Un vestito a pois, mi viene da cantarlo come Mina cantava della zebra a pois ed io l'ascoltavo, da bambina. Me lo son comprato per iniziare settembre in bellezza. Chissà perché i pois. Non ho nulla, di tale. Non ho l'abitudine al pois. Tempo fa, sì, ebbi una camicetta blu, a piccoli tondi bianchi e ricordo che mi regalarono anche una camicia di raso rosa con grossi bolli bianchi, che sembrava cucita nella mortadella. L'estate perdura, fa il suo ciclo, muore in là, ma con riapertura di fabbriche, scuole e negozi si può dire quasi finita. Tirate le barche in secca, mettetele a riparo, che sian vere, che sian metaforici desideri d'essere cullati dalle onde del benessere e del dolce far nulla, che io non capisco i fanatici che anche in vacanza devono ginnicamente arrabattarsi... Chi glielo fa fare, mi dico. Chi. Un ricordo del mare? Le paperelle sul torrente nel punto in cui sfocia nel salmastro. Indecise tra acqua dolce o salata. Le anziane signore distese in fila a prendere il sole sul molo di cemento, ormai insensibili anche ai tizzoni ardenti. Il profumo di cucina proveniente ad ogni ora dalle gastronomie. L'aria che sa di focaccia. La focaccia che sa di aria di mare. L'aria di mare che sa di ricordi da dipingere in vario modo. Con parole ed opere. Ed omissioni.

Poche giornate di mare e molte di piscina. Ho anche nutrito una farfalla. Bella,grande, sfumata di giallo arancio e non la solita cavolaia bianca, di quelle che tormentano i miei gerani. S'è posata su un braccio. Ha allungato la proboscide, ha assaggiato l'olio solare Collistar, ha arrotolato la spirotromba fino alla bocca e se n'è stata lì. Gustava assorta e indisturbata. Spero tanto non sia andata a morire da qualche parte e che l'olio invece le abbia fatto buon pro. Ne ho viste altre quest'anno. Molte, graziose. Una mostrata ad un pargolo, che stava in piedi appena,ad esempio, ha detto " che bella!" e l'ha centrata con una pallonata. Quando si dice della bontà dell'animo umano...
Ho visto anche un piccione rinfrescarsi le zampette nel piano vasca della doccia. Di tanto in tanto beveva un sorso dalla cannetta d'acqua corrente per lavare i piedi dei bagnanti e se ne stava appena appena a mollo e poi, sempre camminando, s'è spostato a riposare in un cespuglio.
Io leggevo Buttafuoco, terminate le vacanze di Maigret. Beh, il Simenon di Maigret è per me un Simenon minore, mestierante. Gradevole come sempre, ma più popolare, con i limiti del caso. Ho letto "Le vacanze di Maigret", che hanno il pregio d'essere ambientate dove in un certo senso fu confinato l'autore,in Vandea, a Les Sables d'Olonne, accusato di germanofilia, tra il 1944 e 1945, più estraneo a tutto del buon cazzone di Piero Chiara. Ne approfittò per leggere Proust, Balzac,Zola, ma anche Chandler,Hammett, Caldwell e giocando a bridge.
Buttafuoco scrive assai bene, scrive di moda, ma gli darei una palata sui denti. Perché? Cerca i luoghi comuni della trasgressione e li amplifica, per cui un porporato che canti "Sentimental" sotto la doccia ( specificando più in là che la cantava Wanda Osiris, icona delle checche d'annata) mi annoia, perché vorrebbe essere un pettegolezzo, invece è ormai una banale scemenza alla portata dei lettori di "Chi", da italiota, insomma.
Preferisco Simenon. Maigret però lo lascio alla TV e al cinema.
Il romanzo breve è gradevole. Parla d'amore e della follia che genera. S'ambienta in Ospedale, anche.
Affossa le suocere.
Non sono io a definirla tale. E' la protagonista del romanzo, una giovanissima che racconta di sé. Il linguaggio ricorda Ammaniti, quando si cala in teste altrui e pensa e scrive come questo o quello. In tal caso si tratta di una ragazza. "Un complicato atto d'amore" , di Miriam Toews, Adelphi, è un romanzo "al femminile" scritto da una donna, che racconta la vita claustrofobica di un'adolescente. La ragazza è Naomi, ribattezzata da lei stessa bambina, "per comodità", Nomi, che vive in un villaggio creato e gestito da una setta, i Mennoniti, a suo dire "la sottosetta più sfigata del mondo", per la quale non c'è altro futuro che essere assorbita dal "massacro di polli", allevamento, uccisione e confezionamento di pollame " a vita" o lavorare presso una pompa di benzina dove l'unico svago è del padrone, che si diverte a guardare le ragazze in calzoncini che versano carburante nei serbatoi delle automobili.
Chi vuol sopravvivere...se ne va e tutti spariranno gradatamente all'orizzonte della ragazza.L'ambiente semplice e composto, che dovrebbe preservare dalle brutture del mondo, in realtà non protegge affatto,ingabbia in regole ripetitive e la pace e l'amore che si vorrebbero coltivare non esistono. E' una morte stantia fatta di non-vita per evitare l'aggressione dell'esistenza dell'altrove.
L'autrice si cala assai bene nei panni della ragazza che è nel contempo disincantata ed ingenua. Le sue opinioni sono lapidarie e grottesche. L'umorismo che ne deriva è atroce. La vita per Nomi è ferocemente ridicola e se ne salva con chiusure o reazioni plateali di facciata tipiche dei giovanissimi ed il disagio e la diversità vera o presunta diventano fisici segnali visibili e la comunità la scomunica. Intanto ormai è sola. Non è che l'atto finale d'un processo d'emarginazione di cui non è neppure protagonista. Nessun eccesso, nessuna "maledizione", nessun gesto da cronaca nera. Nomi sarebbe perfetta, altrove. Ha la sola colpa d'essere un fiore ( pensante) nel letame. Letame non in quanto torbido e sporco, la storia non scade mai nel cattivo gusto modaiolo di tanta narrativa ( e tanto pessimo cinema)...in quanto materiale di scarto, uguale a se stesso a quintali.
La follia del gruppo è devastante proprio nella misura in cui pare razionale e motivata rispetto ai dubbi del singolo che non si adegua.
Naomi ragiona come una bambina saggia. E' lucida e sottile come un giunco di pensieri. Tutto ciò è tuttavia uno spreco. Essere saggi e sottili per sé stessi è coltivare una rosa che nessuno coglierà mai ( se lo facesse non farebbe altro che strapparla). Naomi è come un tesoro sepolto nel fondo del mare.
" Main Street è un mortorio come sempre. In fondo, dalla parte della cisterna, c'è una luce bianca accecante e Gesù ritto al centro con una veste celestina, le braccia aperte e le palme rivolte in su, come se dicesse : e io come cazzo facevo a saperlo? Sono solo un falegname.
Sembra George Harrison vestito come un buffone nel suo periodo d'intrippamento per le religioni orientali. Chiunque sia stato il responsabile, gli ha dipinto due pomelli rossi sulle guance per dargli l'aria sana, immagino, ma anche sanamente ridicola."
"Visto com'è la vita, non mi resta che sognare la vendetta", Gauguin. Naomi afferma che sia la sua citazione preferita, quando in realtà non è in grado di attuarla e quando le capita l'occasione le sfuggono ormai i parametri concreti per farlo.
Letto ho un paio di sciocchezzuole divertenti, compreso un libro da blogger di cui parlerò. L'altro è uno pseudosaggio psicologico sulla coppia, un po' troppo ridanciano per i miei gusti, ma non è totalmente da buttare.Terminato il saggio di neuropsichiatria divulgativa sul cervello femminile, ben scritto.
Sto leggendo "Oblomov", in un'edizione BUR degli Anni Sessanta.
Mi aspettano " L'eleganza del riccio" ( Barbery) e "Un complicato atto d'amore"(Toews)
Simenon s'appassiona ai suoi personaggi, li cresce amorevolmente, che siano assassini o vittime. Prolifico scrittore, trovo che la quantità non si concretizzi a scapito della qualità. Confesso che non ho letto mai alcuna vicenda legata al Commissario Maigret, di cui ho il ricordo in bianco e nero di Gino Cervi e di Andreina Pagnani, che nella serie degli albori Rai interpretava la dolce, paziente e acuta moglie del calmo e meditabondo uomo di legge dall'immancabile pipa tra le labbra. Nei panni di Maigret non mi spiace neppure Bruno Cremer, più freddo e determinato del nostro Cervi. Degnissimo interprete francese.
Il Simenon che io ho letto è quello dell'uomo che guardava passare i treni, del testamento Donadieu, dell'ultimo dei Ferchaux, di quei romanzi in crescendo in cui si analizza la *normalità*, ovvero la probabile involuzione ( o evoluzione?) della calma piatta borghese, fatta di doveri, obblighi accettati con diligenza, abitudini, che Simenon osserva con la lente alla ricerca del punto di rottura che genera l'esplosione possibile d'una realtà strutturata. Ciò che fa dire ai conoscenti che "tutto ciò non era prevedibile". Simenon conosce la stasi letteraria dei Grandi Maestri, che non necessitano di grande azione per narrare. Si muovono in tondo e in profondo su una realtà apparentemente statica e mi ricordano i pittori di nature morte, che di qualche oggetto posto, a volte a caso, su un ripiano...creano un'opera d'arte fatta di particolari, di luce, di colore, di dietrologia dell'uso e dell'aspetto. Simenon serve su un piatto d'argento l'umanità senz'avere cedimenti sentimentali, semmai li procura. Trovo sia un patologo dell'umanità e ne abbia pietà più che stima, ma anche quest'ultima è relativa e rarefatta e non è pietà cristiana. Non gronda d'amore, bensì di rassegnazione all'essenza della propria e altrui umanità.
Ho terminato di leggere " Il piccolo libraio di Archangelsk".

Trattasi della vicenda umana d'un modesto libraio di provincia, scapolo e solo, originario del Mar Bianco, da cui è partito bambino e mai più tornato. La famiglia, di gran cultura, s'adatta a gestire una pescheria in un borgo nei dintorni di Bourges. Manderà il figlio al Liceo a Parigi e tornerà in Russia, in seguito.
Jonas però resta al borgo. Apre una libreria ( vendita e prestito alla comunità) e vive un'esistenza defilata, fatta del suo lavoro, pranzo nel solito ristorantino a gestione familiare, lavori domestici svolti da un'anziana governante. Unica passione: la filatelia, d'ottimo livello, fatta per possedere e non per esporre, per avere e non per commerciare. Ha un patrimonio, ma lo tiene in cassaforte, per il proprio piacere, senza speculazione alcuna. E' beneamato ( ma un filo compatito), solitario e semplice e senza una donna. O meglio: per le necessità logistiche ha la governante, per quelle...fisiche va a prostitute, alla chetichella, rare volte. E' un timido.
La sua vita cambia quando la vecchia domestica se ne va e i vicini fruttivendoli gli rifilano la figlia, giovane belloccia e scapestrata, con tutta l'intenzione di mutarla presto da domestica in moglie. Jonas è un passivo. Finisce con l'adeguarsi. Sa che la giovane moglie, sciatta e fedifraga, non lo ama, ma non pretende per sé che conservare l'integrazione monotona e tranquilla. La moglie scompare. Il villaggio improvvisamente ricorda che è *uno straniero*, un russo, un ebreo convertito. Ed inizia il viaggio agli inferi dell' opinione della gente comune, del giustizialismo acefalo, della meschinità.
E qui mi fermo.
E' un'apoteosi che genera paura senza il minimo spargimento di sangue.
Simenon conosce molto bene il genere umano.
Troppo bene.
Per la biografia e la bibliografia dell'autore rimando a http://lafrusta.homestead.com/pro_simenon.htlm
Un assaggio:
"Jonas aveva i capelli di un biondo tendente al rossiccio e le lentiggini sul naso. Ma all'età del ragazzo portava già lenti spesse come quelle attuali.
A volte si era chiesto se la miopia non gli desse una visione diversa degli uomini e delle cose. L'argomento lo appassionava. Aveva letto, al riguardo, che le varie specie di animali vedono noi esseri umani non come siamo in realtà, ma come appariamo ai loro occhi, e che alcuni ci percepiscono dieci volte più alti, ed è per questo che si spaventano tanto quando ci avviciniamo.
Non si verifica forse lo stesso fenomeno per un miope, anche se la sua vista è in parte corretta dalle lenti? Senza occhiali, l'universo era per Jonas un'ombra più o meno luminosa, nella quale fluttuavano forme così inconsistenti che non era sicuro di poterle toccare.
Gli occhiali, al contrario, gli rivelavano i dettagli degli oggetti e dei volti come se li osservasse con la lente d'ingrandimento o come se fossero incisi al bulino."
E gran cesellatore di storie è Simenon, che sa descrivere minutamente anche chi era diverso anni luce da se stesso. Senza clamori e avventure. La scrittura intimista che io preferisco. In un giallo. Cosa non da poco.
"Il piccolo libraio di Archangelsk", George Simenon , Biblioteca Adelphi.
P.S.: Simenon sognò una versione cinematografica del suo piccolo ( per me tenero) libraio. Lo vedeva bene interpretato da Charles Aznavour, con la regia magari di Chabrol . Non si fece. Peccato.
Dopo aver letto, coscientemente seduta o sdraiata al sole per resisterlo ferma a far niente di manuale, pagine e pagine di camillero da ombrellone, polpettoni storici a lieto fine improbabili come fiabe, romanzi all'italiana alla vaccinara, raccontini misteriosi come se il vero mistero non fosse sempre il solito, ovvero checacchiocifacciamoquidandòveniamoandòandiamo, novelle 'mericane alla Doris Lessing, sto leggendo un romanzo, ebbene sì.
Dopo Ammaniti, che comunque è uno Scrittore, anche quando scivola nel pulp ( ma con lucidità mai autocompiaciuta), mi sembra di non aver letto niente, quest'estate, così come dopo un bel film quel che segue sembrano trame da telefilm, ho aperto le pagine di un regalo che mi sono fatta cambiando in libreria un doppione di Simenon. La scelta è andata su Adelphi, quasi una garanzia, e su Marai. "La donna giusta". Per ora posso dire che sto leggendo, mentre per tutta l'estate ho fatto finta. Se mi piacerà, stile a parte, dirò poi...
A volte mi capita di avviare più letture contemporanee per cercare tra le pagine un sollievo da alcune zone buie del quotidiano. " L'orgia" libraria solitamente termina con una visione globale con eliminazione di ciò che non mi garba. Lo faccio preferibilmente con libri presi in prestito , perché riservo gli acquisti a titoli meno sperimentali, ad autori noti o a ciò che, già letto, desidero possedere e conservare.
Sto contemporaneamente sfogliando un saggio e due raccolte di racconti.
Il saggio è " La felicità non è un lusso", che contiene alcune perle di verità ( alcune eterne altre già obsolete ) di Guido Morselli. Mi piace poco la modalità vagamente aulica di comunicazione, il modo di scrivere. E' poco diretto e vivace ed un poco non saprei se... " in posa" o significativa espressione di un essere vivente "in parallelo" all'umana battaglia dei comuni mortali. Tuttavia decisamente apprezzabile.
Ho digerito alcuni bocconi di " La grande Eulalia" di Paola Caprioglio. Troppo onirico, surreale e ciò che non affonda nella concretezza non mi piace.
Assaggiato e subito riposto ( lunedì lo riconsegno) " Se non ci fosse l'amore" di Rolly Marchi. Questo signore sfogli l'album fotografico delle sue imprese da sciatore e da alpinista, per favore e basta. Scriva i ricordi per i suoi nipoti. Mi ha tratto in inganno il titolo, credevo fosse amore, invece è un calesse di rapporti sessuali, scritti in bell'ordine cronologico. Io e questo signore non abbiamo affatto la stessa idea dell'amore. Non avrebbe mai potuto inserirmi nel suo diario di bordo se non, forse, in giovane quanto sprovveduta età e soltanto se io molto distratta e lui molto fortunato. Oppure al suo contrario se ben decisa a non essere catalogata tra gli amori, ma tra i viaggi in calesse.
Così definirei il Manganelli de "Le interviste impossibili". Intervista anime morte, ognuna grande a suo modo, nel contesto in cui visse. Anime tra loro molto differenti, per farne un gioco interpretativo personale. Lo scopo è annullarne in qualche modo l'immagine solita o enfatizzare la sua interpretazione del personaggio. Magistralmente. Libro scorrevole, seppur la scrittura di Manganelli non sia piana. Trovo che vi sia una certa qual gigioneria, ma è piacevole. Insistente il richiamo alla morte, di cui pare intessuta la vita. Eccezionale nel raccontare De Amicis, del quale sappiamo che fu un gran furbone, più autentico in "Amore e ginnastica" che in "Cuore", ma capace di capire ciò che la gente ama sentirsi dire ed in quello lo trovo simile ad Enzo Biagi, che, seppur simpatico, mi è sempre sembrato sufficientemente scaltro da trasformare in un personaggio quasi da "Cuore" persino Giovanni Agnelli. Interessante anche la compassione per il giovane faraone Tutankhamon, allevato per diventare il simbolo dell'eternità d'una civiltà morente, che andava appunto realizzandosi nella morte. Più scontato forse il colloquio con Fregoli ( chi assume varie identità probabile che non ne abbia...), o quello con Casanova ( o del collezionista che fugge, perché incapace di costruire). Un libricino, di Adelphi, da godere. Intelligente, ma per nulla rilassante, ma di tanto in tanto, sedersi sui chiodi da bravi fachiri della lettura, può far bene.
Varrebbe la lettura anche soltanto per quel Franti/ De Amicis...
Gli fa dire:
" Io amo i poveri e soffrirei in un mondo senza poveri: i poveri sono le brioches dell'anima e a me laico incontrarli era come un perpetuo Natale. Ma c'è qualcosa di meglio di un povero.
...
Naturalmente un bambino povero: meglio se, oltre che povero, sarà anche malato, ma non di una malattia passeggera, diciamo storpio, o cieco, o sordomuto. La morte di un bambino povero è un'ottima cosa, ma, come dire? E' una consumazione straziante ma relativamente rapida. Molto meglio la continuità sghemba dello storpio, la pena incurabile del rachitico, l'esclusione afona del sordo, il brancolare insaziabile del cieco...Molto meglio, non c'è da mettere."
Dedicato a noi, la cui infanzia è stata influenzata dalla lettura di "Cuore". Ci ha menati per il naso, il buon De Amicis, per renderci ubbidienti, passivi e con un senso di colpa latente, che ora non c'è più. Tutti sono avidi di ragioni e di massima considerazione. Il buon Cuore ci ha fregati, ma ci ha resi più malleabili, più adattabili, più capaci di affrontare la vita di chi è nato ora, convinto di essere una sorta di semidio, perché dovrà vedersela con tutta gente come lui. Così si generano i perdenti. Dall'umiltà può nascere la consapevolezza dell'orgoglio, ma dall'orgoglio... la consapevolezza opposta, quando arriva, viene vissuta come una sconfitta, un fallimento.
E non è che la realtà che incombe in modo ordinario.

L'amarezza che provai, anni fa, leggendo " L'uomo e il cane", di Carlo Cassola, la reincontrai nel 2002, in "Truciolo" di Sandor Marai e fortuna volle che fosse una lettura estiva, da lettino da spiaggia, per cui se alzavo gli occhi e mi guardavo intorno, godevo del paesaggio, del profumo di mare, della pace profonda dello stabilimento abbarbicato su uno scoglio, frequentato da pochissime persone, che lungo la settimana, diventavano ancor meno. Bellezza del luogo, ma servizi spartani ne facevano una piccola oasi di serenità assoluta, in cui c'erano tutti adulti, nessun ruomore, adulti spesso soli e gran lettori. L'ambiente ha avuto il potere di stemperare l'angoscia.
La scrittura è magistrale.Persino la foto di copertina ( in movimento, vivace) taglia fuori il cane dal primo piano, si vede una coppia, elegante e un guinzaglio teso ( il cane è fuori dall'obiettivo).
Truciolo è l'errore. Il cane sperato che non diventa tale. Il disguido vivente. Il ritratto dell'incompatibilità e della superficialità odierna. L'apoteosi della protervia umana. Certo è che quel cane regalato da un Lui ad una Lei non è il prototipo del cane amabile. E' sul momento lercio e rozzo e tale resta. Non ha un buon carattere. Truciolo non accetta né di avere né di essere capobranco in un "branco" che non gli corrisponde e se inizialmente il suo braccio di ferro virile tra "uomini di casa" viene accolto come una sfida, persino piacevole, poi diventerà irritazione, senso di fallimento. Truciolo è il cagnaccio. Ho amici che in passato adottarono cani dal canile, già adulti, che poco s'adattarono alla vita domestica ed indietro li riportarono, per non denunciare pubblicamente il loro fallimento in qualità di educatori. Mi chiedo se qualcuno, potendo, non lo farebbe con i figli. I possidenti, di tanto in tanto, fan prendere la via del Collegio a figli recalcitranti, sperando in una loro rieducazione, ma la maggioranza della gente invece cova dentro di sé o la giustificazione a tappeto, o il senso di colpa, che a volte sposta sul coniuge.
Un cane può non appartenere alla famiglia adottiva, in questo caso, perché percepisce di non avere, con la famiglia appunto, umana, alcuna corrispondenza.
Se Jack di Cassola spera, con il suo modo d'essere tenero e gioviale, di incontrare l'uomo di cui essere ombra e scudiero, Truciolo non lo desidera, si può dire che neppure realizza, a livello mentale, questa possibilità tanto estraneo gli risulta l'umano esistere. Truciolo azzanna anche i gesti d'amore. E poi piange.
Nel dipanarsi della vicenda, Marai spazia in ritratti di costume e morale, pensiero e politica, umanità e descrizione ambientale. Il cane è protagonista e pretesto di tante illusioni e tante agonie annunciate. Eppure, avvolto in carta velina, con il collare adorno di rametti d'abete, nascosto da un panno s'era lasciato depositare, tremante e nervoso, ai piedi d'un albero di Natale, simbolo d'affetto del Signore per la sua Signora.
" La cosa più strana- dice ad un certo punto della storia la Signora- è che è vivo".
La consapevolezza che quell'essere richiede perentoriamente attenzione, che andrà curato, accudito, nutrito, portato a spasso, porta a vacillare per un attimo quella coppia così bene affiatata. La domestica s'offrirà di tenerlo a letto con sé e non glielo permetteranno. Dormirà , la prima notte, nel cestino della carta straccia. Per una questione igienica. Ciò non deve trarre in inganno. Non saranno padroni disattenti, o inadempienti. No, solerti e fin troppo disciplinati. Perché i cani, si sa, "sono adatti alle zitelle e ai funzionari in pensione", si dice, nel romanzo. Il padrone infatti nutre il sospetto che amare gli animali sia comodo e vile," un ripiego meschino, come se qualcuno sperasse di poter saldare il proprio debito d'amore nei confronti dell'umanità con qualche spicciolo, o una piccola mancia". Guarda con egual sospetto tuttavia anche chi ama l'umanità in tono ampolloso, che si "riempie la bocca di frasi retoriche e vuote, lasciando poi crepare senza batter ciglio un pincopallino qualsiasi". Ne conclude tuttavia che amar decisamente l'umanità sia uno sforzo di redenzione impossibile, per cui anch'egli prova a ripiegar sul cane. Con insuccesso clamoroso. Eppure non è freddo, è un buon marito, ma resta l'emblema dell'ambiguità dell'essere e del voler essere.
Beati i semplici.
Eppure mi resta il dubbio che amare un Truciolo ed esserne riamati non sia impossibile, anche perché in un certo senso... l'ho avuto. Ho avuto un cane che detestava il genere umano tranne me. Tollerava chi mi amava. Il tramite per accettare l'umanità in cui non nutriva fiducia alcuna ero io. Il resto non era silenzio, ma rumore. Abbaiava come un pazzo di rabbia e disgusto al cospetto di quei bipedi strani e dei loro vassalli canini ( non poteva vedere neppure quelli, giusto soltanto se femmine e poi ancora se interessanti, sotto il profilo sessuale). Ne ricavai un essere votato a me...e senza averlo mai addestrato in tal senso.
Inauguro una nuova sezione: la lettura in itinere, ovvero quel che si sta leggendo, i "lavori in corso" della mente e degli occhi. Ho notato che a volte la mia lettura inizia lenta e si scalda con le pagine, altre parte entusiasta ma va in calando deciso, altre ancora comincia male e finisce peggio...infine c'è l'apoteosi, la lettura che inizia e procede di pari passo, bella, fluida, che fiorisce dentro di continuo come un ibisco interiore.
Per cui non sempre la prima impressione è quella che conta.
Sto leggendo:
"Interviste impossibili" di Giorgio Manganelli, per Adelphi
Scrittura eccellente, stile onirico, contenuti ridondanti e un po' barocchi, che inizialmente mi han fatto pensare : " Nichilista, parallelo alla realtà,non è il mio genere". Poi, visto che il fascino tuttavia c'era e non calava, l'ho ripreso in mano. Direi che, ora, mi piace. Si vedrà. So di parlare a mezz'aria d'un mostro sacro, ma io sono notoriamente autoreferente, come tutto il resto dell'umanità, ma non tutti amano ammetterlo.