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Utente: flaviablog
Il 15 aprile 2006 il suo esordio su blog, comelarugiada, un blog evanescente, una scatola di pensieri che ancor oggi sopravvive in forma privata, nato nell'attesa di un intervento chirurgico. Nel febbraio 2007 nasce Carta scritta, per scrivere per diletto: racconti, recensioni, cronache. Per parlare di lettere ed immagini senza alcuna sovrastruttura ideologica. Questo è un blog ostinatamente in disparte e che non vuole essere di parte.

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mercoledì, 19 agosto 2009

Sailing di Silvia Severi

Sailing

 

 

 

E' bella l'enorme casacca plissè giallo limone piena di minuscole stelle
multicolori. Ma col seno voluminoso che ho, sembro al nono mese di
gravidanza. Ho fianchi stretti e torace importante, almeno due taglie in
più. Stando in piedi a gambe unite, non riesco a vedermi la punta dei piedi.
Ma sono piccoli c'è da dire, porto un 36. Spalle rubate all'agricoltura
dice mamma picchiando leggermente sulle braccia

- Indossa cose aderenti, che ti segnino in vita, non infagottarti che
sembri venti chili di più! Mi ripete ogni volta quando mi osserva con occhio
da sarta. Ma non voglio nemmeno sembrare Sandra Milo. E poi ho vent'anni, è
estate e la casacca l'ho pagata un occhio della testa. Dovrei lasciarla nell'armadio?
Non se ne parla. Una cintura sui fianchi? No, troppo tessuto strizzato che
crea uno strano gonfiore proprio sulle natiche: orribile. In vita è pure
peggio, sembro un uovo di Pasqua venuto male.

Meglio lasciarla così, leggera e fluttuante. Se sarò fortunata e tirerà un
po' di vento, potrebbe alzarsi come la gonna di Marylin in Quando la moglie
è in vacanza e creare così un movimento piacevole scoprendo i jeans
attillatissimi taglia 42, scampanati. Con le zeppe da dodici centimetri e l'eccedenza
del tessuto dei calzoni che sfregano in terra, se non sto attenta rischio
di rompermi l'osso del collo.

Sono proprio carina però, penso dando l'ultima occhiata d'insieme; coi
lunghi capelli biondi rigorosamente sciolti e la leggera abbronzatura
faticosamente conquistata in due settimane di mare.

Lui arriva puntuale, anche questa sera, col solito completo casacca e
calzoni di lino bianco, largo e cascante. Pietro è magro, ma non ossuto,
alto e dinoccolato: maledettamente intrigante. Si siede al bancone e ordina
il solito whisky prima di iniziare il suo lavoro: è pianista di piano-bar.

Anche io, ogni sera, seduta sul muretto di fronte al locale, osservo le sua
larga schiena, i capelli corvini leggermente mossi che appoggiano sulle
spalle, il bicchiere che si alza e si abbassa fino a quando non è vuoto.
Poi, con calma, si siede al piano ed intona Rimmel di De Gregori. Inizia
così ogni sera, il repertorio di cover. Ha una bellissima voce, estesa e
calda.

Come d'incanto, alle prime note, molte fanciulle, ed alcune signore,
cominciano ad avvicinarsi al pianoforte fino ad appoggiarvisi sopra, tutte
estasiate e sorridenti, molte col bicchiere in mano. Lui continua a
suonare, assorto, ogni tanto lancia un sorriso. A chi?

Lo accompagna con la chitarra Josè, un ragazzo argentino defilato e un po'
timido, lui non canta. Attraente, educato e rispettoso. Troppo. A noi donne,
si sa, piacciono stronzetti, fino a quando non ci fanno troppo male, allora
malediciamo con loro, anche noi stesse. Dopo.

A Non so che darei di Sorrenti segue Sailing di Cristopher Cross che
impazza ovunque, su questa costa isolana. Appena tornerò a casa andrò a
comprare l'LP, piace molto anche a me. E' su questo pezzo che sogno di
vivere una folle storia d'amore con Pietro che finora non mi ha nemmeno
degnata di uno sguardo. Con quale di quelle smorfiose tornerà a casa questa
notte? Mentre penso questo, Josè mi porge il suo accendino, il mio ha l'aria
di essere scarico. Fumo troppo. Ho un sussulto, non l'ho visto arrivare e
nemmeno mi sono accorta che ha smesso di suonare. Per forza, non ho occhi
che per quel figlio di buona donna che continua a pigiare tasti e ad
ondeggiare seduto al piano. Mi sorride, emana un buon profumo di pulito e di
biscotto ben cotto. I capelli sono ricci e neri e la pelle è dorata. E'
massiccio, ma non grasso, ed è molto alto. Se non avessi Pietro in testa.
Perché non innamorarmi di Josè che ha modi gentili, un sorriso mozzafiato e
soprattutto non rimorchia una donna diversa ogni sera? Lo guardo un po'
imbarazzata, gli chiedo da dove viene per sciogliere questo imbarazzo, anche
se lo so già, me lo ha detto ieri in spiaggia Lucio, il bagnino, che non
tace mai.

- Posso indovinare il tuo nome biondina? Mi chiede. Sorride e aggiunge: mi
vuoi abbracciare? Mi pare una richiesta insolita, fatta così su due piedi,
ma accetto un po' stranita. E' un mare avvolgente e morbido, potente e
delicato al tempo stesso. Ho quasi un mancamento quando mi stacco da lui e
mi maledico per essermi incaponita con uno di cui conosco solo il nome e so
che viene da Milano. Giro lo sguardo verso Pietro, anche lui si gira e mi
guarda, o forse guarda nel vuoto o sta cercando Josè. Mi sento in colpa e mi
pare di averlo tradito.

Mi risiedo sul muretto, dando una lunga boccata alla sigaretta ormai a metà.
Guardo il mio amico argentino con lo sguardo di chi è altrove. Lui capisce
il messaggio e s'incammina verso il locale. Ciao Silvia, dice, ed entra.
Mi cade la brace sulla casacca gialla con le stelline e fa un buco grosso
come cento lire. Questa è una gran brutta serata.

Non ho voglia di rientrare a casa. C'è una bella stellata e la notte è
fresca e poi sono un animale notturno io. Josè con la sua chitarra, s'incammina
facendo un cenno di saluto con la mano, è gentile. Pietro s'attarda, parla
col barista, tracanna una bibita tutta d'un fiato, ma io ormai gli volto le
spalle. Credo di essermi stancata di questa attesa del nulla. Esce con passo
spedito, da solo stranamente, attraversa la strada, mi viene vicino e
puntandomi gli occhi verde smeraldo fin dentro le budella mi dice:- Andiamo?

Andiamo? ANDIAMO? Io e lui? Sono sconvolta, mi viene quasi da vomitare e mi
friggono i piedi. Sono giorni che aspetto questo momento, sono giorni che
sogno che si accorga di me, che mi venga vicino, che mi rivolga la parola, e
succede proprio questa notte in cui non ci pensavo quasi più, in cui ho
bucato la casacca plissè, e soprattutto ho abbracciato Josè? Così, tutto in
una volta? Adesso?

Così?

Ed io che sognavo le corse sulla spiaggia mano nella mano con Sailing in
sottofondo.

Starà trapelando qualcosa dal mio sguardo inebetito o penserà che sono
scafata come le fanciulle che rimorchia ogni sera? Io non sono scafata, per
nulla e me la sto facendo addosso.

Andiamo, dove? Chiedo con un filo di voce, quando dentro di me sto urlando.

A casa mia no? Risponde lui spedito. Dai che ho l'auto qui dietro e sono
molto stanco. Vorrei anche dormire un po', domani mattina mi devo alzare
presto e andare a prendere un amico all'aeroporto.

Non mi chiede nemmeno come mi chiamo. Io lo so come si chiama perché me lo
ha detto Lucio il bagnino che parla troppo. A lui avrà detto il mio nome?
Non credo proprio.

Com'è diverso Pietro adesso.

E' sempre bello, alto e dinoccolato, ma è anche un po' curvo a ben guardarci
e così sudato, coi capelli schiacciati alla nuca perde un po' di fascino. E
poi, non ha un buon odore.

Andiamo allora? Chiede spazientito.

Preferisco di no, rispondo. Magari un'altra volta, dico per dire e per
riempire il suo silenzio incredulo.

E mi giro verso il mare. Ho voglia di fare un bagno.

Sento che in lontananza lui bofonchia qualcosa che non capisco, ma comprendo
benissimo che non me ne importa nulla.

 

DIMMI CHI SEI...!

Silvia è partita senza dirmelo. E' andata in vacanza con il suo papà ed un giorno mi manda un sms in cui mi dice che s'è comprata un bikini marrone, in un altro che s'è presa un vestito nero a fiori rossi ed io sono felice di questa sua spensieratezza conquistata a dura fatica.
Silvia legge & scrive in modo incessante da sempre. La nostra conoscenza  (decennale, oramai)di rete risale alla notte dei tempi:-)
Capace tuttavia di stare da parte, si mise all'ombra di un albero maestoso, in fatto di cultura, Carlo Berselli, anche lui caro amico degli albori dei miei sguardi su questi orizzonti.
La modestia è il suo mestiere.
Leggerà quando tornerà, di conseguenza posso scrivere quel che mi pare...:-)

Ti dico chi sei...!

Silvia è tosta.
Non vi immaginate quanto.
E' mia sorella virtuale ed è affetta da vermocane, come me e molti altri.
E' una malattia che colpisce i passionali soggetti alla sindrome dei sentimenti irrequieti.
Silvia per ora ha scritto soltanto per me, nonostante l'abbiano sempre corteggiata in molti, in proposito.
Un giorno scriveremo un romanzo serissimo, triste e zeppo di feroci pettegolezzi, con lo spirito di due vecchie bambine gaudenti.

giovedì, 23 luglio 2009

nostalgia canaglia

della quiete dialogante del BLOG

postato da: flaviablog alle ore 08:51 | link | commenti (14)
categorie: affetto
mercoledì, 10 giugno 2009

A casa mia libri e quadri, Maestri e Margheritine

A casa mia ci sono libri, tanti e quadri appesi nel poco spazio ( ma ne avrei molti ma molti di più, se li stanassi dai loro nascondigli). A casa io e mio padre, incessantemente, abbiamo sempre letto e dipinto, dipinto e letto. Io, in realtà, cominciai presto a disegnare ( matita, carboncino, sanguigna, seppia) e... scrivere.
A casa mia ci sono mobili ammassati e vecchi, quel che resta di un appartamento più grande. Tra libri e quadri, armadiate di vestiti e scarpe, che sono una gran bella consolazione, per chi considera il corpo qualcosa di cui avere cura ed agghindare, perché faccia parte d'una risultante armoniosa del bisogno estetico del vivere. Tra questo e quello, i profumi che colleziono da almeno 15 anni. Ne avanzo un dito e lo conservo. Svanisce, inacidisce, si concentra e sbrana chi lo annusi. Non voglio saperlo; conservo, conservo e basta. Bellezza dell'odore, della confezione, del ricordo a cui un colore o un profumo mi riportano ( e non sempre bello).
A casa mia il tempo sembra trovare una sua immobilità: da bambina amavo poco giochi movimentati e rumorosi, allora leggevo e disegnavo; da ragazza m'adattavo a compagnie chiassose, cercando però sollievo nella lettura e soprattutto nella scrittura. Tutto e tutti diventavano personaggi d'un diario fitto di avvenimenti. Erano ben delineati, sottolineati dalla cronaca spietata e puntuale della realtà.Di tanto in tanto s'apriva un sogno. Di solito, i soliti e mi si perdoni il bisticcio, ma sono rimasti immutati. Sono sogni personali, riconducibili ad un certo perfezionismo affettivo estetico: immaginavo il mio compagno come l'uomo perfettamente speculare a me, una sorta di Dorian Gray intento a leggere, scrivere, disegnare o dipingere e restare, con me e come me, appeso a mezz'aria tra il personaggio e la persona. Oltre il confine delle umane miserie fatte di umori, d'animo e liquidi, ché l'umano materialmente animale mi ha sempre fatto un po' senso, così limitato, carnale, per nulla passionale, così preso com'è dal nulla tangibile. Corre, sbuffa, suda, ingoia, spreme. Una ridicola macchina che trova la sua nobiltà nel momento in cui sorride, gode e produce bellezza, si distacca quando vuole da un mondo che desidera l'immortalità attraverso la riproduzione, il potere, la miserevole follia sociale,quando la perfezione va invece cercata dentro di sé e nelle cose, create dalla parte migliore di noi, che "realizza", che "fa", che "comunica", ma non all'universo mondo, soltanto a chi sa entrare in sintonia.
A casa mia, libri per scapparci attraverso. Fuggire da tutto e tutti, per un mondo parallelo e totalmente mentale, perché mi irrita vedere ciò che ho pensato persino diventare cinema o teatro e morire tra le braccia dell'immagine che, invece, se c'è, è colma di sé. Non è la trasfigurazione che d'un concetto o d'un luogo. Non rappresenta, incarna. E' tronfia.
A casa mia i libri son sempre stati:
stanze;
porte;
nascondigli;
alberi;
tane;
schermi;
scudi
e mai ne ho finito uno senz'averne immediatamente un altro pronto, di riserva, chiuso, da leggere.
Ora s'accumulano, sul comodino, quelli stampati; altri invece m'invadono la testa aspettando che li scriva,perché non ho più come migliore amico il diario, da rileggere ogni giorno per fare il punto della situazione, sarà perché so che la situazione è di stallo, non si muove e forse è già morta.
Morta di noia ad aspettare che l'affresco sul soffitto della mente s'inveri e spariscano gli stolti e gli inutili, lasciando però di sé manciate di oggetti e servizi, il buono che l'umanità produce là dove ci conduce: alla fine del viaggio in cui sei stato non quanto hai amato, ma quel che sei stato amato ed allora spero, nel mio caso, conti più la qualità della quantità, ché l'amore altrui io proprio non l'ho cercato.Me ne stavo in poltrona a leggere, aspettando che arrivasse lo scrittore, magari a togliermi il libro d'avventure per dirmi: ecco qui, sono io l'avventura. Senza di me, nessuna storia. Allora credo che lo avrei amato.Peccato che, ora come ora, io ami soprattutto tutti autori già morti.
Io scrivo, e scrivo per me. Che il pubblico s'inginocchi e mi segua carponi, perché il passaggio è stretto, ma poi porta nel mio mondo e lì, attenzione, c'è uno spreco di tappeti, di dolci e profumi, ma lo spazio è minimo. Lo spazio è intimo, è un bozzolo illuminista di vanità occidentale dove Tu sarai un Re e Tu , chiaramente, la Sua Regina. Potrei invece trafiggervi. Scrivere storie in cui l'amore finisca in croce, ma sarei blasfema. L'unico grande Amore c'è chi l'ha già scritto in croce e scriveva da Dio. Finirei d'uccidere soltanto miseri uomini e donne ancor più misere, perché a queste metafore di boria soggette.
A casa mia libri, tanti e quadri. Paccottiglia.
Vuoti a perdere dell'Io.
Ed Io, che dire ancora?
E' stanco.
Inizia ballando una mazurka, tutt'allegria e banalità, si racconta con l'animo modesto ed ammiccante, in tono amicale e confidenziale,ma poi finisce sorvolando paludi, diventa un Chagall, s'anima di donne imbambolate ed idoli cornuti e sembra un'allucinazione, quando è invece la rovinosa realtà dei fatti.
Tu, Dorian, per non pensare al domani, vendi il ritratto. Servirà a non pensare ciò che sarà ed io, invece, resterò ad essere la lettrice in poltrona, ma in una scenetta ripetuta almeno quattro volte, in cui qualche buon enigmista possa individuare le differenze.
Io non sono una scrittrice, ma il quesito con la Susy.
Trova il pezzo della tua vita fuggita, è nascosto nel mercato sottostante di cineserie e poco lontano c'è la fermata del tram.
A casa mia, libri in cui c'è di tutto, da buone norme per coltivare i giacinti, a romanzi immortali per lettori caduchi.
A casa mia ci sono quadri, che mostrano una realtà immortalata nella sua pesante e matura bellezza, da chi resta fotografato invece, nella mia mente, nella consapevolezza della misura sempre più stretta del sogno. Non aveva mai venduto il *suo* ritratto.

Rossana Massa

Dedicato a mio padre e a Maria Strofa ( Carlo Berselli)

domenica, 10 maggio 2009

Per la festa della mamma

Mia madre aveva "fatto" soltanto la quinta elementare ed era andata a lavorare a 12 anni, nell'opulento nord ovest. Era stata una ragazzina molto vivace, un maschiaccio, tanto che era sconvolta, quand'ero bambina, dal fatto di avere una figlia che, se andava a giocare con i calzini bianchi...sarebbe tornata a casa con i calzini ancora bianchi, soltanto un po' più spettinata. Mia madre s'era fatta bocciare in seconda elementare, perché rideva guardando il maestro, che aveva, nel bel mezzo della pelata, un ciuffetto ribelle ed improbabile. Mia madre preadolescente scavalcava d'un salto il recinto di legno dei balli a palchetto, perché non aveva il permesso di entrare, essendo ancora giovane, anche se, essendo formosa, non aveva più il fisico da bambina. Amava ballare. La vita la costrinse sempre in un contesto di sacrificio e rinuncia, per motivi economici. Sposò l'amore e accoppiò la fame con la sete, perché mio padre era più povero dei gatti del Colosseo. Poveri, ma belli e sfortunati. Piuttosto presto la morte, laggiù o lassù li ha portati. Mia madre aveva gli occhi grigioazzurri, come i miei, ed i capelli neri. Non voleva che io le assomigliassi nemmeno un po', perché riteneva che mio padre fosse il genio di casa e da lei non ci fosse nulla da imparare. Si dava della sciocca, e intanto leggeva Kundera.
L'ultimo libro che lesse fu "L'insostenibile leggerezza dell'essere" e poi mi disse: oddio, è tutto vero!
Mia madre non mi forzò mai al matrimonio né mi disse mai che desiderava essere nonna. Mi spinse al lavoro. Soltanto nel lavoro, lei che avrebbe fatto volentieri la casalinga ed invece era coadiuvante di mio padre,vedeva l'emancipazione femminile. Prima poter mettere il *tuo* pane in tavola.Prima, questo! Nell'opulento nord del sacrificio e delle rinunce. Del nord del benessere sudato lacrime e sangue.
Mia madre morì sognando un gelato. L'ultimo desiderio che non fu accontentato.

postato da: flaviablog alle ore 22:17 | link | commenti (22)
categorie: amore, vita, racconto, massa, affetto
venerdì, 08 maggio 2009

Sono stata a Torino, per cose mie, riconoscendola soltanto un po', ci mancavo da tanto tanto tempo. Abitai anche per breve tempo, a Torino, ma poi tornai ad esser pendolare, costava troppo mantenermi a studiare nel capoluogo di regione. Torino mi apparve allora grande e ricca, troppo. Da buona provinciale, m'innamorai all'istante di tutto ciò che non si poteva avere, a partire dalla merce esposta nelle vetrine di Via Roma e dintorni. Torino era regale, ma aveva il gusto acido della nobiltà decaduta, bastava un'occhiata ai suoi cortili e la realtà povera s'apriva fetida davanti agli occhi. Ordinato e modesto tutto ciò che invece portava in periferia, ma di qualità data dallo spazio. Augusta , mai angusta. Di Torino colpisce lo spazio, è una città ariosa. Ha per corona le montagne e si vive sotto certi cieli talmente azzurri da far dimenticare che fu città industriale, in primo luogo.
Ora è bella, più bella che pria, città turistica. Ora è infingarda più di prima, che di criminalità ne ha sempre nutrita tanta e basta circolare in certe zone che i ceffi si fanno brutti e tanto, ma Torino resta una Madama di classe. Anche nel mio libro chiamo Torino con l'appellativo di Signora, perché se a Genova, in un caos che non mi piace , ma per fortuna si disperde in lunghezza, le bellezze sono ben celate, bisogna scoprirle, Torino è un ritratto di Gran Donna in posa. Genova è Superba? Torino è Regale ed io in mezzo, a chiedermi che roba padana io sia, tra tanta maestosità.
Faccio gli affari miei, incontro un paio di scrittori e un editore, poi decido d'andare al Museo Egizio, sola, che ho quest'insana mania di gustarmi alcune cose di più se non ho distrazioni. Ebbene, è faticosa, la cosa.
La coda si smaltisce presto, Torino è piemontese, bene organizzata.
Alla cassa nessun'altra attesa ( sono aperti due celeri sportelli) e mi muovo tra due egittologhe che guidano due comitive di bergamaschi e bergafemmine.
Tutto bello, in parte già conosciuto, molto più seducente, (due cappelle però io le farei rifare, dal Ferretti, ché sembrano proprio due cappelle da morto...), lo statuario è maestoso, come la civiltà che ci fa conoscere e di cui i Romani distrussero le influenze con metodo, per scordare quanto Cleopatra fosse stata importante anche a Roma e non soltanto per le doti fisiche. I Romani vollero essere figli dei Greci, così che ci portiamo appresso un rispetto spesso esagerato per la cultura greca, nel mentre poco sappiamo della profonda, materiale, terrena, maestosa, elegante,colta ,civiltà egizia.
Nel mio album c'è un po' di tutto e un po' di niente. Mi son ritrovata, nella prima sala, d'ingresso, ad osservare una mummia, d'epoca molto antica, quando ancora si parlava di mummificazione naturale, causata dal clima. Rannicchiata. Sotto vetro. Tutti ad osservarla. Uomini, donne, bambini masticanti. Tutti a tempestare il morto con telefonino fotografante e macchina fotografica.
Anch'io.
Ebbene: mi è parso che si rannicchiasse ancor di più.
Allora mi son chiesta: il rispetto per la morte è una questione di tempo?
Se il morto è antico è un oggetto?
Mi sono vergognata, ho cancellato le fotografie.
A maggior ragione non ho fotografato le vere e proprie mummie. Non ho fotografato quel tentativo estremo di preservare il corpo, esaltarlo, magnificarlo, conservarlo. Mi è sembrato tenero e dolente.
Tante mummie ho visto, foto nessuna. Ho guardato invece dalla finestra e fotografato quel che si vedeva da lì.
Io resto io, ovunque vada, con i miei principi.
Il male non mi piace.
Ne sono attratta ma non mi seduce.
Un tempo pensavo d'essere fatta di neve e che mi si potesse sporcare.
Ora penso invece d'essere di cristallo.
Se mi si contamina, poi scivola tutto, scivola via.
E' invece scivolata davvero addosso l'acqua minerale rovesciata da una cameriera del caval ad brons an piassa San Carlo lungo la schiena di una signora, al bar, per l'appunto.
Le ha bagnato camicetta, gonna, per giungere a spargersi grandiosa sul cuscino.
La biondina, manco una piega. E' di una generazione a cui non è stato insegnato a chiedere scusa. A dire il vero non è stato neppure insegnato quanto sa di sale lo pane altrui, specie se guadagnato lavorando. Sbagliato. Società trasgressiva? Società di maleducati.
Ho bevuto un tè, mangiando pasticcini.
Pensando che, per indossare una livrea ci vuole un po' più d'eleganza, quella che nasce dall'umiltà di scegliere di far bene il proprio lavoro qualunque sia e... testa bassa, la si può alzare soltanto quando si abbia la certezza d'essere *bravi*. Ma si sa, io sono una bacchettona.

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categorie: vita, divagazioni, torino, affetto
mercoledì, 22 aprile 2009

Presentazione ad Alessandria


Per la legge di Murphy sul parrucchiere, il giorno della mia presentazione pioveva e non soltanto sui nostri volti silvani, pioveva sui miei capelli "phonati", anche perché al giovedì faccio il tragitto casa /lavoro quattro volte, di conseguenza sono andata al mio appuntamento con la gloria pettinata come mia zia Carlotta, se ne avessi una. C'era gente, tanta, per la media delle presentazioni, una trentina di persone. Alla fine c'era anche un mazzo di orchidee bianche, per me.A casa anche un vaso rosa degli stessi fiori, da parte di chi non ha potuto esserci di persona. La parola fluiva. Strano, io odio parlare in pubblico, mi assale un disagio fastidioso, che vorrebbe mi trovassi ovunque,  tranne lì e cominciò a manifestarsi gli ultimi anni della mia attività politica. Perché? Non ci credevo più. Dicevo aria fritta. Recitavo un credo non mio.Invece ciò che scrivo lo conosco. Io scrivo chi sono. Io sostengo che sia meglio fare libri che figli da quand'ero diciottenne ed avrei amato una vita così, magari con un compagno che condividesse le mie passioni o a queste s'affiancasse, con la morbidezza di cui sono capaci più spesso le donne. Alla presentazione anche una blogger, per pochi minuti, per cui non ha assistito, era di passaggio.Era forse venuta a vedere come fosse La Signorina, spero di non averla delusa.La presentazione s'è replicata per radio, al sabato, dove sono andata in studio grazie ad un amico di recente acquisizione, che ha trovato bello il libro e l'ha presentato sottolineandone una frase: mai avvolgere un dolore vero nelle bende dell'ipocrisia.
Ragazzi, sarei una mummia, ché di dolore, anche assolutamente gratuito, tanto ne ho visto.

Sono in giuria in un premio letterario. Ho votato con apprensione. Sarà, spero, una bella kermesse cittadina, prevista per maggio. I libri aiutano a vivere e a sopravvivere. Non c'è altro, forse, nella vita.


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categorie: amicizia, romanzo, affetto, memorie di nebbia selvatica

Le donne hanno bisogno di una moglie

Vado, di solito, alle presentazioni di libri ed alle conferenze, nonostante il cazzeggio abituale su facebook, credo sia noto ai più che sono più cerebrale che altro. Ebbene: gli uomini oratori, che siano scrittori o politici hanno spesso uno sguardo portante ed adorante che li sostiene. Un sospensorio fatto in forma umana. Un'amorevole presenza consolatrice. Un'ombra che rende loro la vita prosaica piana, perché l'artista ed il pensatore possa dedicarsi al lavoro ed alla sua confezione. Se lui parla lei se ne bea, seduta di fronte e quasi timorosa che, in platea, ci sia qualcuna altrettanto innamorata dell'abilità o della prosopopea di siffatto genio della comunicazione ed altro.
Alle donne non succede mai. Vanno a parlare sole.
Presentano libri sole.
Se va loro bene il marito è a lavorare.
Hanno un'amica di sostegno o salvataggio, a volte.
S'aggrappano con lo sguardo a chi sorride loro, o mettono il pilota automatico e sorridono, loro, a tutti e a nessuno.
Le donne, dietro, hanno il vuoto.
Le donne avrebbero bisogno di tornare a casa e trovare letto fatto e cibo pronto. Avrebbero necessità d'entusiasmo, di qualcuno che dica loro SEI LA MIGLIORE, anche se è vero così così. C'è la mamma al massimo,che si presenta in questa foggia.
La differenza è che morta una mamma, un uomo se ne fa un'altra, ed a volte ne mantiene due in contemporanea, quella che gli ha dato i natali e chi se l'è sposato. Gli uomini passano dalla mamma che allatta a quella che tromba e noi, invece,ci stringiamo le spalle o, quiete, ci affidiamo alla gente.

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categorie: donne, appunti, uomini, scrittura, affetto
sabato, 07 marzo 2009

La Signorina e l'Otto marzo

La Signorina attempata è reduce da battaglie ovattate, perché non è nel suo stile la manifestazione violenta, la parola urlata, ama i sussurri ed ascolta malvolentieri la sua voce quando va sopra le righe, capisce che qualcosa non va, non è più Lei. La Signorina esordì con il femminismo dolce a sette anni. Un'amichetta le aveva detto:
- Io non vengo più a giocare con te, perché mi hanno detto che sei prepotente  e che graffi.
Era vero, aveva graffiato un paio di compagne di classe, e l'aveva fatto perché era l'unica tecnica di difesa che aveva imparato, dai gatti,non avendo fratelli e sorelle, non aveva appreso le infinite qualità della calunnia, del pettegolezzo  o dei calci negli stinchi. Aveva caviglie viola, sotto i calzini bianchi.
- Veda, maestra, come torna mia figlia da scuola, e non mi racconta niente! Se ha graffiato ha fatto male, ma si è difesa platealmente da chi gliele ha dette, date e fatte in modo più nascosto e furbesco.
Questa è la versione letteraria. Sua madre non si sarà sicuramente espressa così, perché i suoi studi s'erano fermati alla quinta elementare.
La Signorina si sentì rifiutata da un'amica, con un'accusa che riteneva infondata.
- Chi ti ha detto così? E' stata una mia compagna di scuola?
- No, è stata la bottegaia!
Un'adulta! Difficile smentirla. Un'adulta che l' aveva vista da dietro un altissimo bancone di marmo bianco poche volte, per di più silenziosa e spaurita, facendo spesa con la mamma.
La Signorina piccina aveva dentro di sé un misto di rabbia, paura e vergogna.
Prese coraggio ed entrò, da sola, in quel negozio.
- Buongiorno, io sono Rossana. Perché lei ha detto che io graffio e sono prepotente?
La Signorina piccina era magra come una scopa, biondina e pallida ed aveva una coda di cavallo legata da un nastro verde ed indossava un soprabitino grigio perla e guardava da sotto in su, con una faccina color bordeaux. Il negozio era stretto e lungo, il bancone grande e bianco, la bottegaia alta, corpulenta e infagottata.
La guardava tuttavia con curiosità.
- Dicono così. Sei una prepotente.
- Ma lei sa perché io ho reagito così? Sa tutti i motivi? Che cosa sa di me, di quello che penso, che faccio, che dico, che scrivo? Io sono una brava bambina. Io sto tutto il giorno da sola e faccio i compiti, merenda e aspetto che mia mamma torni a casa da lavorare. Io sono una bambina buona. Quando mi arrabbio è perché ho ragione e lei mi ha fatto perdere un'amica. Io sono figlia unica, un'amica è importante per me e lei ha parlato male , senza sapere nulla di...me.
La bottegaia diventava sempre più grande e la Signorina sempre più piccola. Ancora un po' e la donna sarebbe volata per il negozio, come un pallone.
La Signorina piccina picciò si fece le sue ragioni e, furiosa, ma paga, se ne andò.
Non si ricorda più la cosa come finì, ma ricorda bene questo:

          fu la prima volta che lottò per difendere la sua dignità e lo fece da sola.

Che cosa si fa per non perdere un'amica.

E' una storia di donne,consumata tra donne.

Ci si fa del male, spesso. Chissà se è un retaggio animale o culturale, ma lo facciamo, come se il mondo maschile non ce ne facesse. Siamo in competizione, a volte immotivata, o creata ad arte.
Ci si fa del male come se la vita poi non imperversasse su di noi.
Dalle donne la vita chiede molto.
Dobbiamo dare.
Dare la vita o agli altri o la nostra a servizio degli altri.
Ci chiedono amore e pazienza.
Ci vogliono conturbanti e nel contempo fortissime e guerriere.
Ci amano bambine ma poi non amano la bambina che è in noi, che ha bisogno d'amore, tenerezza, cose. Cose che sono in fondo caramelle e rose.
E da donne ci facciamo del male, strette in un ruolo che spesso ci fa male.

Per l'Otto marzo io chiedo perdono.

Perdono per il male che ho inflitto alle donne, voluto o casuale.
Perdono, perdono, perdono, per il male inflitto e per quello che ho subito.

E per qualche giorno parlerò soltanto di donne, a uomini e donne.
Che siano La Signorina e le sue amiche, o scrittrici o... personaggi femminili, in poesia o in prosa.








postato da: flaviablog alle ore 11:59 | link | commenti (22)
categorie: donne, vita, divagazioni, amicizia, affetto, la signorina
mercoledì, 18 febbraio 2009

Omaggio all'amico Alfio

Il mio libricino di racconti, decisamente autobiografici ,attraverso la narrazione della città in ottant'anni di percorso personale ( tramite anche la generazione che mi ha preceduta), è nato anche grazie alla sollecitazione di Alfio Squillaci, a cui dedico due righe, per gratificarlo :-) di alcune giornate "un po' così", con problemi di manutenzione, che noi ragazzini ci troviamo ad affrontare di tanto in tanto.

Dirige una rivista letteraria tra le più prestigiose del web

STATISTICHE ultimo triennio

Anno 2006
   960.697     visitatori
   932.875     visitatori  unici
  1.812.021    pagine viste

Anno 2007
1 137 687     visitatori
1 101 876     visitatori  unici
1 966 027     pagine viste

Anno 2008
  1 141786      visitatori
1 106 879      visitatori  unici
1 853 418      pagine viste

Ricca di contenuti letterari , che potete trovare qui:
http://www.lafrusta.net/

Vi si conservano ancora mie vecchie recensioni, non avevo ancora questo blog:

Agnelli, Susanna - "Vestivamo alla marinara" - Mondadori, Milano 1998

Delerm,Philippe - "Il primo sorso di birra" -Frassinelli, Milano 1998

 Il tormento e l'estasi - Funzioni proppiane nel  cinema popolare americano...

Houellebecq, Piattaforma, Recensione

Natalia Ginzburg  - Mai devi domandarmi

Enrico Ruggeri - Piccoli mostri

Susan Vreeland  - La ragazza in blu

Somerset W. Maugham - Lo scheletro nell’armadio

Bernard Lewis - Il suicidio dell’Islam

Ionesco, Il solitario

Ennio Flaiano - Tempo di uccidere

Svevo, Senilità

Sebastiano Vassalli, La notte del lupo, Cuore di pietra

MA LA RECENSIONE CHE PIU' MI HA DATO SODDISFAZIONE E' QUESTA:

Ferenc Molnar, I ragazzi della via Pal , visto ( e letto)  26 078 VOLTE




sabato, 31 gennaio 2009

Dalla parte dei ragazzi

Racconto in breve due episodi di cui sono protagonisti due ex morosi dei tempi andati.

Entrambi begli uomini, seriosi, impegnati ma non pedanti. Li accomunava un segreto, che fa riflettere su quanto espresso tra un commento e l'altro di quanto postato in precedenza, che mi fa scrivere almeno questa testimonianza a favore dei ragazzi, contro ogni stereotipo e demonizzazione maschile e di negazione dell'inesistenza della violenza inversa, quella delle donne sugli uomini.


Il primo mi raccontò questo fatto che aveva 47 anni. Uomo pratico, tosto, da operaio  era  diventato un dirigente. Alto, bruno, massiccio, occhi chiari, pacato. Eravamo nati lo stesso giorno, di anni diversi. Piuttosto dongiovanni e di più. Quello che in dialetto dalle mie parti definiscono "in pel da doni" ( un pelle da donna, un sottaniere). Persona lenta, solare, godereccia, tenera ed affettuosa ( un Toro) con punte di prepotenza rare ,ma furiose. Geloso. Mi raccontò di avere subìto, a 14 anni, una violenza di gruppo. Era andato a stare a Torino, per lavorare in Fiat, e viveva condividendo un appartamento con tanti altri disperati che dalle campagne alessandrine erano andati a vivere nella città sabauda.
Lo spogliarono insieme, chiudendolo in una stanza, le operaie con cui lavorava, era un ragazzo con il fisico da adulto, divertendosi della sua vergogna e  che cosa accadde esattamente non so, ma io vedevo in quest'uomo uno sguardo che non era di libidine, bensì di raccapriccio, nel mentre raccontava.  Lo avevano derubato di un mistero. Concluse dicendomi: da allora non credo alla spiritualità femminile, allo sbandierare che fanno le donne d'amore e sentimenti come se fossero alati. Siete carnali più di noi, ma più bugiarde, persino con voi stesse.

 Il secondo era ben diverso, molto più borghese e giovane. 36 anni.Elegante, raffinatissimo, sembrava uscito da Vogue Uomo. Freddo, glaciale ed ambizioso, umorale ed ombroso, poco comunicativo, formale.Si dichiarò semplicemente arricciandosi una ciocca di miei capelli su un dito, con il braccio appoggiato alla spalliera della mia sedia. Poi arrivò una pianta, uno spatifillo con larghe foglie bianche.  Sembrava alieno da emozioni, invece mi disse: ero stato rimandato, mi mandarono a lezione da una professoressa del mio paese, avevo 16 anni. Mi mise le mani addosso. Ogni lezione così. Mezz'ora di lezione e poi petting. Sarei scappato, ma ero come succube e paralizzato. Stavo male, ma non potevo fare a meno di presentarmi a casa sua, fino all'atto finale,assente qualche giorno il marito. Non mi piaceva e continuavo a dimagrire, ma non mi riusciva di sottrarmi a qualcosa che non avevo ancora capito. Mi dominava meccanicamente, senz'alcun coinvolgimento. A settembre ero uno straccio ed i miei pensarono che fosse per l'esame di riparazione.

Con sofferenza nel racconto, nel ricordo, nessun compiacimento e quel tono amaro di chi pensa di essere stato derubato di un sogno, pur avendo incontrato dopo la donna sotto un profilo diverso. Racconti che di erotico non avevano *nulla*.

Non è vero che gli uomini vivano bene ogni approccio, tutt'altro. Compito delle donne forse è non spegnere il sogno romantico, sentimentale, non avvalorare la tesi per cui in fondo, tra uomo e donna, ci sia soltanto sesso, o  ci debba essere un progetto pratico nel matrimonio.

C'è qualcosa che nome non ha, ma è spontaneo e reciproco. Libero e mai indotto, neanche dalla retorica che vuole l'uomo rotto a tutto, anche da ragazzo.

Un ragazzo è qualcosa di bello, pulito, dolce.
E così può restare da uomo, se vuole.


postato da: flaviablog alle ore 21:46 | link | commenti (12)
categorie: amore, donne, vita, divagazioni, amicizia, uomini, sesso, affetto