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Utente: flaviablog
Il 15 aprile 2006 il suo esordio su blog, comelarugiada, un blog evanescente, una scatola di pensieri che ancor oggi sopravvive in forma privata, nato nell'attesa di un intervento chirurgico. Nel febbraio 2007 nasce Carta scritta, per scrivere per diletto: racconti, recensioni, cronache. Per parlare di lettere ed immagini senza alcuna sovrastruttura ideologica. Questo è un blog ostinatamente in disparte e che non vuole essere di parte.

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lunedì, 31 agosto 2009

Che ore sò di Pasquale Esposito

Roma può essere una città davvero calda in estate.

Alle 2 del pomeriggio di Domenica, quando la sonnolenza postprandiale miete innumerevoli vittime, in strada l´asfalto con i suoi vapori disegna strane figure, i miraggi diventano possibili e le persone ragionevoli non escono di casa.

Antonio, come un personaggio di Cormac McCarthy, si sentiva l´ultimo uomo in un paese senza più vita, la sola presenza in una landa edificata e desolata, l´unica fonte di rumore in un silenzio umido e vischioso.

Fendendo la caligine con il suo passo lento e strascicato, era tormentato dal pensiero della commissione che gli avevano assegnato, una punizione rispetto alla quale i patimenti inflitti dall´Inquisizione potevano essere considerati come gite premio nel più fantasmagorico dei parchi di divertimento. Eppure riusciva quasi ad essere confortato dal pensiero del gesto eroico al quale lo avevano chiamato, una missione impossibile che egli solo avrebbe potuto compiere. Ancora una volta il suo senso del dovere lo avrebbe distinto quale unico eroe in una famiglia di anime ordinarie. Raramente aveva nutrito dubbi al riguardo. Quando qualche sospetto su quelle assegnazioni lo aveva sfiorato, aveva scacciato quei pensieri oscuri. Era un buono Antonio, leale, onesto. Un amico sincero per tutti. Aveva da poco finito gli esami di maturità per i quali era stato chiamato ad un intenso periodo di studio, ma anche quella prova era stata superata. Anche la sua ragazza li aveva finiti in quei giorni. Simona, sua compagna di classe, gli era sembrata bellissima con il suo vestito a fiorellini rosa indossato per l´occasione. L´avrebbe incontrata di lì a qualche ora, con il fresco, dal momento che lei quel caldo non lo avrebbe mai sopportato.

Antonio era felice. Amava la sua Simona. Sapeva di essere ripagato con altrettanto amore e fedeltà, nessuna concessione ad altri uomini, nè uno sguardo, nè un cenno. La sua gelosia non avrebbe tollerato niente di meno. Ne era attanagliato. Un morbo incurabile che lo perseguitava. Tuttavia di lei non aveva mai avuto motivo di dubitare.

Voltato l´angolo, avrebbe dovuto percorrere la strada in salita che lo separava dalla meta, alcune centinaia di metri, l´ultimo sforzo. Era felice Antonio, nonostante la calura. Fischiettava. Imboccò la salita. Alla fine della strada altri due disperati si aggiravano sorretti solo dall´evidente affetto che li univa, camminando abbracciati si sostenevano l´un l´altro quali pellegrini sul cammino di Santiago, anime pie eppure non parche di effusioni reciproche.

Antonio cominciò a guardarli come un ciclista che cerca di riprendere la testa della corsa. Essi sarebbero stati lo sprone per superare quell´ultima asperità.

Il ragazzo era alto, con i capelli scuri. Lei castana, proprio come Simona, stessa altezza, stesso vestito a fiorellini rosa, come quello della maturità.

Proprio quello. Proprio lei, Simona. Fedifraga, traditrice, falsa, bugiarda, proprio lei, Simona. Il suo unico amore, la sua vita, il suo bene più grande. Antonio sentì l´odore del sangue, proprio come il protagonista di Goffredo Parise. La sua gelosia montò. Inizio a percorrere la strada a passo svelto, nonostante la salita, incurante del gran caldo. Rimuginava tra sé e sé e intanto sudava, imprecava e sudava, parlava a voce alta e sudava. Camminava e si agitava, meditando terribili punizioni per i due amanti, la morte per lui e forse anche per lei. Anzi, no. Lei no. Per lei avrebbe riservato tutte le sue più rancorose parole, le più rabbiose e sofferte, quelle dell´amore che tanto aveva dato ed ora doveve inerpicarsi in salita, segnato da una ferita dalla quale si disperdeva il dolce contenuto del suo cuore, una traccia di sangue e di dolore.

Come aveva potuto fargli questo Simona, musa dei suoi versi, presenza costante dei suoi sogni ?

Doveva essere punita e con lei quel diavolo tentatore che ora le cingeva il fianco. La immaginava come Connie, ne L´amante di Lady Chatterley, nel capanno.

Il suo passo era sempre più pesante. Riecheggiava nel silenzio di quel triste pomeriggio d´estate. Tuttavia i due amanti non erano distratti nel loro scambio di baci e carezze, nel loro lento incedere, sognante ed incurante.

Antonio, sbuffava, ansimava, sentiva i vestiti trasformarsi in una cotta di maglia ricoperta da una pesante armatura e le scarpe in calzari di cuoio e metallo agganciati a gambali di ferro cigolanti e stridenti ad ogni passo. Il suo capo era cinto da un elmo esposto ai violenti raggi del sole, un copricapo solenne, piumato e incandescente. Il suo passo era scandito dal suono degli speroni. Il suo cavallo era di certo stramazzato al sole, ucciso dalla corsa e dalla fatica, con la bocca schiumante e coni denti esposti sul morso nell´ultimo spasmo. Era un cavaliere che doveva raggiungere il rivale, estrarre la spada e colpire, ma un cavaliere non colpisce alle spalle.

Antonio era a circa due metri dai due ragazzi, ancora un passo ed avrebbe letto la vergogna ed il pentimento sul volto di Simona. Oppure sarebbe stato accolto da un sorriso beffardo, dallo sguardo tracotante e impietoso di quella femmina lussuriosa. Forse lei lo avrebbe accolto come la moglie de La sonata a Kreutzer di Tolstoj.

Non seppe mai il perché, ma Antonio aveva sollevato un braccio, l´indice al cielo, quasi a richiamare la giustizia punitiva di Dio. Quel dito era rigido, superbo, rabbioso e fiero. Quel dito accusatore si sarebbe abbattuto, indice e terribile, sul viso dei due. Essi, richiamati da quei passi alle loro spalle, forse dal respiro ansimante di Antonio oppure solo dalla sua presenza, si voltarono. La ragazza non era Simona, ma ormai quella folle corsa non poteva arrestarsi. Antonio si stagliò nel riverbero accecante del sole, tagliando i raggi come un angelo vendicatore, animalesco, terrificante. Il suo torace era gonfio del fiato che aveva ispirato per gridare tutta la sua rabbia, le sue corde vocali erano contratte e la voce sarebbe stata un urlo di veemente accusa. Non poteva che essere così.

In quell´unico istante Antonio non riuscì ad arrestare la sua folle corsa, né a mitigare la violenza del suo gesto e quel braccio calò, il dito puntato verso i volti dei due ragazzi. Il suo sguardo era truce, la sua fronte grondante di sudore, le sue tempie pulsanti, i suoi denti serrati, la voce roca e rabbiosa ed avrebbe voluto non parlare. Però era tardi. Tutto era compiuto. Doveva dire qualcosa.

Con un ruggito esclamò "che ore sò ?".

Solo il ragazzo, con un filo di voce, la testa sprofondata nelle spalle, riusci a dire "le 2 e un quarto".

"Grazie !" tuonò ulteriormente Antonio.

E con il dito ancora a mezz´aria, girò l´angolo.


Dimmi chi sei!

http://eventounico.kataweb.blog.it

Nella vita si atteggia a persona normale sfruttando l'insopportabile mascheramento di un lavoro insospettabile. Tuttavia per dare libero sfogo al tumulto della sua coscienza è costretto a scrivere. Rimane, infatti, il tema della suggestione. Essa non è stata la febbre di un momento, bensì una sorta di piacevole malessere che gli è venuto dentro e lo accompagna da anni, lasciando ogni tanto qualche cicatrice rappresentata dalle parole scritte e che porta con sè come i segni sul corpo di una esperienza esplorativa delle più dure, spericolate e pericolose eppure immobile nella contemplazione del soggetto dell'ispirazione. Una conquista interiore prima ancora che fisica. Il mondo, oggi, pensa che tutto ciò sia desueto e quasi ridicolo. Tuttavia è orgoglioso di questa esperienza che lo ha portato a tentare disperatamente di sedare l'urgenza della parola da quando ne ha avuto facoltà. Ciò lo ha portato a scrivere due libri (sta lavorando al terzo), a partecipare  ad alcune raccolte di poesie e di racconti nonchè a partecipare ad un saggio edito. Tiene un blog che rappresenta il suo inconsapevole laboratorio di scrittura.
Vive a Roma. E' sposato ed ha un figlio nei cui occhi ritrova quotidianamente la vera poesia.

Ti dico chi sei!

Conosco Evento Unico in qualità di scrittore. Ogni suo racconto letto e qui e là è memorabile.Se lo leggi, non lo dimentichi, gronda di un'umanità solida e serena.Più leggi e più capisci perché gli amici lo amino, tutti, anche i più ruvidi come il nostro giornalista romano, di cui non faccio il nome, ( solo il cognome, Gregori :-).

Non s'atteggia, *è*.

E me piasce.



domenica, 30 agosto 2009

Canneto di Laura Bevilacqua

Canneto

Quel pomeriggio d’estate non sarei dovuta andare là.

Era già tardi e, dopo poco, sarebbe calato il freddo, di colpo.

Non sarei,  poi, dovuta andare da sola. Non si nuota da soli nel lago.

L’acqua è gelida e c’è poca gente intorno e le barche ti  stanno alla larga.

E, invece, prendo la stuoia e l’asciugamano a righe gialle e blu.

Il costume l’ho già addosso e, sopra, mi  infilo una maglietta di cotone e un paio di calzoncini grigi. Nello zaino piego una felpa pesante e calzoni lunghi che mi serviranno per scaldarmi, dopo.

Mi preme scendere a riva e lo faccio con noncuranza e disattenzione.

Una cagnetta sporge il muso bianco al di sopra dell'acqua .
Un uomo la trattiene per le zampe posteriori  ridendo sguaiatamente.

Due ragazzine si avvicinano. La più piccola si tuffa all’improvviso.

Ha un corpo muscoloso e snello ed un viso vivace dai lineamenti regolari. La sorella, invece, si bagna con prudenza. L’espressione assorta e un po’ ottusa  ne accompagna i movimenti lenti ed impacciati.

La cagnetta, finalmente libera, torna a riva scrollandosi l’acqua di dosso.
Il padre urla alle figlie di uscire. La più piccola non ascolta e continua a scalciare, sbuffare e nuotare.

La madre si avvicina. .Nel suo viso i lineamenti delle figlie sembrano diluiti, appesantiti nel profilo molle.  Il naso è ben fatto, dritto, ma il corpo massiccio e le gambe bitorzolute e grosse rivelano stanchezza, poco tempo per sé, poca cura, poca salute.

E’ ora di andare.
Scendo rapida lungo il ciglio di ciottoli e fango; mi bagno le braccia  e poi m'immergo con un lungo brivido.
La prima sensazione è quella delle spalle intirizzite.
Mi giro e lancio le ciabatte infradito verso riva. Cadono nel canneto vicino.
Merda!
Con un gesto rapido e stizzito sollevo gli occhialetti da nuoto e me li aggiusto con cura sul naso.

Immergo la testa.
Non si scorge quasi nulla, ma solo acqua torbida di una consistenza oleosa  che scivola sulla pelle. Il sapore è fangoso e non ci sono onde a disturbare il ritmo lento e cadenzato delle braccia.

Pochi pesci dal colore smorto mi girano attorno.I pensieri si fanno liquidi e i capelli  alghe

Quando,  nel momento del respiro, sollevo lo sguardo e sbircio al di sopra della spalla scorgo confusamente la linea piatta della superficie.
Tutto è attutito, lieve, calmo, profondo, cupo.

Il lago.

Mi incanta il colore verde smeraldo della superficie e la sensazione sulla pelle dell’acqua gelida. Di solito, quando esco ne sono rinvigorita e i pensieri tornano limpidi, chiari.
Mi tengo abbastanza vicino a riva dalla parte del canneto.
Poco lontano poche barche solcano l'acqua lasciando una scia leggera.
Il remo appena sollevato fa cadere gocce argentate.

Comincio a nuotare, ma sono presto senza fiato.

Il progetto è quello di arrivare a metà del piccolo lago di montagna, là dove l’acqua è più profonda e prende un colore cupo. Oggi, però, sono stanca e, inoltre, sento una strana ansia che mi fa temere di allontanarmi.

Mi guardo le mani, le dita sono intirizzite. Sto nuotando da troppo tempo.
Senza che me ne sia accorta mi sono allontanata.

Decido di girarmi sul dorso e muovo appena i piedi tanto per stare a galla.
C'è il sole e lo sento sulla pelle del viso.

Scosto gli occhialetti da nuoto.
Il cielo è azzurro, di quell'azzurro cupo che cambia così rapidamente qui in montagna da diventare, in breve tempo, grigio e gonfio di pioggia.
Alcune nuvole sfilacciate si muovono rapidamente sospinte dal vento.
All'improvviso il sole si oscura. L'aria si fa immediatamente fredda.

Già sento un inizio di contrazione dolorosa al polpaccio.

Non sono abbastanza vicina per tornare subito a riva e, quindi, cerco di respirare piano, con calma nuotando lentamente  e controllando il respiro, ma mi trovo ad annaspare in preda al panico.

Non vedo più né barche né altri nuotatori.

Silenzio.

C’è un grande silenzio. I polmoni sono vuoti d’aria, istintivamente reagisco ma senza convinzione. Inarco la schiena e, con leggeri colpi di piede, torno a galla.

Respiro piano e raccolgo le forze concentrandomi sul ritorno con ostinazione, pazienza e una strana ebbrezza.

Gli ultimi metri sono i più duri.

Annaspo sfinita.
I piedi, finalmente, poggiano sui ciottoli.
Mi alzo e scivolo sul fondo limaccioso. Un sasso aguzzo mi lacera la pelle.Mi scuotono brividi di freddo e di paura.

Una  ciabatta di gomma galleggia  tra le canne,  poco lontano.

Dimmi chi sei!

Sono laureata in inglese, dopo aver insegnato alcuni anni presso scuole medie e superiori mi sono specializzata in Psicologia dell'orientamento scolastico e professionale e in formazione nel campo della comunicazione.
Sono stata consulente di formazione e tenuto corsi per aziende, cooperative, scuole e associazioni di categoria.

Ti dico chi sei!

Non conosco Laura, è uno dei miei ultimissimi contatti di blog. L'ho notata per un racconto pubblicato tra i "Racconti a 4 mani" di Remo Bassini, "Scarpe".

Fa parte dei
CARTOGRAFI FOLLI di Mario Bianco...:-)

Tendo ad andare a naso, nella lettura ( e ne sono ben dotata da Matrigna Natura) e mi piace come scrive Laura, tutto qui :-)

 


Già, l'estate di Carlo Prunotto

Già, l’estate.

La lunga stagione calda, dove tutto può succedere; dove il confine tra il lecito e il possibile corre su di un filo tenue e dove, anno dopo anno,realtà e fantasia si mescolano nel pozzo dei ricordi.

Era l’estate del 1980. L’ultima della mia giovinezza. Lo sapevo. A ventisei anni se non ti accorgi, se non prendi coscienza, la tua vita è ruzzolata sulla strada degli anni. Ruzzolata lei;  pieno di escoriazioni tu.

Eppure sentivo che pur essendo l’ultima, sarebbe stata indimenticabile.

Sesso, droga e r&r. Sulla droga non mi dilungo; non mi ha mai interessato, neppure lo “spino” in compagnia. Occasioni tante, ma poi, al dunque, lasciavo la mano. Meglio una scura o una rossa, scozzese. Birra naturalmente, solo e semplice birra. Il doping di noialtri. Sesso e r&r, certo quello non sarebbe mancato. Il secondo di certo. Era entrato nelle vene ascoltando Led Zeppelin, JethroTull, Who, Genesis, Santana, Beatles, Rolling Stones e via discorrendo e poi i cantautori De Andrè e Guccini su tutti.

Riguardo al sesso, con l’ormone a mille, eravamo , i miei due soci d’allora ed io, come cani da tartufi. Ogni usma era nostra. A ventisei anni è quasi normale. A giugno dati due esami all’università si era pronti per un luglio di fuoco, un agosto rovente e per terminare un settembre al calor bianco.

Ad ottobre avrei avuto un’altra fidanzata dal nome impegnativo: Naja. L’Esercito mi voleva e mi aveva fatto una proposta irrinunciabile.

Luglio di fuoco, dicevo e siamo partiti alla grande. Su e giù per le montagne della Valle d’Aosta.  Nel mese, con una fortuna sfacciata, riguardo al tempo: sul Castore e sul Polluce e poi il Gran Paradiso, che avrei risalito anni dopo. Poi innumerevoli tour sul gruppo del Monviso. Tranne il Re di pietra, che mi risputò per l’ennesima volta. Adesso lo guardo con una certa nostalgia nei tramonti dal ponte di Po, vicino a Pavia, quando torno a casa dal lavoro. Dal treno seguo le creste e indovino le vie, i contrafforti, i cengioni e la sua piramide mi ricorda le estati passate ai suoi piedi, ed anche il resto. Nostalgie, che valgono quel che valgono, nulla più. Ah che luglio, vero rock & roll. Rollato tra uomini, senza donne, senza impacci, a birra e “gauloise”, parlar grasso e fantasie. Docce dopo tre, quattro giorni, quando oramai, tra i prati ti cercavano solo i caproni, e nel borsellino avevi un allevamento di nulla.

Poi cambio di programma, era arrivato agosto. Lavato, pettinato e anche un profumato ecco si presenta la prima settimana di campeggio. Lei ed io, e due cugini di lei.

La sera, nella tenda, con il favore delle tenebre, con lo stormire del vento tra i larici, coccole e carezze e le mani, con i soliti seri problemi di controllo. Eravamo innamorati entrambi, e sì, mi sentivo di avere il mondo in tasca.

Il testosterone, non mi fece capire molto di quel maledetto 2 agosto.

Non riuscii ad afferrare il senso di quel buco enorme, alla stazione di Bologna. Forse perché sentivo ancora, nelle orecchie, il fischio di una locomotiva “che come una cosa viva, lanciata a bomba contro l’ingiustizia”, stava ancora emettendo il suo richiamo.

Era la mia estate, per la miseria, la mia ultima grande estate.

Non ce ne sarebbe stata un’altra così grande.

Era unica, irripetibile.

Bologna un punto geografico nella pianura padana, come lo era stato Ustica, trentasei giorni prima.

Un nome, che ancora adesso pesa sulle coscienze di molti.

Ma al momento una città del  centronord Italia; la grassa e dotta mamma Bologna.

Intanto agosto rotolava i suoi giorni e noi con lui rotolavamo le idiozie che i giovani hanno e fanno. S’inaugurò “Al Pisellon Fuggiasco” Hostaria con camera e cambio di cavalli.  Erano due stanze disadorne, una vecchia stalla dismessa, dove trovare rifugio per bevute, cantate e maneggiamenti vari. Il luogo deputato al cazzeggio organizzato e anche no. Di quel tempo mi è rimasto il ricordo e l’ho anche proposto, nei miei scritti sul blog. Ultime perversioni della maturità.

Però, che agosto. In giro per monti. A cercare rocce da scalare, forre da esplorare e grigliate, polentate o semplici panini. Sempre con la musica che ci accompagnava e vedevo, con una certa invidia gli altri che tacchinavano e cuccavano ed io, come un carabiniere, fedele nei secoli.

Ci fu chi mi disse “ Fesso !”. Io sprezzante, non risposi alla provocazione. Ora, ma è alla luce di quanto successe negli anni che seguirono, riconosco che lo sono stato, fesso.

Era la mia estate e lo fu anche a settembre, anche se si diradarono le fughe in montagna,  e i ritrovi “Al Pisellon Fuggiasco”. Si ricominciava chi a pensare alla scuola, chi all’università, chi si iscriveva e chi doveva preparare il bagaglio, perché il 7 ottobre arrivò come un lampo e nella notte del sei di quel mese, un vagone rotolò via i miei sogni di gioventù. Stavo preparandomi a diventare adulto e non lo sapevo. Avrei scoperto la durezza di quest’età, l’anno successivo al primo giorno di lavoro.

Ora guardo quel tempo e son felice di averlo vissuto e in quel modo. Nessun rimpianto, nessun rimorso; è stata la grande estate del 1980, e niente e nessuno potrà scipparmela.

Dimmi chi sei!

Carlo Prunotto (capehorn), monferrino di antica genia, con il blog ho scoperto il piacere di scrivere. Di cose serie, di varia umanità e di scemenze, che non devono mai mancare. Imprestato per caso alla Lombardia, sposato, con una figlia, ferroviere a mia insaputa, ma sul pane non si sputa. Per alcuni ,55 anni buttati al vento. Io mi sono divertito fino ad ora e conto di continuare a farlo senza se e senza ma. Ringrazio Rossy, per l’ospitalità e l’incoscienza di essersi accollata un simile fardello.

Buona estate a tutti.

Ti dico chi sei!

Un blogger che scrive soprattutto di sport, il rugby, croce e delizia della sua vita.

Un uomo che potrebbe dare spallate al mondo come accarezzarlo e preferisce tuttavia fare questo secondo gesto, perché è gentile d'animo.

Lombardo sì...ma ancora molto alessandrino, anche se non so se lo sa :-)



postato da: flaviablog alle ore 00:35 | link | commenti (35)
categorie: racconto, web , lettura, e la chiamano estate, prunotto
venerdì, 28 agosto 2009

La Liguria è sempre uguale di Rossana Massa


 

Elisa è seduta al ristorante dell’albergo. Specialità sicule. Pesce cucinato in mille modi e dolci da sballo. Strano che sia in Liguria, a Borghetto Santo Spirito. Arriva il cameriere:

-         Il Capitano Corto Maltese ha detto al telefono di avvisarla che arriverà nel pomeriggio.

Ecco, il boccone va di traverso. Elisa ride. Questo ragazzo evidentemente non sa che Corto Maltese non può raggiungerla in un albergo siculo ligure, semplicemente perché non esiste. Mica tutti sanno chi sia Corto Maltese. In compenso esiste Pietro, verrà con la sua nuova automobile gialla, veloce e snella e con il tettuccio nero.

Morena fa una smorfia, è in vacanza con Elisa e sa chi sia Corto Maltese, come no? E’ Pietro. Arriva e non per lei. Per Elisa ( e parte il sottofondo al pianoforte).

Nel pomeriggio Corto arriva, ma è lungo. E’ un pippone di un metro e ottantacinque con la barba ed i capelli lunghi, tutto imbustato come una missiva,ingiaccato color panna.  Non per nulla lo chiamano Pietro, vestito davanti e di dietro.

Lo alloggiano con un lettino aggiunto in camera d’Elisa e Morena, che dormono insieme in un letto matrimoniale.

Non è Capitano, nessuno tuttavia ci bada. Soltanto” fratellino e sorellina”, così li ha ribattezzati il proprietario palermitano dell’Hotel, due amici umbri un po’ vezzosi che ridacchiano sommessi. Immaginano un mènage a trois, non sono certo tipi lineari. Invece  non succede niente. Elisa però provoca, ha un baby doll rosa e lo indossa con i sandali neri, di vernice, alti, comprati ad Alassio, dove c’è vita e c’è speranza di portare a casa almeno scarpe da diva. Corto, che è lungo, la guarda ed ingoia saliva, mogio. E’ un timido audace e non sa se rispondere alle provocazioni, anche se c’è un limite a tutto. Morena pensa però che ogni limite  abbia come reazione la sua provocazione e, raggiuntolo, chiede ai due di levarsi dalla palle, petulante.

Mollano gli ormeggi e vanno, Elisa e Corto che è un pippone, non prima che lui si sia fatto amico tutto il personale dirigente dell’Hotel, parlando in dialetto palermitano. Elisa capisce una parola al chilo, e ride, sempre. Pietro è un furbacchione. Fa così anche con la Polizia stradale, campana il dialetto e fa il simpatico. Un attore. Funziona.

E vanno sull’auto gialla e scoperta lungo l’Aurelia, alla ricerca di un ristorante dove mangiare agnolotti e stufato e bere barbera. Lo trovano. Piemontese in Liguria, così, per fare gli originali. Già che sono siculi e liguri, lì. La prossima tappa, domani, sarà Checco, il Romano, nei pressi d’Albenga. Soltanto “O spurciaciun” è tipicamente ligure ( e che trofie!).

L’auto è scoperta, la brezza dà ebbrezza e i due pensano di puntare dritto verso nord est ed altro che Covo di Santa, scappare a Venezia, ma non lo fanno. Finiscono a baciarsi in direzione di poco opposta, a Ceriale, sul lungomare, dove lui è nero scuro e lei bionda chiara ed insieme sono un bel contrasto, un colpo d’occhio niente male. Il siculo bacia la piemontese ( Montalbano molti anni dopo fu, Camilleri dopo arrivò) su una terrazza sul Mar Ligure e “che c’importa del mondo, quando tu sei vicino a meee”

Fratellino e sorellina arrotolano ridarella e se la fumano a pranzo. Elisa ha al collo una catenina d’argento con la targhetta vuota per incidere un nome. Elisa. Pietro.  Elisa & Pietro. Corto Maltese. Boh. Un dono d’amour.

Passeggiano, mano nella mano, più improbabili che mai. Lui convive, da anni, con la donna che sposerà. Lei è a mezzo servizio con un moroso storico, latitante, ma chi va a Roma perde la poltrona, si dice.

Passeggiano e si dicono romanticherie di stagnola. E’ una storia caramella. Li vede una zingara, s’avvicina. Dammi diecimila lire. Pietro sborsa il deca e protesta. Te li ridò dice lei e gli strappa un ciuffo di capelli proprio in fronte e sputa sul pugno chiuso, i capelli ed il deca, che Pietro mai più rivedrà. Poi sentenzia:

-         Tu sposerai questa donna ed avrete due figli.

Lui gongola, lei è perplessa, tant’è che non avranno figli, non si sposeranno mai, si molleranno di lì a pochissimo, per sempre.

Scivolano però per il lungomare, con Morena annoiata tre passi indietro sbuffante con fratellino e sorellina ridacchianti. Loro sono, con la mente, abbastanza distanti.

Trambusto in spiaggia. Una ragazza torinese, che ha casa lì e vi trascorre tutta la stagione estiva, s’è gettata dal molo. Ubriaca.

Morta?

Morta. Caduta a testa in giù sul cemento, s’è rotta l’osso del collo.

Il milanese è partito nella notte, senza dirle niente, neppure che non si chiamava Enzo.

Lei era incinta davvero, però. Di Enzo o di Walter, il suo vero nome, sempre pregna era.

Morena sgrana gli occhi. Elisa sussulta.

La gente si accalca, la polizia manda via tutti.

I Bagni Sirena chiudono un giorno. Le onde han già lavato via il sangue.

I Liguri ogni anno vedono di tutto un po’. Morti per mare, scoppiati di congestione, con gli arti segati o la testa mozzata dai natanti. Poveri pesci  d’acqua dolce, uccisi dai motori.

E vedono amori che nascono e crepano, sulla battigia. Ogni anno, tutti gli anni, provenienti da tutte le parti. Sentimenti turisti. Ne uccidono anche gli amori. Gli amori mordono i cuori. Fanno rime amare. Amore, cuore, dolore, orrore. Mento e cranio sul cemento e soffia via il respiro, il malcontento. Testa spaccata, triste conclusione di scopata.

Corto è mesto, riparte. Un bel gioco dura poco. Si trasforma in scelta, in conta, in prendimi ma non son pronta.

La sua ombra sembra ancora più lunga.

L’incanto è rotto, la vacanza quasi finita.

Morena ed Elisa vanno a Sanremo, con fratellino e sorellina, a ballare la morte lenta, è pur sempre il canto del cigno della libertà vigilata. Poi, si torna al lavoro.

Le aspetta la vita. Una collana di perle sofferte e con il buco, da infilare in un nylon da pesca.

 

La ragazza non c’è più, il bambino non c’è più, il milanese non c’è più.

Corto è partito, fratellino e sorellina son partiti, è partito il milanese.

Elisa e Morena salutano l’Hotel, insegna rossa.

 

Si ritirano gli ombrelloni.

 

Cala il sipario del tempo.

 

Corto Maltese è morto l’anno scorso.

Elisa ha trent’anni di più.

La zingara si sarà persa sul lungomare delle bugie.

La Liguria è sempre uguale.

 

 

- Stiamo perdendo tempo, guarda che non giocheremo i minuti di recupero.

 

Ripete a vanvera Elisa.

 

E non sa nemmeno più a chi.

 

All’ultimo amore, di solito.

 

Vi dico chi sono: lo sapete già.

Piuttosto ditemi voi chi sono.

 

I racconti sono per metà pubblicati. Siamo 33 come i Trentini che andavano a Trento e tutti quanti trotterellando e v'assicuro che detto da me è divertente ( ci sono diversi miei "piccoli" lettori che mi hanno sentita parlare e sanno che mitraglio un'erre mandrogna degna del mio luogo di nascita).

Oddio: qualcuno scrive di professione e galoppa.

E' un cavallo da corsa.

Altri vanno al passo.

A tutti piacerebbe essere cavalli bianchi che sanno ballare anche il valzer.

 

 


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giovedì, 27 agosto 2009

Al di sopra della cima degli alberi di Fausto Marchetti

AL DI SOPRA DELLA CIMA DEGLI ALBERI

Realtà e sogno corrono parallele come le linee e gli spazi di un rigo musicale sul quale sono tracciate note e pause di alcuni momenti, come le canzoni che hanno accompagnato questi anni.
La verità, è grande, ma ancora più grande, da un punto di vista pratico, è il silenzio sulla verità.

2007, la prima domenica di novembre
Sul piatto dello stereo ruota un disco nero in vinile, pacatamente prende forma la canzone dei Pink Floyd :The great gig in the sky , il suono del pianoforte con un giro di accordi sereno e rilassato crea uno stato psicologico di attesa, si affianca una chitarra che realizza un effetto slide delicato e sognante, una voce maschile poco comprensibile sussurra “Non ho paura di morire, in qualsiasi momento, non mi importa. Perché dovrei avere paura della morte? Non c’è alcuna ragione, prima o poi si deve andare.” Si presenta una voce di donna con energia consistente e carattere molto deciso, copre uno spazio ampio che fa vivere momenti di tensione toccando i punti vocali più acuti e tesi, che costituiscono uno sforzo per la cantante ma danno luogo al punto culminante al raggiungimento di un forte clima emotivo; quindi la voce si allenta, si ammorbidisce, si rilassa, viene meno, diminuendo rapidamente verso il silenzio e la conclusione del brano.
Neli piega accuratamente il lenzuolo bianco e lo appoggia sulla sedia, un raggio bianco apparentemente semplice di sole attraversa il vetro della finestra e si scompone sulla tela del quadro, rivelando le meravigliose,complesse e colorate componenti della luce.
“Il vero è invisibile agli occhi, si vede solo con il cuore- dice la volpe al Piccolo Principe.”
L’atmosfera è carica di mistero, le figure si accordano secondo la logica interna della composizione cromatica, ma si arricchiscono di una complessa simbologia sul tema della loro vita, del destino, del dolore che si placa dentro il grande abbraccio della natura.
La raffigurazione riconduce nella sua semplicità e totalità di significato, alla natura prima, alla sostanza vera delle cose. In questo insieme si trova il sentimento profondo delle cose stesse, il desiderio di comprenderle e rivelarle al di là delle loro apparenze, di restituirle ad una realtà spirituale che le nobilita e le trascende.
Presenze troppo vicine nel tempo e nello spazio, ma presto nella luce diversa della lontananza e del ricordo esse si orchestreranno in un’ armoniosa visione poetica, trasformando la materia prima e informe in una realtà interiore ricca di sentimento, di forza evocativa.
Il colore è steso a zone nell’audace semplificazione dei piani cromatici, blu, rosso e giallo.
Nelle tonalità calde e accese del colore si avverte un’indicazione, un messaggio.
La luce splendente irrompe con violenza sulla parte bassa a sinistra del quadro dove le case circondano con un netto arco scuro una macchia rosso sangue ancora vivo e brillante che incalza si raggruma e urta con violenza contro i portici, definendo il contorno dell’orologio di Piazza Loggia.
Le lancette nere ferme sulle 10 e 12 si allungano a destra dove la luce gialla del sole incendia e si diffonde quieta e confortevole sul prato verde. Qui, le immagini che colgono gli occhi sono quelle che affiorano nell’anima: una sinfonia di motivi delicata come una fiaba dell’infanzia, vera come può essere vero il ricordo dell’amore semplice e limpido, come la verità nel cuore puro del fanciullo e del poeta.
Due bambini giocano a palla sul prato con una donna vestita di bianco, come è bianco il colore del vestito della sposa. Dall’angolo destro un’altra figura di donna si allunga dal fondo, lunghissimi capelli neri ricadono sul corpo come un mantello dai riflessi verde e giallo.
Una figura di un’opulenza ancora calda che richiama un’estate che declina e presagisce l’autunno, un malinconico ricamo di fili esili e indistruttibili, tende le braccia verso l’alto, verso il cielo, innalzando la piccola figura di un bambino con le braccia aperte per essere accolto.
Nell’arco blu profondo del cielo che raggiunge la sua massima intensità, in ragione del contrappunto dei rossi e dei gialli del terreno, è inscritta la grande figura dell’uomo, del tempo e dello spazio.

Una lunga fila di alberi si allunga nel cielo delimitandone la parte inferiore mentre la notte nera che si indovina al di sopra dell’arco del cielo non desta l’oscuro sgomento, ma si pone come una meditazione sull’indissolubile rapporto tra presente e passato, sul mistero della vita e sul rapporto tra il provvisorio e l’assoluto: “il tempo non ha rive”. La figura di Icaro concepita in un autentico stato di grazia, limpida e misteriosa, come doveva apparire all’artista l’immagine dell’amato. Sul suo corpo sono tese a pennellate delicate, tutte le sfumature della nostalgia, il dolore di un bene perduto,che ha lasciato di sé solo la struggente tenerezza del ricordo, la giovinezza dell’anima.
Dall’angolo sinistro superiore si proietta inclinato verso l’angolo destro inferiore il giovane senza ali, non precipita nel mare come nel racconto mitologico, ma si lancia a braccia aperte, per stringere per sempre il grande tesoro innalzato verso lui dalle braccia della madre.


 DIMMI CHI SEI...!


Il falconiere nasce e vive in Franciacorta, dove fa il pane ancora come facevano una volta i fornai, ossia con farina acqua lievito e sale. Appassionato di musica e pittura, una moglie stupenda e due figli.

Diploma di perito industriale tenuto ben nascosto nel cassetto. (credo basti così).

Ti dico chi sei!

 Non conosco il Falconier DelBosco....:-)
So che è un bel tipo originale.
Scrive, dipinge, legge ed impasta

Alla faccia di chi si ritiene un intellettuale perché non sa strappare uno spago.

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mercoledì, 26 agosto 2009

Adelina di Laura Costantini

Era agosto, come adesso. Parliamo di parecchi anni fa e il futuro per me, neo-laureata in lettere col massimo dei voti, era quanto mai nebuloso. La trafila infinita dei concorsi pubblici l’avevo intrapresa ormai da tempo e nell’attesa, anche i famigerati “tre mesi” alle Poste andavano bene.

Era agosto, non si parlava ancora di global warming ma il caldo aveva una consistenza e un peso che andavano ad aggiungersi a quello del borsone di cuoio stracarico di corrispondenza. La cinghia segava la spalla e il sudore ne cavava fuori un alone scuro che si attaccava alla camicia per non venirne più via. Poco male, ero giovane e robusta e il lavoro di portalettere mi piaceva. Forse perché era il lavoro di mio padre e lui aveva sempre decantato il rapporto che si crea con i destinatari, anche se ormai più che lettere e cartoline, si consegnavano multe e bollette.

Il mio giro di consegne si svolgeva in uno dei quartieri più popolari di Roma, in periferia, pieno di palazzoni affollati di giovani coppie e anziani soli. Le giovani coppie, per lo più, uscivano la mattina per consegnare i bambini alle nonne, si recavano a lavoro e tornavano la sera. Impossibile associare un volto ai loro nomi su un citofono al quale non rispondeva mai nessuno.

Succedeva allora che per farmi aprire il portone e accedere alle cassette io disturbassi sempre le stesse persone: gli anziani. Soli, oppure oberati di nipotini. Al civico 35 il mio punto di riferimento era la signora Adelina,  una vecchina dolce e rompiscatole. Di quelle che ti aspettano in finestra, un po' per scambiare quattro chiacchiere, un po' perché sempre in attesa di qualcosa: la pensione, la bolletta, la lettera dei figli che non arrivava mai. Era il caso di Adelina. Lei aveva avuto una figlia sola, Elisa, della quale, dopo tre o quattro citofonate, sapevo tutto. Elisa dieci anni prima aveva conosciuto un ragazzo sudamericano e se n’era innamorata. C'era stata una lite furibonda della quale Adelina ancora si rimproverava. La paura di restare sola, lei che era già vedova da tanto. La consapevolezza di perdere l'unica figlia. Non aveva saputo controllarsi. Elisa aveva deciso di seguire la propria strada e se n'era andata in Venezuela. Lì si era sposata, aveva avuto un bambino. E Adelina viveva nella speranza di poterla raggiungere, di  conoscere il suo nipotino.

In una vicenda così, complici il delizioso 'tiramisù' di Adelina e il caffè sempre pronto, finisci con l'immedesimarti. La posta della signora Adelina passava regolarmente tra le mie mani, e ogni volta speravo di vedere quella lettera. Di portarle finalmente una buona notizia prima che i miei “tre mesi” scadessero.

E un giorno d’agosto, più caldo e appiccicoso degli altri, successe: una busta un po' sgualcita, francobollo e timbro postale del Venezuela, un semplice 'Elisa' come mittente.

Non vedevo l'ora di raggiungere il civico 35.

Avevo trascorso il fine settimana al mare. Era dal venerdì che non vedevo Adelina e le sue finestre del primo piano, chiuse, mi diedero una brutta sensazione. Ero talmente gasata per quella lettera che avevo saltato le consegne agli altri portoni per arrivare subito da lei. Ero un bagno di sudore e già pregustavo la scena: un dolce, il caffè, l’acqua di frigo e l’espressione di Adelina davanti a quella lettera. Eppure le finestre erano chiuse. Non mi aveva detto nulla, il venerdì precedente. Non sembrava intenzionata ad andare fuori. E poi fuori dove? Lei non aveva nessuno. Provai comunque a suonare al suo citofono: “Sali” mi rispose. Il tempo di imbucare la posta degli altri destinatari ed ero al primo piano. Il palazzo aveva il solito aspetto abbandonato, da ferie di Ferragosto. La porta di Adelina era aperta sul pianerottolo che all'improvviso sembrava freddo e umido come una cantina. Lei era sulla soglia. Mi colpì il buio alle sue spalle, innaturale. Adelina era pallida e non c'era il solito, familiare aroma del caffè.

"Elisa ti ha scritto" dissi, come se fosse merito mio. Il suo viso si trasfigurò per la felicità. Gli occhi le si riempirono di lacrime, le mani tremarono nel prendere la lettera dalle mie. Le sue dita erano fredde.

"Lo sapevo - mormorò. - Non poteva aver dimenticato la sua mamma." Poi mi voltò le spalle e chiuse la porta. Senza una parola, un sorriso, un ringraziamento.

Ci rimasi malissimo. Mi sembrava di aver diritto a conoscere il contenuto della lettera, a condividere con lei la gioia di quel momento. Scesi lentamente le scale, uscii dal portone... e la spiegazione era lì. Non ci sarebbero più state chiacchierate e caffè e tiramisù. Sul muro di fronte un manifesto listato di nero riportava un nome e una data: Adelina Candela era morta. Solo tre giorni prima.


DIMMI CHI SEI...!

Faccio mie le liriche della Boheme:

"Chi son? Sono un poeta. E cosa faccio? Scrivo. E come vivo? Vivo.

In povertà mia lieta scialo da gran signore rime ed inni d'amore.

Per sogni e per chimere e per castelli in aria, l'anima ho milionaria..."

Scrivo da sempre. Mi ci guadagno da vivere e ogni giorno mi chiedo come sia possibile. Sono nata a Roma, sono figlia del baby-boom, sono una precaria a vita e alla vita non chiedo altro che una pagina bianca da riempire.

Ti dico chi sei!

Laura è reticente.

In realtà ha pubblicato diversi romanzi,con più editori, in coppia con Loredana Falcone, che vanno dal noir al fantasy, dallo storico all'intimista.Una produzione varia ed intensa.

Ha e lavorato direi incessantemente. Sono usciti molti suoi libri, in tempi relativamente brevi.

L'ho conosciuta di persona e a sorpresa, al Salone del Libro di Torino. Due integraliste un po' fumine a confronto:-)

Laura però ha gli occhi neri, profondi, dolci. Ho parlato con lei delle cose che per me contano: lavoro e sentimenti, per farle capire ( spero di esserci riuscita) che al di là del teatrino del blog e della scrittura, in cui sono intemperante spesso per gioco, ho pochi reali punti di riferimento, molto concreti.

Si fantastica, si gioca, si tuona...ciò che conta però è la salute, l'equilibrio affettivo, la serenità, l'impegno sul lavoro e la forza di conseguire obiettivi.

Mi è parso di scorgere la stessa  semplice concretezza.Si può discutere, si possono scrivere fiumi di parole in rete...creando una sorta di gioco di ruolo nel quale un po' ci si adagia. La realtà dei fatti però è scabra. Io non amo voli pindarici. Quel che conta è poi argomento di conversazione a tu per tu ed è sempre e soltanto "quel che conta" e nulla più. Il resto è fumo amletico.

 

 


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martedì, 25 agosto 2009

Una conquista facile di Antonio Silvani

Afosa serata di un luglio della fine anni '60, I corsi universitari sono, grazie al cielo, finiti e gli ultimi appelli d'esame si stanno esaurendo, è giunto il momento di ricaricare le pile e dedicarsi a tempo pieno a pensieri, parole ed opere forse strategicamente meno importanti dello studio, ma fondamentali nel qui ed ora dei poveri studenti.

Nella discreta penombra del localino l'afa non si fa sentire: anche se l'aria condizionata è un bene che le masse ancora sognano, alcuni ventilatori posti in punti strategici e la leggera corrente creata dalle finestrine aperte del seminterrato, rendono l'aria respirabile e risparmiano agli accaldati avventori l'onta di camicie e magliette oscenamente marcate da aloni di sudore.

Alcune coppie, appiccicate con l´Attak, stanno ballando un lento limaccioso, la voce di Demis Roussos è più efficace del Viagra: erezioni esasperate, slinguamenti da formichiere, lettura Braille dal collo alle natiche, scontri pubici continuati.

Seduti ad un tavolo vicino al bar, ragazzi e ragazze se la ridono allegramente, tutti tranne una, una formosa brunetta in minigonna e camicetta tenuta chiusa da un unico bottone che sfida tutte le leggi della fisica.

In silenzio la procace fanciulla continua a fissare intensamente un biondino seduto al banco del bar davanti ad un boccale di birra che, molto timidamente, tenta di ricambiare gli sguardi, grattandosi furiosamente la testa per il nervosismo.

Questo sfigato, questa larvetta umana è noto per essere un grosso secchione, introverso e solitario e per di più da tempo stracotto della ragazza, sua compagna di corso, che ora lo sta fissando in modo inequivocabile.

Ora anche lui ha preso coraggio e fissa la sua interlocutrice senza abbassare mai lo sguardo; col labbro inferiore a penzoloni, i radi capelli arruffati, l´occhio acquoso ed un rossore che, a chiazze, copre tutto il viso, ha veramente un´espressione da voltastomaco, ma, si sa, l´amore è cieco e lei continua a fissarlo sorridendo (meno male che l´oftalmocoito non può ingravidare, altrimenti la tapina avrebbe già nove gemelli in pancia!).

Lo sfigato si è finalmente deciso, si avvicina alla ragazza (rischiando di accecarla con un bottone della patta tesa al massimo) e con un sorriso ebete le chiede di ballare; lei, che non aspettava altro, si alza in silenzio e, mano nella mano, si lascia condurre in pista...

...dove, complici i Procol Harum, sboccia l´amore.

Dopo mezz´ora di pre-coito verticale a suon di musica, lei gli propone una corsa notturna sulla sua cinquecento e lui, ancora privo di patente (solo dopo la laurea i suoi gli permetteranno di andare a scuola guida), accetta con arrapato entusiasmo.

Dopo una veloce corsa nella fresca notte estiva, l´auto si ferma in una viuzza di campagna (non si sa chi abbia avuto l´iniziativa di proporre la sosta), proprio sotto le classiche frasche.

I ribaltabili si abbassano e su questa alcova in sedicesimo minigonna e camicetta scompaiono come per incanto (bella forza, è bastato slacciare un bottone ed abbassare una lampo) ed a lei resta come unico, misero baluardo un ridotto paio di slip rosso vivo, la cui permanenza in situ è di brevissima durata.

Anche lui si spoglia (il suo corpo nudo, illuminato dalle stelle, fa pensare ad un lungo, magro, pallido e flaccido lombrico) e con un gemito le va sopra: finalmente quello che per mesi ha sognato durante violenti giochetti solitari nell´intimità del bagno sta per avverarsi.

- Bravo! Bis! Sei un mago! Continua così che vai forte!

L´auto, illuminata a giorno dal fascio di potenti torce elettriche, è circondata da una quarantina di esseri sghignazzanti che applaudono il novello latin lover.

Il tapino batte il record mondiale di velocità di caduta della libido!


DIMMI CHI SEI...!

Antonio Silvani, strenuo assertore di "servi tantum nostrae libertatis", strappato all'abbraccio di Santa Madre Goliardia dal marketing e dalla formazione per motivi esclusivamente manducatori. Scrive per puro divertimento. Quattro pubblicazioni in dialetto alessandrino di cui una prefazionata da Umberto Eco. Tanta altra carne in pentola, molta della quale sarà cotta quando arriverà, Brunetta permettendo, la pensione!

 

 

 Ti dico chi sei...!

Conosco Antonio di persona, anche se non da molto, pur essendo un mio concittadino DOC, con il quale condivido radici e dialetto. Come mai? Un contesto diverso, una matrice socioculturale differente. L'ho conosciuto ad un paio di conferenze, di cui era di quei relatori che bisogna pagare per fare iniziare ma ancor di più per farli smettere. Preparato e disinvolto, sempre divertente. Ha presentato il mio libro ben tre volte in contesti diversi, uno anche nell'ambito delle Note Estive cittadine, proposte dal Comune stesso di Alessandria ,in cui mi sono sentita un po' come uno di quei monumenti da demolire soltanto grazie al benestare delle Belle Arti. Silvani cura un salotto letterario locale, propone libri anche per radio, attraverso un'ascoltatissima emittente locale. Svolge attività politica litigando con l'universo mondo, perché è sempre troppo a destra della sinistra e troppo a sinistra della destra, perché è un liberale *vero*, di quelli come non ce ne sono più.

In qualità di pontefice massimo ha tenuto fede al suo giuramento goliardico  anche nel racconto umoristico ma anche alla modalità espressiva mandrogna. Siamo caustici, è più forte di noi.


 

 


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lunedì, 24 agosto 2009

Il vecchio magazzino di Marco Tempesta

Il vecchio magazzino

 

 

Nel pomeriggio, le due ragazze scesero nuovamente nel parco. Mentre passeggiavano tra gli alberi, Joelle espresse il desiderio di andare giù alla spiaggia. Solo per dare un’occhiata: era troppo curiosa per poter attendere fino al mattino seguente.

- Per di qui - la guidò Valerie, accondiscendente - è un sentiero un po' accidentato, ma è la via più breve.

Si avviarono lungo il sentiero, attente a scansare l'aggressività di certi rami spinosi, tenendosi per mano quando la discesa si faceva pericolosamente ripida e insidiosa. Qualche lucertola, disturbata dal rumore dei passi, sfrecciò veloce davanti a loro per rifugiarsi tra le fessure di un muretto diroccato. Il viottolo si  era intanto immerso tra due ripide pareti di roccia.

Le rovine di una vecchia costruzione apparvero improvvisamente agli occhi di Joelle non appena il sentiero, liberatosi della stretta delle rocce incombenti, aveva ricondotto le ragazze su un tratto pianeggiante. La striscia blu del mare si intravedeva in lontananza.

- È’ un vecchio magazzino abbandonato - spiegò Valerie, indicando la costruzione e rispondendo così alla muta curiosità della sua amica.

- Voglio vederlo da vicino, andiamoci!

- Come vuoi, ma non spaventarti se vedrai dei ragni o dei sorci: siamo in campagna, non dimenticarlo.

- I ragni non mi spaventano e sorci non ne ho mai visti in vita mia, sarebbe la volta buona per vederne uno!

- Ah, fai la coraggiosa! Poi non metterti a strillare se per davvero te ne capita qualcuno tra i piedi!

- Accetto il rischio.

Uscirono dal sentiero e si inoltrarono tra i cespugli in direzione della costruzione. Era un grosso capannone diviso in più stanze; il pavimento era in terra battuta e la luce proveniva da strette feritoie poste in alto sui muri, in prossimità del tetto. La stanza più in fondo era attraversata da muro a muro, in alto, da una grossa trave dalla quale, distanziate di un braccio l'una dall'altra, pendevano delle catene che terminavano con dei grossi anelli di ferro ad altezza d'uomo.

- Qui venivano legati i servi, per le punizioni - illustrò Valerie, toccando gli anelli e facendoli oscillare.

- Uhm, me li immagino, legati nudi e frustati, sotto gli sguardi iniettati di sangue e di desiderio, di una padrona di casa elegantissima e crudele...

- Ehi, che immaginazione...no, di solito venivano legati e lasciati appesi per le braccia fino a quando passava loro qualsiasi intenzione di disubbidire o di sottrarsi al lavoro. La padrona di casa non si curava dei servi: a decidere le punizioni era il sorvegliante, a sua volta responsabile dell'operato della servitù e passibile lui stesso di punizione.

- Vita dura per i servi, nei tempi passati...

- Dipendeva dai padroni. Qui ne sono succeduti diversi. Prima di noi, alla villa, abitava una coppia di anziani adorata dalla servitù, che non ha voluto abbandonarli nemmeno quando non erano più in grado di dar loro la pur modesta paga che ricevevano oltre il vitto e l'alloggio. Nel Seicento, invece, probabilmente le cose andavano in maniera diversa: qualcuno racconta di fantasmi che, in certe notti di maltempo, si sentono vagare e lamentarsi come anime in pena. Io non ne ho mai visti, ma c'è chi giura di aver visto figure intabarrate e nobildonne in lacere vesti aggirarsi qui dentro e far sbattere le catene l'una contro l'altra con rumori agghiaccianti. Mah, sai com'è, la fantasia porta a vedere ciò che si vuol vedere ed è facile che l'immaginazione corra, come è successo a te poco fa...

- L'immaginazione? Non so...a me vengono delle strane sensazioni, sento come la presenza di qualcuno che in questo momento ci stia osservando.

Valerie si guardò intorno, si affacciò alla porta poi tornò indietro.

- Non c'è nessuno, a parte le lucertole.

- Io ti dico invece che sento la presenza di qualcuno; non li vediamo, ma sono proprio qui, dove siamo noi.

Valerie le lanciò uno sguardo indagatore. Joelle sembrava normale, calma e tranquilla come sempre. Scrollò le spalle come a voler significare che lei non credeva a una sola parola di quanto la ragazza andava dicendo. Si allontanò, dirigendosi verso un angolo della stanza: le pareva di aver visto luccicare qualcosa...

Era solo un piccolo frammento di vetro. Si voltò nuovamente verso Joelle e la vide sollevare le mani ed afferrare gli anelli, come a voler imitare un servo legato.

 - Uh, è così che li legavano, vero?  - Disse infatti lei, appendendosi agli anelli e sollevando i piedi da terra per lasciarsi dondolare.

- Sono sicura  - aggiunse, poggiando nuovamente i piedi a terra - che li frustavano e che una donna li guardava. Non so spiegarmelo, ma è come se li vedessi, come se ne rivivessi l'atmosfera.

- Resta ferma così! - La voce di Valerie le giunse improvvisa e alterata.

 

...............

 

Martha aveva chiuso a chiave la porta della stanza, dopo aver intimato alla cameriera di non essere disturbata per nessun motivo. Dal doppio fondo della sua sacca da viaggio aveva tirato fuori un panno nero decorato di strani geroglifici tracciati con la vernice dorata. Ai quattro angoli del panno spiccavano dei simboli disegnati con inchiostro rosso. O col sangue? Nemmeno lei lo sapeva, perché aveva trovato quel panno nel doppiofondo della scrivania acquistata dal  rigattiere, quella stessa scrivania nella quale aveva rinvenuto i manoscritti. Il panno mostrava i segni di un uso intenso e prolungato: tracce di cera e bruciature iridescenti causate da chissà quali misture.

Sul panno accuratamente disteso sul piano del tavolo, Martha posò tre mozziconi di candela ai vertici di un immaginario triangolo. Entro il triangolo sparse del sale e posò un minuscolo bruciatore entro il quale accese un pezzetto di incenso bianco, che subito riempì l'aria del suo intenso e penetrante profumo. Infine, con grande cautela, trasse dalla borsa una sacca di pelle, e dalla sacca trasse una sfera di cristallo, di quelle usate dai maghi di ogni paese per illudere gli ingenui con la lettura di un improbabile futuro.

Martha non era una sprovveduta. Non era neppure una di quelle donnette che si lasciano prendere dalla suggestione e credono di vedere nella sfera ciò che esiste solo nella loro immaginazione.  Martha sapeva esattamente cosa stesse facendo, in ogni singolo gesto.

Senza indugiare un attimo, si spogliò completamente e indossò una tunica di lino che le arrivava fino ai piedi. Giunse le mani per un attimo e guardò in alto, alla ricerca di una concentrazione che le era indispensabile per accedere alla dimensione parallela. Respirò profondamente per sette volte, trattenendo ogni volta il respiro per qualche secondo, poi accese le candele, le guardò fissamente senza muovere le palpebre e rapidamente spostò lo sguardo sulla sfera di cristallo.

Vide. E quel che vide non le piacque affatto. Chiuse gli occhi e li riaprì: la visione era scomparsa. Distaccatasi dal suo stato di alterazione, spense le candele con rapidi e stizzosi movimenti delle sue dita affilate. Con un moto di rabbia, si sfilò la tunica e si portò, nuda, alla finestra. Poteva vedere soltanto le chiome degli alberi che si agitavano sotto un leggero vento di ponente. Scrutò il cielo, cercando nella forma delle nuvole una qualche ispirazione, un indizio qualsiasi che potesse metterla sulla giusta via. Ma il cielo quella volta mostrò di non essere dalla sua parte. Socchiuse gli occhi riducendoli a una stretta fessura, contrasse le dita e picchiò il pugno contro il muro, con tale violenza da sentire un acuto dolore. Era veramente furiosa.

Altra gente in quel momento stava cercando ciò che lei cercava. Altra gente sapeva. Doveva muoversi, accelerare i tempi. Sapeva di stare giocando in stato di svantaggio, perché i suoi movimenti non potevano passare inosservati agli abitanti dell'isola: lei era una straniera, tutti l'avrebbero notata, tutti si sarebbero chiesti cosa stesse facendo nella grotta del Mago, o al vecchio magazzino, o in qualsiasi altro posto che non fosse la solita spiaggia, unica meta di tutti i turisti. Soprattutto, coloro che stavano cercando ciò che lei cercava, avrebbero fatto presto ad individuarla e, certamente, a crearle tanti di quegli ostacoli da costringerla a rinunciare per sempre. Ammenocchè...

Ammenocchè, si disse, fosse stata lei, invece, a giocare d'anticipo. Il ché voleva dire compiere una cerimonia di magia nera, tale da neutralizzare definitivamente chiunque cercasse di intralciare la sua strada.

Uccidere.

Era l'unica soluzione. Uccidere a distanza tutti coloro che volevano ciò che lei voleva.

Uccidere chiunque osasse tentare di entrare in possesso del talismano del Mago.

 

DIMMI CHI SEI...!

Nato a Bari il 26 03 1948
Vive e lavora a Bisceglie (Ba)

Nel 1969 consegue il diploma di Perito industriale in fotografia presso l'ITIS 'G.B.Bodoni' di Torino.
Lavora come fotografo professionista prima nel Lazio, poi a Napoli e infine a Bisceglie ( Bari). Titolare per due anni della Galleria d'Arte 'Aries Arte' in Bisceglie, espone con un proprio stand all'Expo Arte di Bari nel 1987. 
Seguono diverse mostre personali e collettive in Italia e in Svizzera.
Pur essendo la Fotografia il suo campo prediletto di sperimentazione, dalla seconda metà degli anni '80 si dedica anche alla Pittura. Pubblica un suo Romanzo nel 2004, intitolato 'Una Donna Diversa'.
A complemento della propria attività giornalistica di opinionista sul giornale locale 'La Diretta Nuova', pubblica nel 2006 una raccolta di suoi articoli, intitolandola
“Fuck the system”, applicazioni pratiche di stupidità'.
Attualmente si dedica prevalentemente alla fotografia artistica elaborata in digitale e, in misura minore, alla pittura e alla composizione di  musica classica.

Ti dico chi sei...!

Specifico: ho liberamente ed in modo piuttosto ardito abbinato due brani del romanzo "Joelle" di Marco Tempesta, che lui stesso ha definito rivolto ad un pubblico adolescenziale e/o molto giovane. Un fantasy molto articolato con risvolti sentimentali ed altri esoterici.

http://www.marcotempesta.it/artefatti.html
per chi voglia un saggio della fotografia di Tempesta.

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categorie: racconto, web , scrittura, lettura, tempesta, e la chiamano estate
domenica, 23 agosto 2009

Odore d'estate di Rosalba Signorello

ODORE d'ESTATE

Non so dare un nome a cosa esattamente l’emanasse, ma c’è un odore che mi ha accompagnato per tutto il viaggio in Marocco dell’agosto di 27 anni fa. Se sono tanti i motivi per cui amo il film “L’uomo che sapeva troppo” del 1956, uno è di certo Marrakesh, per come la possa rigodere all’infinito semplicemente guardandovi la parte del film girata là. È esattamente come l’ho vista io di persona: pur essendo stata ripresa poco prima che nascessi, non era cambiata in nulla, né nelle mura rosa dai morbidi profili, o nella piazza Jemaa El Fna con le scimmie e i serpenti, né nelle carrozzelle rapide e leggere, o nel ristorante dove si mangiava con le mani lavandole nelle ciotoline d’acqua profumata, o nella medina intricata, ombrosa e vociante.
La medina. La temperatura di oltre 40 gradi lì si abbassava misteriosamente, al riparo dai raggi diretti del sole, tra le antiche pietre levigate delle viuzze e i muri sbilenchi delle costruzioni, ma l’aria così secca, senza un sentore d’umido, incorrotta e sottilissima, catturava ogni minimo odore e lo portava alle narici, in un effluvio omogeneo e continuo, fatto degli odori più asciutti e più puri, ad eliminazione dei più molli ed organici, per un’elezione d’affinità tra rarefazione dell’aria ed aromi sublimabili.
Pur essendo piena estate, e in un luogo circondato da aree desertiche, non ricordo perciò alcun disagio nel camminare tra le bottegucce che si affacciavano sui due lati dei vicoli tappezzandoli delle loro merci appese, le più varie e meravigliose, ad irresistibile e persistente invito: cuoi istoriati, metalli sbalzati, vetri decorati, legni intarsiati, tessuti pregiati, tappeti, damaschi, turchesi, argenti, coralli, in un tripudio tanto vario e ricco da oscillare sospeso anche ben al di sopra delle teste dei passanti.
I passanti. Chiusi nei jellabah bianchi o marrone, di cotone o lana, gli uomini, fasciate in vesti arancio o turchesi le donne, scivolavano coi loro grandi occhi scuri per il suq, alteri, da berberi, tra tutta quell’opulenza caleidoscopica, infinita, dall’essenza commista ma inconfondibile, e che raggiungeva la sua massima intensità nella medina di Marrakesh, più che a Casablanca, più che a Essaouira, più che sull’Atlante.
Perché anche se quest’odore mi accompagnò per tutto quel paese, ci fu un momento particolare in cui entrò in me ed io in lui. Fu lì, quando ci introducemmo, la mia amica ed io, in una minuscola bottega dall’uscio stretto ed alto, dalla mercanzia insolita e poco appariscente. L’interno non era molto più largo dell’uscio perché le pareti del pur ristretto spazio erano sovraccariche di grandi barattoli di vetro impilati su esigue assicelle di legno. Ci offrirono due seggiole e dell’acqua fresca. Dalla penombra, un vecchio in jellabah bianco ci salutò in perfetto italiano. Anche lui si stava godendo il fresco di quell’odoroso angolo, era amico dell’altrettanto vecchio erborista padrone della bottega ma, a differenza di questi, era un professore universitario di Milano che ogni estate si trasferiva a Marrakesh. Su per gli scaffali erbe e spezie essiccate, macinate, in grani, foglie o radici, gialle, verdi, rosse o marroni, non aspettavano che di esser pesate, vendute e di sanare malanni secondo la saggezza del loro mercante.
In quel quarto d’ora di conversazioni in italiano con l’italiano e in francese con l’arabo, godetti così fortemente di una cultura da me diversa ma anche così inaspettatamente a me vicina, di un’ospitalità poverissima ma anche perfetta, di una pregnanza d’esperienza e umanità che, quando ne uscii, mi sembrò di aver concluso qualcosa di irripetibile.
Salvo per quell’odore, nel futuro a rinnovarmelo.

DIMMI CHI SEI...!

Ho scritto da sempre, non scrivo da sempre. E perciò, per questa mia
scelta di non dare importanza a ciò che scrivo, non ho mai
pubblicato. Ci volevano i blog.
Ma sono parca. Mi piacciono le folgorazioni, non ho pazienza. Come
dissi già altrove, mi realizzo nel mio lavoro, per me importantissimo
- advertising e grafica - e ho la fortuna di mantenermi divertendomi.
Scusatemi dunque se ho voluto cantare per una volta da cicala. E
grazie di avermi ascoltata.


Ti dico chi sei...!

Di Rosalba so che è una mia preziosa amica di facebook. Io m'innamoro raramente delle persone. Sono restìa, lenta, polemica. Rosalba però, in uno dei primi incontri virtuali ,mi ha tenuto splendidamente testa con determinazione, ironia, saggezza.
Mi sono detta: ecco questa sarà una mia amica perché MI PIACE.
Come Cristina, Silvia, Silvano e Marcello l'ho spinta a scrivere. E' intelligente ed è la dote che io apprezzo sommamente in un essere umano e della quale non sarò mai invidiosa. Io invidio soltanto ciò che è immeritato , mai ciò che è veritiero ed autentico.

 


sabato, 22 agosto 2009

L'Ausa di Francesco Di Domenico


“Dai ragazzi, si va a trovare il Delmo in caserma?”

“Pedrìn, tè sei scemo, saranno state le pallonate in faccia!”

Delmo era Adelmo Zanin, il nostro Fonzie, aveva tre/quattro anni più di noi, ci riempiva di fandonie, era l’unico che aveva avuto delle ragazze, era il nostro mito. Ci aveva lasciato un mattino d’agosto con la frase storica: “Ragazzi, lo stato ha bisogno di me, la Folgore ha bisogno di me, tornerò con la conquista della Jugoslavia e di tutte le femmine di Lignano Sabbiadoro”.

Era partito militare per Cervignano del Friuli, 183° Reggimento Nembo, divisione Folgore. Eravamo fieri di lui, il 183° era un reparto storico di incursori dell’aeronautica dell’esercito, direttamente addestrati dai parà, si lanciavano dagli elicotteri, un po’ come i marines.

Delmo però, vista l’antifona e il gran sudore degli addestramenti massacranti, non s’era smentito e aveva subito cercato d’imboscarsi riuscendo ad infilarsi nel centro trasmissioni del reparto, con ufficio e ventilatore, ma noi questo non lo sapevamo.

Così una mattina, coi vespini 50, andammo a Vicenza e ci imbarcammo sul treno per andarlo a trovare. Che follia. Senza neanche sapere se ce l’avrebbero fatto incontrare, se sarebbe stato di corvèe o di guardia.

Meno male che con noi c’era il Zorzi che aveva già compiuto 21 anni, altrimenti non avremmo neppure potuto richiedere il “visita parenti” per farlo uscire dalla caserma Monte Pasubio.

        Passerotto non andare via...” Tra radioline in treno e stereo superotto, Baglioni, quell’estate governava gli ombrelloni e i sentimenti facendo versare la più calde lacrime del ’74. Grande Adelmo Zanin, un po’ gli luccicarono gli occhi nel vederci.

“Okay bambocci, offritemi una pizza che vi racconto il duro mondo degli eserciti e delle donne che impazziscono appena vedono questo simbolo di eroi.”

E con la mano si schiaffeggiava il simbolo della folgore sulla spalla.

Solo Zorzi, più grande di lui, continuava a dirgli: “Ma va’ in mona, Delmo!” E giù tutti a ridere.

“ ‘Scoltà, stupido di uno Zorzi, c’è il mio sergente, un napoletanaccio mingherlino che appena mi vede quasi trema, conoscendo il mio coraggio!”

Mentre eravamo seduti ai tavoli di un bar sghignazzando davanti ad un gelato, un omone grosso due metri, tutto muscoli, si gira e inquadrato il Delmo gli fa: “Zanin, ti diverti eh! - con un poco rassicurante accento napoletano - domattina voglio tutto il lavoro arretrato di oggi sulla mia scrivania. Hai voglia a mangiare gelati in camera di sicurezza se per le nove non sono pronti!” Delmo era scattato come uno stuzzicadenti infilato in un’oliva, dritto e dondolante, sussurrando: “Signorsì, sergente maggiore Muscariello.”

Avevamo aspettato che girasse l’angolo per ridere, ma il nostro Fonzie, senza perdersi d’animo ci fa: “Avete visto come recito? Ho fatto finta di essere intimorito, in caserma mi sente quella mezzasega!”

Nega, nega tutto, nega anche l’evidenza”, era il motto del Delmo.

Nel pomeriggio, dopo il pranzo si andò a passeggiare sul lungofiume, ormai le strade cominciavano a riempirsi di soldati in “libera uscita”.

Era un fiume simpatico l’Ausa, un po’ come il nostro Guà, lassù nel veneto. Sulla passeggiata c’erano bancarelle e chioschi d’acquafrescai e c’era l’enorme fresco banco di cocomeri sul lungo fiume, e Giovanna, la cosa per cui si smuovevano tutti i gomiti dei soldati.

Giovanna era la cocomeraia.  

Sembrava uscita dal “Romanzo Popolare” di Mario Monicelli, che si dava al cinema con Tognazzi, Placido e Ornella Muti. Stessi lunghi capelli della giovane Rivelli, forse più lunghi, ancora più lunghi, quasi entravano nel taschino posteriore dei suoi Wrangler blu, accarezzando ad ogni movimento l’apice di quel sovrano sedere a mandolino, come la frusciante tenda di un teatro. Il suo naso sembrava scolpito nel ghiaccio talmente era fresco e appuntito, come un fioretto di Borgogna. I suoi occhi non li ho mai visti, non guardavano nessuno, e alcuno si ricordava di che colore fossero. Quando posava il piatto con le fette rosse sul tavolino, pagavi al suo sorriso, mai agli occhi. Sarebbe passata indenne al ratto delle Sabine. Ma il grande mistero non era quello, ne il sapere chi l’amasse, ma perché una ragazza romana si fosse sepolta lassù tra i soldati e la Jugoslavia; si fosse destinata a vivere su quel coltello che tagliava in due l’occidente, tagliando rosse fette di cocomero.

 

DIMMI CHI SEI...!


"Franz. Di Domenico, detto Didò da amici avari e fan indolenti.
Ex-imbianchino, scrittore considerato umorista da tristi che non sanno
essere giullari, maturo ignorante di successo. Non scrive gialli perché si
scoprirebbe subito che è lui l'assassino della lingua italiana: dovrebbe
essere felice."

 

Ti dico chi sei...!

 

Francesco Di Domenico, nato 55 anni fa a Giugliano in Campania, una città a nord di Napoli.
Scrive da 30 anni di umorismo e satira sui quotidiani partenopei. Collabora come  recensore letterario con il blog d’autore” Letterati tutine”.
Ha pubblicato racconti in sette antologie.
A Natale 2008 è uscita la sua prima antologia personale :
” Storie Brillanti di Eroi Scadenti”-Cento Autori editore.

A dire il vero non lo sapevo, l'ho copiato.Quel che so è che tra coetanei a volte basta iniziare una frase e l'altro finisce. Si ricordano le stesse cose. Si è parenti senza esserlo. Tra coetanei io mi sento a casa dovunque vada.Non ci sarà il gusto del raccontare o dell'ascoltare chi è più giovane o più anziano, è vero. C'è tuttavia qualcosa che non c'è neanche bisogno di dire e chiamatelo poco.