaldati avventori l'onta di camicie e magliette oscenamente marcate da aloni di sudore.
Alcune coppie, appiccicate con l´Attak, stanno ballando un lento limaccioso, la voce di Demis Roussos è più efficace del Viagra: erezioni esasperate, slinguamenti da formichiere, lettura Braille dal collo alle natiche, scontri pubici continuati.
Seduti ad un tavolo vicino al bar, ragazzi e ragazze se la ridono allegramente, tutti tranne una, una formosa brunetta in minigonna e camicetta tenuta chiusa da un unico bottone che sfida tutte le leggi della fisica.
In silenzio la procace fanciulla continua a fissare intensamente un biondino seduto al banco del bar davanti ad un boccale di birra che, molto timidamente, tenta di ricambiare gli sguardi, grattandosi furiosamente la testa per il nervosismo.
Questo sfigato, questa larvetta umana è noto per essere un grosso secchione, introverso e solitario e per di più da tempo stracotto della ragazza, sua compagna di corso, che ora lo sta fissando in modo inequivocabile.
Ora anche lui ha preso coraggio e fissa la sua interlocutrice senza abbassare mai lo sguardo; col labbro inferiore a penzoloni, i radi capelli arruffati, l´occhio acquoso ed un rossore che, a chiazze, copre tutto il viso, ha veramente un´espressione da voltastomaco, ma, si sa, l´amore è cieco e lei continua a fissarlo sorridendo (meno male che l´oftalmocoito non può ingravidare, altrimenti la tapina avrebbe già nove gemelli in pancia!).
Lo sfigato si è finalmente deciso, si avvicina alla ragazza (rischiando di accecarla con un bottone della patta tesa al massimo) e con un sorriso ebete le chiede di ballare; lei, che non aspettava altro, si alza in silenzio e, mano nella mano, si lascia condurre in pista...
...dove, complici i Procol Harum, sboccia l´amore.
Dopo mezz´ora di pre-coito verticale a suon di musica, lei gli propone una corsa notturna sulla sua cinquecento e lui, ancora privo di patente (solo dopo la laurea i suoi gli permetteranno di andare a scuola guida), accetta con arrapato entusiasmo.
Dopo una veloce corsa nella fresca notte estiva, l´auto si ferma in una viuzza di campagna (non si sa chi abbia avuto l´iniziativa di proporre la sosta), proprio sotto le classiche frasche.
I ribaltabili si abbassano e su questa alcova in sedicesimo minigonna e camicetta scompaiono come per incanto (bella forza, è bastato slacciare un bottone ed abbassare una lampo) ed a lei resta come unico, misero baluardo un ridotto paio di slip rosso vivo, la cui permanenza in situ è di brevissima durata.
Anche lui si spoglia (il suo corpo nudo, illuminato dalle stelle, fa pensare ad un lungo, magro, pallido e flaccido lombrico) e con un gemito le va sopra: finalmente quello che per mesi ha sognato durante violenti giochetti solitari nell´intimità del bagno sta per avverarsi.
- Bravo! Bis! Sei un mago! Continua così che vai forte!
L´auto, illuminata a giorno dal fascio di potenti torce elettriche, è circondata da una quarantina di esseri sghignazzanti che applaudono il novello latin lover.
Il tapino batte il record mondiale di velocità di caduta della libido!
Antonio Silvani, strenuo assertore di "servi tantum nostrae libertatis", strappato all'abbraccio di Santa Madre Goliardia dal marketing e dalla formazione per motivi esclusivamente manducatori. Scrive per puro divertimento. Quattro pubblicazioni in dialetto alessandrino di cui una prefazionata da Umberto Eco. Tanta altra carne in pentola, molta della quale sarà cotta quando arriverà, Brunetta permettendo, la pensione!
Conosco Antonio di persona, anche se non da molto, pur essendo un mio concittadino DOC, con il quale condivido radici e dialetto. Come mai? Un contesto diverso, una matrice socioculturale differente. L'ho conosciuto ad un paio di conferenze, di cui era di quei relatori che bisogna pagare per fare iniziare ma ancor di più per farli smettere. Preparato e disinvolto, sempre divertente. Ha presentato il mio libro ben tre volte in contesti diversi, uno anche nell'ambito delle Note Estive cittadine, proposte dal Comune stesso di Alessandria ,in cui mi sono sentita un po' come uno di quei monumenti da demolire soltanto grazie al benestare delle Belle Arti. Silvani cura un salotto letterario locale, propone libri anche per radio, attraverso un'ascoltatissima emittente locale. Svolge attività politica litigando con l'universo mondo, perché è sempre troppo a destra della sinistra e troppo a sinistra della destra, perché è un liberale *vero*, di quelli come non ce ne sono più.
In qualità di pontefice massimo ha tenuto fede al suo giuramento goliardico anche nel racconto umoristico ma anche alla modalità espressiva mandrogna. Siamo caustici, è più forte di noi.
DIMMI CHI SEI...!
La biondina è partita per il Lido di Jesolo e per un mese resterà lì, a lanciare gridolini e tuffarsi gettandosi in acqua all’indietro, dalla sua postazione sulle spalle degli amici estivi, bergamaschi e bresciani.Gliela mette sul collo, in pratica. Sono nervoso, calcio il pallone contro il muro ed il muro me lo restituisce in faccia, urlo un puttanavacca e mi sanguina il naso. Floriano ride come un pazzo. Ha poco da ridere, quest’anno non si muove neanche lui, perché suo padre è un muratore, come il mio ed entrambi lavorano soprattutto d’estate. A fine agosto però a me aspetta la vigna di famiglia, c’è la vendemmia agostana, già. Prosegue fino ai primi d’ottobre. Si fa il vino, poi.
Io, bevo birra per dispetto e mi fa girare la testa, ho soltanto 17 anni. Sono finito nel fosso con il Ciao ed il vecchio genitore mi ha preso a calci in culo.
La biondina è nella mia testa e martella come un picchio. Mi perseguitano i suoi occhi azzurri, le sue gambe snelle, i suoi vestitini corti. Floriano mi dice che è piatta come l’acqua dell’Adriatico, ma è un deficiente, di donne non capisce una mazza. Io invece perlomeno ho la Lilli, che sarà anche una cozza, ma è la MIA cozza. E’ saporita, me la invidiano.
Presente le donne del paginone centrale? Ecco, tutta un’altra cosa. A modo suo però piace ed è fedelissima.
“ Vieni, Pucci, in campagna da me. La zia Lidia fa la torta di carote e lo zio Carlo vuole chiederti consigli sul Tocai. Se non sai chiedi a tuo papà”, scrive Lilli.
Me ne frega assai delle carote, del tocai, dei suoi zii.
E non mi chiamo Pucci.
Io penso alla biondina. Mi bacia, se m’incrocia in discoteca. Volendo forse potrei spingere la cosa più in là, anche se non sono del suo giro altolocato. Per farlo mi occorre, però la luna, la spiaggia, il nostro disco che suona, un prendisole celeste in cui è tutto esposto e basta che allunghi le mani. So di piacere.
A scuola mi riempiono le tasche ed i libri di bigliettini.
Tutte. Smorfiose e sfacciate, figlie del sacrista e ragazze facili.
Questo fa sì che mi pettini con le dita se una superficie mi riflette, che scelga con più cura i jeans più attillati, le camicie, però le sceglie mia madre e c’è poco da stare allegri. Le mettiamo sia io che mio padre, basta che siano pulite.
-Floriano, domenica andiamo al mare! grido scazzato, premendomi in faccia il fazzoletto bagnato d’acqua fresca per tamponare il sangue. Lui ha un pezzo di macchina, è più grande, fa il meccanico. Per la benzina basta ciucciare con il tubo di gomma e tirar su. I soldi serviranno là, per fare un po’ di fumo per gli occhi azzurri.
Floriano scuote la testa, mi dà del matto. So che ci sta.
La domenica, si parte.
Siamo bianchi come avannotti. Floriano poi fa luce, io ho la carnagione scura, sono stato in Campania, a luglio, da mia nonna, ma il luogo è lontano dal mare. Ho giusto preso un po’ di sole giocando a calcetto, in collina o raccogliendo pomodori da essiccare.
La biondina ci accoglie sorridendo, ci presenta gli amici. Tra questi c’è una ragazza di Treviglio, che sembra starci. Io non ho occhi che per la mia ninfetta color biscotto. Che non ha occhi, a sua volta, che per uno spilungone di Padova che “studia già medicina”, lui.
Io sono un ragazzetto.
Scherzo, rido, ballo vicino al jukebox e ingoio il rospo. Tiro due calci ad un pallone che un bambino ostinatamente mi lancia.
-Sa - mi dice la signora – il papà non è arrivato, ieri. Noi siamo qui da metà luglio, mio marito ci raggiunge tutti i fine settimana fino al venti d’agosto!
La signora è vecchia, avrà almeno 32/33 anni. E’ però davvero bella. Sembra arrabbiata. Il marito in città e la moglie in vacanza. Il marito che al sabato non arriva, forse oggi è a Rimini con un’altra.
Il bambino insiste a lanciarmi la palla, per un po’ e poi si stufa. Floriano è in acqua e sembra un pallido polpo appena pescato e non ancora morto. Il bambino lo schizza, gli si arrampica addosso.
E’ un lampo.
Nella cabina, gialla e verde, io saluto la mia fanciullezza con una donna vera che sa di sale.
Non pensavo che fosse così. E’ inebriante, la biondina non m’interessa più, uscendo dalla cabina penso a Lilli, alla torta di carota, ai suoi zii. Io non manderò mia moglie al mare da sola, mai. Io non avrò neppure una moglie, probabilmente.
Mi sposerò da vecchio, ecco. Magari anche a 35 anni.
Mi fa ancora un po’ male il naso, ma soltanto se lo schiaccio. Lo faccio apposta per sentir male. Ho imboccato una via senza ritorno, lo so.
Via Delle Donne.
Silvano Esposito è del 1958 e vive tra Piemonte, Liguria, Veneto e Campania, in quanto ha radici molto ramificate. Non scrive che per diletto e su sollecitazione di una signora bionda che della vita mangia la buccia e butta la polpa ( le sognatrici sono così, acchiappano aria con retini per farfalle).Ha pubblicato racconti sul web, grazie a Rossana Massa, Laura Costantini, Gaja Cenciarelli. Ha tentato di prendersi cura d’un blog, scoprendo che è impegnativo e lui più che di investimenti bancari ed azioni in Borsa non s’intende. Nel tempo libero fa il falegname e corre. Ogni anno che passa corre meno, però e non sa più che direzione prendere. Per ora gli basta che sia opposta e contraria.
Silvano Esposito è un tremendo irrequieto che finge di essere un promotore finanziario dedito esclusivamente a leggere, scrivere e far di conto e possibilmente fregare il prossimo per conto terzi, come tutti quelli che fanno il suo mestiere ( e così la signora bionda s’è vendicata). Diversamente, non avrebbe bisogno di correre in direzione opposta a tutto e tutti... Correndo, però è arrivato in riva al mare e vive a Genova. Io penso che non si fermi e continui nuotando, anche se sono convinta che le migliori soddisfazioni le ha avute andando da nessuna parte e piallando e verniciando cassettoni sormontati da specchi in cui guardarsi ( è vanitosissimo).
Ed è un gran figo ( il complimento non è assolutamente gratuito, lui lo sa e per questo mi pagherà! :-)))
Sailing
E' bella l'enorme casacca plissè giallo limone piena di minuscole stelle
multicolori. Ma col seno voluminoso che ho, sembro al nono mese di
gravidanza. Ho fianchi stretti e torace importante, almeno due taglie in
più. Stando in piedi a gambe unite, non riesco a vedermi la punta dei piedi.
Ma sono piccoli c'è da dire, porto un 36. Spalle rubate all'agricoltura
dice mamma picchiando leggermente sulle braccia
- Indossa cose aderenti, che ti segnino in vita, non infagottarti che
sembri venti chili di più! Mi ripete ogni volta quando mi osserva con occhio
da sarta. Ma non voglio nemmeno sembrare Sandra Milo. E poi ho vent'anni, è
estate e la casacca l'ho pagata un occhio della testa. Dovrei lasciarla nell'armadio?
Non se ne parla. Una cintura sui fianchi? No, troppo tessuto strizzato che
crea uno strano gonfiore proprio sulle natiche: orribile. In vita è pure
peggio, sembro un uovo di Pasqua venuto male.
Meglio lasciarla così, leggera e fluttuante. Se sarò fortunata e tirerà un
po' di vento, potrebbe alzarsi come la gonna di Marylin in Quando la moglie
è in vacanza e creare così un movimento piacevole scoprendo i jeans
attillatissimi taglia 42, scampanati. Con le zeppe da dodici centimetri e l'eccedenza
del tessuto dei calzoni che sfregano in terra, se non sto attenta rischio
di rompermi l'osso del collo.
Sono proprio carina però, penso dando l'ultima occhiata d'insieme; coi
lunghi capelli biondi rigorosamente sciolti e la leggera abbronzatura
faticosamente conquistata in due settimane di mare.
Lui arriva puntuale, anche questa sera, col solito completo casacca e
calzoni di lino bianco, largo e cascante. Pietro è magro, ma non ossuto,
alto e dinoccolato: maledettamente intrigante. Si siede al bancone e ordina
il solito whisky prima di iniziare il suo lavoro: è pianista di piano-bar.
Anche io, ogni sera, seduta sul muretto di fronte al locale, osservo le sua
larga schiena, i capelli corvini leggermente mossi che appoggiano sulle
spalle, il bicchiere che si alza e si abbassa fino a quando non è vuoto.
Poi, con calma, si siede al piano ed intona Rimmel di De Gregori. Inizia
così ogni sera, il repertorio di cover. Ha una bellissima voce, estesa e
calda.
Come d'incanto, alle prime note, molte fanciulle, ed alcune signore,
cominciano ad avvicinarsi al pianoforte fino ad appoggiarvisi sopra, tutte
estasiate e sorridenti, molte col bicchiere in mano. Lui continua a
suonare, assorto, ogni tanto lancia un sorriso. A chi?
Lo accompagna con la chitarra Josè, un ragazzo argentino defilato e un po'
timido, lui non canta. Attraente, educato e rispettoso. Troppo. A noi donne,
si sa, piacciono stronzetti, fino a quando non ci fanno troppo male, allora
malediciamo con loro, anche noi stesse. Dopo.
A Non so che darei di Sorrenti segue Sailing di Cristopher Cross che
impazza ovunque, su questa costa isolana. Appena tornerò a casa andrò a
comprare l'LP, piace molto anche a me. E' su questo pezzo che sogno di
vivere una folle storia d'amore con Pietro che finora non mi ha nemmeno
degnata di uno sguardo. Con quale di quelle smorfiose tornerà a casa questa
notte? Mentre penso questo, Josè mi porge il suo accendino, il mio ha l'aria
di essere scarico. Fumo troppo. Ho un sussulto, non l'ho visto arrivare e
nemmeno mi sono accorta che ha smesso di suonare. Per forza, non ho occhi
che per quel figlio di buona donna che continua a pigiare tasti e ad
ondeggiare seduto al piano. Mi sorride, emana un buon profumo di pulito e di
biscotto ben cotto. I capelli sono ricci e neri e la pelle è dorata. E'
massiccio, ma non grasso, ed è molto alto. Se non avessi Pietro in testa.
Perché non innamorarmi di Josè che ha modi gentili, un sorriso mozzafiato e
soprattutto non rimorchia una donna diversa ogni sera? Lo guardo un po'
imbarazzata, gli chiedo da dove viene per sciogliere questo imbarazzo, anche
se lo so già, me lo ha detto ieri in spiaggia Lucio, il bagnino, che non
tace mai.
- Posso indovinare il tuo nome biondina? Mi chiede. Sorride e aggiunge: mi
vuoi abbracciare? Mi pare una richiesta insolita, fatta così su due piedi,
ma accetto un po' stranita. E' un mare avvolgente e morbido, potente e
delicato al tempo stesso. Ho quasi un mancamento quando mi stacco da lui e
mi maledico per essermi incaponita con uno di cui conosco solo il nome e so
che viene da Milano. Giro lo sguardo verso Pietro, anche lui si gira e mi
guarda, o forse guarda nel vuoto o sta cercando Josè. Mi sento in colpa e mi
pare di averlo tradito.
Mi risiedo sul muretto, dando una lunga boccata alla sigaretta ormai a metà.
Guardo il mio amico argentino con lo sguardo di chi è altrove. Lui capisce
il messaggio e s'incammina verso il locale. Ciao Silvia, dice, ed entra.
Mi cade la brace sulla casacca gialla con le stelline e fa un buco grosso
come cento lire. Questa è una gran brutta serata.
Non ho voglia di rientrare a casa. C'è una bella stellata e la notte è
fresca e poi sono un animale notturno io. Josè con la sua chitarra, s'incammina
facendo un cenno di saluto con la mano, è gentile. Pietro s'attarda, parla
col barista, tracanna una bibita tutta d'un fiato, ma io ormai gli volto le
spalle. Credo di essermi stancata di questa attesa del nulla. Esce con passo
spedito, da solo stranamente, attraversa la strada, mi viene vicino e
puntandomi gli occhi verde smeraldo fin dentro le budella mi dice:- Andiamo?
Andiamo? ANDIAMO? Io e lui? Sono sconvolta, mi viene quasi da vomitare e mi
friggono i piedi. Sono giorni che aspetto questo momento, sono giorni che
sogno che si accorga di me, che mi venga vicino, che mi rivolga la parola, e
succede proprio questa notte in cui non ci pensavo quasi più, in cui ho
bucato la casacca plissè, e soprattutto ho abbracciato Josè? Così, tutto in
una volta? Adesso?
Così?
Ed io che sognavo le corse sulla spiaggia mano nella mano con Sailing in
sottofondo.
Starà trapelando qualcosa dal mio sguardo inebetito o penserà che sono
scafata come le fanciulle che rimorchia ogni sera? Io non sono scafata, per
nulla e me la sto facendo addosso.
Andiamo, dove? Chiedo con un filo di voce, quando dentro di me sto urlando.
A casa mia no? Risponde lui spedito. Dai che ho l'auto qui dietro e sono
molto stanco. Vorrei anche dormire un po', domani mattina mi devo alzare
presto e andare a prendere un amico all'aeroporto.
Non mi chiede nemmeno come mi chiamo. Io lo so come si chiama perché me lo
ha detto Lucio il bagnino che parla troppo. A lui avrà detto il mio nome?
Non credo proprio.
Com'è diverso Pietro adesso.
E' sempre bello, alto e dinoccolato, ma è anche un po' curvo a ben guardarci
e così sudato, coi capelli schiacciati alla nuca perde un po' di fascino. E
poi, non ha un buon odore.
Andiamo allora? Chiede spazientito.
Preferisco di no, rispondo. Magari un'altra volta, dico per dire e per
riempire il suo silenzio incredulo.
E mi giro verso il mare. Ho voglia di fare un bagno.
Sento che in lontananza lui bofonchia qualcosa che non capisco, ma comprendo
benissimo che non me ne importa nulla.
MIDSOMMAR
Calzettoni marroni. Stanno male coi pantaloni blu. L’ultimo paio pulito che ho. Ho già saltato tre volte il turno di lavanderia. Jan-Erik è passato anche ieri per andarci insieme. Come se non fossero giorni che non gli apro più quando suona alla porta. Lui e i suoi squallidi venerdì sera dei divorziati. I bucati li farei se avessi tempo. Ma il tempo passa e basta, e io l’ho passato sulla sedia, e non ho fatto in tempo a fare niente. Adesso se ne occuperà qualcun altro dei miei panni sporchi, o forse li buttano e basta. Questi qui marroni sono troppo pesanti per il gran caldo di oggi ma vabbè. Bisogna ringraziare che è caldo. Devo fare poca strada. Fino alla stazione della metro. Dove le ho detto ciao l’ultima volta. S’era così arrabbiata quando mi aveva visto che la sbirciavo di nascosto da dietro la colonna. Ma io la volevo solo guardare, vedere se si era legata i capelli con il nastro di raso rosso che le avevo dato io. Le ho fatto ciao con la mano ma non mi ha risposto. Non lo portava il nastro allora, Anna Karin. Ma ce l’aveva quando l’hanno ripescata nella baia.
Sono passati vent’anni dal ‘92. Il cambio di secolo sembrava lontano perché nell’immaginazione collettiva avrebbe dovuto portare una qualche accelerazione fantascientifica della tecnologia di cui non c’era in quel momento alcuna traccia. E infatti non ci fu. Era stato solo buon cinema.
Ero a Stoccolma quasi per caso, qualche bacio a una ragazza svedese au pair di cui a Firenze esistevano almeno altre trecento identiche copie, in quei giorni di maggio. Rebecca. Non avrei mai pensato che sarebbe diventata mia moglie e madre del mio Tomas. Mi aveva raccontato di questa festa di Midsommar, Mezza Estate, celebrata al solstizio, che gli svedesi preferivano passare fuori città, nell’arcipelago di Stoccolma: migliaia di isolette di pietra rosso-ocra coperte da abetaie su un mare immobile blu cobalto. Dopo vent’anni che sono qui, l’intensità di questi colori mi commuove ancora, e continuo a fare ogni anno foto identiche degli stessi paesaggi, sperando un giorno di guarire da questa cromatica ossessione.
Lotta diceva che era stata anche colpa mia. Che le stavo troppo addosso. Aveva solo diciassette anni, bisognava lasciarla in pace. Anche io volevo lasciarla in pace, ma tutti i genitori vogliono controllare i figli. Che ne sa lei che i figli non ce li ha. Si fa presto a parlare se non ce l’hai la responsabilità. E no cara sorellina mia, non lo puoi sapere, non lo puoi immaginare. Che ne sai come ci si sente a leggere nel diario di tua figlia che “l’unico interesse che ha è ubriacarsi il fine settimana”. Bevevo io, non solo il fine settimana. Ma lei non lo sapeva. Avevo iniziato dopo il divorzio. Lei non voleva mai bere alcolici, com’è possibile che fosse ubriaca quando è caduta fuori dalla barca? Tre bicchierini di acquavite e tre birre minimo, ha detto il medico dell’autopsia. L’odiava l’alcol, doveva stare per vomitare quando è finita in acqua. Ma le ho pensate talmente tante volte queste cose. Sto sempre a pensarle, mi danno tanto da fare di giorno questi pensieri. Bisogna ringraziare che non l’hanno violentata ubriaca com’era. I ragazzi perdono il controllo quando bevono.
Fu un giugno caldissimo quello del ‘92, sole per i 7 giorni consecutivi del mio viaggio inter-rail. Mi pareva normale, come fossimo a Firenze: è giugno, quindi c’è caldo e sole. E invece qui a volte si piove via tutta l’estate.
La Svezia mi sembrava un paradiso, socialismo concretizzato, un’utopia tradotta in realtà, tutto funzionante e ben organizzato. Pochissime decisioni da prendere e niente lasciato al caso: gli inconvenienti previsti, la pensione messa da parte subito, il mutuo per 30 anni, la macchina a rate, tutto portato in detrazione sulla dichiarazione dei redditi, tutto organizzato per arrivare alla fine del mese tutti quanti, e con un piccolo margine per una vacanza charter a Marbella o in Sicilia. Ogni cosa splendeva, colori brillanti, gente bionda e felice. Per la festa di Midsommar si cenava con brindisi continui, e ogni volta prima di sollevare i bicchieri ciascuno prendeva il blocchetto di fotocopie di canzoncine accanto al suo piatto e cantava in coro. Preordinato e scemo, mi sembrava, anche se folcloristico. Io sono stonato come una campana e continuo a non cantare. Poi si ballava all’aperto fino all’alba, bevendo all’eccesso e dimenticando tutto. Gli amici di Rebecca in mia presenza parlavano inglese anche tra di loro, anche per dirsi solo “passami il pane grazie”; mi sentivo esotico e importante. I suoi occhi blu iniziavano a piacermi sul serio, restavamo svegli a parlare quasi tutta la notte, che non era mai completamente buia, e alle tre era già giorno; mi sentivo come sotto anfetamine.
Ha scritto “I miei genitori sono due alcolizzati perdenti del cazzo. Oggi sono stati capaci di urlarsi per due ore al telefono a proposito di un pennello da barba!!! Non divento come loro, costi quel che costi. Piuttosto mi ammazzo. Sanno solo stare come deficienti a guardare la TV.” Non bisognerebbe mai leggersi i diari dei propri figli. Neanche quando affogano in una notte di Mezza Estate. Sennò pensi che diventi matto, e lo diventi pure. Mi avevano fatto i complimenti. Non avevo pianto al funerale. Schiena dritta come un chiodo. Non mi ricordo che era poi successo la sera. Lotta dice che l’avevo fatta vergognare, ma tanto a lei non va mai bene niente. Solo perché non trovavo le chiavi, ho passato tutta la notte per le scale. Poi ho realizzato che ce l’aveva lei, che le avevo chiesto di tenermi il portachiavi. Era lei che se le doveva ricordare, no io, genitore della ragazza deceduta, come c’era scritto sul giornale. Io avevo da fare col mio lutto. Che ne sapevo di quelle cacchio di chiavi io! Bisogna ringraziare che i vicini non hanno chiamato la polizia aveva detto Lotta, visto che io avevo attaccato a cantare per le scale, dicono. Ma non credo che ho cantato, mica si canta dopo un funerale, non mi ricordo di aver mai sentito di nessuna canzoncina da “dopo-funerale”.
Allora non sapevo ancora che sarei ritornato in autunno e poi sarei rimasto in Svezia per vent’anni, non pensavo che avrei mai imparato quei suoni gutturali e nasali, quelle vocali troppo aperte o troppo chiuse, ero in una bolla di benessere e vedevo unicamente cieli spalancati di un blu che a Firenze c’è solo nei Della Robbia, morti senza lasciare la ricetta di quel colore impossibile. Mi sembrava un posto perfetto, fino a quando un pomeriggio non arrivammo un po’ trafelati alla stazione della metropolitana di Gamla Stan, la Città Vecchia, e Rebecca mi disse che non c’era bisogno di correre perché la metro era ferma. Mi teneva la mano ma la lasciò cadere, si fermò di botto e disse che qualcuno doveva essersi buttato sotto al treno perché c’era una barella e stavano facendo annunci dagli altoparlanti. Mi ricordo che dissi in italiano “Ma che scherzi?” e lei non mi rispose, si era come irrigidita, imbambolata. Le misi un braccio sulle spalle e la spinsi piano verso le scale, per andare a vedere che succedeva, se valeva la pena di aspettare che ripristinassero la linea o se era meglio prendere un autobus per tornare a casa.
Sarà un anno domani. Lo faccio. Lo devo fare oggi perché sennò ho vissuto un anno intero senza di lei e allora diventa troppo tardi e lei si arrabbia di nuovo e pensa che non le volevo bene se ho potuto vivere un anno intero senza di lei. E’ lei che l’ha detto, quando è venuta la notte dopo il funerale e me l’ha detto, mi ha riso in faccia e mi ha detto che non ce l’avrei fatta a farlo. Bisogna ringraziare che la propria figlia ti viene a trovare di notte, anche se ti vengono i sudori freddi quando ti svegli e stai male e vuoi solo morire, quindi non c’è tanto da ringraziare in realtà.
Adesso però mi metto le scarpe e me ne vado finalmente alla stazione della metro. Mi aspetta sicuramente dove l’ho vista l’ultima volta, mi aspetta e forse adesso mi vuole bene, se faccio un salto verso di lei magari mi prende tra le braccia. Forse così non fa tanto male. Non più di adesso, comunque. Basta saltare e va tutto a posto.
La morte era più squallida ancora in quel grigio da metropolitana, e d’improvviso in mezzo a tutta la felicità solare del solstizio mi era apparsa in filigrana questa depressione addomesticata e silenziosa, come una sovrapposizione dei cieli invernali a quelli estivi, una tristezza che scolava suo malgrado dentro alle canzoncine festose rendendole patetiche e inutili. E’ per questo che sono restato, per questo strato profondo del grigio d’inverno che trasuda sull’estate e la vanifica. Sono passati vent’anni, ho un figlio ormai talmente grande che quest’anno per la prima volta non passa il Midsommar con noi; va con gli amici in barca, sull’arcipelago. Ma nonostante tutti gli anni trascorsi mi vedo ancora davanti quella barella con sopra un corpo che nella perdita di controllo della morte aveva smarrito le scarpe. Non so chi fosse, non so neanche se era un uomo o una donna. Guardando la barella ho solo visto che da sotto la coperta spuntavano dei calzettoni marroni.
Monica Mazzitelli, romana, 1964. Scrittrice, filmmaker, mediattivista.
Ho curato una raccolta collettanea di racconti dal titolo “Tutti giù all’inferno” uscita per Giulio Perrone Editore a Settembre 2007. Ho pubblicato racconti nei volumi “Il lavoro e i giorni” (Ediesse), “Allupa allupa” (DeriveApprodi, 2006) e “Copyleft” (Gaffi Editore, 2005). Ho collaborato con giornali e riviste anche web: “Accattone”, “BlackmailMag”, “Carmilla”, “Carta”, “Diario”, “FaM”, “Giuseppe Genna”, “INCIQUID”, “Inside Manituana”, “Kai Zen”, “La poesia e lo spirito”, “L’Unità”, “Nazione Indiana”, “Off”, “Origine”, “Rassegna Sindacale”, “TabulaRasa”, “Terranullius” e “Toilet”. Sono redattrice de “La poesia e lo spirito”.
Ho realizzato un cortometraggio sul copyright “The Disney Trap” che è stato visto in rete ad oggi da oltre un milione e settecentomila spettatori. Ho realizzato alcuni booktrailers di romanzi per alcuni autori tra i quali Lidia Ravera, Wu Ming, Mario Desiati, Monica Viola, Francesco Fagioli, Kai Zen.
“ Speriamo venga a piovere!”
Il calore è troppo molesto per l’ometto rubicondo che vende libri e cartoline, ma la pioggia auspicata pare addensarsi, cocente, in nubi grevi, lasciando noi soffocati dall’aria tremolante.
Il respiro del lago è corto: si direbbe che la pensi così anche il Maestro, col suo bravo cappello ed il bavero di bronzo rialzato.
I battellucci stanno lì in attesa, ed una donna dalla permanente sfatta siede laggiù, a sventagliarsi.
Soltanto ora mi accorgo che c’è un gran silenzio. Le undici di mattina, agosto, giorno feriale.
Sono tornata a Torre del Lago; non saprei spiegarvene bene la ragione, comunque ho deciso che sarei fuggita qui… fuggita, solo un poco allontanata, ho preso un autobus e sono scesa al capolinea.
Non pare nulla, davvero.
Davanti al cancello della villa, tedeschi, un gruppetto, aspettano pazientemente di poter entrare. Anch’io credo di sentirmi come chi attende, senza sapere cosa. Il temporale?
A quest’ora, al Forte, gli altri saranno assai presi tra ardimentosi costumi da bagno e strenue pianificazioni d’aperitivi.
Chissà se si chiedono…il mio telefonino è finalmente spento.
Entrerò nella casa, ma dopo. Ricordo bene la nostalgia maliosa che mi fece convincere, ragazzina, di respirare un luogo in qualche segreto modo familiare, mentre un signore milanese esclamava entusiasmo alla vista dei cimeli. Potrei reinventare un conciliante mito delle origini, sognare un mio talento fondante.
Che c’entro? Con gli amori da melodramma, le malinconie e gli assaggi rustici del lago, i ciuffi paludosi, il raggiare spesso?
Ieri sera non sapevo che sarei venuta qua.
Contavo a ritroso. Da cento, per tre. Dita strette strette, da far male, le punte luccicanti dei sandali forse decise a configgersi nel pavimento.
Mi hanno detto che se concentro ogni attenzione sui numeri, su un calcolo poco intuitivo, distolgo la mente dall’ansia.
Il cuore come rimbombo vergognoso, come uno sbrummare volgare che coprirà le chiacchiere odorose d’ottima colonia, nel sottofondo vellutato del pianista.
Tante queste vetrate, belle, senza scampo. Dov’è la porta?
Credevo che sarebbero franati su di me sguardi schiaccianti di riprovazione, invece nessuno nota la suprema inadeguatezza dell’aria che mi manca.
Ecco, può essere una frase accettabile: “ Vado a prendere un po’ d’aria”, come se fosse facile procurarmela.
Esco, sola, la piazzetta è intera vertigine buia. Dentro, non si è smossa la cordialità delle poltroncine di vimini; tendaggi e cocktail pastello.
Lo chiamano panico, dovrei ricordarmi che non corro alcun evidente pericolo. C’è una panchina di pietra, mi aggrappo al suo freddo quieto.
Il mare è prossimo all’immaginario, attutito e scuro dietro siepi e stabilimenti balneari. Le discoteche si staranno affollando, mentre tra le ville evapora soltanto il tepore notturno che ho sentito unicamente fra questi pini, così diverso dall’afa metropolitana o dalla frescura umida, su in campagna.
Da un balcone, scivola poca musica. Cercar che giova…al buio non si trova…il volume è stato abbassato, la quiete non si disturba, quasi fosse ben visibile un cartello: vietato. Magari si tratta di una banale trasmissione televisiva, un paio di note ostinate riescono a farsi percepire. Puccini. Qualche chilometro, e ricordi di come m’inzuppavo nei romanticismi, negli ardori, nelle afflizioni d’amori e musiche rapite.
Ancora, memoria antecedente dell’oleografia scurita, del sognante, ingenuo bamboleggiare. La strada innevata, triste, ma loro non sono soli.
Questa via della Versilia è larga, dritta, come sbiancata dal sole.
Il mattino è arrivato, oggi, giorno di vacanza per una che dovrebbe essere adulta e annaspa.
Ho dato un’occhiata ai tavoli perfetti della colazione, ad una raffinata borsa di paglia poggiata sul divanetto immacolato.
Esco, diretta alla fermata dell’autobus; un passo alla volta, non può essere altrimenti. Villini, alberghi di lusso discreto –è così che si dice?- il lungomare trionfale e vuoto. Io parto per Torre del Lago.
Un avviso bilingue mi avverte che l’altra linea non fa più fermata alla casa di Puccini. Il mio misero intuito è stato sufficiente per scegliere il mezzo giusto –il primo che è comparso!- e soprattutto per non crollare all’idea di un imprevisto. Non c’è male.
Sfilano le palazzine, le insegne dei bagni. Chissà com’era con la pineta incontrastata padrona, tanta sabbia e le bagnanti in braghe a sbuffo, sui pontili di legno.
Capisco che stiamo arrivando, anche se non rammento bene questa zona, perché i nomi melodrammatici sono appiccicati ovunque.
Le case sono basse e chiare, in piazza c’è un bar svogliato.
Il bus mi ha depositata a qualche decina di metri dal lago, davanti ad un cancello che nel suo atteggiarsi a finta rovina non stonerebbe in un parco inglese. Oltrepasso una trattoria opaca, che soffia zaffate unticce da dietro la tenda a strisce di plastica rosse.
Vedo già il grande spiazzo sull’acqua, le sue piante tranquille.
Ma, improvvisamente, accanto a me, si spalancano le porte di un deposito buio. Entra la luce tenue, che le nubi stanno assopendo, e disegna alberi incappucciati di neve, assurdi nel mischiarsi a fregi rosso ed oro, da corte orientale.
Scenografie, divenute oggetti interrogativi nella estraneità di questo mattino velato. Gli scenari si disfano, e la loro illusione non dura che il tempo di una recita; gli armamentari di una finzione si affastellano e, dispersi, non conservano nemmeno la logica fantasiosa per cui furono inventati. Un po’ come impegnarsi ad apparire diversi, e nascondere nel buio gli artifici, di volta in volta, rischiando che nel magazzino finisca anche qualche verità, una verità nostra?
Ciò non toglie che davanti ai caffè parigini debbano scendere fiocchi credibili, e che Turandot non possa privarsi dei suoi smalti lontani…e che io abbia voglia di gridare che non mi piacciono le cose giuste, raccomandabili e alla moda.
Eccomi, da un’ora sono di fronte al lago, e poi entrerò nella villa. Credo proprio di doverlo ringraziare, il Maestro.
La statua è così salda, così sicura: sa di voler guardare l’acqua, magari per costatare quando verrà il momento per una memorabile battuta di caccia.
Sono qui, nient’altro che io, non ho paura. L’angoscia si è fatta nube grossa, che poi si scioglierà, ed il nodo alla gola annuncia un temporale pronto a disperderla.
Speriamo venga a piovere. Speriamo.
DIMMI CHI SEI...!
Patrizia Ferrando è nata a Genova nel '74, e vive ad Arquata Scrivia; ama, in ordine d'apparizione: i gatti, i libri, l'arte, il teatro e i mercatini da chineur...oltre a svariate cose quasi incompatibili con la "vita pratica". Giornalista pubblicista, da alcuni anni scrive racconti, spesso declinati al femminile.Questo racconto ha vinto il Premio Castelfiorentino 2003.
Ancora sette settimane
L'animatore tira su col naso, butta la sigaretta e va a mettere giù in
fila le sedie per lo spettacolo.
Ha dormito tre ore anche la notte scorsa, per cena ha cacciato giù un
po' d’antipasti a buffet e una birra di nascosto -è proibito il
consumo di alcolici al personale di servizio -
come fossero sbirri, ma senza armi
ha messo il pantalone nero e la camicia bianca perché è la serata elegante
ha infilato scarpe chiuse nere, fa un caldo boia
i gentili ospiti stanno arrivando a grappoli nello scazzamento totale
del dopocena di mare, niente da pensare, qualche telefonata a casa,
hola como va
la tipa incontrata in spiaggia mentre vendeva i biglietti per l'uscita
in discoteca lo sta colorando con lo sguardo, lui fa il duro, ma non è
altro che stanchezza
tre settimane di lavoro al villaggio turistico e sei chili persi,
te e le tue vacanze
il contratto parla chiaro, durata sino al venti settembre
e siamo solo al trenta luglio, vaffanculo.
L'animatore prende la rincorsa e va in cabina a fare il lucista, lo
spettacolo fa schifo, ma la gente è in vacanza, basta un po' di pelo
fresco per i mariti in fregola e un figo abbronzato per le signore,
musica tamarra, costumi di plastica. Battute zozze, risate sconce.
Qualche vecchia volgare, sguaiata, strizzata nell'abito a fiori da cui
traboccano tette flaccide e scottate la sta prendendo bene.
Sicuramente dopo lo spettacolo si farà portare in disco e lui,
l'animatore, le farà qualcosa di simile a un complimento tirato.
L'eco delle risate del pubblico gli suona nella testa, si sta
chiedendo perché ha scelto di fare quel lavoro in quel posto in quel
momento.
Vive la scena come un film della memoria, si sente male.
Ha bisogno di piangere, gira la ruota all'occhio di bue, respira fondo.
Ancora sette settimane e poi è finita.
Cristina Vezzoli : sono un grafico che vive prevalentemente in provincia
di Brescia e ho il pallino della scrittura.
Ho incominciato a leggere a cinque anni e non mi sono più fermata.
Se devo aggiungere qualche nota di colore personale, dico che sono mancina e
so fischiare con le dita.
Nella pineta del Lido, in quel rovente bagliore d'agosto, le gambe di lei sono l'unica cosa che intravedi. Sbucano dall'ombra di quella baracca, la porta schiusa fa da teatro alle sue ballerine azzurre e alle sue ginocchia paffute. Il buio dell'interno l'inghiotte piano, ma le scarpette brillano nell'afa e tu le vedi, piantate nelle tue iridi come fossero coltelli.
Accanto alle dune, tra la sabbia che scivola giù come farina e le conchiglie che scricchiolano come gusci d'uovo, un uomo arranca avvicinandosi. E' curvo come un amo, prima o poi troverà la sua esca, un paio di ballerine e delle ginocchia rotonde e floride.
La luce del mezzogiorno cuoce la testa di lui e le caviglie di lei, immobili. L'uomo si aiuta con un bastone, quel legno è il calcio di un fucile, la canna brunita disdegna i raggi del sole.
L'uomo annusa l'aria e sente la preda, si muove guardingo in campo aperto, si guarda attorno per accertarsi che nessuno sia nei paraggi, rimane immobile ma non ti sente. Finalmente decide che è giunta l'ora di incidere una nuova tacca, inspira per prendere la mira. Nell'ottica appare la carne di lei, le gambe, il ventre, lo sterno, la gola squarciata. E' il momento che attendevi, quello in cui l'umano rimane basito, incredulo, quello in cui l'uomo ha paura. Ti avventi su di lui in un balzo, le tue zanne lo raggiungono alla giugulare, il fucile compie un arco ampio prima di cadere inerte, come chi prima lo impugnava. Ti piace uccidere, ti piace fin dalla notte dei tempi, quando loro presero i tuoi simili e li trasformarono in cani, levando alla tua razza l'orgoglio del lupo. Sei una bestia feroce ma uccidere bambine non ti soddisfa, preferisci sbranare i cattivi, deliziosi nell'attimo in cui da carnefici si tramutano in vittime.
Ti allontani soddisfatto, il sapore del sangue si confonde con quello del chewingum. La tua pelle, brunita quanto la canna di quel maledetto fucile, non ti fa accettare dal branco.
Nel taschino della giacca il distintivo, più sotto, nel battere del muscolo cardiaco, l'istinto del lupo.
Scrivo per delitto e diletto dal 2003, noir sanguinolenti e gialli bizzarri. Ogni tanto imbrocco un buon concorso, qualche settimana fa mi sono concessa il lusso di vincere il “Gran Giallo Città di Cattolica – Mystfest 2009”. Sono una scrittrice che ama sorprendere, i miei delitti sono sempre realistici e riproducibili... ma questa non è un'istigazione a delinquere!