LA VEDOVA TIRELLI
Certo che questo ha impiegato più tempo ad andarsene. Non beveva, non fumava, Tirelli, era un orologio svizzero nelle abitudini…eppure è lì, disteso in una bara foderata di raso tinta champagne. Dritto all’altro mondo in Caraceni,con la cravatta Marinella. Quasi bello, con il viso ben truccato dagli esperti in cari estinti, sicuramente tra i migliori incontrati in decenni d’onorata carriera vedovile. Il morto è il settimo marito, italiano, come il primo, del resto, duecento anni fa, anche se la storia fu molto diversa.
Allora ero una damina tutta svenevolezze, altri tempi! Il mio sposo era un signorotto che mi aveva acquistato come una vacca al mercato del bestiame e mio padre s’era liberato volentieri di una ragazza fragile, una bambola incapace, vezzeggiata dalle fantesche, figlia unica di madre morta giovane e sepolta, dove fiorivano gardenie.
A quei tempi andavo a sedermi sul prato accanto alla tomba d’Ermengarda, infatti, chiedendomi come si potesse morir di parto con delle gote così rosse e floride, come apparivano nel gran ritratto sopra la mensola del camino, i cui occhi mi seguivano con movimenti impercettibili da uno sguardo disattento. Io invece n’ero consapevole, sapevo che mia madre aveva il controllo d’ogni mio passo reale e virtuale. Quando rimasi incinta di mio marito, anziano ma sano e vorace di bellezze, il medico fu onesto e chiaro: ha fianchi così stretti che non sopravviverà al parto. Condannata, come mia madre. Eraldo restò cupo alcuni giorni, poi trovò distrazione tra le braccia della mia cameriera personale, florida ragazza di campagna, appetitosa,ben propensa a consolarlo di una vedovanza annunciata. A me risultava gravoso muovermi, pesante, di stanza in stanza, sotto lo sguardo vigile e triste di mia madre, da cui avevo ereditato uguale fragilità. Al sesto mese mio figlio nacque in anticipo, morto e nella stessa notte si spense Eraldo, che un colpo apoplettico portò via, mentre la serva urlava nuda, correndo per le scale. Le era morto addosso in un rantolo d’orgasmo e dolore. Piansi tutte le mie lacrime, ma il giorno in cui riuscii nuovamente a guardarmi allo specchio ero sola, ricca, e, cosa strana, con un volto che non mostrava il minimo segno di stanchezza, come se fosse immobile in un perenne ritratto di ventenne, nel mentre mia madre riprendeva fiera a fissare il salone dalla mensola del caminetto.
Passarono vent’anni ed io restavo tale e quale, passeggiando fra tre tombe, nel mentre le gardenie fiorivano, sempre più belle. Quando tentai di tagliarmi le vene, ne uscì un vago profumo di gardenia. Ero immortale, come il ritratto che imperioso dominava casa.
Cominciai a viaggiare e ripresi a vivere, per il mondo. Nuovi Paesi, amori e vedovanze. Nuovi Paesi, stesse morti e grandi patrimoni contribuirono a rendere cospicuo il mio.
Mi aggiusto la riga sulle calze, perché disegni il polpaccio. Sistemo la gonna, affinché lo spacco centri la falcata decisa sugli esili tacchi. Indosso il pullover accollato, grigio perla, ché il lutto intero è poco elegante, indosso giacca e cappello con veletta e fingo di baciare il caro estinto, che qui mi ha riportato, sotto il mio campanile. Lo accompagnerò alla chiesa dove si celebrarono matrimoni e funerali antichi. Mi siederò nei banchi dove sedette mia madre, giovane sposa dalle guance rosa. Sono stanca. La mia immortalità mi obbliga a tenere il conto meticoloso di troppe morti, ed è inutile che ci si dibatta per evitare la sua falce. Io vedo nell’occhio, che scoppia di desiderio e salute, già la palpebra socchiusa sullo sguardo vitreo ed ognuno mi pare già nient’altro che un morto, quale dovrà essere fin dal giorno in cui mi mostra tutta la sua caduca virilità. Sono ragioniera della morte.
- Contessa, che piacere rivederla!
E' Giussani, commercialista. Gli fa gola il mio patrimonio e forse non è indifferente al bordo di pizzo dell’autoreggente che occhieggia appena dallo spacco. Mi fissa, ma non in viso, non credo sappia neppure di che colore io abbia gli occhi, perché è certo che guarda le tette, è così da duecento anni in qua. Nessuno ascolta le mie parole, se il petto respira con movimento ritmico, alzando ed abbassando seta o lana. Lì guardano, tutti. Affondano già la testa, con la mente, tra i miei seni.
Tutti tranne Marcel.
Ah, Marcel, il giardiniere…
Invano pensai di intrecciare il tuo destino al mio, chiedendoti di volgere uno sguardo fiducioso al gran ritratto di sì mirabile madre, per scongiurarla di abbracciare la mia figura e la tua in un unico destino. Marcel, re di gardenie. Non mi amasti Marcel, invaghito dello stalliere. Piansi, accasciata sul tappeto, nel salone del camino e una carrozza ti travolse, lì sul viale di casa.
- Giussani, mio caro!
Lo attraggo a me, perché senta il profumo di gardenia.
Lui aspira, serra gli occhi e li riapre senza fissarmi in volto e sosta premendo un attimo sul petto di questa giovane vedova, così ricca, così sola, così bella.
- Contessa, conti su di me per ogni necessità pratica…
- Conterò, caro Giussani, terrò conto, anche di Lei.
Rossana Massa ( in Tirelli?)
