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Utente: flaviablog
Il 15 aprile 2006 il suo esordio su blog, comelarugiada, un blog evanescente, una scatola di pensieri che ancor oggi sopravvive in forma privata, nato nell'attesa di un intervento chirurgico. Nel febbraio 2007 nasce Carta scritta, per scrivere per diletto: racconti, recensioni, cronache. Per parlare di lettere ed immagini senza alcuna sovrastruttura ideologica. Questo è un blog ostinatamente in disparte e che non vuole essere di parte.

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lunedì, 30 marzo 2009

La Vedova Tirelli di Rossana Massa

LA VEDOVA TIRELLI

Certo che questo ha impiegato più tempo ad andarsene. Non beveva, non fumava, Tirelli, era un orologio svizzero nelle abitudini…eppure è lì, disteso in una bara foderata di raso tinta champagne. Dritto all’altro mondo in Caraceni,con la cravatta Marinella. Quasi bello, con il viso ben truccato dagli esperti in cari estinti, sicuramente tra i migliori incontrati in decenni d’onorata carriera vedovile. Il morto è il settimo marito, italiano, come il primo, del resto, duecento anni fa, anche se la storia fu molto diversa.

Allora ero una damina tutta svenevolezze, altri tempi! Il mio sposo era un signorotto che mi aveva acquistato come una vacca al mercato del bestiame e mio padre s’era liberato volentieri di una ragazza fragile, una bambola incapace, vezzeggiata dalle fantesche, figlia unica di madre morta giovane e sepolta, dove fiorivano gardenie.

A quei tempi andavo a sedermi sul prato accanto alla tomba d’Ermengarda, infatti, chiedendomi come si potesse morir di parto con delle gote così rosse e floride, come apparivano nel gran ritratto sopra la mensola del camino, i cui occhi mi seguivano con movimenti impercettibili da uno sguardo disattento. Io invece n’ero consapevole, sapevo che mia madre aveva il controllo d’ogni mio passo reale e virtuale. Quando rimasi incinta di mio marito, anziano ma sano e vorace di bellezze, il medico fu onesto e chiaro: ha fianchi così stretti che non sopravviverà al parto. Condannata, come mia madre. Eraldo restò cupo alcuni giorni, poi trovò distrazione tra le braccia della mia cameriera personale, florida ragazza di campagna, appetitosa,ben propensa a consolarlo di una vedovanza annunciata. A me risultava gravoso muovermi, pesante, di stanza in stanza, sotto lo sguardo vigile e triste di mia madre, da cui avevo ereditato uguale fragilità. Al sesto mese mio figlio nacque in anticipo, morto e nella stessa notte si spense Eraldo, che un colpo apoplettico portò via, mentre la serva urlava nuda, correndo per le scale. Le era morto addosso in un rantolo d’orgasmo e dolore. Piansi tutte le mie lacrime, ma il giorno in cui riuscii nuovamente a guardarmi allo specchio ero sola, ricca, e, cosa strana, con un volto che non mostrava il minimo segno di stanchezza, come se fosse immobile in un perenne ritratto di ventenne, nel mentre mia madre riprendeva fiera a fissare il salone dalla mensola del caminetto.

Passarono vent’anni ed io restavo tale e quale, passeggiando fra tre tombe, nel mentre le gardenie fiorivano, sempre più belle. Quando tentai di tagliarmi le vene, ne uscì un vago profumo di gardenia. Ero immortale, come il ritratto che imperioso dominava casa.

Cominciai a viaggiare e ripresi a vivere, per il mondo. Nuovi Paesi, amori e vedovanze. Nuovi Paesi, stesse morti e grandi patrimoni contribuirono a rendere cospicuo il mio.

Mi aggiusto la riga sulle calze, perché disegni il polpaccio. Sistemo la gonna, affinché lo spacco centri la falcata decisa sugli esili tacchi. Indosso il pullover accollato, grigio perla, ché il lutto intero è poco elegante, indosso giacca e cappello con veletta e fingo di baciare il caro estinto, che qui mi ha riportato, sotto il mio campanile. Lo accompagnerò alla chiesa dove si celebrarono matrimoni e funerali antichi. Mi siederò nei banchi dove sedette mia madre, giovane sposa dalle guance rosa. Sono stanca. La mia immortalità mi obbliga a tenere il conto meticoloso di troppe morti, ed è inutile che ci si dibatta per evitare la sua falce. Io vedo nell’occhio, che scoppia di desiderio e salute, già la palpebra socchiusa sullo sguardo vitreo ed ognuno mi pare già nient’altro che un morto, quale dovrà essere fin dal giorno in cui mi mostra tutta la sua caduca virilità. Sono ragioniera della morte.

-         Contessa, che piacere rivederla!

E' Giussani, commercialista. Gli fa gola il mio patrimonio e forse non è indifferente al bordo di pizzo dell’autoreggente che occhieggia appena dallo spacco. Mi fissa, ma non in viso, non credo sappia neppure di che colore io abbia gli occhi, perché è certo che guarda le tette, è così da duecento anni in qua. Nessuno ascolta le mie parole, se il petto respira con movimento ritmico, alzando ed abbassando seta o lana. Lì guardano, tutti. Affondano già la testa, con la mente, tra i miei seni.

Tutti tranne Marcel.

Ah, Marcel, il giardiniere…

Invano pensai di intrecciare il tuo destino al mio, chiedendoti di volgere uno sguardo fiducioso al gran ritratto di sì mirabile madre, per scongiurarla di abbracciare la mia figura e la tua in un unico destino. Marcel, re di gardenie. Non mi amasti Marcel, invaghito dello stalliere. Piansi, accasciata sul tappeto, nel salone del camino e una carrozza ti travolse, lì sul viale di casa.

-         Giussani, mio caro!

Lo attraggo a me, perché senta il profumo di gardenia.

Lui aspira, serra gli occhi e li riapre senza fissarmi in volto e sosta premendo un attimo sul petto di questa giovane vedova, così ricca, così sola, così bella.

- Contessa, conti su di me per ogni necessità pratica…

     - Conterò, caro Giussani, terrò conto, anche di Lei.


Rossana Massa ( in Tirelli?)


postato da: flaviablog alle ore 23:17 | link | commenti (35)
categorie: racconto, web , blog, massa, blogger
domenica, 22 marzo 2009

Ho scritto un racconto per Cristina Bove

Scrivendolo mi sono rilassata e divertita e , alla fine, mi son detta: è una perfetta vanzinata, mi piace!

S' intitola "UN RACCONTO PER DUE"

                                   cliccare    QUI

postato da: flaviablog alle ore 11:31 | link | commenti (29)
categorie: vita, racconto, amicizia, scrittura
sabato, 21 marzo 2009

Recensione di Enzo Armando

E' comparsa il 18 marzo 2009 nelle pagine astigiane de "La Stampa", nel settore cultura & spettacoli, anche se io non sono né l'una né gli altri.
Nel testo si dice che i miei sono "racconti di ringhiera" ed in parte è vero ; che ricostruisco la storia dei costumi locali ( ed italici) attraverso l'autobiografia dal dopoguerra ad oggi ( mi sembra un complimentone); si dice che faccio un'analisi politica del passaggio dalla sinistra del PCI ( partito/chiesa) al "litigioso Pd attuale", ma io non ho di queste pretese. Si dice che c'è autoironia ed è cosa vera, anche se a volte, rileggendo, il libro mi pare scritto da Tafazzi.
Si fa riferimento al Tanaro, ma non si dice che sono TANTO SENTIMENTALE.

Voi credeteci, perché è vero.
Oggi c'è ad Asti la presentazione. Preferirei lavare le scale del mio condominio. Io sono timida.E' che oggi lo scrittore, per sopperire ai problemi di distribuzione, deve fare l'oratore, se può il cabarettista o perlomeno il presenzialista.
Io scrivo e parlo già fin troppo per lavoro. Io non sono capace di fare il personaggio che si recita addosso. E risposte, tra l'altro, non ne ho. Non avrei scritto un libro che ricuce la storia mia e altrui in un abbraccio lungo un secolo di dubbi. In libro è esaurito, però. Ho giusto poche copie. Siamo alla ristampa, corretta, spero di aver fatto attenzione, è che l'emozione mi gioca tiri mancini e divento astigmatica e all'improvviso quel che ho scritto cambia riga ( ho suggerito  anche una correzione al rigo 36, che NON C'E', perché la pagina si ferma prima) o addirittura svolazza per la stanza, insomma.

recensione La Stampa 18 marzo 2009

postato da: flaviablog alle ore 08:15 | link | commenti (26)
categorie:
mercoledì, 18 marzo 2009

La Signorina è perplessa

La Signorina rifletteva, la scorsa settimana, in un bel bar, seduta su una poltrona di pelle rossa, anche se storcendo il naso davanti ad un the servito in un bicchiere con il manico: eccomi approdata su Facebook, la piattaforma che socializza e ti permette di riallacciare i rapporti con tutte le persone da cui sei fuggito anni addietro e ti ricorda anche il perché. Ognuno di noi colleziona vite, le mette a strati una sull'altra e, perlomeno per quanto mi riguarda, l'una con l'altra hanno punti in comune zero.Non ho conservato in età adulta amici d'infanzia, non ho avuto due morosi dello stesso ambiente e a a dire il vero neppure dello stesso paese o città. Mi sono scrollata di dosso il conservatorio che mi stava stretto da ragazza, pur amando molto i miei compagni di scuola ( e lo stesso Isituto Magistrale locale) ho mantenuto rapporti migliori con i professori, alcuni, che non con i coetanei. Ogni hobby... un contesto completamente diverso.

Ogni impegno serio un ambito di riferimento totalmente differente. Io ho zigzagato. Conosco di vista molti o conosco chi conosce qualcun altro. La città è piccola, la rete è fitta e chiamiamo amici chi ci era amico, ma ha trascorso dieci anni della sua vita all'oscuro della tua.Estranei molto affezionati al passato.


Sarebbe giusto chiamarli conoscenti. Gli amici ti conoscono intimamente, sanno chi sei, ora e adesso.
La Signorina tuttavia si accorge che pur essendo un tipo radicato e ben fermo a casa sua ( più di una volta ha pensato di mollare tutto ed andare a vivere nel genovese... e poi ci ha ripensato), troppe volte ha tagliato di netto e se n'è andata, cambiando radicalmente vita. La Signorina è Infedele senza tradimenti, tanto che si chiede come faccia invece ad essere tutto sommato stabile nelle relazioni affettive, ficcandosi qualcuno testardamente in testa per anni. Sarà che la Signorina non s'innamora né dei luoghi né delle loro lusinghe e comodità, perché la Signorina non miagola, abbaia ed è felice soltanto dove valga la pena accucciarsi con qualcuno. La signorina di tanto in tanto disconosce anche se stessa e cambia: è tornata bionda ed ha tirato via dieci centimetri di capelli. Ieri, tanto che non è neppure più l'ultima faccia sul libro che ha messo.

La Signorina ha preso atto che c'è chi propaganda cose e chi idee e gli artisti se stessi.
Non vuole essere da meno, lei è sempre stata la *sua* luna, il *suo* satellite e chi la conosce lo sa. Da un pezzo, ma di tanto in tanto qualcuno s'illude che lei diventi sua fan.E' come chiedere al sole di ruotare intorno alla terra, ma non perché La Signorina sia il Sole. Non è neppure un astro, non  è che vaga insignificante polvere d'Universo.

                                                              Ma le piace far tossire.
E non ruota. Non gravita. Sta lì, ingombrante ed inutile tra una faccia e l'altra, ma da molto prima che inventassero una piattaforma, comprese quelle contrattuali.


postato da: flaviablog alle ore 21:42 | link | commenti (32)
categorie: web , amicizia
sabato, 14 marzo 2009

Donne perdute

Mi sono persa due delle mie donne.
Trattasi di eroine di romanzo e di romanzi prestati, che non sono mai tornati, sono piaciute a chi le ho passate o, forse, chissà, si sono offese.

Le mie donne perdute sono Marianna Ucria di Dacia Maraini e Tosca dei gatti, di Gina Lagorio. Diversissime, eppure le ho amate entrambe.

La prima, la "mutola" è una nobildonna che, non potendo parlare, scrive. Scrive ...e scrive e scrivendo, s'affranca, madre di tutte le penne che hanno aiutato a crescere, a superare un dolore, a spiccare il volo. Marianna bambina assiste con il padre ad un'esecuzione capitale ed il trauma subìto le frena per sempre la parola. Andrà, aristocratica sposa, ad un marito di lignaggio rispettabile, in un rapporto prolifico di figli ( uno sarà il  delicato prediletto, il signoretto...), ma povero di sentimento e comunicazione ( e non soltanto perché lei è muta). Buona osservatrice, le sue parole scritte descriveranno minutamente tutta una realtà che sa vedere, ascoltare, con attenzione soppesando e maturando un mondo a sé, ribelle ed elegante, come il suo silenzioso incedere nella realtà. Marianna tutto vedrà ed annoterà paziente, anche l'Amore, quando lo incontrerà, seppure a suo modo. Di parola scritta franca, manterrà sopito in sé il grido, il primo, che l'ha...orbata della voce.

Tosca è una donna povera, sola, che vive, con un gatto, in una zona di mare. Uno di quei posti liguri dove si va in vacanza, dove tutto costa, a volte, più che a casa e c'è tanta gente che se la sfanga come può, in mezzo all'allegria altrui. Passa incolore tra il lusso, lo sfarzo, o semplicemente la serena aria festaiola di poche ferie. Lei al mare va nelle ore in cui non ci sono più turisti e villeggianti e ricorda tempi migliori, speranze ed amori perduti e si chiude nel silenzio degli afflitti, di chi si sente in qualche modo fallito. S'occupa di gatti raminghi e soli, come lei.

Incontra un uomo,s'annusano, si sentono affini e si amano, ma  lui non è libero
e Tosca, gattara già poco simpatica alle beghine, diviene un facile bersaglio da colpire, perché debole, nell'unico affetto che gli è realmente permesso, il suo gatto.

Ecco, ho perso Marianna e Tosca e m'aggiro con il rimpianto della perdita, perché non posso sfogliare le loro vite, così come si sfogliano le margherite e penso a quante volte il dolore mi ha fatta ammutolire, per anni e a quante volte mi è sembrato che il destino si accanisse contro il poco, se quel poco cercavo di preservare dall'umana follia delle vanità, ma come Marianna io non ho mai smesso di scrivere la vita.

postato da: flaviablog alle ore 13:32 | link | commenti (42)
categorie: libri, racconto, interiorità, maraini, lagorio
domenica, 08 marzo 2009

Il giallo che avanza

Anni fa non c'era fine settimana che non passassi in Liguria. Se non trascorrevo un paio di giorni, per motivi logistici miei ( ho sempre avuto almeno un cane), perlomeno facevo un salto al sabato, anche soltanto per un giro in centro Genova, per una mostra, per poi andare a Pegli, a Nervi o in un comunello qualsiasi del Levante ( anche per questo tra i giallisti prediligo Bruno Morchio) genovese. La costa è rocciosa e le passeggiate suggestive,la collina e la montagna incombono alle spalle, per cui basta voltare la schiena al mare e si para davanti un muro di verde, intenso o brullo.
Mi piaceva una certa pasticceria sul mare di Bogliasco, rinomatissima e a ragione, ma un giorno continuai la passeggiata verso Pieve Ligure. Fu allora che vidi avanzare la collina gialla verso di me, come la foresta nel Macbeth, una distesa di mimosa.Una marea giallo intenso, inarrestabile. Il profumo si spandeva fino al mare, a fondersi.
Era in piena fioritura invernale, quando dalle mie parti invece non c'era ancora neppure una gemma sugli alberi spogli del grigiore padano.
Libera, tranquilla, serena, mi misi su una panchina di cui posizionai il sedile volgendo le spalle al mare. Avevo, ricordo, un cappotto grigio. Vestivo "da viaggio": cappotto ,sciarpone, tailleur pantaloni con scarpa maschile. Comoda. Posai la tracolla sulla panca ed incrociai le braccia. Ero lì, senza legami né impegni, a guardare , a mia scelta, il mare. Spendendo soldi miei senza dover rendere conto a nessuno, cellulare a portata di mano per cercare, all'occorrenza, amici genovesi con cui condividere un aperitivo e niente sopra di me che non fosse il cielo ( come nella morale kantiana).
La foresta gialla avanzava gentile ma forte ( impossibile non venirne turbati dal colore e dal profumo) verso di me ed ai miei occhi simboleggiava la lotta per la libertà dai ruoli omologati. Da quello di madre che non mi è mai interessato, a quello di moglie, che invece avrei ricoperto volentieri ma a modo mio con un uomo forte e gentile, a tutti gli altri più o meno imposti ( dal lavoro di cura di persone, casa, cose a quello di passatempo sessuale per fessi annoiati; dal fare la crocerossina come se lenire la sofferenza fosse insito nella natura femminile ,al maneggiare teglie/pentolini/pannolini). Soltanto due generazioni prima a mio nonno, al cospetto di un parto difficile della moglie,   si chiedeva se preferisse viva la moglie o vivo l'erede. Decisione suprema che spettava al maschio. Soltanto una generazione prima mia madre aveva rinunciato al *suo* lavoro per coadiuvare il marito nel suo, che sopportò odiandolo, una vita. Non indipendente economicamente, pur lavorando e cercando di sobbarcarsi più ruoli, perché l'emancipazione grazie a cultura ed impiego non ha mai implicato potersi disfare del ruolo precedente, se non pesando sulle altre donne ( madri, suocere, badanti, baby sitter).

La stupidità ci minaccia: l'essere bestie da soma ( tranne nel caso in cui si possano pagare altre donne), dover essere bambolone gonfiate ( sulla bocca o sul seno), l'adeguarsi ad un comportamento simile a quello dei più sciocchi tra gli uomini ( superficialità sentimentale, amori seriali), la Chiesa cattolica continua a pretendere il dominio sulla vita e sulla morte nel mentre  dare la vita è patrimonio femminile ( e , sottolineo,facoltativo), culture ancor più retrive della nostra si stanno mescolando al nostro pensiero e sarà dura tenerle a bada. In Italia ora si pratica l'infibulazione, di nascosto e non mi stupirei che prima o poi non ci fosse richiesta formale di poligamia.

Le conquiste non sono mai sicurezze, ecco perché dico che l'avanzata delle mimose non deve cessare, anche se è stato fatto di tutto per rendere vuota, sciocca e volgare una festa che aveva un significato politico trasversale importante.

Da casa, io resto a voltare le spalle al mare ed immaginare l'avanzata gialla che incede. Non sono strutturata per il potere, non ne ho l'ambizione e la grinta, ma penso che chi se la senta, dovrebbe muoversi in quella direzione.
Ci si salva soltanto schiacciando il serpente, care le mie Marie.

Venerdì abbiamo approfittato, tra amiche, di un compleanno, per festeggiare. Eravamo sette, più una, di due anni.
C'erano anche due uomini, ma sì.
Molto bravi e buoni e, per i gentiluomini, le porte sono sempre aperte. Agli altri si sbattono sui denti.

postato da: flaviablog alle ore 09:56 | link | commenti (45)
categorie: politica, donne, vita, divagazioni, amicizia, polemica, la signorina
sabato, 07 marzo 2009

La Signorina e l'Otto marzo

La Signorina attempata è reduce da battaglie ovattate, perché non è nel suo stile la manifestazione violenta, la parola urlata, ama i sussurri ed ascolta malvolentieri la sua voce quando va sopra le righe, capisce che qualcosa non va, non è più Lei. La Signorina esordì con il femminismo dolce a sette anni. Un'amichetta le aveva detto:
- Io non vengo più a giocare con te, perché mi hanno detto che sei prepotente  e che graffi.
Era vero, aveva graffiato un paio di compagne di classe, e l'aveva fatto perché era l'unica tecnica di difesa che aveva imparato, dai gatti,non avendo fratelli e sorelle, non aveva appreso le infinite qualità della calunnia, del pettegolezzo  o dei calci negli stinchi. Aveva caviglie viola, sotto i calzini bianchi.
- Veda, maestra, come torna mia figlia da scuola, e non mi racconta niente! Se ha graffiato ha fatto male, ma si è difesa platealmente da chi gliele ha dette, date e fatte in modo più nascosto e furbesco.
Questa è la versione letteraria. Sua madre non si sarà sicuramente espressa così, perché i suoi studi s'erano fermati alla quinta elementare.
La Signorina si sentì rifiutata da un'amica, con un'accusa che riteneva infondata.
- Chi ti ha detto così? E' stata una mia compagna di scuola?
- No, è stata la bottegaia!
Un'adulta! Difficile smentirla. Un'adulta che l' aveva vista da dietro un altissimo bancone di marmo bianco poche volte, per di più silenziosa e spaurita, facendo spesa con la mamma.
La Signorina piccina aveva dentro di sé un misto di rabbia, paura e vergogna.
Prese coraggio ed entrò, da sola, in quel negozio.
- Buongiorno, io sono Rossana. Perché lei ha detto che io graffio e sono prepotente?
La Signorina piccina era magra come una scopa, biondina e pallida ed aveva una coda di cavallo legata da un nastro verde ed indossava un soprabitino grigio perla e guardava da sotto in su, con una faccina color bordeaux. Il negozio era stretto e lungo, il bancone grande e bianco, la bottegaia alta, corpulenta e infagottata.
La guardava tuttavia con curiosità.
- Dicono così. Sei una prepotente.
- Ma lei sa perché io ho reagito così? Sa tutti i motivi? Che cosa sa di me, di quello che penso, che faccio, che dico, che scrivo? Io sono una brava bambina. Io sto tutto il giorno da sola e faccio i compiti, merenda e aspetto che mia mamma torni a casa da lavorare. Io sono una bambina buona. Quando mi arrabbio è perché ho ragione e lei mi ha fatto perdere un'amica. Io sono figlia unica, un'amica è importante per me e lei ha parlato male , senza sapere nulla di...me.
La bottegaia diventava sempre più grande e la Signorina sempre più piccola. Ancora un po' e la donna sarebbe volata per il negozio, come un pallone.
La Signorina piccina picciò si fece le sue ragioni e, furiosa, ma paga, se ne andò.
Non si ricorda più la cosa come finì, ma ricorda bene questo:

          fu la prima volta che lottò per difendere la sua dignità e lo fece da sola.

Che cosa si fa per non perdere un'amica.

E' una storia di donne,consumata tra donne.

Ci si fa del male, spesso. Chissà se è un retaggio animale o culturale, ma lo facciamo, come se il mondo maschile non ce ne facesse. Siamo in competizione, a volte immotivata, o creata ad arte.
Ci si fa del male come se la vita poi non imperversasse su di noi.
Dalle donne la vita chiede molto.
Dobbiamo dare.
Dare la vita o agli altri o la nostra a servizio degli altri.
Ci chiedono amore e pazienza.
Ci vogliono conturbanti e nel contempo fortissime e guerriere.
Ci amano bambine ma poi non amano la bambina che è in noi, che ha bisogno d'amore, tenerezza, cose. Cose che sono in fondo caramelle e rose.
E da donne ci facciamo del male, strette in un ruolo che spesso ci fa male.

Per l'Otto marzo io chiedo perdono.

Perdono per il male che ho inflitto alle donne, voluto o casuale.
Perdono, perdono, perdono, per il male inflitto e per quello che ho subito.

E per qualche giorno parlerò soltanto di donne, a uomini e donne.
Che siano La Signorina e le sue amiche, o scrittrici o... personaggi femminili, in poesia o in prosa.








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categorie: donne, vita, divagazioni, amicizia, affetto, la signorina
mercoledì, 04 marzo 2009

Vado In Paradiso.

Ho letto due gialli intensi, brevi, ma consistenti, della stessa collana, Babelesuite, di Elisabetta Bucciarelli e di Danilo Arona. Ne parlerò.

Mi è stato prestato,
 e con un post-it simpatico, che m'invita a leggerlo ,
"  Al Paradiso delle signore" di Emile Zola. Ho tirato fuori e mostrato ad una collega giovane i disegni di anatomia di quando frequentavo il corso di figurinismo, i modelli  creati e le ho portato i due abiti, realizzati su mio disegno, che ho conservato.

Abbiamo inoltre parlato di profumi e così che mi vedo portare questo libricino, scritto talmente piccolo che richiederà fatica, ma mi è stato detto: il classico ritempra.

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categorie: libri, vita, moda, classici, lettura, zola, arona, bucciarelli, lettura in corso
lunedì, 02 marzo 2009

Senza sofferenza, non è arte

Ho letto un libricino di circa ottanta pagine, un giallo. Ho trovato un solo refuso, o forse due. Trascurabili.
La storia filava, come Berta.
C'era un morto, o forse due.
C'era un colpevole, o forse una società.
Può essere che fosse anche *la* società.
C'erano personaggi caricaturali, che sbracciavano per rendersi tali ed uscivano dalle pagine.
C'era un luogo che poteva essere tanti luoghi. C'era la quintessenza del luogo comune. Ed il luogo comune dove leggerlo è la ritirata.
Non ho trovato anima.
Non c'era.
Neanche a rivoltarlo e scrollare le pagine sarebbe sceso quello che non c'era.
Un esercizio accademico.
Un tema svolto.
Allora mi chiedo: perché la gente che non ha spessore scrive? E se scrive...lo fa per lettori di grana grossa?
Ci vuole cuore.
Ci vuole mente.
Ci vuole la gravità di chi ha sofferto.

Un soffitto può essere dipinto da un imbianchino, o da un pittore che affreschi.

Ecco la differenza. C'è chi scrive con il rullo.

Da schiacciare con un rullo.
Compressore.

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categorie: vita, racconto, lettura, interiorità