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Utente: flaviablog
Il 15 aprile 2006 il suo esordio su blog, comelarugiada, un blog evanescente, una scatola di pensieri che ancor oggi sopravvive in forma privata, nato nell'attesa di un intervento chirurgico. Nel febbraio 2007 nasce Carta scritta, per scrivere per diletto: racconti, recensioni, cronache. Per parlare di lettere ed immagini senza alcuna sovrastruttura ideologica. Questo è un blog ostinatamente in disparte e che non vuole essere di parte.

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mercoledì, 31 dicembre 2008

Un Capodanno con il botto

Di passaggio, perché di cucina ( ma mi devo preparare...e servire anch'io al mio meglio) VI AUGURO un felicissimo 2009, passando per una serata con i fuochi d'artificio ( interiori, anche).

Ognuno di Voi avrà pronto il suo miglior vino "da mezzanotte", ma Vi offro, dedicato in particolar modo a chi come me ama le anticaglie ( mel ed oyrad , ad esempio), un momento di meditazione con lo cherry che preferisco, letterario , in un'atmosfera Anni Trenta, la cui etichetta fu autografata da Gabriele D'Annunzio. Non che goda molte simpatie per il Vate, ma in fatto di donne e libagioni sapeva il fatto suo.

BUON  2009!!!

 

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postato da: flaviablog alle ore 18:54 | link | commenti (13)
categorie: divagazioni, amicizia
martedì, 30 dicembre 2008

Angelica Patria

E' con spirito campanilistico che presento questo racconto, perché la ragazza è conterranea della sottoscritta, ma che dico conterraneaa...dirimpettaia ! :-)))

E blogger.

Siamo in prossimità dei botti di Capodanno, lo so. Questo racconto non è festoso ma lo pubblico egualmente. Per due motivi:

rispetto la scaletta di ricevimento

adoro il memento mori

Ce n'è un terzo: mi piace mescolare le storie, gli umori.

Da questi racconti scolastici è scaturito di tutto. Ed anche il suo contrario.

IL DISGELO

 

 

“Ai primi di dicembre nevicò; ma un leggero nevischio che subito si sciolse”.

La cantilena della supplente non lasciava affatto intendere la fine della frase. Così noi bambini, tutti affaticati sul dettato, la guardavamo interrogativi, in attesa che la signorina intonasse il punto definitivo. Era bellissima, coi lunghi capelli biondi e gli scaldamuscoli da giovane fata. Dovevano essere le prime volte che insegnava perché non sembrava autoritaria come Agnese Mantovani, che teneva la severità ben legata a fazzoletto sotto il mento!

Ultimamente, ci avevano spiegato i genitori, la maestra non stava troppo bene e aveva bisogno di riposo. Noi alunni ci chiedevamo per quanti giorni ancora sarebbe rimasta a casa e ce la figuravamo in pigiama, forse con la mamma che le metteva un altro cuscino sotto la testa.

-         Ma che dici? Guarda che Agnese è vecchia, la madre sarà già morta!

Rino mi riprendeva, ma non capivo. La morte. Era una cosa che i bambini contemplavano appena. In certe famiglie, i figli erano già stati messi al corrente della “cosa”; gli altri, gli sprovveduti, venivano tenuti all’oscuro.  

 

Io però avevo creduto di morire quel giorno che, uscita da catechismo, ero stata investita da un’auto – ma piano. Rammento solo un bagliore bianco e l’asfalto sotto la schiena, le urla di papà dall’altro lato della strada e la corsa all’Infantile. Tornata a scuola dopo alcuni giorni di ospedale, fui accolta con una cert’aria di apprensione da tutti, specie dalla maestra Mantovani che sembrava più paziente del solito. Certo, mi punì per aver ballato a lezione, mandandomi fuori dall’aula insieme ad altri due bambini; però quando ci sorprese in corridoio che, invece di stare in castigo a testa china, giocavamo a nascondino sotto i cappotti appesi, non si arrabbiò più di tanto e mi parve persino di vedere un sorriso spuntarle sotto i baffi accennati.

Altra cosa fu quella volta dalle suore dell’Istituto Buon Gesù! Non so perché ci portò in visita fin là; forse per pregare, come in altre ricorrenze, con noialtri scalmanati nei banchi in fondo che ci passavamo le figurine – calciatori per i maschi e Barbie per le femmine. Però quando Agnese, nel piazzale dell’istituto, ci sospinse alla fontana benedetta e tirò fuori una scodella per farci bere, non so che smania di beatitudine ci prese: ci strattonavamo tutti, cercando di strappare il pentolino dalle mani della maestra. Io fui quella che, gridando sopra gli altri, si prese una bicchierata d’acqua in faccia e proprio dalla signora Mantovani. Fossi almeno diventata santa! Invece, dopo la scuola, mi beccai una scarica di scappellotti dalla mamma e tutto sommato era meglio la botta dell’incidente.

 

Però Agnese sapeva tenere la disciplina; questa nuova, niente. Non mi fidavo di lei perché, da quando aveva messo piede in aula, i miei compagni facevan più casino del solito. Fu la mattina dello scritto; vuoi perché starci dietro era un’impresa, vuoi perché i bambini erano in pieno ululato collettivo, sbottai ad un tratto in lacrime:

-         Ora basta! Questa classe è una gabbia di matti!

Tutti si fecero intorno spaventati. La fatina non parlava più e, deposta la bacchetta da dettato, si chinò su di me con aria preoccupata. Volevo la mia maestra, su questo avevo le idee chiarissime. Non la signorina Olga, l’insegnante di sostegno, che il fiato le puzzava e non ci dava mai ragione; e nemmeno questa supplente in calzamaglia turchina davanti a me, che solo perché era giovane cosa si credeva. Forse avrei dovuto attendere l’anno nuovo e lo sciogliersi di neve che avrebbe liberato tutto, anche la vecchia signora Mantovani intrappolata in vestaglia dietro il vetro della sua finestra.

 

“Gennaio, ghiaccio e neve. Febbraio, freddo e breve”.

Come faceva la filastrocca della maestra? Non me la ricordavo più; ma sarebbe stata tanto più efficace del parlare e parlare del parroco, nero dietro l’altare. I banchi della chiesa erano in pieno silenzio, le immagini sugli occhi offuscate; ero riuscita a cacciar fuori le prime lacrime e già qualche signora si volgeva verso di me, col fazzoletto teso in mano. Ne accettai uno dalla supplente e, per dirle forte che apprezzavo, mi soffiai rumorosamente il naso. Pensavo che piangere avrebbe dato una certa dignità alla cerimonia; era il mio primo funerale e volevo essere certa che avrei salutato Agnese come si doveva. Erano tutti seri e scuri in volto: i bambini, ometti in divisa col bavero rialzato per il freddo e le bambine compunte e a mani giunte, più per sfregarsele che altro. Anche l’ultimo degli sprovveduti, ora, sapeva; e da quel momento non sarebbe più stato possibile ignorare.

Più tardi, dall’alto del sagrato, mia mamma vide con sgomento noi alunni scendere le scale. Subito all’uscita della chiesa, ognuno aveva tirato fuori dalle tasche i puffi comprati al mercatino e ci si confrontava su chi aveva cosa. La cerimonia era finita e già i bambini, a gruppetti di due o tre, schiamazzavan come fiori vivi sulla bara, nel mattino di quel tardo inverno.

 

 

Queste sono le mie rose, coltivate sul balcone in estate. Non le ho più. Mi restano le fotografie. E' un modo di dire "attimo fermati, sei bello!"

 rosa e bocciolo

 

 

 

 

 


lunedì, 29 dicembre 2008

Luciano Perelli

Lo ricorderete per il racconto tratto dalle Letteriadi, "La ruota degli aromi", che potete trovare qui, frugando tra i post o nel blog di Laura e Lory...

Con questo breve ritratto di studente stravolto da ciò che arriva tra capo e collo in una carriera studentesca che ci ha visto tutti surfisti, cavalcando l'onda della presunzione. Anch'io ho sempre sperato nelle materie in cui ero forte di alzare la media nelle altre.

Luciano, siamo tutti seduti con te su quel cordolo di marciapiede.

 

 

 Rimandato a settembre

 

Un giorno entro la settimana, verso la fine di giugno 1980, seppi che
mi avevano appioppato matematica a settembre e, colla logica
canagliesco-cancelleresca dello studente italiano, ero furioso, perché
ero tanto bravo in greco e in latino.

Quella sera stessa andai al cinema a vedere "The Blues Brothers";
all'Odeon di Milano, non ancora multisala e ancora molto maestoso (no,
non il Maestoso di piazzale Lodi, del resto oggi chiuso anch'esso). Si
crepava dal caldo e usciti dal cine bevemmo molto e ci facemmo delle
canne.

Degli amici che mi accompagnavano, uno fa il giudice istruttore a
Monza, un altro morì di eroina l'anno dopo, gli altri due non so. Di
quella sera mi ricordo soprattutto il caldo opprimente, e quanto a
lungo aspettai il 24 a porta Vigentina, di fronte a quella che allora
era la Civica Scuola di Musica, seduto sul cordolo del marciapiedi.

"The Blues Brothers" non l'ho più visto da allora; e latino e greco li
ho dimenticati.



Luciano Perelli

Da Linus di dicembre 1979

illustrrazione Ray

 

 



postato da: flaviablog alle ore 20:11 | link | commenti (19)
categorie: vita, racconto, scuola, amicizia, racconti di scuola
domenica, 28 dicembre 2008

Divagazioni( albergo a ore)


postato da: flaviablog alle ore 23:45 | link | commenti (8)
categorie: musica, amore, canzoni

Memorie di Nebbia (selvatica)

Assaggino domenicale. Una storia, vera, dura.

Anni Settanta, ora. Chi considererà "forte" ed un po' troppo spiritosa la vignetta di Minus del 1979, legga. La giustificherà.

bono nadale

Io ho abbandonato la politica da più di un decennio, ma in me il senso della denuncia, formale, civile, colorata ma incolore per bandiera, resta vivo. Trasfigurato.

Storia di Pia

 

La grande storia è scritta nelle gesta di grandi uomini, che hanno coordinato piccoli uomini nella realizzazione di faraonici progetti riusciti o falliti e loro soltanto ricordiamo, con riverenza o terrore, come inesorabili burattinai di belle o squallide rappresentazioni, ma mentre la storia si fa, ognuno di noi vive il suo giro di valzer, una virgola di grande storia: la sua esistenza, come un film dalla trama lunga e poco artistica, come una telenovela o una fiction con troppi personaggi.

Un’apparizione fugace nella mia storia personale è stata Pia.

Alta e bionda, resa ancor più statuaria dalla rigidità che dà il morbo di Parkinson, che conferisce qualcosa di robotico nell’incedere cadenzato e nel tremolio incoerente delle mani o del capo, anch’esso ripetitivo, fissità nel movimento. Sola tra i gatti viveva in un monolocale occupato da un lettone troneggiante nel misero spazio, memoria di battaglie lontane con un amante facoltoso quanto latitante, che sempre si vergognò d’un rapporto con una donna povera. Non era mai stata una bellezza, ma era stata una donna vanitosa, parrucchiera alla moda ed ancor tentava, con le mani tremule, d’acconciare le chiome secondo un certo stile, ma il tentativo falliva, colpevole la spazzola, nuova nemica.

Giocavo con quei gatti, chiamati con un solo nome : “mignen”, ma tutti amati con estrema pazienza e dispendio delle magre risorse, gatti che le invecchiavano accanto, mostrando ossa irrigidite sotto un mantello sempre meno folto. Le gatte figliavano spesso ed io riempivo la gonna di micetti, sollevandola come un grembiule, felice di quel miagolio di gruppo. Mi piacevano con qualche settimana di vita, ben coperti di pelo, ma col pancino rosa ed ingordi del latte del biberon del mio bambolotto. Vivi, non come quello stupidotto, che avevo scarabocchiato con la biro blu.

Pia invecchiava tra i suoi gatti ed i suoi malanni, fumando sigarette che le si spegnevano tra le dita per la lentezza con cui venivano consumate, scosse ad ogni tremito. Una scia cinerina tracciava il passaggio di Pia, che portava alle dita il suo tesoro, uno smeraldo “ghiacciato”, ricordo della madre, defunta da tempo.

Era l’eredità promessa a mia madre, che riconosceva come giovane amica, perché non giudicava. Né il passato né il presente.

L’anello era portato senza cura alcuna, notte e giorno, il verde della pietra era velato, tanto che mia madre lo aveva soprannominato la “pastiglia Valda”, poiché assomigliava ad una caramella zuccherata dimenticata in saccoccia. Non fu mai ereditato, le fu rubato nella modesta Casa di Riposo dove Pia terminò felicemente i suoi giorni e la sua corsa. Venne a scusarsi con mia madre e le mise tra le mani due orecchini di corniola, di cui uno scheggiato, piangendo per il furto subito e per il rammarico di non poter lasciare eredità più consistente. Cosa a cui eravamo abituati. Io ereditai da mia nonna paterna…nulla, da quella materna una coperta.

Si rasserenò parlando di un tardivo, platonico, tenerissimo amore, purificatore delle delusioni avute in gioventù.

Si sentiva rigenerata, Pia, che confessò d’aver accettato, in età matura, amanti frettolosi, che le sbattevano un cuscino in faccia, per non vederne il volto e chiudevano gli occhi, per non riempirli della miseria della stanza. Erano invece loro stessi a spanderne, di autentica, profonda e personale, di persone meschine. A volte fuggivano con le chiappe graffiate da un gatto “geloso” e saggio, come spesso gli animali sanno, per istinto, essere, nell’individuare ciò che è bene e ciò che è male per lo sprovveduto padrone, che è costretto a campare nel mondo umano.

Ora c’era Romeo ad aspettarla, un vecchio compito e triste, con grandi occhi verde spento, che si specchiavano nei suoi, d’un ceruleo liquido un po’ inespressivo. Ora aveva ben due pastiglie Valda, tutte sue, che non avrebbe lasciato in eredità a nessuno.

Tra i due anziani ci fu una proposta di matrimonio, ma il promesso sposo morì prima di aver organizzato le nozze.

Lei seguì, ma fu confortata dalle cure della famiglia di lui, improvvisati parenti dell’ultima ora, brave persone disinteressate alle quali, vista l’eccezionalità del caso, sarà ben stata posta almeno una doverosa lapide a ricordo del gesto straordinariamente generoso. Non si commuova chi pensa ad una vita in attesa dell’amore vero, argomento principe d’una storia rosa. Romeo, ometto mite e poco prestante, nulla sarebbe stato agli occhi di Pia ai tempi dell’eros e della biancheria di pizzo nero. Alle donne romantiche e sventate piace un altro tipo di uomo: l’allegra canaglia, diceva la nonna; l’emerito stronzo, dice la nipote.

Il bravo, scialbo, ometto onesto a volte per forza di cose piace alle aspiranti casalinghe in cerca d’un reddito fisso.

Chi invece vuole ostinarsi nel vagheggiare un amore tra i due giunto a rischiarare la loro vecchiaia, dono del buon Dio, che tutto vede ed a tutto pone rimedio…si chieda se vale la pena aspettare ottant’anni e schiattare poco dopo, perché la Provvidenza, pur nella sua somma munificenza, deve farsi due sane risate.

di Rossana Massa

http://web.mac.com/diego.dejaco/sedizioni/catalogo/catalogo.html

http://web.mac.com/diego.dejaco/sedizioni/catalogo/Voci/2008/11/26_Voce_1.html


sabato, 27 dicembre 2008

Ditemi chi non si è innamorato di quella del primo banco


postato da: flaviablog alle ore 11:48 | link | commenti (10)
categorie:

Simone ( Ray)

Si continua con i racconti di scuola.

E' la volta del bravo Raymond, che ha un suo blog di favole private e compare qui e là con i suoi commenti particolari e colti.

Il racconto è "giovane", da "tempo delle mele" e , per primo, parla d'amore. L'amore nasce tra i banchi di scuola.

Ditemi chi non si è mai innamorato di quella del primo banco.La più carina, la più cretina, cretino tu...

Prato cifrato

Fuori il tempo era sempre bello, almeno mi sembrava, ed io ero come al solito
indaffarato con le fragole e le ciliegie, quando andava bene anche con le
nespole. Avevo nelle orecchie Barbra Streisand che cantava "woman in love"

- da
qualche settimana era al primo posto della hit-parade-.
Io naturalmente il testo non lo capivo, nessuno ancora ci insegnava
l'inglese, però mi piaceva l'insieme, e avevo anche intuito che il testo era
"qualcosa per le femmine", però pensavo lo stesso che ci stava benissimo dentro
quella canzone.
La fischiettavo spesso a scuola, seppur fosse vietato, mentre aprivo
l'astuccio delle penne e dei colori. Lì, sul naylon nero, ci avevo disegnato
sopra una via di mezzo fra Goldrake e un Pulcinella spaziale. Dava il meglio di
sè quando era richiuso perchè luccicava sopra la formica verdognola.
Invece, seduta sul banco davanti a me, splendeva Francesca, che si sorbiva
quel motivetto senza protestare. Sono sicuro che conosceva la canzone ma avevo
paura di chiederglielo, la timidezza mi paralizzava, era più forte di me, e
succedeva anche quando ci scambiavamo i "carioca" - di solito sui toni del
celeste, che finiva sempre prima degli altri a forza di riempire cieli, mari,
fate e madonne.
Lei era molto graziosa.
In classe anche gli altri compagni la guardavano, soprattutto quelle poche
volte che arrivava in aula con i lunghi capelli sciolti, sua madre glielo
concedeva raramente, e quando capitava noi maschietti, come ipnotizzati,
ripetevamo le tabelline come fosse il rosario, fino a quella del dodici, senza
nemmeno starci troppo attenti.
E poi, se si vuole esser franchi, nemmeno alla maestra tarantina l'aritmetica
interessava più di tanto: per farla contenta bastava portar rispetto a
Garibaldi, Mazzini e Cavour, e a De Gregori con "Viva l'Italia" - si commuoveva
in maniera quasi sbalorditiva - armeggiava con il mangiadischi e noi non
fiatavamo più, anche perché aveva un anello importante e se si dimenticava di
toglierlo i ceffoni facevano male.
... era toccato a tutti, ed eravamo tutti "molto bravi" ...
Mi piaceva Francesca, mi piaceva da matti come piaceva anche agli altri
compagni, e la cosa buffa è che io piacevo a lei, l
'avevo saputo per vie
traverse, ma stranamente non avevo modo di trarne alcuna soddisfazione.
Non sapevo proprio come regolarmi, perché quando lei faceva i compiti se non
l'aiutavo ero cattivo e se invece l'aiutavo mi diceva che era perché volevo
prendermi il merito. Io di solito andavo via senza mai sapere né se il voto
sarebbe stato buono né se avessi combinato qualcosa di buono, o se ero stato
buono. Una confusione che non vi dico.
Quando uscivo dalla sua cameretta, dopo la merenda delle quattro ed il
ripasso, lei spesso rideva divertita:
- domani vieni ?
- no, domani vado per giardini
- e a me quando mi ci porti ?
- non sono cose per femmine.
Ma se la scorribanda andava bene, dentro le tasche del grembiule, l'indomani,
avrei infilato due bei fazzoletti. Il primo era quello d'ordinanza, profumato
da mia mamma, come si usava per sembrare delle personcine a modo. L'altro, un
po’ meno candido ma comunque… incensurato, grande quasi come un tovagliolo, di
flanella a fantasia, e rigonfio dei frutti del parco, ancora abbastanza
freschi.
Quella era la "parte" da lasciare a Francesca, sopra il suo banco, per il
quarto d'ora della ricreazione.
Una volta riuscii a trovare le more, e in cambio ricevetti un bacio inatteso,
di quelli che non avevo ancora mai provato. E fu piacevolmente strano e
disarmante, così all'improvviso, perché aveva il sapore di tanti nuovi frutti
mescolati insieme, e tutti ancora da cogliere.

(... così andò a finire che la settimana dopo ci ritrovammo entrambi a letto,
con una pruriginosa varicella... )


    

 


postato da: flaviablog alle ore 11:32 | link | commenti (20)
categorie: vita, racconto, web , blog, amicizia, lettura, blogger, racconti di scuola
venerdì, 26 dicembre 2008

Da "Memorie di nebbia selvatica"

E' il momento di Rossana.

Rossana

Ovvero dei racconti del mio libro, che son 31, ne posso anche "regalare" qualcuno tramite blog.

Il libro nasce inizialmente per il Museo Etnografico locale, per cui è molto radicato nel mio territorio d'origine e raccoglie ricordi/racconti, in prima e terza persona, che tuttavia sono comuni a tutta la pianura padana ( e non solo, forse). Qui e là si parla anche di Liguria, però. C'è un legame vitale tra Liguri e Basso Piemonte. Il primo nucleo di abitanti della zona è infatti l'antico popolo dei Liguri. Siamo della stessa pasta.

 Per curiosare sul web e comprarlo se interessa :

http://web.mac.com/diego.dejaco/sedizioni/catalogo/catalogo.html

http://web.mac.com/diego.dejaco/sedizioni/index/Voci/2008/5/31_book_shop.html

I racconti si snodano lungo tutto il Novecento, dagli Anni Venti agli Anni Novanta.

Inizio con il racconto che apre la raccolta, ambientato appunto negli Anni Venti

In barchetta sul Tanaro.

 

Un tempo si navigava sul Tanaro e si consumavano merende sulle sue sponde o direttamente in barca ed i ragazzi nuotavano nelle acque fluviali ed il fiume risucchiava qualche giovane vita di tanto in tanto.

L’annegamento di un coetaneo non scoraggiava la masnada di “ragazzacci” che continuava a bagnarsi in mutande o a rovesciar barconi, in armonia col Tanaro, strano Dio a cui qualche sacrificio bisognava offrire.

Le famiglie erano numerose, la miseria s’annegava all’osteria, ma la gita in barca, con la scusa della pesca, era una valida alternativa, per i maschi adulti di casa, al rosario di bicchierini consumato nella piola ( osteria).

Cescu aveva una bella barca, la sua passione, ridipinta d’azzurro ogni primavera, ben difesa dai ragazzetti da robusti teli d’incerata. In barca Cescu pescava con ridicole canne, che destavano l’ilarità dei veri pescatori, ma soprattutto gustava rosette e salame crudo macinato grosso e annaffiato d’un barbera a volte lasciato cullare in un secchio dalle acque fresche del fiume.

Cescu aveva acquistato un’abbronzatura intensa, che oggi sarebbe assai ricercata, se non fosse per lo stampo della canottiera, che non toglieva. Un fisico maschile, temprato dal fiume e dal sole, acquisiva una virilità apprezzata, perlomeno d’aspetto.

Cescu aveva pochi ma cari amici, con i quali a volte condivideva la fuga pacifica sul Tanaro, sulle acque del quale preferiva tuttavia andar da solo, lontano dal vociare dei figli nelle due stanze di casa. Alla domenica Cescu in barca andava con moglie e qualcuno dei marmocchi, a disagio nei vestiti della festa, costretto a rinunciare al cappellaccio comodo e bisunto per portare il Borsalino leggero, per non sfigurare con la moglie, in fresca cotonina fiorita. La Luisa, infatti, sfoggiava vestine vezzose, ma castigate e portava avvolto attorno al capo il “fazzolettone da barca” stampato a grossi papaveri : unico accessorio vivace d’un abbigliamento semplice e tristanzuolo.

Cescu in barca preferiva andar da solo, per cantarsi a squarciagola la “Turandot” o la “Cavalleria rusticana”, esecuzioni rese brillanti a mano a mano che il livello di barbera nella bottiglia scendeva.

Tra i pochi amici fidati c’era Teresio, il calzolaio, appena tornato dalla Germania col gruzzoletto da emigrante, a dire il vero già consumato, coi tre figli da crescere.

Teresio era fisicamente piuttosto imponente e di carattere forte, come tanti alessandrini d’allora, anche se non portava, come usava, coltello a serramanico, per il timore un giorno di adoperarlo in modo avventato. Un placido gigante a volte un po’ ombroso, che suscitava una certa ammirazione femminile, compresa quella della Luisa.

Accadde una domenica che Cescu e Teresio se ne andarono in gita in barca, eccezionalmente senza famiglia. Quanto era abbronzato Cescu, tanto niveo era Teresio, non abituato al sole ed alla barca, che non possedeva. Anche Teresio aveva una bella voce tenorile e soprattutto amava il barbera. Sole e vino e Teresio cominciò a soffrire il caldo. I raggi cocenti arrossavano la pelle delle sue bianche gambe, denudate per rinfrescarle in Tanaro e Teresio le coprì con la candida camicia della domenica. Cescu portava il cappellaccio di sghimbescio, ma Teresio era a testa scoperta e la luce solare cominciava a far sentire la sua violenza sui capelli biondastri, il viso roseo e gli occhi chiari e in barca non trovò niente di meglio del fazzolettone di Luisa. Così ben bardato, Teresio continuò a godersi il fiume, il salame, il barbera e la compagnia di Cescu. Insieme intonarono una romanza ed erano solisti e coro contemporaneamente.

La Luisa inviperita correva su e giù imprecando sulle rive ad Tani , nera col Cescu, maledetto orso, solitario anche di domenica, dimentico dei figlioli e della moglie in cotonina.

Teresio, non ritenendo sufficiente la copertura di cotone aveva aperto in barca un vecchio ombrello sbrindellato che usava in caso di pioggerella, non ritenuta un ostacolo per le uscite in barca.

Così protetto e surriscaldato dal barbera, Teresio intonò col Cescu un duetto con tanto di voci in falsetto, per un’insolita quanto improbabile  “Bohème”.

Intanto la barca sfilava sotto agli occhi di Luisa, in alto sulla riva, che già indispettita riconobbe Cescu e scafo, ma scambiò Teresio per una donna, con gonna chiara ed il suo fazzolettone in testa, la svergognata! Cescu era allegro e vispo come un galletto e cantava con la donnaccia come mai aveva fatto con Luisa. Se l’era scelta tonda e grossa, con le tettone ben protette dal sole, il porco! Luisa, segaligna e piatta, nutriva una certa acredine per le signorine “Grandi firme” allora in voga e Cescu ne aveva una in barca, raccattata chissà dove e chissà quando.

-Putana! Disgrasià d’in Chichen!- urlò Luisa a pieni polmoni, poi fece ritorno, imbufalita al cortile, dove figli e vicine l’aspettavano. A casa, Luisa recitò per tutti una memorabile scena d’afflizione di moglie ferita e tradita, per di più di domenica.

Cescu, dal canto suo, non s’era accorto di nulla, intento a godersi fiume, sole, barca e lirica, condividendo con Teresio buonumore e barbera.

Inutile raccontare come Cescu fu accolto, a sera, al suo ritorno a casa e come invano cercò di convincere Luisa che la porcona in barca altri non era che il Teresio. Luisa accolse la spiegazione come un ulteriore affronto, conosceva bene Teresio, bell’uomo piacente e virile , che certo non poteva essere confuso con una donna.

Per salvare una famiglia e un matrimonio, Teresio fu costretto a sfilare con camicia annodata in vita e fazzolettone in testa per Spalto Borgoglio, cantando in falsetto “ …mi chiamano Mimì”. Luisa si convinse che la versione dei fatti fosse veritiera, ma il Cescu fu costretto ad andare in barca soltanto alla domenica, sempre di domenica e mai più con il barbera.

Cescu ubbidì, ma non riverniciò più la barca e spesso si dimenticò di coprirla col telone ed i ragazzetti a volte la spingevano in acqua, per usarla come piattaforma per i tuffi in Tanaro.

Da vecchio, Cescu, i cui figli erano diventati piccolo-borghesi benestanti, veniva portato al mare in Liguria. Gli era stata regalata una barca nuova, tenuta in quel di Camogli.  A volte Giovanni, il figlio primogenito, la spingeva in mare, incoraggiando il padre ad una gita, ma il mare l’era nenta Tani  e il diabete vietava il barbera. Cescu non tradì Tanaro per il mare ( ci andava “con quella faccia un po’ così…" alla Conte), così come non aveva mai tradito Luisa, che del resto era morta da qualche anno.

E Teresio ? Ricordò tutta la vita il curioso incidente e per anni lo raccontò agli amici di sezione del PCI, dai quali sperava, alla sua morte, un funerale civile, con la banda in testa ed il feretro coperto di fiori rossi.

Morì senza compagni al funerale, anche perché fu celebrato in duomo, perché i nipoti si vergognavano di un nonno ateo ed i comunisti di quei tempi si vergognavano di togliersi il cappello in chiesa, poiché Don Camillo non sorrideva ancora a grandi denti a Peppone e non era ancora nato il Partito Democratico.

In memoria di Cescu e Teresio non fiori, ma bottiglie di barbera ed un pensiero alle acque del Tanaro che scorre, come il fluire del tempo su splendori e tenere miserie alessandrine e forse canta, con un linguaggio d’acque che soltanto chi è impastato di nebbia e fango di questa nostra Lisondria può comprendere : “ mi chiamano Mimì, ma il mio nome è…Teresio."

Teresio era mio nonno materno e non faccio parte del ramo bigotto dei nipoti, ma a quei tempi ( mi riferisco al funerale e non alla vicenda narrata) avevo sei anni. Mi sarebbe piaciuta la banda tuttavia, era solenne e struggente, anche se forse e sottolineo forse…un po’ stonata e chiassosa, ma la benedizione d’un Dio forse è la speranza del profondo del cuore anche di noi agnostici, dolenti di non credere come i puri di cuore e forse sarebbe stato meglio abbinare le celebrazioni funebri e che una banda avesse accompagnato il feretro davanti ad un Dio anche minore, passando, ovviamente, da un’osteria strada facendo.

                                                                      

 


giovedì, 25 dicembre 2008

Gli Spiriti del Natale

Aleggiano qui intorno gli Spiriti del Natale, passato, presente e futuro.

Il Natale passato era:

profumo di buccia di mandarino, lasciato essicare nel forno aperto della stufa a carbone;

una giostrina che gira con minuscoli cavallini d'oro e d'argento, mentre suona un carillon;

lo sguardo imbambolato davanti all'albero di Natale della casa dei parenti "ricchi";

mia nonna  a casa nostra,che per sdebitarsi dell'ospitalità di una settimana, stira ed arrotola calzini, quando mia madre invece li piega e li infila così in fondo al cassetto;

i regali, sempre parchi e mai debordanti;

la cucina curatissima, olio di gomito di donna impastato nell'amore.

Il Natale presente è:

profumo di un ottimo deodorante per la casa arancia/cannella;

i doni degli amici premurosi ( tre copie de "La solitudine dei numeri primi" , che così ora sono in compagnia, perché resi noto che mi rubarono quella arrivata via posta);

gli omaggi formali di persone che non ti amano, i pensieri indovinati di chi ti conosce e vuole renderti felice, perché sa che la Signorina è per i valori di sempre ed ama i profumi dolci dentro e fuori, perché è convinta che la vera trasgressione sia rigare dritto;

cucina essenziale, perché ho rifiutato ogni invito, ma non mancherà il panettone artigianale, rigorosamente :

1)alto;

2)con i canditi;

3)con l'uvetta

che cominciare a farlo bislungo, con le creme, senza canditi, con la soja... con i pizzoccheri zuccherosi dentro, al sugo di pistacchio della Valdondona...:-)significa, come in tante cose della vita ,aver perso l'identità, la strada, i valori e in pratica :l'esistenza.

Quello che conta è semplice, è solido, è così da sempre. Il resto, mancia.

Il Natale futuro, nessuno lo può vedere bene in faccia. Tant'è che è sfumato, in un angolo, e non c'è occhiale per miopi che ne renda netti i contorni. Accattattevi un biglietto della lotteria e sperate.

Con un'immagine da Signorina:

gli Auguri della Signorina

ed un'altra, un pensiero gentile per me, dell'iniziativa *un presepe in ogni casa*. Per me che non l'ho mai fatto, se non ritagliandolo dal Corriere dei Piccoli ed incollandolo sul cartoncino e non vado alla Messa di Mezzanotte, ché a me non c'è comunità che non soffochi. E' piccino, si monta in un soffio di tempo, raffigura la facciata della Cattedrale Neoclassica della mia città. Agnostici sì, ma di tanto in tanto nel corso dell'esistenza attraversa la mente l'idea che soltanto un dio possa starti vicino o è il buio.

presepe


postato da: flaviablog alle ore 10:38 | link | commenti (17)
categorie: amore, amicizia, natale, affetto, la signorina