Dove vanno a finire le maestre?
Quella dei ricordi dell'infanzia di chi ne ha avuta una sola ( ed ha avuto la fortuna di averla buona, perché il ricordo può essere bellissimo come il suo opposto) e l'ha amata? Era il punto di riferimento costante oltre la famiglia e la persona a cui ci si affidava con estremo rispetto e stima per il ruolo, che sono venuti a scemare nel tempo ( ma non è da riferirsi soltanto alla scuola). Viviamo nella società dei diritti ... dei dritti e senza doveri.
Questo racconto mi mette malinconia e lo reputo bellissimo. Sarà il Natale.

Tra un minuto nevica.
Freddo e fretta mettono le ali ai piedi, per raggiungere il parcheggio basta solo attraversare la piazza tra impavide biciclette, baveri allerta, frasi attutite. La carrozzina che si avvicina è spinta da una delle solite, trasognate badanti che, squittendo imperterrita al cellulare, non bada alla coperta scivolata (da quanto?) ai piedi della vecchietta. Basta voltarsi per evitare sofferenze che potrebbero durare lo spazio di un passo. Non è difficile.
A meno che… qualcosa del vecchio passerotto intirizzito ce lo ricordi quando non era tale e il suo sguardo aveva tutta la forza del mondo. E potere, sulle nostre piccole vite.
Quando iniziai la prima elementare la mia maestra aveva quarantasette anni. Piccola oltre misura, magra, sempre in ordine, rossetto e cipria. Ogni mattina infilava il grembiule nero, lucido, dopo averlo tolto dall’armadio a muro dell’aula che poi richiudeva piano e ne custodiva la chiave nella tasca del grembiule. Saluti, preghiera, consegna ordinata dei quaderni dei compiti ricoperti di carta da pacco blu. Seguivano attimi di trepidazione: tra poco avremmo conosciuto la sorte della giornata dal suo scandire TE-MA o, ahimè, PRO-BLE-MA. Fitta dolorosa, prima avvisaglia di un colon per sempre irritabile.
Sapeva seminare il terrore questa minuta, implacabile donna. A volte il disprezzo, il dileggio andavano ben oltre l’offesa, a minare la promessa di un’integrità futura.
- Piange?! Riderà quando si sposa…
Ma sapeva anche insegnare, trasmettere, accendere l’interesse e lavorava con scrupolo. Si prodigava in correzioni efficaci e generose, come generose erano le sue spiegazioni. Riconosceva l’originalità, anche solo sintattica, e in quel caso non la piegava a suo piacimento. Che apprezzasse il mio modo di scrivere fu la mia salvezza, per il resto non ero una scolara brillante. La sola idea che i suoi pungenti occhi scorressero le righe del mio quaderno mi paralizzava, o che la parola “negligente” potesse raggiungermi come un marchio infuocato.
Nel corso del quinquennio qualcuna delle alunne più sensibili fu tenuta a casa dai genitori per guadagnare la bocciatura automatica, la fine del supplizio.
Giudicava le espressioni dialettali, la stiratura del grembiule, la grafia, il pennino, la pettinatura. A voce alta, senza pietà per i nostri genitori.
Poteva usare le mani, non era proibito nei primi anni Sessanta, ma era rarissimo che vi ricorresse.
All’intervallo la bidella Speranza le serviva il caffè su un vassoio che ci sembrava d’argento, molto spesso lei chiedeva anche un “cachet” per l’emicrania.
Le spiegazioni d’Italiano o Storia, già momenti piacevoli, potevano trasformarsi in quarti d’ora godibilissimi, specie quando le arricchiva di aneddoti o di punteggiature personali. Era capace di fissare nella nostra giovane memoria date, eventi. Ho vissuto un bel po’ di rendita alle medie. Il pomeriggio (si andava anche al pomeriggio, il giovedì a casa) era spesso riservato alla “letteratura” più poesia che prosa. Metteva in atto una sapiente strategia per creare l’aspettativa, anticipando indizi sull’argomento o sull’autore. Poi la sua lettura - o meglio: declamazione - percorrendo l’aula a poderosi e sonori passi (insospettabili per quelle gambette). Seguiva un silenzio perfetto in attesa del titolo che ci elargiva come un prezioso regalo dopo essere risalita sulla predella, esausta e vittoriosa. In tono pacato, confidenziale, ora, commento e biografia dell’autore. Finalmente seduta in cattedra: dettatura e indicazioni per l’illustrazione individuale.
Aveva recitato da giovane, si capiva da come calcava la scena per noi, spettatrici dapprima obbligate, poi coinvolte e catturate. Ci aveva raccontato di aver fatto parte di una compagnia teatrale, ma senza soffermarsi: forse un’attività da considerarsi ora disdicevole. Aveva frequentato anche l’università, lettere, ma al terzo anno aveva incontrato suo marito. Fine del sogno di gloria.
-Dovessi venire a sapere, domani, che avete interrotto gli studi perché vi siete innamorate, proverò un gran dispiacere. Ricordatevelo!
Pascoli era il suo preferito, ma ci propinava anche Fucini a dosi non proprio omeopatiche.
Intanto gli anni Sessanta erano diventati quasi Settanta, e, mentre ci massacrava con la geometria solida, cominciavamo a capire che l’imparzialità proprio il suo forte non era. C’era un terzetto di bambine con gli occhi immacolati che potevano non imbroccare il problema all’istante e ricevere una discreta - ma incoraggiante - imbeccata. Figlie della borghesia professionale che la poteva favorire in certi casi. E lei, noi non lo sapevamo, ne aveva estremo bisogno.
Arrivata da Milano dov’era nata - sebbene la particella “De”del suo cognome da nubile tradisse altre origini - sfollata durante la guerra qui, in provincia, in questo paese non ancora città.
Già moglie, madre e maestra. Un marito artista senza fortuna, l’unico stipendio sempre e solo il suo. Da una casa popolare in affitto all’altra, figli che crescevano sempre più sbagliati. Le colleghe la stimavano al punto di chiederle quaderni di anni e turni precedenti per copiare il suo inappuntabile lavoro, ma in sua assenza la commiseravano.
L’elasticità nelle scadenze dell’affitto poteva passare anche attraverso un voto non proprio meritato da un’alunna del terzetto.
Una vita grama, tutto il male del mondo. Da non crederci la concentrazione di disgrazie.
Ma in quegli anni ancora lottava, rigida e austera come un cavaliere medievale, tra le pareti della nostra scuola, imponente edificio di un razionalismo evocativo: fu infatti inaugurata nel 1934 dal duce in persona, in omaggio alla sua maestra, originaria di questa cittadina.
Molti anni dopo mi è capitato di entrare nella mia vecchia “V femm. A”: vivacità alle pareti, nuovi serramenti, sparito l’armadio a muro dove la mia maestra depositava per parecchie ore al giorno i panni dell’infelicità e della sconfitta e li chiudeva a chiave. E forse riusciva anche a dimenticarli.
In quarta elementare era arrivata una bambina nuova. Direttamente da Palermo, in pieno inverno. Chissà, forse l’assenza di cappotto, l’aria spaesata l’avevano intenerita e ce l’aveva presentata decantando la sua città e la Conca d’oro, asserendo che il dialetto siciliano era uno dei più belli d’Italia.
-Pensate che i ragazzi in Sicilia sono chiamati picciotti, è un modo bellissimo di indicarli oltre che comprensibile. Una volta alla stazione centrale una signora chiedeva dove fossero i “bagai” e tutti guardavano pacchi e valige. Se avesse cercato i picciotti nessuno avrebbe frainteso.
La bambina aveva ripreso colore dopo questo siparietto e, il buongiorno si vede dal mattino a volte, nel tempo aveva dimostrato di poter far fronte alle sue altissime richieste.
Ecco i primi fiocchi, inusuali come questi ricordi.
In prima elementare ci portarono al circo, il giorno prima delle vacanze di Natale.
Faceva freddo anche sotto il tendone e non ci fecero togliere i cappotti. L’odore era proprio sgradevole, ma lo spettacolo fu divertente e io ero vicino a colei che sarebbe diventata l’amica del cuore di quegli anni. Al rientro avevamo ancora negli occhi tutti quei colori e ottenuto il permesso – rarità - di farne un disegno. Ci sembrava di essere rientrate nel posto più caldo del mondo e fuori c’era un cielo di uno strano colore.
Prima dell’uscita sarebbe nevicato.
