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Utente: flaviablog
Il 15 aprile 2006 il suo esordio su blog, comelarugiada, un blog evanescente, una scatola di pensieri che ancor oggi sopravvive in forma privata, nato nell'attesa di un intervento chirurgico. Nel febbraio 2007 nasce Carta scritta, per scrivere per diletto: racconti, recensioni, cronache. Per parlare di lettere ed immagini senza alcuna sovrastruttura ideologica. Questo è un blog ostinatamente in disparte e che non vuole essere di parte.

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mercoledì, 30 settembre 2009

Tempi moderni

Laura Costantini ha pubblicato  su facebook una nota, riproponendo un suo pezzo  tratto dal blog del 2007, che si rivela nuovo di zecca. Permangono gli stessi interrogativi sulla femminilità oggi, che pare non trovare una sua dignità politica per avere una dimensione specificatamente *etica*. Non solo, azzardo l'ipotesi che si sia fatto un gran passo indietro.Non colgo intorno a me lo zelo femminista di un tempo, che s'applicava a più costanti del vivere. Si rivendicavano spazi e nel contempo si sottolineavano le differenze in quanto peculiarità da difendere. Io non mi sono mai dichiarata femminista, ho sempre creduto relativamente alle quote rosa, ho sempre visto donne ardite farsi strada in politica e nell'imprenditoria perché a casa avevano una serva, o la madre nella stessa veste oppure infine avevano sposato un Re Travicello. Scarse le figure che si sono spese senza supporto. Quando questo stesso non c'era, erano *sole*. La donna intelligente spesso è sola, per forza di cose. Ho il ricordo netto di un' amica, senatore, che, in vacanza, se incontrava un uomo che le piacesse, si fingeva una qualsiasi professoressa di un Istituto tecnico. Non osava dire: sono un senatore ( era persino giovane, per essere tale, tra l'altro).Aveva un compagno "prestigioso", più anziano, che tuttavia se la spassava sfoggiando studentesse universitarie innamorate della sua personalità ( cosa che lei non avrebbe potuto permettersi?), probabilmente per vanto e nulla più ma che lampeggiavano il seguente messaggio: RICORDATI CHE NON PUOI PRIMEGGIARE AL MIO COSPETTO, che poi è quel che succede spesso, sul lavoro, tra donne. Una donna intelligente è considerata pericolosa, per motivazioni ataviche ed in parte, invece, indotte.
Recentissimo il caso Claudia Mori, a cui anche Gad Lerner ha dedicato uno spazio nel suo programma. Una donna è forte, abile, capace? Si cerca di buttarle in faccia qualcosa che la confini. La limiti. Nel suo caso le si ricorda che non è più giovane e bella. Nessuno oppone alle immagini di Baudo di oggi...un Baudo degli Anni Settanta. Con gli uomini, non si fa. Eppure non solo non è diverso. Mediamente gli uomini che conosco si sono mantenuti peggio delle loro consorti.Soltanto che, sempre mediamente, non se ne dispiacciono. Vale ancora anche il suo opposto. Si nega alla giovane "bella gnocca" la possibilità di essere anche intelligente, come se fosse troppo. Insopportabile per le umane genti che mal tollerano più doti alla volta. Non solo, negano il perdurare degli elementi di fascino nel tempo, che mutano aspetto.
Di conseguenza, il messaggio che arriva a noi claudiemori della mutua, con un po' di carattere è: fatti più in là. Ce lo dicevano anche da giovani, in una forma diversa. O dicendoci di limitarci a sculettare oppure il suo opposto: trovandoci difetti palesi ( chi non ne ha?).
Ricordo un fidanzato ( fidanzato? L'hai visto tu il brillocco? Io, no. Era soltanto un vuoto a perdere...) che, avevo 23 anni,se andavo all'appuntamento tutta in tiro, mi passava la rivista per dirmi: hai un brufolo lì. Cosa che si è ripetuta ad oltranza in altri casi.
Ora, che mi si può dire? Ridimensionati per una questione di età, d'altra parte c'è chi ha detto "fatti più in là" alla Montalcini, avendo a suo confronto l'intelligenza di una merda sotto un lampione.
Così che quest'estate mi son sentita dire che l'idea di avere un fascino relativo e commisurato all'età ( nessuna vuole gareggiare con le veline, se non è più che in stato di avanzata demenza presenile) era un'assurdità. Insomma: meglio il disarmo...:-)
E mi s'indicava il libro che stavo leggendo, come colpevole dei miei sogni "rosa" ( dare del rosa a me è come dare del paralitico a Del Piero). Stavo leggendo "Zio Tungsteno" di Oliver Sacks.
Precisamente ero al capitolo in cui si parla di Faraday e del primo apparato simile ad un motore elettrico, a rovescio. Il magnete di Faraday, 1821. Tra narrativa varia, mi piace inserire una lettura che alle capacità di raccontare dell'autore abbini introspezione sulle sue vicende e conoscenza anche ( e soprattutto) intorno al mondo delle scienze o della storia.
Insomma: ero una gnocca invecchiata che leggeva romanzetti rosa, per illudersi che gli uomini scopino l'intelligenza. Il tonto ignorava che ci si possa anche dedicare ad altre letture e Sacks, che è un neurologo di fama mondiale, non scrive Harmony. Mi capita, a volte, d'essere affascinata dal tungsteno sinterizzato, anche, come accadde allo stesso Sacks, che è uno studioso della psiche che amava anche la chimica e/o la fisica, del resto. E narrare, bene e con *umorismo*, che è la discrimante perché io consideri qualcuno intelligente o no. Chi non mi  fa sorridere, non esiste.Può finire sotto un TIR oggi stesso.
A parte il fatto che avrei preso il suddetto magnete di Faraday e glielo avrei messo su per qualche luogo più o meno inesplorato del suo corpo ( nulla so dei suoi trascorsi in tal senso), dirò: io scopo l'intelligenza. Sì.
Chiaramente non sono talmente ipocrita da affermare che non m'interessi il supporto fisico, ma più per una questione di compatibilità di proporzioni, armonia di coppia ( anche estetica), età...ma di un deficiente, fosse anche bellissimo, io penso soltanto che sia vivo nel mentre un povero coccodrillo, in Africa, sia affamato intanto lui è in giro e che fa niente.Non serve a niente.
A dire il vero penso questo della maggioranza della gente e mi trucco apposta perché non me lo si legga in faccia troppo facilmente.Mi ci vogliono spatolate di fondotinta.Anche perché non ho più l'età!

postato da: flaviablog alle ore 10:34 | link | commenti (8)
categorie: donne
mercoledì, 23 settembre 2009

Soldato di Matteo Gambaro

Conclude la rassegna estiva,e con essa termina inesorabilmente anche per me la più bella stagione dell'anno: l'estate,una POESIA di un caro giovane amico, Matteo Gambaro

SOLDATO
di Matteo Gambaro

Cadrò,
e con tocco leggero
a sfiorare gli steli
dell'erba e fra l'erba,
strali di guerra
ed una fotografia.
La tua, la mia...

 
Chi è Matteo? Un autore del quale ho contribuito alla presentazione in Alessandria del suo bel libro, delicato e profondo, " Avorio", edito da Historica, collana Celeris.
Dopo averlo letto, un luogo, silenzioso, soleggiato, sotto una luce abbagliante e senz'anima viva d'intorno...non vi sembrerà più lo stesso. Vi chiedereste dove siano tutti.
Si tratta di un libricino di racconti di Vampiri, che non sono mai stati più umani, più legati all'inesorabile destino del buio, o dell'essere braccati braccando ed infine : dolorosa materia di distacco dal tepore materno. I vampiri di Matteo sono persone, prima d'essere esseri perduti, in loro tutto il malessere della diversità, di non riuscire a corrispondere più in chiave d'amorosi sensi con gli affetti che  restano  malgrado tutto. Tra i tanti mi ha colpito il ragazzo, il giovanissimo vampiro che sfugge, nel suo graduale autismo all'abbraccio ed alla comprensione della madre, sempre più lontana.
Nei personaggi di Matteo, molti di noi.
Amati e dannati quasi senza ragione dall'incapacità di comunicare sullo stesso piano dei più. Intanto il sole delinea ombre nere e furtivi esseri tramano nell'ombra un dolore inestinguibile. C'è chi indaga, il Carnielli, e non potrebbe essere più concreto, invece, più vigoroso e...solare. Il bene tuttavia non può sconfiggere la condanna ad una perenne malinconia.

E con Matteo cala l'autunno, ci avvolgono i mantelli scuri dell'inverno che succhieranno il sangue della nostra solarità.

Inghiottiti dall'avarizia del sole, mangiati dall'avanzare della notte, uccisi dal grigiore della nebbia.



postato da: flaviablog alle ore 00:18 | link | commenti (15)
categorie: poesia
sabato, 19 settembre 2009

In questo mare di Lucia Volpi

Ne è passato di tempo da quando aspettavo con ansia le ferie di mio padre, per passarle in questo mare.
Ricordo una volta che sentii mia madre dire a papà che si era stancata di vedere sempre le stesse facce e che desiderava cambiare posto di vacanze.
Ero piccina, avrò avuto circa dieci anni, ma non così piccola da non rendermi conto che se volevo rivederti avrei dovuto usare un po’ di astuzia, avrei dovuto inventare qualcosa di convincente.
Non sono mai stata brava a dire le bugie, ma era troppo grande il desiderio di rivederti.
Mi inventai mille cose forse poco credibili, ma il messaggio fu accolto, perché da allora in casa non si parlò più di cambiare posto di vacanze.
All’epoca non c’erano i cellulari ma a noi non sarebbero serviti. All’arrivo venivo subito a cercarti, sapevo bene dove trovarti, poi assieme ci allontanavamo dalla spiaggia per rifugiarci nel nostro angolo.
Eri il mio chiodo fisso, e io il tuo.
Un grande sasso custodiva i nostri segreti, solo noi tre ne eravamo a conoscenza.
Ma gli anni ci cambiano, i problemi ci accompagnano fino a toglierci i sogni e quello che ieri sembrava normale col tempo non lo è più.
Ci sono cose che si dimenticano in fretta perché la vita ci assorbe a tal punto che non lascia spazio a nient’altro.
Ci sono invece cose che nemmeno se vivessi due volte potrei dimenticare.
Come potrei dimenticare quell’anno in cui i tuoi occhi, anziché guardare i miei, guardavano le punte delle scarpe? Eri cresciuto, mi dicesti, avevi trovato un’altra donna... la amavi…In un attimo sparìi il sasso con te.
Per anni ho perso le tue tracce, ma ogni volta che torno in questo luogo e passo di li vedo che è tutto cambiato, hanno costruito un villaggio turistico, ma ricordo bene dov’era il nostro sasso.
Anche quest’anno sono tornata in quel mare ho portato i miei figli con me.
Ieri quando sono passata di li ti ho visto sai ? Avevi uno sguardo triste, lontano, per questo non mi hai riconosciuta … Volevo chiamarti, ma il mio cuore ha cominciato a battere forte e come una vigliacca sono fuggita.
Tornerò anche oggi a cercarti, ma stavolta non scapperò, appoggerò le mie spalle sulle tue …ci parleremo, mi racconterai… ti racconterò …
Parlerò di te ai miei figli, perché i racconti di vita possano aiutarli a crescere.
Poi canterò loro la nostra canzone: “Stessa spiaggia stesso mare" sono già certa che mi diranno "mamma come sei stonata", ma lo diranno sorridendo.

Dimmi chi sei!

Mi chiamo Volpi Lucia e sono nata in un paesino di montagna in provincia di
Bergamo. Sono sposata, ho due figli grandi e faccio l'operaia.

Fino a tre anni fa scrivevo solo liste della spesa, un giorno a pranzo mio
figlio parlava di blog e io non sapevo cosa fosse.

Dopo due ore, con l'aiuto di mio marito, l'avevo aperto.

Ti dico chi sei!

Lucy è graziosa, è saggia, si diletta di scrittura e lavora tanto ed ha degli splendidi sandali azzurri. E' bionda bionda e per lei scrivere è ancora come respirare,  un'esigenza vera senz'alcuna ambizione. Tenera.




postato da: flaviablog alle ore 23:49 | link | commenti (25)
categorie: racconto, scrittura, lettura
mercoledì, 16 settembre 2009

La donna che sussurrava ai cavalli di Paola Mattiazzo

La donna che sussurrava ai cavalli.                         

 

Quello fu il primo anno, nelle Dolomiti.

Dopo varie estati, durante le quali il rito delle vacanze si svolgeva rigorosamente al mare, quella fu la prima in cui – per un caso fortuito – riuscii a coronare il sogno di una vacanza in Alto Adige.

Ci andammo con amici che avevano una figlia coetanea della nostra. Erano amici che frequentavano la montagna, vantandosene. Che vi soggiornavano d’inverno, per sciare su piste candide e impegnative, vantandosene. Che d’estate vi facevano escursioni, su sentieri impervi e strade ferrate, vantandosene. Che frequentavano maneggi e cavalli, contadini e stalle, vantandosene. Amici che tendevano a dare risalto alle proprie avventure, vantandosene. Amici? Mah….

 

Partimmo presto, quella mattina. L’aria era ancora fredda, anziché fresca. Eravamo tutti e otto ben equipaggiati per la nostra escursione.

Noi tre, loro tre, gli anziani genitori di lei. Scarponi ai piedi e zaini in spalla, riempimmo d’acqua fresca le borracce, in paese, e ci avventurammo per il percorso segnato. Era stupendo marciare per quei sentieri, nei boschi. A tratti, mi sembrava di essere in Finlandia. Non che io ci fossi mai stata, in Finlandia. Ma le foto che avevo visto, in varie riviste naturalistiche, rappresentavano scenari identici a quello. Era una bellissima giornata e, al freddo della prima mattina, gradualmente si sostituì un dolce tepore che ci accompagnò fino a sera.

Era l’ora di pranzo, quando raggiungemmo un piccolo ristoro. Canederli e altre prelibatezze locali ci rifocillarono dopo la lunghissima camminata. Il panorama, che si stagliava sotto i nostri occhi, era mozzafiato.

Adoro la montagna da sempre. E, con i monti piemontesi e valdostani, le dolomiti sono le mie cime preferite. I paesaggi altoatesini mi provocano un forte batticuore. Scattai centinaia di foto, in quella settimana lassù. Ovunque guardassi, c’era un soggetto da catturare, un panorama da immortalare, un paesino da custodire nell’album dei ricordi.

Terminato il succulento pasto e dopo una tranquilla sosta, decidemmo di riprendere il cammino per tornare all’albergo. Ci occorreva qualche ora, per scendere, e volevamo rinfrescarci e riposarci un momento, prima che venisse l’ora di cena.

Camminavamo allegramente. Io, mio marito e il nostro amico, in testa. Le due bambine e la nostra amica, più indietro. I genitori di lei più indietro ancora, in quanto non dovevano affaticarsi troppo.

A un certo punto, ridendo e scherzando, abbozzammo una gara e accelerai il passo, distanziando tutti. Perdersi era impossibile, il sentiero era ben segnalato e riuscii a mantenere un passo veloce e costante.

In Alto Adige, solitamente, i sentieri sono caratterizzati da recinti in legno che – di tanto in tanto – presentano dei cancelli o delle strette aperture “a esse”. Il motivo è riconducibile al fatto che il bestiame, bovino e ovino, viene lasciato libero di pascolare senza alcun guardiano.

Aprii e oltrepassai un cancello, e attraversai un grande prato, la cui erba era tagliata a dovere.

A un tratto vidi venirmi incontro un asino e una cavalla. Procedevano tranquilli e non prestavano particolare attenzione al gruppo di escursionisti. Mi passarono a fianco e mi guardarono. Salutai entrambi (non so resistere agli animali) e continuai la mia discesa, mentre essi proseguirono nella salita. Poco lontano, trotterellando, stava arrivando un cavallo più giovane. Mi vide e si diresse nella mia direzione. Lo salutai con un “Ciao!” e allungai la mano verso di lui, accarezzandogli il muso. Poi mi voltai e ripresi la discesa, mentre l’animale seguì i suoi compagni.

“Fermati un attimo, per favore – mi gridò, da dietro, il nostro amico – che aspettiamo gli altri.”

Rimasi dov’ero, guardando il gruppo scendere. Fu allora che, in quell’angolo di montagna, ebbe inizio una piccola tragedia.

Mia figlia vide i tre animali avanzare e, così come l’avevo abituata fin da piccola, li salutò e continuò tranquilla per la sua strada, giungendo accanto a me. Ma l’altra bambina e la madre, non appena capirono che il loro percorso si sarebbe incrociato con quello delle bestiole, cominciarono a manifestare segni d’inquietudine.

Fortunatamente, l’asino e la cavalla erano miti. Passarono loro accanto, e proseguirono senza considerarle. Ma il secondo cavallo, più giovane e irrequieto, non appena si accorse del loro timore, diventò invadente e pestifero.

Il terrore si impadronì delle nostre due compagne. Nonostante le invitassimo a stare calme e a camminare lentamente, cominciarono a correre verso il basso. Il cavallo interpretò quel comportamento come un’incitazione al gioco e le seguì. Tra urla e pianti disperati, la bestiola riuscì ad afferrare e a strappare con i denti la bretella che reggeva il sacco a pelo che la donna portava a tracolla sulla schiena. Stanca di quello spettacolo deprimente, risalii il sentiero per andare in loro soccorso.

Mi avvicinai al cavallo e cercai di trattenerlo, prima parlandogli e poi con le carezze. Ma la bestiola era giovane e giocherellona, e si stava divertendo. Dissi ai miei compagni di scendere, possibilmente senza correre, e di uscire dallo stretto passaggio “a esse” che delimitava il pascolo. Solo in quel modo  il loro incubo sarebbe terminato. Ma il cavallo, per nulla stupido, intuì le intenzioni e riprese a inseguire il gruppo, cercando di afferrare gli zaini con i denti. La scena divenne comica. Sette persone inseguite da un cavallo, a sua volta inseguito da una donna. Alla fine, i sette si misero in salvo, oltre lo steccato, e io rimasi dietro il quadrupede che - scocciato per la fine del gioco - si voltò, e avanzò nella mia direzione.

Provo un amore infinito per gli animali e ritengo di avere sufficiente sangue freddo. Per cui, continuando a parlare dolcemente al cavallo, mi tenni costantemente davanti ad esso. Con entrambe le mie mani piazzate sul suo muso – ad accarezzarlo - e dando la schiena alla discesa, pian piano raggiunsi a mia volta lo steccato. Il problema più grande, tenuto conto dell’enorme zaino che portavo sulle spalle, era riuscire a centrare lo stretto passaggio – girata di schiena - e a percorrerlo zigzagando velocemente in retromarcia (con gli scarponi da montagna) senza rimanere bloccata. Ma ci riuscii. La bestiola mi guardò sconsolata, allungando il muso oltre lo steccato. L’accarezzai un’ultima volta, e ripresi la discesa con gli altri. Dopo alcuni metri mi voltai e vidi che il simpatico animale stava risalendo il sentiero, per raggiungere l’asino e la cavalla.

 

Ridendo per l’avventura che ci aveva coinvolti e, definendomi “la donna che sussurrava ai cavalli”, proseguimmo il cammino e ritornammo in albergo.

 

Rimaneva – e rimane tuttora - un unico interrogativo da risolvere, per me e per la mia famiglia. Ma che tipo di maneggi e di stalle frequentavano abitualmente, quelli, per provare un terrore così devastante e vergognoso alla vista di un giovane cavallo?

 

Dimmi chi sei?

Paola Mattiazzo è nata nel 1966 a Biella, dove è vissuta per i primi vent’anni. Attualmente abita in un paesino immerso nelle risaie vercellesi con il marito e la figlia. Da molti anni è responsabile amministrativa presso un’azienda industriale biellese.

È un’amante degli animali (della famiglia fanno parte anche un cane femmina ed una gatta), della natura e della montagna.

Le sue occupazioni preferite consistono nella lettura di libri - specialmente thriller, di avventura, horror e storici – e di riviste specializzate in storia, scienze e natura, e nel navigare in internet. Si diletta nella scrittura di piccoli racconti e di recensioni.

Possiede e cura un blog dal titolo “Parole nel vento”  -  url: http://fioridicalicanto.splinder.com/

L’indirizzo mail, per eventuali contatti, è:  paola.mattiazzo@gmail.com


Ti dico chi sei!

Una conoscenza di web d'antica data, che mi chiedo come mai, per quale strana pigrizia ...non abbia mai in qualche modo incontrata. Scrive assai meglio di quanto ne sia convinta, ha idee solitamente chiare e nette, affronta la vita ( e la scrittura ) in modalità assai concreta. Non è un tipo da voli pindarici e, se costruisce un castello in aria, prima passa dal catasto in ogni caso. E' lineare, coerente, a volte sperimenta la comunicazione sotto forme diverse, produttiva e, a mio parere, avendo sempre presente il contesto. Ha qualità d'attenzione e di precisione che la farebbero un buon...editor, a mio parere. Sprizza affidabilità, da ogni dove.

 

 

 


postato da: flaviablog alle ore 09:31 | link | commenti (22)
categorie: racconto, web , scrittura, lettura, e la chiamano estate, mattiazzo
domenica, 13 settembre 2009

L'armata Brancaleone di Massimo Rainaldi

Titolo: L'armata brancaleone di Ferragosto
 
 
Quando il quadrante dell'orologio inizia a brillare incessantemente e le orecchie sono piene di suoni intergalattici ti accorgi di tre cose.
La prima che sono le sei del mattino.
La seconda che, essendo proprio le sei del mattino, sei in ferie e dovresti dormire almeno fino all'ora di riunione delle belle ragazze in spiaggia. Peraltro l'occhiata che dai rapida verso il basso ti conferma che l'abbronzatura che avevi si sta lentamente, ma inesorabilmente, avvicinando a quel colorito cadaverico che è nascosto dall'elastico delle mutande.
La terza cosa che attrae la tua attenzione è il modo con cui ti guardano quei miserabili scarponi da montagna, i quali ti riportano alla realtà dell'alba e al fatto che non sei al mare e non ci sono nemmeno ragazze in programma, ma una famigerata scampagnata.
Che sia famigerata è un dato di fatto.
Già i piedi dolgono sul basolato viario del paesino mentre ti appresti al rendes vouz, quando ti accorgi che nel silenzio mattuttino si sentono schiamazzi indecenti e risate asinine. Davanti al baretto degli alpini, i tuoi compagni di quell'avventura, che sarebbe bene definire "trekking alla pane e salame", fanno colazione con pane e salsiccia e mezzo bicchiere di bianco, anche se,  a dire il vero, pare che si più di mezzo bicchiere visto che  i due terzi sono già ubriachi ancora prima di partire.
Dall'altra parte della strada altri sciagurati mattinieri, sicuramente foresti. Scarponcini firmati, racchette, abbigliamento tecnico, borracce. Fanno colazione con merendine e altre cibarie ad alto contenuto energetico. Da loro circolano le tavolette di cioccolata, da noi i fior di latte.
Non sono dei nostri e si vede. Loro sono perfetti tanto da sembrare giovani marmotte. Tutti col cappellino e i calzoncini corti.
Dei nostri non c'è nessuno vestito uguale, è una gara a chi è vestito peggio. C'è il militarista con i pantaloni mimetici, il foresto trapiantato coi jeans, le nike e il cappello di paglia, i locali vestiti da contadini con gli scarponi bucati e altri tizi vestiti in maniera indefinita. Uno ha una camicia da giorno di festa, un paio di calzoni neri da portiere di calcio e dei calzettoni colorati. Lo zaino è quello regalato con i punti del benzinaio dove dentro si possono mettere in perfetto ordine piatti e forchette.
Mentre gli altri osservano silenziosamente la mappa, dalla nostra parte si sparano cazzate a più non posso (solitamente iniziano i racconti della naja) e si discute animatamente sul "pranzo al sacco".
E' necessario sapere che mentre per i trekker professionisti il pasto rappresenta una fase intermedia o comunque secondaria rispetto all'obiettivo primario, ovvero quello di arrivare in cima nel minore tempo possibile, per i gitanti paesani mangiare è un esigenza primaria ed il vero fine di tutta l'ascesa, peraltro dura e lunga.
I nostri alter-ego, nei bellissimi zainetti colorati, avranno sicuramente scatolette, biscotti e magari anche cibo liofilizzato, con una bella borraccia d'acqua o di sali minerali.
Noi invece negli zaini pescati in fondo alla soffita e che in molti casi risalgono al bis-nonno ai tempi dell'unità d'Italia, portiamo appresso un agnello intero fatto già a pezzi, salato e pepato, salsicce in quantità indecente, e una decina di pagnotte del diametro di uno scudo da oplita greco. Il peso è distribuito uniformemente fra i vari membri della spedizione, eccetto uno. L'uomo più importante del gruppo e sul quale ricade la responsabilità dell'intera giornata: il fuochista. Ovvero colui che si porta la griglia e gli attrezzi per accendere la brace e cucinare. Fortunato...
E' inutile dire di cosa siano riempite borracce e bottiglie.
Fra improperi dialettali, parolacce, risate e goliardate varie (compresi gli sberleffi ai trekker foresti), si parte.
Scendendo dal paese verso valle, si attraversa una pianura acquitrinosa, per poi seguire il sentierino che si inerpica sul fianco della montagna. Devi iniziare a salire che già smadonni per il fango nelle scarpe.
Lungo il tragitto le lingue non tacciono, ma continuano il loro lavoro incessante. Solo un membro del gruppo non parla.
E' apripista (definirlo guida mi pare troppo): il personaggio più emblematico.
E' il maggiore conoscitore dei luoghi e attraversa sterpaglie e bosco con dei punti di riferimento che ha reso propri nel corso dei lunghi anni. Conduce gli altri con sufficienza, uno sguardo che pare dire: "prima arriviamo, prima torniamo". Anche il suo abbigliamento consolida la sua posizione di riferimento. Una tuta in poliestere rossa, con sotto una t-shirt sponsorizzata da una sconosciuta impresa edile locale ed il berretto da baseball girato al contrario. Ai piedi delle superga di tela degli anni settanta con i calzini da tennis: le vipere quando lo vedono arrivare fanno festa.
Ex guardia comunale, e quindi uso ad un dialogo scarsissimo, è uomo taciturno che però tenta di darsi una parvenza da socializzatore. Ad ogni sosta si avvicina ad un compagno diverso, facendogli sempre la stessa domanda: "allora come si vive nella tua città?". Non ride, non sbraita, la fatica non  segna mai il suo volto, imperterrito, torvo, impassibile. Clint Eastwood a confronto è un mimo.
Decide quando fermarsi senza dir nulla. Ci si ferma rispettosamente quando lo fa lui, si beve quando beve lui.
Nel marasma dei racconti, emerge l'oppressivo fumo di un toscano antico e il rumore fastidioso di un moschettone che tintinna sulla borraccia d'alluminio.
Quando si arriva su, la testa già scoppia e i fiumi di vino locale tendente all'aceto sono quasi inutili, sei già andato di tuo. Le pance scoppiano indecentemente e ci si rotola sulla coperta rigorosamente di lana a scacchi come bambini di dodici anni.
A quanto  se ne può vedere, ne è valsa la pena.
Violare l'estate, il caldo, la pigrizia della vacanza e farsi due passi in compagnia.
Beati (e dormienti) nel dopo pasto, da oltre la cresta sbucano i trekker professionisti incontrati la mattina presto. Sono saliti per un'altra via. La guida patentata con tanto di scudetti e brevetti da Gran Mogol  illustra agli altri le varie cime che noi conosciamo da almeno venti anni, poi si gira e ci vede. Da lontano ci fa un segno con la mano ed un sorriso.
Il nostro apripista, volto scuro anche nella sbronza, lo guarda, s'alza in piedi appoggiandosi al tronco di un pino e alza il bicchiere sopprimendo un rutto.

Dimmi chi sei!

Massimo Rainaldi, alias Castor et Pollux, blog:  castorepolluce.blogspot.com


e non posso dire chi sia, perché NON vuole! Mi limiterò a dire che:
è un architetto
fa arti marziali
l'e 'n  bel fiò

 

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categorie: racconto, lettura, e la chiamano estate, rainaldi
giovedì, 10 settembre 2009

LeosLuan di Gretel Fehr, un breve testo patafisico

“Merdre!” imprecò tra sé e sé Leos,  “sto implodendo ed esplodendo di desiderio da millenni… non reggo più… mi tranquillizzo solo quando,  dopo ben dodici ore di bruciante voglia inespressa e soprattutto inattuata,  appare all’orizzonte Luan… e pensare che non è neanche il mio tipo!

Ah! Sento che mi sto esaurendo e consumando di passione,  entro breve potrei spegnermi sterilmente ed irrimediabilmente  per sempre. Sì,  è vero,  il tempo è relativo e lo spazio pure,  ma quando si brucia,  da che mondo è mondo,  d’ardore come me, anche un solo millesimo di secondo è troppo,  anche alla velocità  della luce l’attesa è infinita. Ora basta! L’unica gabbia che ho è il mio cranio,  dunque non mi resta che decervellarmi  e passare alle vie di fatto!”

 

Mezzogiorno, mezzogiorno di fuoco. Leos,  preda della follia amorosa,  uscì dall’ellisse incontro a Luan. Cercò per terre e per mari,  cieli e buchi neri,  finchè non trovò lei,  Luan,  incantevole nel suo pallido splendore. Si dichiarò e fu ricambiato con altrettanto fervore, anima e corpo.

In quel preciso istante tutto intorno si fece buio e silenzioso. Improvvisamente un lungo raggio verde si stagliò deciso nel cielo e,  fendendo l’oscurità,  illuminò per un attimo i due amanti,  LeosLuan,  che si congiungevano in celestiali amplessi, possedendosi furiosamente… fino alla morte, sublimazione di tutti gli atti.

Il cielo di Ferragosto, annegato nel buio,  sussultò… domani è un altro giorno?

 

Dimmi chi sei!


Gretel Fehr è di nazionalità tedesca, ma è nata a Milano dove vive e lavora. Dopo gli studi artistici ed il corso di fotografia di Giuliana Traverso, ha lavorato per note gallerie milanesi come il Centro Bellora e il Luogo di Gauss. Ha esposto in diverse città italiane e straniere e tra le rassegne annovera quella dell’Istituto di Cultura Italiano a Chicago(USA), ‘Draw-Drawing’ Gallery 32-London-UK- Art Biennal Ankara(Turchia), ‘Sensualidad’- Artefiera di Monzon (Spagna)- Fuori Biennale di Venezia ‘Ex Voto’ 13 x 17’ a cura di Philippe Daverio- ‘Il sindacato Il lavoro’ Camera del Lavoro- Milano.

La ricerca artistica di Gretel Fehr è incentrata sul rapporto tra arte e realtà. Citazioni artistiche e realtà sociali, contrapposte, si fondono,

diventando tranfert in chiave ironica di mondi e modi. L’uso di materiali di recupero o del mezzo virtuale caratterizzano il lavoro dell’artista.

Si occupa inoltre di Poesia Visiva, Visuale e Scrittura.

 

Ti dico chi sei!


E che dire? E' uno spettacolo artistico vivente, Gretel... ed ha un fratello che si chiama Hans. Per lei, simpatia immediata, ma è risaputo che io abbia un debole per i Tedeschi.

Il racconto è un omaggio ad Alfred Jarry.


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categorie: racconto, scrittura, arte visiva, e la chiamano estate, fehr
mercoledì, 09 settembre 2009

Signorinella pallida di Antonella Ferrari

Signorinella pallida.

Così nonno chiamava Marina, la più piccola, esile, bionda.

La portava in bici con sé sul seggiolino, issato davanti al sellino, e la Lalla dietro.

       -  Pedala, Lalla, tu che sei forte!

E la Lalla, pedala. E’ mora, robusta, mette tutta la forza che ha nei polpacci e si solleva sui pedali, e pedala muovendo il culo a destra e a manca, bilanciandosi e superando il nonno.

Fa la lingua, Marinella ride.

Ha sempre il cappellino in testa, al mare, lei e le gambette smorte. Strizza gli occhi se guarda il sole.

-   Marina, fissalo!, fa Lalla e comincia la gara che vince subito,

Marina non ce la fa, Lalla ha gli occhi neri e lo sguardo forte. Marina ha iridi chiare e sbatte le palpe e trema.

Lalla torna a casa color cioccolato e Marinella, no.

E’ d’un rosa appena più caldo e sembra ancora più bionda.

Ha dita affusolate da pianista e Lalla si guarda le dita: salsicciotti. Allora afferra la palla e la scaglia lontano e poi corre a prenderla, manco fosse un cane da riporto.

L’estate in cui il nonno insegnò a Marina ad andare da sola in bicicletta, Lalla s’annoiava. Si mise a giocare con i ragazzi, a pallone, scoprendo di essere un formidabile centrattacco.

Signorinella pallida sarebbe diventata un’artista? Lalla sarebbe stata come Paolo Rossi.

E Marinella cadeva dalla bici, ogni tre per due, ma non si perdeva d’animo, come quando le dissero: gravidanza a rischio.

Si mise a letto, proseguì, con le labbra che spesso viravano all’indaco.

Erano passati gli anni, ma  Marina, pallida ed esangue su quel letto d’Ospedale, voltò il capo alla sua destra a guardare ancora per un attimo la finestra.

Fu così che Lalla portò a casa una bambina bruna, a cui avrebbe insegnato, un giorno, forse a fare il centrattacco, ma prima l’avrebbe portata sul seggiolino della bici, poi le avrebbe insegnato a pedalare da sola, nella vita. Senza guardare troppo il sole, con quegli stessi occhi azzurri del fiore appassito che gliel’aveva lasciata tra le braccia.

 

Dimmi chi sei!


Antonella Ferrari è ingegnere, quasi. Lo sarà. Ama tuttavia scrivere, ha pubblicato suoi racconti su qualche rivistina letteraria, nulla di più.

 

Ama anche i cani, il jazz, il cinema.

E Roth.

 

Ti dico chi sei!

 

Un tipo molto particolare. Dolce come la carta vetrata, ma dopo essere passata tutto è liscio come la pelle di un bambino. Se sopravvive.

Questo è il racconto più breve della rassegna  ma ha steso anche me, che di solito reggo bene. Mi ha emotivamente messa in ginocchio. Ho scelto questo tra tre racconti. Tre punte conficcate al centro del cuore. E beccare me non è facile.

 


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categorie: racconto, ferrari, e la chiamano estate
lunedì, 07 settembre 2009

Juke box di Renato Bergonzi

A1-B2-F9; il clac del meccanismo annunciava il movimento del braccetto
meccanico ,così preciso nel prelevare il disco scelto dalla pancia
illuminata del juke box e depositarlo sul piatto.

100 lire, tre canzoni. 100 lire e via dalla piazzetta immobile, a
fantasticare con la mente sudata feste da ballo piene di mondo o cinemini
complici di intimità, in compagnia di una biondina rigorosamente svedese.

Mica si poteva pretendere di più.

Braghe corte sino a 14 anni. Infradito e scarpe da ginnastica puzzolenti
portate senza calze.

Quando il branco scendeva a valle, il sigillo del cafone ce lo portavamo
addosso in maniera così naturale, che gli occhioni spalancati delle turiste
nordiche ci sembravano sguardi pieni di ammirazione.

Testardi e orgogliosi non capivamo di essere già di un altro mondo, che
arrancava in altre direzioni.

La conquista per noi era il miraggio irraggiungibile, che ci permetteva di
costruire le trame di una narrazione, che variava in continuazione e
assecondava le voglie degli spettatori, golosi di avventure.

E si... era la narrazione il pretesto di quell'accumulo di corpi di fronte
al mare calmo e caldo dell'estate.

Si stava bene insieme, così senza aspettative da primi della classe.

Mattia era più avanti di noi e scuoteva la testa nel vedere i nostri volti
rapiti dalle melodie sdolcinate di Mina , Iva Zanicchi o Gigliola Cinquetti.

Era un fan di quegli " Scarafaggi" che di lì a poco avrebbero conquistato il
mondo.

Mattia era uno strano. Capelli lunghi, come le femmine, non sapeva usare la
doppietta né la fionda. Come se fosse capitato per caso in quei nostri
paesini dove il tuo futuro lo scrivevano gli altri già nel giorno del
battesimo.

L'estate spalancava le porte al corpo.

Quasi nudo, sudato, abbronzato sino al nero,con chiazze bianche di salino a
bruciare le sopracciglia e gli avambracci, e che sarebbero sparite solo
nella prossima doccia settimanale.

50 lire una canzone, 100 lire tre.

Dai ragazzi colletta. Io ce ne metto 30, dai che arriviamo a 100.

Il clac del braccetto ci farà dimenticare le nostre braghe corte.

Il branco ci rende sfacciati. " Mademoisel vulè vu ballè avec mua?

Meno male che le nostre ragazze, pazienti e sagge avevano già capito e non
si scomponevano.

Il risultato delle conquiste esterofile lo si poteva indovinare senza fatica,
osservando l'effetto estetico della canottiera cagi portata sotto la
camicia trasparente.

Tre nazionali semplici.

Una da fumare subito,tanto per darsi un tono. Le altre due messe con abilità
dietro le orecchie e sfilate con sguardo preciso di fronte al forestiero.

I risultati non contano.

Sfila la sigaretta dall'orecchio.

Sbatti con tre colpetti sicuri la punta sul dorso della mano, come se fossi
un frequentatore abituale del vizio, prendi i minerva e accendila con uno
sfregamento deciso, specchio del tuo carattere. Aspira profondamente e se
riesci a buttare fuori almeno tre cerchi di fumo, il mondo è tuo, e vediamo
chi riesce a fare altrettanto.

Dimmi chi sei!

Vivo in collina sul mare che amo di più,quello ligure.
Ogni mattina,prima di andare al lavoro, lo saluto.
Il presente è composto da mio figlio di 11 anni e dalla mia compagna. Li adoro entrambi.
Il passato è pieno di ricordi intensi. Le lotte, le passioni, i tanti amici.Le sconfitte, e le sconfitte.Ma poi ci si abitua no?

Ti dico chi sei!

Renato Bergonzi è nato a Sanremo nel 1952. Laureato in sociologia, attualmente è dirigente del settore Comunicazione-Cultura del Comune di Sanremo. Ha pubblicato diverse ricerche nel campo socio-sanitario. Il libro "Nulla Sanno" (edizioni Chinaski) è la sua prima esperienza narrativa ed è stato pubblicato nel mese di maggio 2008.
Questo l'ho rubato in rete :-)
Di mio posso dire che ho conosciuto Renato sul blog di Remo Bassini, che è una bella persona, che sa essere presente con bel garbo e quando conta e serve. Con stile, che non è cosa da poco.







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categorie: racconto, scrittura, lettura, bergonzi, e la chiamano estate
domenica, 06 settembre 2009

Un libro per l'estate di Ester

UN LIBRO PER L’ESTATE

 

L’estate è una stagione estrema e, come tale, o la si ama o la si odia. Tutt’al più, la si sopporta. Io appartengo alla seconda categoria, quella di chi vive con rassegnazione questo tempo sospeso tra il termine degli impegni di scuola, a fine giugno, e la ripresa al primo di settembre.

E’ un tempo sospeso, appunto, certi giorni addirittura perso in un languore letargico che fa appena ricordare la cronologia del giorno del mese e la sua collocazione all’interno della settimana.

Si arriva a luglio allo stremo delle forze e, se da un lato, un saturnino senso del dovere ispira volenterose applicazioni casalinghe (la casa ridotta ad un porto di mare disordinato  per la  pulizia approssimativa svolta nei mesi precedenti), poi l’inevitabile e terapeutica rilassatezza dei giorni prende il sopravvento e ci si lascia ad un torpore pigro e purificatore.

Sarà anche che la vita non ha concesso la scansione regolare di vacanze e viaggi programmati con certezza ogni anno, sarà che alla fine ci sono altre incombenze, altre priorità, alla fine ci si lascia vivere così, come fanno del resto le piante e gli animali del giardino dall’alto della loro saggezza millenaria. Vivere per vivere che, a conti fatti, è già un bell’impegno di per sé.

E allora è proprio nella semplice contemplazione di questo paesaggio casalingo del giardino, che sconfina col vicino bosco, che la mollezza quieta dei sensi diventa, stranamente, foriera di pensieri lucidi e piacevoli. E’ l’ora panica per eccellenza, quando nell’apparente silenzio della natura, rotto solo dalla nenia delle cicale e dal respiro di qualche brezza improvvisa, nei vapori dell’umidità che sale dalle erbe, si hanno come visioni smemorate ma nitide per intensità.

Riemerge il ricordo dell’infanzia e dei lunghi pomeriggi assolati quando, nella canicola ardente del dopo pranzo, si  andava in camera a riposare e tutto taceva nella via e nel cortile. All’epoca i bambini non venivano deportati nei centri estivi dove ora è di rigore un attivismo scriteriato da mattina a sera: tolta la breve parentesi di una colonia montana dove si andava gratis perché legata ad attività caritatevoli della parrocchia, il resto dell’estate si passava a casa ad esercitare un ozio salutare, un perdere tempo saggio e confortevole, intervallato dai giochi nei cortili e nelle vie laterali.

La penombra della camera, interrotta dalla piccola lampada sul comodino, era la condizione necessaria e privilegiata per esercitare uno dei piaceri impagabili dell’esistenza: leggere.

Potrei quasi definire la cronologia delle mie estati non tanto per i viaggi che ho fatto (pochi), quanto per ciò che ho letto di volta in volta.

Venendo da famiglia modesta e di illetterati, il destino volle che, almeno, vi fossero in essa persone consapevoli del potere e della meraviglia nascosta nei libri: così me ne furono regalati parecchi e mai doni erano più graditi ed attesi di quelli. Avendo anche la ventura di avere una zia, una delle due sorelle maggiori della mamma, che abitava in un paese vicino proprio accanto ad una cartoliberia, ogni tanto arrivavano volumi  di tutti i generi, comprese le prime enciclopedie formate raccogliendo pazientemente i fascicoli e poi facendoli rilegare alla fine. La zia non amava leggere e non sapeva nemmeno che cosa mi regalava: questo è uno degli aspetti più curiosi di questo passaggio di tesori inconsapevoli che mi giungevano da lei.  Fu così che nel giro di parecchi mesi, arrivarono ottanta romanzi di Salgari, letti e riletti più volte negli anni successivi, e poi tante altre pubblicazioni eterogenee atte a conferire finalmente un aspetto decisamente più elegante al modesto salottino di casa.

Leggere così, in un’immersione totale e senza resa, è come un gesto di fiducia nei confronti dell’autore e di ciò che scrive, è come partire ogni volta per un’avventura meravigliosa nel quale si diventa davvero Sandokan o la Perla di Labuan o il mitico Corsaro Nero.

Potrei dire che la zia, senza saperlo, mi ha fatto viaggiare fin da bambina nei posti più sperduti del mondo, me bambina, senza alcun adulto al seguito. Una gran cosa, non c’è che dire.

Spesso leggevo anche in cortile, dopo la merenda, in un angolo tra il vecchio muro di cinta, dove era inserita una piccola pompa per l’acqua e un grande vaso di aspidistra, dalle lunghe foglie lanceolate. Non era come il baobab evocato in una canzone che andava per la maggiore, ma suggeriva lo stesso atmosfere esotiche e lontane. Una scala con gradini di mattoni portava al balcone di legno della casa dei nonni e da lì, attraverso una cortina di gerani e di rampicanti, guardavo il cielo e il campanile della chiesa alla mia destra. Il chioccolio dell’acqua era una piacevole cantilena, intervallata da qualche canzone che veniva dalla radio, e leggere diventava un’armonia completa dei sensi.

Di tante letture estive, onnivore e disordinate apparentemente (ma io credo che siano i libri a chiamarci e non il contrario), di libri comprati per caso sulle bancarelle per strada o passando davanti alle edicole, tappa obbligata di qualsiasi percorso a piedi, io conservo il ricordo e la gratitudine. Ricordo molti classici per ragazzi e poi autori contemporanei, qualche saggio, molti libri anche consultati per studio e per dovere. Ci furono ondate cicliche in cui l’infatuazione  per un autore mi costringeva a percorrerlo dall’inizio alla fine, con caparbia volontà

Dei gialli, altra smodata. passione, ho idee particolari ed un uso molto personalizzato dei medesimi. Infatti, non li ho mai letti con l’acume del segugio alla ricerca degli indizi per svelare l’assassino, mi sono sempre piuttosto lasciata sedurre dalle atmosfere dei luoghi descritti da quelle abili penne: le aristocratiche dimore inglesi, coi salotti in stile e l’immancabile camino con annesso tavolino in mogano e tazze da tè e bicchieri di brandy, mentre fuori la pioggia scroscia armoniosa sui roseti circostanti o, ancora, i castelli scozzesi pieni di stanze ombrose, gelidi saloni con armature e quadri di antenati alle pareti. Non sono brava a dipanare la matassa delle indagini, spesso raccontate con argomentazioni sillogistiche complicate, almeno per me: diciamo che tutto sommato non mi interessa questo aspetto quanto le atmosfere evocate dagli autori. Forse è un crimine grave, il mio, ma tant’è…

La stessa cosa valse durante l’adolescenza coi racconti “di paura”: un Poe letto con il lenzuolo fresco tirato fin sul mento alla luce di una candela durante i temporali estivi è un’esperienza totalizzante, dove le parole prendono vita e forma e durano, anche quando il libro viene chiuso e si scrutano le ombre sulle pareti e sotto al letto per vedere se tutto sia a posto. Retaggi dell’infanzia e della mia fervida immaginazione…non saprei, .anche se ritengo che  la corrispondenza  sensoriale scatenata da certe letture sia  un elemento di enorme importanza ai fini del loro utilizzo.

 

Ci fu un’estate in cui mi parve opportuno iniziare la Recherche di Proust e mi ci misi d’impegno, animata dalla consapevolezza che non si può non aver letto Proust nella vita, come poi tentai di fare con altri autori mastodontici. L’impresa si rivelò più ardua del previsto e ben presto i vari tomi dell’opera, messi religiosamente sul comodino, furono letti a singhiozzo, con corroboranti letture  veloci di altri autori ben più abbordabili. Imporsi di leggere qualcosa è uno dei delitti più efferati che un lettore possa commettere (Pennac docet) ed infatti, della monumentale Recherche, a parte qualche episodio, ricordo poco o nulla, non saprei nemmeno cosa dire di essa a qualcuno che la volesse affrontare. Ogni tanto spolvero i libri, deposti nel ripiano più alto della libreria, chiedo scusa a Marcel per l’oltraggioso trattamento riservato al suo capolavoro e poi non ci penso più per un po’.

 

L’estate del ’91 fu luttuosa e disperata per la morte improvvisa di un giovane cugino che lasciò genitori, giovane moglie e figli piccoli nel giro di poche ore. Ancora una volta venne in soccorso inconsapevole un dono della zia. La giovane e nuova proprietaria della cartolibreria aveva fatto un repulisti generale del magazzino e le aveva dato uno scatolone colmo di libri invenduti di un’autrice che mai e poi mai avrei comprato di mia iniziativa: Liala.

La lettura iniziò con svogliata supponenza intellettuale e invece si rivelò terapeutica più che mai: era una sorta di anestesia temporanea, necessaria  e confortevole perché contrapposta alla durezza dei giorni reali. Quel mondo popolato di bella gente elegante alle prese con feste in ville principesche e concerti alla Scala, di ragazze belle e sfortunate ma poi redente dall’amore, di raffinati ufficiali della marina e dell’aviazione, preceduti sempre da una scia di un “profumo misto di tabacco e cuoio” (così mi pare di ricordare), quel mondo fu la salvezza in quell’estate sconsolata e piena di domande irrisolte.

Per alcuni anni successivi la scelta dei libri fu infatti  diretta  a cercare risposte metafisiche sui grandi perché dell’esistenza umana, su percorsi alternativi ad una fede traballante e incerta quanto mai. Giunsero in casa libri di filosofia, di spiritualità ed anche del filone new age, esaminati per fortuna con un discreto equilibrio critico, tanto da non essere mai presi per una sorta di vangelo ma nemmeno rinnegati: erano tappe inevitabili dell’esistenza di quel periodo, qualcosa di buono comunque da essi mi è arrivato.

Nelle ultime estati vi sono state letture più sporadiche e meno fedeli, spesso orientate verso i doveri professionali. Un capitolo a parte meritano i libri di poesia, colpevoli di una rapimento estatico particolare e ancora in fase di cauto avvicinamento da parte mia: mi ero fermata ai classici, ovviamente per induzione scolastica, e invece mi è toccato scoprire così tanti autori contemporanei che ancora non mi ci oriento. La lettura poetica è particolare, va fatta in condizioni di totale dedizione, non ammette sciatterie e distrazioni, ritengo.

Ora continuo a comprare libri che, però, sempre più fatico a leggere con rapidità: mi dico che forse è un segno del tempo che passa, della stanchezza che fatico a smaltire, non so…ed è per questo che spesso   ripenso con dolce nostalgia a quei pomeriggi memorabili di avventure e scoperte meravigliose, a quegli incontri, a quelle vite plurime vissute con quei personaggi in quel piccolo mondo casalingo circoscritto da una piccola camera buia e da un angolo di cortile tra la vecchia scala di mattoni e la grande aspidistra.

Bastava sfogliare le pagine, socchiudere gli occhi e si viveva il mondo.

 

 

DIMMI CHI SEI!

IO, non lo so!

 

Facciamo che per ora dico solo l’indispensabile, va bene? 

Vivo in un paesino collinare della provincia vercellese in una casa in perenne ristrutturazione con grande giardino e bosco annesso, con un bipede umano maschile, due lupi e un gatto nero anziano, più una caterva di creature alate e non, che vanno e vengono indisturbate.

Ho avuto finora una vita ordinaria, sia pure con diversi periodi neri di tutto rispetto,  vissuta a scuola fin dall’età di tre anni scarsi: solo che, nel tempo, ho fatto qualche progresso e sono passata dai banchi alla cattedra, straordinario esempio di predestinazione realizzata perché era quello che volevo fare da bambina, sia pure con impennate di indecisione verso mestieri più avventurosi come l’attrice (mancava il phisique du rǒle), la scrittrice (mancava il talento e una mansarda a Parigi in cui scrivere, condizione logistica all’epoca ritenuta indispensabile), la pittrice-scultrice  (mancava  il talento idem), l’interprete di lingue estere (mancavano i soldi per studiare e viaggiare all’estero), la ballerina e/o  la cantante (per caritàdiddio!).    Di altri mestieri innominabili, che vanno oggi per la maggiore e consentono di fare rapida carriera e guadagnare al più presto un sacco di soldi,  non avevo l’idea e meno male, tanto non sarebbe stata cosa. Ci vuole talento anche per quelle robe lì.

Ho sempre letto molto e cerco, con tignosa e forse patetica convinzione, di fare di tutto, anche numeri da circo improbabili, per invogliare i miei alunni a fare altrettanto. Impresa che ha dell’eroico, mi si consenta.

Condivido con Borges il concetto che “L’uomo è ciò che legge” :  insieme a quello  “L’uomo è ciò che mangia” mi sembrano esaustivi, anche per noi femminucce, ça va sans dire…

 

Ester

Grazie per l’attenzione! J


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categorie: racconto, lettura, e la chiamano estate
venerdì, 04 settembre 2009

L'estate della maturità di Maria Teresa Valle

 

Il treno delle 7.14 l’ho preso al volo. Come sempre. Oggi però è l’ultima volta. In un’aula al secondo piano del Liceo Classico Gabriello Chiabrera mi aspetta la commissione per l’ultima interrogazione orale. Materie letterarie. Sono l’ultima di un gruppo di ultimi. Con grande sfiga per me hanno estratto la lettera zeta per decidere l’ordine di interrogazione. Ultima degli ultimi. Sono sfatta dal caldo e dalla tensione.

Ieri pomeriggio nella mia stanza soffocante ho ripassato storia strappando una ad una le pagine del libro. Ma quello che mi spaventa di più è latino. Sempre stata una schiappa. Greco no. Greco l’ho affrontato di petto subito. Anche filosofia mi preoccupa.

Guardo la spiaggia che scorre fuori dal finestrino lercio del treno. Alcune calette sono ancora in ombra. I bagnini rastrellano la sabbia che appare intonsa come una lavagna, su cui tra poco i bagnanti scriveranno passi pigri verso il mare, incuranti di scompigliare le file ordinate di ombrelloni e sdraio. Il mare respira placido in questa mattina di cristallo, ignaro della mia ansia e della mia voglia di scendere in una delle stazionicine intermedie, buttare  sandali e vestiti  sul primo scoglio e tuffarmi nel fresco dalla sua acqua. Raggiungo Savona e affronto la commissione. Luglio 1967. John Lennon e i Beatles incidono “Lucy in the Sky with Diamonds” e “All you need is love” che diventerà la bandiera dei figli dei fiori nel ’68.

 

Sento il fischio sotto la finestra. Mi affaccio.

-Allora?

-Finito.

-Com’è andata?

-Credo bene. I risultati ci saranno domani pomeriggio.

-Allora stasera esci. Passo alle nove?

-Va bene. Eh….?

-Sì, sì. Mi faccio dare la macchina da mio padre.

 

Fischio sotto la finestra. Scendo di corsa le scale. Salgo sulla “Giardinetta” scassata del padre di Marco.

-Ce l’hai?

-Sì, stai tranquilla.

-E i giornali li hai portati?

-Sono sul sedile dietro.

Marco guida su per la collina. Alla fine dell’inverno è tutta gialla di mimose. Ora appare secca e pietrosa. Punteggiata di pini di Aleppo e tappezzata di Eliantemo dalle corolle a cinque petali, delicate come carta velina. Salendo, a tratti, dietro agli spuntoni di roccia  appare il mare. Scintillante sotto una luna che non si risparmia. Né io, né Marco siamo consci di tutto quello spreco di bellezza. Marco guida con una mano dentro le mie. Rischiando di ceffare la curva ad ogni tornante. Io non capisco neppure di rischiare la vita e non mollo la mano, né smetto di guardare il suo profilo scuro che si intravede nel buio della macchina. Raggiungiamo la piazzola in mezzo agli alberi che ormai è buio fitto. Se non fosse per quella luna che si ostina a stare lì appesa.

-E lo skoch l’hai portato?

-È lì insieme ai giornali.

Il lavoro di tappezzare i finestrini con i giornali ci prende dieci minuti. Dieci minuti rubati all’amore. Finalmente abbassiamo i sedili posteriori e la nostra alcova è pronta.

È la prima volta. Per tutti e due. Procediamo a tentoni. Senza sapere che fare. Spinti solo da un istinto sano ed animale che ci guida a gesti timidi e impacciati. Sostenuti da un desiderio pulito di sentire il nostro corpo giovane sotto le mani. Passandoci emozione attraverso gli occhi. Trasmettendoci calore. Innamorati dell’amore e della gioventù. Con trasporto. Con devozione. Con entusiasmo.

 

Così quasi tutte le sere di quell’estate la vecchia “Giardinetta” sale la collina. Marco dilapida una fortuna in preservativi e io viaggio tutto il giorno con uno sguardo sognante che insospettisce mia madre.

Arrivato l’autunno mi iscrivo all’università trasferendomi a Genova. Marco parte per il servizio di leva.

Non ci siamo mai più rivisti.

 

Dimmi chi sei!


Maria Teresa Valle: Biologa, per studi e lavoro. Moglie, madre e nonna, per amore. Una che scrive, per non morire. Molto altro, che tengo per me. Mi piace vivere, sfidare la vita a viso aperto, così qualche volta mi faccio male. In ogni caso ci riprovo sempre e non mollo. Ogni vent’anni, più o meno, do un colpo di timone e giro la barca. Però la rotta fondamentalmente non è cambiata di molto.

 

Ti dico chi sei!

 

Maria Teresa Valle: pensionata, ma il piglio della Dirigente non è dismesso. Moglie ( ma lui viene sbolognato in campagna e lei resta a prendere il sole da quella che si desume essere una delle più belle terrazze del centro storico di Genova), madre e nonna ( questo glielo concedo,si fa fotografare con un mucchio di ragazzini intorno che sembra Don Bosco). Ha pubblicato fino ad ora due gialli, in cui campeggia la figura d'una detective, Maria Viani, per i tipi dei Frilli editori ( che sono dei bei tipi...:-)

L'ultimo, " Le tracce del lupo" , è ambientato in Alessandria.

Finge di essere ottimista e buonista, in realtà sa benissimo che il mondo è un Paradiso di bugie, ma non lo ammetterebbe MAI:e poi finge malissimo :-D

Sta lavorando ad un giallo storico.

Non è soltanto un'amica di web, ci conosciamo. Ho presentato il suo primo libro  ( "La morte torna a settembre") ed anche il secondo e lei mi ha ricambiato amabilmente il favore, dicendo a tutti che sono una meringa sentimentale.

Mi hanno detto di dirle che il suo primo romanzo è stato letto da tutti gli Italiani in vacanza alle Seychelles nella seconda quindicina di luglio, che la sera si rompevano le biglie a sangue ed allora divoravano , prestandoseli, i pochi libri degli italici turisti e, provvidenzialmente, la mia amica aveva in valigia il giallo di Maria Teresa, primo in classifica sotto le palme.

Le ho chiesto di raccomandare il mio noir appena ultimato e non l'ha fatto, perché è invidiosa delle mie protuberanze anteriori ( naso escluso).


 

 


postato da: flaviablog alle ore 22:51 | link | commenti (39)
categorie: racconto, scrittura, lettura, valle, e la chiamano estate