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Utente: flaviablog
Il 15 aprile 2006 il suo esordio su blog, comelarugiada, un blog evanescente, una scatola di pensieri che ancor oggi sopravvive in forma privata, nato nell'attesa di un intervento chirurgico. Nel febbraio 2007 nasce Carta scritta, per scrivere per diletto: racconti, recensioni, cronache. Per parlare di lettere ed immagini senza alcuna sovrastruttura ideologica. Questo è un blog ostinatamente in disparte e che non vuole essere di parte.

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sabato, 30 maggio 2009

Memorie di nebbia, selvatica e di corsa



Per quanto si tenti di addomesticarla, la Signorina resta selvatica, o non sarebbe un'alessandrina DOC, anche se non lo sembra, perché è misurata e persino timida. A noi non resta in gola neppure una parola. La diciamo in faccia con la rincorsa, poi, si sa, s'abbozza, il piemontese è falso e cortese. Avvezzo al bon ton. Se non avessi usato le posate, mio padre mi avrebbe tolto il piatto da davanti. Per mestiere, io, sorrido, ma anche perché mi riesce facilmente, perché sono consapevole di una cosa: ciò che conta veramente per ogni persona si calcola sulle dita di una mano. Cibo, amore, salute, serenità, affermazione ( ognuno rispetto a ciò a cui tiene  veramente e qui il ventaglio si spiega). Tutto ciò che vi s'insinua è contorto e non mi piace ed allora nessuno venga a raccontarmela, perché la Signorina diventa una furia. Chi più, chi meno, l'hanno assaggiata in tanti. Dove e se non reagisce è perché ha realizzato che non sia il caso, per tutta una serie di motivi.
Tra presentazioni in luoghi pubblici e privati, si corre.
Si va anche al Salone di Torino a conoscere amici e /o a prendere contatti.
S'incontrano persone che fanno sorridere di simpatia, che si stimano a vista, per lo spessore ed anche per lo sguardo pulito che hanno ed altre a cui invece molleresti un pugno in testa.
Si corre.
Si presentano anche altri scrittori o si presenzia alle presentazioni altrui, perché a volte vale proprio la pena. Si coinvolgono amici e conoscenti nel gioco.
E' il caso di Maria Teresa Valle, una giallista genovese, ( "La morte torna a settembre" e "Le tracce del lupo" ), con la quale abbiamo presentato all'aperto sotto un ombrellone,o di Matteo Gambaro  (" Avorio"), che sulla presentazione alessandrina ha creato un filmato sul suo sito.
Oggi, dopo Alessandria in tre sedi diverse,Asti, Novi Ligure, il libro sbarca in presentazione a Casale Monferrato e a Tortona.
Nella grande Torta andrò io, verso le diciotto e mi racconto, per la prima volta, da sola.

E' selvatica e, forse, è un anticipazione, morde. Se non lo farà lei, lo farà fare dalla Tirelli.



postato da: flaviablog alle ore 13:36 | link | commenti (10)
categorie: vita, massa, valle, memorie di nebbia selvatica, gambaro
martedì, 26 maggio 2009

Non Marquez, ma Marzullo


Insomma: non sarei io se vi dicessi che credo al vademecum di Marquez, sempre che sia tale, La Signorina più che rosa è fucsia. Molto di quanto elencato è  talmente  fasullo che non avrebbe potuto scriverlo neanche Sveva Casati  Modignani e neppure la Contessa Serbelloni Mazzanti Vien Dal Mare.

postato da: flaviablog alle ore 23:34 | link | commenti (2)
categorie: amore
lunedì, 25 maggio 2009

Gabriel Garcia Marquez, sarà vero quel che dice?

Tredici spunti per la vita
1. Ti amo non per chi sei ma per chi sono io quando sono con te.
2. Nessuna persona merita le tue lacrime, e chi le merita sicuramente non ti farà piangere.
3. Il fatto che una persona non ti ami come tu vorresti non vuol dire che non ti ami con tutta se stessa.
4. Un vero amico è chi ti prende per la mano e ti tocca il cuore.
5. Il peggior modo di sentire la mancanza di qualcuno è esserci seduto accanto e sapere che non l’avrai mai.
6. Non smettere mai di sorridere, nemmeno quando sei triste, perché non sai chi potrebbe innamorarsi del tuo sorriso.
7. Forse per il mondo sei solo una persona, ma per qualche persona sei tutto il mondo.
8. Non passare il tempo con qualcuno che non sia disposto a passarlo con te.
9. Forse Dio vuole che tu conosca molte persone sbagliate prima di conoscere la persona giusta, in modo che, quando finalmente la conoscerai, tu sappia essere grato.
10. Non piangere perché qualcosa finisce, sorridi perché è accaduta.
11. Ci sarà sempre chi ti critica, l’unica cosa da fare è continuare ad avere fiducia, stando attento a chi darai fiducia due volte.
12. Cambia in una persona migliore e assicurati di sapere bene chi sei prima di conoscere qualcun’altro e aspettarti che questa persona sappia chi sei.
13. Non sforzarti tanto, le cose migliori accadono quando meno te le aspetti.
TUTTO QUELLO CHE ACCADE, ACCADE PER UNA RAGIONE



postato da: flaviablog alle ore 23:54 | link | commenti (25)
categorie: amore, amicizia

Iniziativa su sinestetica

Sul blog di Gaja Cenciarelli si susseguiranno racconti ispirati ad una fotografia surreale ( o iperreale, a mio parere, tanto ricorda le suggestioni di Magritte).



http://www.sinestetica.net/





ASTRALE, TERZA A SINISTRA, di Silvia Ancordi
IL LAGO DELL'ABISSO, di Maria Gabriella Bartocci
LA DONNA VOLANTE, di Mario Bianco
IL ROVESCIO DELLA BUGIA, di Isabella Borghese
ALL'IMBRUNIRE, di Mario Borghi
LA CORNICE, di Greta Boschi
PUNTO DI SOSPENSIONE, di Cristina Bove
LA GAJA MUSA, di Andrea Bruni 
DI CREPACUORE, di Elisabetta Bucciarelli
LA FORMA DELLE COSE, di Eva Carriego
MADRE, di Alex Cartoni
IL DENTRO E IL FUORI
, di Melania Ceccarelli
QUANTE VOLTE, di Gaja Cenciarelli
LONTANO DA AKR CAAR, di Enzo Ciampi
IL PRIMO SBAGLIO, di Fabio Ciriachi
BIANCO E NOIR, di Gaia Conventi
AD SIDERA, di Anna Costalonga
TU COME TUTTE LE ALTRE, di Laura Costantini e Loredana Falcone
ICARA, di Domenica De Luise
STANZA BUIA, DOPPIA PORTA, di Cordula De Prey
IL MIO SOGNO, di Pasquale Esposito
ANGELO, di Cristiana Danila Formetta
LA CASSIERA, di Gemma Gaetani
LIBERTA', di Giovanna Giordani
IL FILO SPEZZATO, di Enrico Gregori
VOLO RADENTE, di Franz Krauspenhaar
L'ABITUDINE ALLE COSE, di Silvia Leonardi
IN PIENO, di Fiamma Lolli
MIGRANTI, di Andreina Lombardi Bom
L'ANGELO ESPLOSO, di Anna Mallamo/Mangino Brioches
IL RIPOSO, di Sabrina Manfredi
CERCHI SULL'ACQUA, di Carmine Mangone
SOGNO D'ESSERE NUDA,
di Rossana Massa
ANNETTE, di Nina Maroccolo
NON MI FERMERETE, di Massimo Maugeri 
UNTITLED (DIETRO I TUOI OCCHI), di Stefano Mazzoni
SOSPETTA INNOCENTE, di Isabella Moroni
NON SPERAVA, di Paola Pioppi
TREKKING ONIRICO, di Massimo Rainaldi
TORRE DI GUARDIA, di Giuseppe Selo
IN FONDO, di Francesca Serafini
SU UNA FOTO DI UELSMANN, di Marco Simonelli
CAROLINA, NO., di Carlo Sirotti
ANNIVERSARIO, di Simone Tempia
NEVE, di Lucia Tosi
JERRY, IO, E WIKIPEDIA, di Giusto N. Traina
SEMBRA UN TUFFO, di Chiara Valerio
FREDDO, di Monica Viola
GIRA LA FOTO, di Alessandro Zannoni
RITORNO, di Giovanna Zunica

postato da: flaviablog alle ore 08:41 | link | commenti (1)
categorie: racconto, scrittura
venerdì, 22 maggio 2009

La Signorina



c'è.

La vita non ha alcun senso.
Non cercate di dargliene uno.

postato da: flaviablog alle ore 00:55 | link | commenti (10)
categorie:
domenica, 10 maggio 2009

Per la festa della mamma

Mia madre aveva "fatto" soltanto la quinta elementare ed era andata a lavorare a 12 anni, nell'opulento nord ovest. Era stata una ragazzina molto vivace, un maschiaccio, tanto che era sconvolta, quand'ero bambina, dal fatto di avere una figlia che, se andava a giocare con i calzini bianchi...sarebbe tornata a casa con i calzini ancora bianchi, soltanto un po' più spettinata. Mia madre s'era fatta bocciare in seconda elementare, perché rideva guardando il maestro, che aveva, nel bel mezzo della pelata, un ciuffetto ribelle ed improbabile. Mia madre preadolescente scavalcava d'un salto il recinto di legno dei balli a palchetto, perché non aveva il permesso di entrare, essendo ancora giovane, anche se, essendo formosa, non aveva più il fisico da bambina. Amava ballare. La vita la costrinse sempre in un contesto di sacrificio e rinuncia, per motivi economici. Sposò l'amore e accoppiò la fame con la sete, perché mio padre era più povero dei gatti del Colosseo. Poveri, ma belli e sfortunati. Piuttosto presto la morte, laggiù o lassù li ha portati. Mia madre aveva gli occhi grigioazzurri, come i miei, ed i capelli neri. Non voleva che io le assomigliassi nemmeno un po', perché riteneva che mio padre fosse il genio di casa e da lei non ci fosse nulla da imparare. Si dava della sciocca, e intanto leggeva Kundera.
L'ultimo libro che lesse fu "L'insostenibile leggerezza dell'essere" e poi mi disse: oddio, è tutto vero!
Mia madre non mi forzò mai al matrimonio né mi disse mai che desiderava essere nonna. Mi spinse al lavoro. Soltanto nel lavoro, lei che avrebbe fatto volentieri la casalinga ed invece era coadiuvante di mio padre,vedeva l'emancipazione femminile. Prima poter mettere il *tuo* pane in tavola.Prima, questo! Nell'opulento nord del sacrificio e delle rinunce. Del nord del benessere sudato lacrime e sangue.
Mia madre morì sognando un gelato. L'ultimo desiderio che non fu accontentato.

postato da: flaviablog alle ore 22:17 | link | commenti (22)
categorie: amore, vita, racconto, massa, affetto
venerdì, 08 maggio 2009

Sono stata a Torino, per cose mie, riconoscendola soltanto un po', ci mancavo da tanto tanto tempo. Abitai anche per breve tempo, a Torino, ma poi tornai ad esser pendolare, costava troppo mantenermi a studiare nel capoluogo di regione. Torino mi apparve allora grande e ricca, troppo. Da buona provinciale, m'innamorai all'istante di tutto ciò che non si poteva avere, a partire dalla merce esposta nelle vetrine di Via Roma e dintorni. Torino era regale, ma aveva il gusto acido della nobiltà decaduta, bastava un'occhiata ai suoi cortili e la realtà povera s'apriva fetida davanti agli occhi. Ordinato e modesto tutto ciò che invece portava in periferia, ma di qualità data dallo spazio. Augusta , mai angusta. Di Torino colpisce lo spazio, è una città ariosa. Ha per corona le montagne e si vive sotto certi cieli talmente azzurri da far dimenticare che fu città industriale, in primo luogo.
Ora è bella, più bella che pria, città turistica. Ora è infingarda più di prima, che di criminalità ne ha sempre nutrita tanta e basta circolare in certe zone che i ceffi si fanno brutti e tanto, ma Torino resta una Madama di classe. Anche nel mio libro chiamo Torino con l'appellativo di Signora, perché se a Genova, in un caos che non mi piace , ma per fortuna si disperde in lunghezza, le bellezze sono ben celate, bisogna scoprirle, Torino è un ritratto di Gran Donna in posa. Genova è Superba? Torino è Regale ed io in mezzo, a chiedermi che roba padana io sia, tra tanta maestosità.
Faccio gli affari miei, incontro un paio di scrittori e un editore, poi decido d'andare al Museo Egizio, sola, che ho quest'insana mania di gustarmi alcune cose di più se non ho distrazioni. Ebbene, è faticosa, la cosa.
La coda si smaltisce presto, Torino è piemontese, bene organizzata.
Alla cassa nessun'altra attesa ( sono aperti due celeri sportelli) e mi muovo tra due egittologhe che guidano due comitive di bergamaschi e bergafemmine.
Tutto bello, in parte già conosciuto, molto più seducente, (due cappelle però io le farei rifare, dal Ferretti, ché sembrano proprio due cappelle da morto...), lo statuario è maestoso, come la civiltà che ci fa conoscere e di cui i Romani distrussero le influenze con metodo, per scordare quanto Cleopatra fosse stata importante anche a Roma e non soltanto per le doti fisiche. I Romani vollero essere figli dei Greci, così che ci portiamo appresso un rispetto spesso esagerato per la cultura greca, nel mentre poco sappiamo della profonda, materiale, terrena, maestosa, elegante,colta ,civiltà egizia.
Nel mio album c'è un po' di tutto e un po' di niente. Mi son ritrovata, nella prima sala, d'ingresso, ad osservare una mummia, d'epoca molto antica, quando ancora si parlava di mummificazione naturale, causata dal clima. Rannicchiata. Sotto vetro. Tutti ad osservarla. Uomini, donne, bambini masticanti. Tutti a tempestare il morto con telefonino fotografante e macchina fotografica.
Anch'io.
Ebbene: mi è parso che si rannicchiasse ancor di più.
Allora mi son chiesta: il rispetto per la morte è una questione di tempo?
Se il morto è antico è un oggetto?
Mi sono vergognata, ho cancellato le fotografie.
A maggior ragione non ho fotografato le vere e proprie mummie. Non ho fotografato quel tentativo estremo di preservare il corpo, esaltarlo, magnificarlo, conservarlo. Mi è sembrato tenero e dolente.
Tante mummie ho visto, foto nessuna. Ho guardato invece dalla finestra e fotografato quel che si vedeva da lì.
Io resto io, ovunque vada, con i miei principi.
Il male non mi piace.
Ne sono attratta ma non mi seduce.
Un tempo pensavo d'essere fatta di neve e che mi si potesse sporcare.
Ora penso invece d'essere di cristallo.
Se mi si contamina, poi scivola tutto, scivola via.
E' invece scivolata davvero addosso l'acqua minerale rovesciata da una cameriera del caval ad brons an piassa San Carlo lungo la schiena di una signora, al bar, per l'appunto.
Le ha bagnato camicetta, gonna, per giungere a spargersi grandiosa sul cuscino.
La biondina, manco una piega. E' di una generazione a cui non è stato insegnato a chiedere scusa. A dire il vero non è stato neppure insegnato quanto sa di sale lo pane altrui, specie se guadagnato lavorando. Sbagliato. Società trasgressiva? Società di maleducati.
Ho bevuto un tè, mangiando pasticcini.
Pensando che, per indossare una livrea ci vuole un po' più d'eleganza, quella che nasce dall'umiltà di scegliere di far bene il proprio lavoro qualunque sia e... testa bassa, la si può alzare soltanto quando si abbia la certezza d'essere *bravi*. Ma si sa, io sono una bacchettona.

postato da: flaviablog alle ore 22:54 | link | commenti (6)
categorie: vita, divagazioni, torino, affetto

Ho fatto pace

 
con Bacci Pagano. Gli voglio bene :-) e come ho letto d'un fiato "La Creuza degli ulivi", come non finire "Maccaia"? Paolo Conte docet.Le atmosfere, contano.

postato da: flaviablog alle ore 00:43 | link | commenti (4)
categorie: romanzo, morchio, frilli
lunedì, 04 maggio 2009

Sono razzista?


 Sabato, in viaggio verso Torino, per accordi per la presentazione del libro e per visitare il Museo Egizio nel nuovo allestimento, mi sono portata non "La casa del Comandante" di Valerio Varesi, che sto leggendo e che amo per le sue atmosfere nebbiose, della Bassa padana e per i suoi spaccati amorevoli o crudi, ma Bruno Morchio: " Maccaia", anche se era curioso leggere di Liguria in giallo, una volta tanto che vado in direzione opposta. Il romanzo inizia con la descrizione d'un caffè che sale e gorgoglia di primo mattino da sentirlo già in bocca, in gola, aspirando a piene narici uno dei profumi più invitanti esistenti...procedendo nella lettura però leggo che Bacci Pagano, l'investigatore di Morchio, ha un solo accappatoio, rosso ed in quel capo si sono avvicendate donne diverse come s'addice, nella narrativa e soltanto in quella,perché nella realtà credo che le cose siano molto più limitate e meno teatrali e negli accappatoi si muova il single, da solo appunto, con qualche rara escursione del capo in compagnia femminile, se non c'è più che una fidanzata, perché, diciamocelo, se uno non è più che bellissimo o ha il portafogli a fisarmonica, il suo accappatoio resta appeso al chiodo, come il trombone in disuso di zio Paperone...

Insomma: in quello di Bacci Pagano ci entra e ci esce velocemente tanta roba femminile disponibile, e la colf guarda e non commenta ( è il suo lavoro, tacere con il padrone per poi sparlarne in giro, ovvio). La colf invece, bellissima donna di colore, che fa? Chiede al nostro se porta mutande e poi, scoprendo che non lo fa, si serve.
Nel più ovvio rituale sulla serva, insomma.

Cosa che sottolinea lo scarso rispetto per la categoria delle donne di servizio, ma sorvoliamo.
O meglio: qui ci fermiamo. Bacci Pagano ( e non Bruno Morchio, non confondo lo scrittore con il personaggio) si fa tutto quello che gli piace compresa la colf di colore, con un certo gusto.
Mi chiedo: non è un aspetto dell'immigrazione da trascurare. La varietà dell'offerta sessuale. Non per nulla la prostituzione ha visto, in quest'ultimo decennio, ampliare l'offerta. In tutti i sensi.

Ebbene: mi si linci pure.
Io non sono attratta fisicamente da nessun uomo che non sia della mia etnia. Qualcosa mi trattiene. Paura della diversità, diffidenza, incapacità di rapportarmi a qualcuno di profondamente sconosciuto. Ciò non ha nulla a che fare con l'apprezzamento o meno dell'operato di chi non conosco. Parlo di sensazioni "a pelle". Io non necessito di sperimentare, devo *conoscere, stimare, apprezzare, capire*, di conseguenza nulla è più lontano da me come il vagheggiare possibili incontri sessuali con chi è differente per sembianze, pur essendo una donna che bada moltissimo al lato estetico maschile.
Temo un aspetto, maschile, che può far vedere con occhi diversi l'immigrazione selvaggia: una garanzia di varietà di scelta. Etnica, fisica, di mentalità, di soggezione, di povertà. Più donne, per potere esercitare maggiore potere e tornare a scegliere come non poteva da almeno un ventennio, grazie all'emancipazione delle donna locale.
E allora la cosa, mi spiace, ma non mi va. E Bacci Pagano per ora resta a pag. 20. Mi spiace.

postato da: flaviablog alle ore 10:03 | link | commenti (33)
categorie: donne, vita, uomini, attualità, morchio
venerdì, 01 maggio 2009

Primo Maggio ( elegia e orazione funebre sul lavoro)

Che ci piaccia o no, è il perno attorno al quale ruota la nostra vita. E' stato l'obiettivo da raggiungere o la necessità su cui ripiegare. Croce e delizia dei nostri giorni. Ieri guardavo la graduatoria, sul posto di lavoro, in bacheca. Sono la seconda ed ho un ricordo netto di quando ero in fondo alla lista e sussultavo all'idea di essere perdente posto. Ero giovane ed ora, lo sono ancora rispetto all'anzianità di servizio. Ho 32 anni di servizio attivo, quasi 33 e soltanto 54 anni. Al giorno d'oggi è quasi eclatante che si spenda una vita sul lavoro, ma non è così. Nell'opulento nord, gente della mia leva iniziò a lavorare ancor prima di me, a 14 anni, smessi appena i calzoni corti se maschio o i calzettoni, se femmina. Sinceramente non avevo intenzione di cominciare a lavorare così presto, ma abbozzai, in primo luogo c'erano due necessità: non essere di peso alla famiglia ed avere sempre e comunque chiaro il mio concetto d'indipendenza, che non è mai tale se non si è in grado di provvedere a sé stessi.Qualsiasi sia la scelta che si faccia: restare a casa, nel contesto del nucleo primigenio o meno, andarsene, voltare pagina, volare.
Il lavoro è necessità primaria di assumere un ruolo sociale che, per fortuna, non è l'unico. Diffido di chi s'identifica totalmente nel/col lavoro che fa, mi pare persona sostanzialmente povera di spirito. Mi piace chi spazia, chi ha altri interessi, idee, orizzonti, ed infine fa confluire in ciò che fa la ricchezza della sua vita interiore e pratica. In 32 anni, quasi 33, mi sono arrabattata tra attività parallele: la moda, in gioventù; la pittura, alla quale sono stata avviata per tradizione di famiglia; la politica, perché appartengo, e lo dico con dolore, alla generazione ( alla leva...?) per cui "libertà è partecipazione"; la scrittura, che è stata il potentissimo mezzo di riscatto dalla vita stessa per tutta la mia esistenza, accompagnata ad una robusta ed incessante attività di lettrice;c'è stata persino una breve parentesi teatrale ( e chi lo direbbe? Non amo la comunicazione plateale, ma ho imparato l'arte e l'ho messa da parte).
Il lavoro è diventato tutto e di più, nella vita di molti. Sono restati o andati affetti ed amori, quello, è restato. Ancora o condanna biblica che sia, ma a questo proposito mi pongo un interrogativo: non è che, in alcuni casi, non abbiamo anteposto l'attività all'affettività, per denaro o per necessità? Taluni per soldi: sì, un lavoro di prestigio rende, al portafogli e all'immagine; altri perché una volta legati al carro, non hanno potuto abbandonarlo, anteponendo l'attività lavorativa a tutto il resto, che è stato messo da parte, confinato, spinto agli angoli del ring della vita. Ne è risultata una società di lavoratori, che sono perfetti o quasi nell'ambito attivo, ma che restano irrisolti sul piano personale. Non hanno un compagno/a, o ne hanni avuti troppi/troppe. Non sono stati in grado di mantenersi saldi intorno ai propri affetti, perché il lavoro era prioritario e, tutto sommato, più semplice. E' più facile adeguarsi, anche se spesso obtorto collo, a ciò che la società organizzata pretende da noi, di quanto non richiedano invece esercizi complessi come la fedeltà, la perseveranza, la costanza, la tenacia in amore.
Infine ultimi e veramente ultimi coloro i quali non si sono dimostrati saldi in nulla: né sul lavoro né negli amori , perché la serietà nella vita richiede troppa fatica.
Ed allora per questa gente  piove sempre, qualsiasi governo ci sia.
Sono pessimi maestri ideologici, nichilisti simpatici, manichini ammantati d'un anarchismo che, nei fatti, ha soltanto un nome: disimpegno.

postato da: flaviablog alle ore 11:11 | link | commenti (8)
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