Ristampato, steso in stile dialogante, perché diario " di ringhiera", com'è stato descritto, resta, perché è questo ciò che vuole narrare: come due generazioni di poveri hanno lottato, seguendo la lezione gramsciana dell'affrancarsi attraverso le parole ( non si può combattere un padrone "che ne sa sempre di più")per diventare da proletari a piccolo-borghesi, per tornare al punto di partenza, ma come usa oggi: patinati, tanto da non sembrare dei semplici, senza risorse. Inizialmente d'una moralità cristallina , perché quando si è poveri non c'è scelta: o si sceglie il baratro e la bruttura, oppure si lotta in direzione dell'avanzamento sociale e morale, disprezzando quelle mollezze a cui, sotto sotto, si aspira , cioè essere avvolti dal vento caldo e rassicurante della borghesia, per corrotta che sia, così che nel corso dei decenni chi nacque timoroso o di Dio, o del giudizio degli uomini, imparò a concedersi qualche stramberia volgare da "ricchi". Sguazzò nel tradimento, nelle trasgressioni, nel gioco ambiguo delle parti, ma, dopo aver fatto tanto l'imbecille in privato approdò a comportarsi scorrettamente anche nella gestione pubblica e s'accorse con orrore, ma già si era negli Anni Novanta, d'aver raggiunto il Benessere e la corruzione che spesso trascina con sé. La Rivoluzione, diceva Mao, dev'essere un processo permanente. Aveva ragione, è un buon concetto. Dobbiamo applicarlo ogni giorno a noi stessi e "rivoluzionarci" un tantino, dì per dì, tenendo ben ferme le radici ad un suolo saldo: quello dei nostri principi.
Purtroppo, si sa, ogni principio ha una fine. Ognuno di noi sa bene di quale peccato è solito macchiarsi, quali siano le sue debolezze ed è bello poter narrare e narrarsi con sincerità. Ecco ciò che non mi manca: la vergogna.
Io non temo raccontarmi. Io spiattello la mia verità sulla storia della mia città e del Paese ed i miei personaggi siete Voi, proprio Voi, quelli che s'incontrano ogni giorno per strada e non sono né particolarmente importanti e riusciti, ma neppure d'una disgrazia talmente pittoresca da far storcere la bocca a culo di gallina a chi ama immensamente la miseria altrui. C'è dignità, ci sono pettegolezzi e c'è un po' di ghigno sarcastico come un pizzico d'ironia elegante. Entrambi stan bene a condire il vissuto quotidiano, dove non succede NIENTE, se non la VITA.
Io scrivo di nulla. Io scrivo di come l'Italia sia arrivata a noi dagli Anni Venti ad ora in un luogo grigio e provinciale. I miei personaggi sono il niente e personaggio sono anch'io, perché il libro è un DIARIO; un "Amarcord", un com'eravamo padano, che sa di biciclette nella nebbia.
Io parlo di gite al fiume, di vita di ringhiera, di desideri della gente degli Anni Sessanta e della grande Illusione che comportò, degli Anni di piombo ed il loro aspetto idealista quanto di quello frivolo. Parlo di vecchie 1100 e di lambrette, del DDT e dei primi buondì,dell'hully gully e di Lucio Battisti, di femminismo e d'anarchia, di politica e religione,di minigonne e di mascara, ma anche d'amore intenso e morte fosca ( ben difficile separarli, tanto si tengono stretti), di corna e funerali ridanciani, di lacrime e disperazione.
Il tutto avvolto nel caratteraccio chiuso ed umorale dei miei concittadini,che di tanto sbotta a sfottere o abbracciare come gli va e come gli pare, per questo parlo più facilmente a chi vive nelle città di pianura, dove non si vede a un passo, ma chi va lo fa a ritrovar sé stesso.
"Memorie di nebbia selvatica" è di nuovo in giro ed in libreria ed io con lui, dove andrò a scortarlo.
sedizioni, 2008, Milano, euro 12,50