di latino, che nella mia classe faceva lezione esclusivamente di lingua e letteratura latina ed era il nostro spacciatore di letture, nel mentre l'insegnante d'italiano, anche se era una brava donna, si limitava a spiegarci il Natalino Sapegno senza aggiungere e/o mutare una virgola, l'aver conosciuto "il sergente nella neve" di Mario Rigoni Stern. Fu una lettura appassionante di un libro preso in prestito alla biblioteca di classe, che attualmente non possiedo. Lessi altri libri su guerra e dintorni. "Un anno sull'altipiano" di Lussu, "Niente di nuovo sul fronte occidentale" di Remarque, "La tregua" e "Se questo è un uomo" di Levi, "La ragazza di Bube" di Cassola, "L'Agnese va a morire" della Viganò...
Un'educazione sentimentale mirata, per una sedicenne che amava la concretezza. Non m'innamorai di storie personali, sentimentali, sensuali oniriche e/o passionali, le scoprii dopo, tramite lo stesso prof: fu la volta di "Bel Ami", di" Madame Bovary", de "Il Maestro e Margherita" e fui estremamente contenta che la vita intima, compresi i suoi aspetti meno edificanti ,avesse una dignità descrittiva anche superiore alla concretezza dell'impegno, che caratterizzò la mia generazione, figlia diretta di chi aveva ideato e costruito la Prima Repubblica.
De "Il sergente nella neve", che bevvi d'un fiato, ricordo lo stato di benessere e gratitudine per le intemperanze paterne. Per non partire, in quanto alpino a Bolzano, per la Russia, prese a pugni un muro e si spaccò un braccio e prese così tempo. Spostatosi a Verona, disertò. Lo nascose una farmacista, innamorata di lui ( era bello e affascinante), di cui mia madre conservava una foto per riconoscenza, anche perché egli tornò da lei, ma l'altra gli salvò la vita. Tal Maria. Chissà dov'è finita la foto, chissà...
Da Verona raggiunse poi il Piemonte e i partigiani e si diede alla macchia, tornando dopo l'otto settembre.
Così che ora di Rigoni Stern mi resta una sensazione di gratitudine: ha il merito di avermi fatto conoscere ciò che un "vigliacco" aveva evitato. Le donne che avevano sposato alpini in Russia furono per anni mogli di *dispersi* e non vedove di guerra. Qualcuna scoprì che l'amato bene era morto, altre scoprirono che era restato in Russia, compagno di altre donne e padre d'altri figli.

La mia mamma è la mora a destra, era, a quei tempi, talmente bella che il suo viso finì sull'etichettta di una bottiglia di rosolio.
Sui rotocalchi per decenni si pubblicò e parlò del ritorno, dopo una vita, di presunti morti in guerra.
La neve sconfisse Hitler, dopo aver sconfitto Bonaparte e i nostri alpini vennero spediti al gelo, con l'equipaggiamento delle Alpi.
La *giulietta* salvò il suo *romeo*, che poi tornò dalla morosa e così dopo un decennio nacqui io. Non ci sarei, ci sarebbero altri, che parlerebbero veneto. Il destino è curioso.