A casa mia ci sono libri, tanti e quadri appesi nel poco spazio ( ma ne avrei molti ma molti di più, se li stanassi dai loro nascondigli). A casa io e mio padre, incessantemente, abbiamo sempre letto e dipinto, dipinto e letto. Io, in realtà, cominciai presto a disegnare ( matita, carboncino, sanguigna, seppia) e... scrivere.
A casa mia ci sono mobili ammassati e vecchi, quel che resta di un appartamento più grande. Tra libri e quadri, armadiate di vestiti e scarpe, che sono una gran bella consolazione, per chi considera il corpo qualcosa di cui avere cura ed agghindare, perché faccia parte d'una risultante armoniosa del bisogno estetico del vivere. Tra questo e quello, i profumi che colleziono da almeno 15 anni. Ne avanzo un dito e lo conservo. Svanisce, inacidisce, si concentra e sbrana chi lo annusi. Non voglio saperlo; conservo, conservo e basta. Bellezza dell'odore, della confezione, del ricordo a cui un colore o un profumo mi riportano ( e non sempre bello).
A casa mia il tempo sembra trovare una sua immobilità: da bambina amavo poco giochi movimentati e rumorosi, allora leggevo e disegnavo; da ragazza m'adattavo a compagnie chiassose, cercando però sollievo nella lettura e soprattutto nella scrittura. Tutto e tutti diventavano personaggi d'un diario fitto di avvenimenti. Erano ben delineati, sottolineati dalla cronaca spietata e puntuale della realtà.Di tanto in tanto s'apriva un sogno. Di solito, i soliti e mi si perdoni il bisticcio, ma sono rimasti immutati. Sono sogni personali, riconducibili ad un certo perfezionismo affettivo estetico: immaginavo il mio compagno come l'uomo perfettamente speculare a me, una sorta di Dorian Gray intento a leggere, scrivere, disegnare o dipingere e restare, con me e come me, appeso a mezz'aria tra il personaggio e la persona. Oltre il confine delle umane miserie fatte di umori, d'animo e liquidi, ché l'umano materialmente animale mi ha sempre fatto un po' senso, così limitato, carnale, per nulla passionale, così preso com'è dal nulla tangibile. Corre, sbuffa, suda, ingoia, spreme. Una ridicola macchina che trova la sua nobiltà nel momento in cui sorride, gode e produce bellezza, si distacca quando vuole da un mondo che desidera l'immortalità attraverso la riproduzione, il potere, la miserevole follia sociale,quando la perfezione va invece cercata dentro di sé e nelle cose, create dalla parte migliore di noi, che "realizza", che "fa", che "comunica", ma non all'universo mondo, soltanto a chi sa entrare in sintonia.
A casa mia, libri per scapparci attraverso. Fuggire da tutto e tutti, per un mondo parallelo e totalmente mentale, perché mi irrita vedere ciò che ho pensato persino diventare cinema o teatro e morire tra le braccia dell'immagine che, invece, se c'è, è colma di sé. Non è la trasfigurazione che d'un concetto o d'un luogo. Non rappresenta, incarna. E' tronfia.
A casa mia i libri son sempre stati:
stanze;
porte;
nascondigli;
alberi;
tane;
schermi;
scudi
e mai ne ho finito uno senz'averne immediatamente un altro pronto, di riserva, chiuso, da leggere.
Ora s'accumulano, sul comodino, quelli stampati; altri invece m'invadono la testa aspettando che li scriva,perché non ho più come migliore amico il diario, da rileggere ogni giorno per fare il punto della situazione, sarà perché so che la situazione è di stallo, non si muove e forse è già morta.
Morta di noia ad aspettare che l'affresco sul soffitto della mente s'inveri e spariscano gli stolti e gli inutili, lasciando però di sé manciate di oggetti e servizi, il buono che l'umanità produce là dove ci conduce: alla fine del viaggio in cui sei stato non quanto hai amato, ma quel che sei stato amato ed allora spero, nel mio caso, conti più la qualità della quantità, ché l'amore altrui io proprio non l'ho cercato.Me ne stavo in poltrona a leggere, aspettando che arrivasse lo scrittore, magari a togliermi il libro d'avventure per dirmi: ecco qui, sono io l'avventura. Senza di me, nessuna storia. Allora credo che lo avrei amato.Peccato che, ora come ora, io ami soprattutto tutti autori già morti.
Io scrivo, e scrivo per me. Che il pubblico s'inginocchi e mi segua carponi, perché il passaggio è stretto, ma poi porta nel mio mondo e lì, attenzione, c'è uno spreco di tappeti, di dolci e profumi, ma lo spazio è minimo. Lo spazio è intimo, è un bozzolo illuminista di vanità occidentale dove Tu sarai un Re e Tu , chiaramente, la Sua Regina. Potrei invece trafiggervi. Scrivere storie in cui l'amore finisca in croce, ma sarei blasfema. L'unico grande Amore c'è chi l'ha già scritto in croce e scriveva da Dio. Finirei d'uccidere soltanto miseri uomini e donne ancor più misere, perché a queste metafore di boria soggette.
A casa mia libri, tanti e quadri. Paccottiglia.
Vuoti a perdere dell'Io.
Ed Io, che dire ancora?
E' stanco.
Inizia ballando una mazurka, tutt'allegria e banalità, si racconta con l'animo modesto ed ammiccante, in tono amicale e confidenziale,ma poi finisce sorvolando paludi, diventa un Chagall, s'anima di donne imbambolate ed idoli cornuti e sembra un'allucinazione, quando è invece la rovinosa realtà dei fatti.
Tu, Dorian, per non pensare al domani, vendi il ritratto. Servirà a non pensare ciò che sarà ed io, invece, resterò ad essere la lettrice in poltrona, ma in una scenetta ripetuta almeno quattro volte, in cui qualche buon enigmista possa individuare le differenze.
Io non sono una scrittrice, ma il quesito con la Susy.
Trova il pezzo della tua vita fuggita, è nascosto nel mercato sottostante di cineserie e poco lontano c'è la fermata del tram.
A casa mia, libri in cui c'è di tutto, da buone norme per coltivare i giacinti, a romanzi immortali per lettori caduchi.
A casa mia ci sono quadri, che mostrano una realtà immortalata nella sua pesante e matura bellezza, da chi resta fotografato invece, nella mia mente, nella consapevolezza della misura sempre più stretta del sogno. Non aveva mai venduto il *suo* ritratto.
Rossana Massa
Dedicato a mio padre e a Maria Strofa ( Carlo Berselli)