Più nota come chirieleison nel mondo blogger, ha scritto il libro :
" L'ambizione della rosa" edito da www.ilmiolibro.it .
Sempre sferzante, ha un blog in cui va giù duro con le sue idee, condivisibili o meno. Il mio blog non è schierato, di conseguenza tutti possono dire tutto, il contrario di tutto e replicare in altrettanto modo. Il suo bel racconto mi fa pensare che, se un contesto ti soffoca, la ribellione è inevitabile. Ambienti di destra generano svolte generazionali a sinistra e viceversa. L'ateismo spinge alla ricerca spirituale ed una scelta netta, in termini religiosi, può provocare reazioni che sembrano opposte. Introduco questo racconto con due tavole tratte da Minus del 1981, della mia amatissima Claire Brétecher, da "La via della perfezione"


Miseria e nobiltà
Mi turba sempre lo sfarzo sfrontato della Chiesa che predica la povertà senza conoscere la vera miseria.
“Prega Marilù, prega e non ti distrarre.” Mi diceva suor Amalia nella Basilica di San Pietro.
“Pregare chi? Dio non è qui.” Rispondevo polemica.
Tutt’intorno, attraverso le sculture, gli affreschi, i fregi, gli ori, vedevo piuttosto il trionfo dell’uomo ma Dio tra tutte quelle meraviglie non mi parlava. O piuttosto ero io che non riuscivo a sentirne la presenza.
“Nell’arte c’è la scintilla divina. Credi che Michelangelo e Bernini sarebbero stati capaci di creare questi capolavori se Dio in persona non li avesse ispirati?” Ma più suor Amalia parlava e più rimanevo arroccata nel mio integralismo francescano.
Frequentavo la quarta Ginnasio dalle Orsoline e quell’anno le suore avevano organizzato - dal Giovedì Santo alla domenica di Pasqua - una gita a Roma dal programma strettamente religioso riservata alle due classi del Ginnasio. Formalmente non eravamo obbligate a partecipare ma sostanzialmente guai a chi non lo avesse fatto! Ero stata diverse volte a Roma con i miei genitori e ne ero così innamorata che anche quella breve gita dal sapore mistico mi andava bene lo stesso. Quello che non mi andava bene, invece, era l’obbligo di indossare la divisa dell’Istituto: gonna a pieghe grigia, camicia bianca e blazer blu con bottoni dorati. Non che fosse brutta, tutt’altro, ma come nonna Isabel, odiavo ogni forma di omologazione. Con stupore osservai poi che quel tipo di abbigliamento era la moda del momento e che quasi tutte le ragazze romane l’avevano adottato con la variante di un foulard colorato al collo.
Alla vista del tesoro del Vaticano fui sommersa da una feroce indignazione. Col naso appiccicato al vetro antiproiettili delle bacheche, non riuscivo a non pensare ai milioni di persone che si sarebbero potute sfamare vendendo quei gioielli. La povera suor Amalia - ottima insegnante di lettere - conosceva la mia indole ribelle e nondimeno, con eroica pazienza, tentava di stemperare le mie insistenti contestazioni. Ma il giorno di Pasqua mentre passeggiavamo per Villa Borghese, al culmine di un’accesa discussione, dove sostenevo con testardo accanimento che il Papa dovesse vendere tutti i beni della Chiesa per eliminare la fame nel mondo, col cervello logorato dai miei reiterati rosicchiamenti, incurante della forma e dei congiuntivi mi disse: era meglio che non venivi.
Negli anni successivi assunsi sempre più un atteggiamento anticlericale culminato in un piccolo scandalo agli esami orali di maturità. Avevo sostenuto brillantemente l’interrogazione di italiano, latino e greco e quando mi fu chiesto di parlare del filosofo che maggiormente aveva suscitato il mio interesse, risposi Karl Marx. Successe un parapiglia. Ma come, in un istituto di suore, invece di venerare Sant’Agostino e San Tommaso D’Aquino, si preferiva quel senzadio di Marx?
Era il periodo della guerra fredda, dei comunisti che mangiavano i bambini, che praticavano il libero amore e chissà quali altre porcherie, dal momento che erano atei.
Il Presidente della commissione che mi aveva posto la domanda, un calabrese piccolo e tondo come una botte, diventò livido in volto e con la voce che gli usciva a stento per l’indignazione fece chiamare la preside pretendendone la presenza alla mia interrogazione. Il resto dei docenti smise di esaminare le altre ragazze per ascoltare solo me e nel silenzio carico di tensione si levò tonante la voce del professore. “Bene signorina, mi parli allora di…questo suo Marx.” Per i primi cinque minuti mi lasciò parlare ma appena accennai al materialismo storico cominciò a interrompermi di continuo ponendomi domande che non erano domande ma vere e proprie obiezioni alle teorie del filosofo. Contestava tutto: Il Capitale, Il manifesto del Partito Comunista e pure la barba incolta di Marx. Quando timidamente gli feci notare che io non ero Marx e che Marx era morto e quindi non avrebbe potuto rispondergli ci mancò poco che mi allentasse un manrovescio. “Pure impertinente la signorina!” Sibilò con odio guardando la commissione. “E’ così che vengono educate le ragazze qui?” La povera Preside, che mi aveva sempre voluto bene, non la smetteva di tormentare il crocefisso che le pendeva sul petto, rigirandolo continuamente tra le dita come se fosse stato un talismano che avrebbe dovuto aiutarla, non si sa bene come, a cavarsi dagli impicci. E intanto con gli occhi mi diceva: benedetta, come ti è venuto in mente di tirare fuori Marx! Da quel momento non aprii più bocca.
La Signorina si sveglia con gli occhi cisposetti, ha tutta la stanchezza addosso del venerdì mattina ed indugia a letto, poi si fa forza, mette il bricco d'acciaio sul fornello per riscaldarsi l'acqua per il tè e arieggia la camera da letto ed ecco che cosa vede:
Il cane dà un rapido sguardo e poi scappa a rifugiarsi nella cuccia in cucina. La Signorina non può tornare sotto le coperte e s'acconcia alla bell'e meglio all'avanzata nella neve, che fu la fine di Napoleone e persino di Hitler: non il nemico ma il Generale Inverno sbarrò loro il passo. Siamo tuttavia a novembre e la Signorina è preparata quanto il locale Municipio agli stati d'emergenza: zero. Va a ravanare nello sgabuzzino alla ricerca dei doposci. Non li trova. S'affaccia nuovamente alla finestra:
no, non è possibile ripiegare su comuni stivali e scova finalmente quel che cercava. Infila maglione, gonna spessa similastrakan, calze 50D, piumino rosso lungo fino ai piedi e, dopo colazione affrettata, s'accinge alla traversata, già pensando a che fare del suo prezioso venerdì. Aveva appuntamento al ristorante con l'amica del venerdì precedente, felice di pregustare un secondo pomeriggio da michelasse, invece non se ne fa niente. La Signorina decide, all'uscita dal lavoro, quando ormai la neve è 30 cm ,di dedicarsi il famoso "100 metri", ovvero il venerdì consumato a contachilometri azzerato. Nel raggio di 100 m la Signorina ha tutto. Sfruttiamolo. Va a pranzo in un posto più unico che raro, una tavola calda che ricorda le atmosfere delle latterie milanesi degli Anni Cinquanta/Sessanta, sotto casa, si può dire. Alla buona, tanto che è semivuoto causa neve. In due tavolini monoposto, due pensionati, frequentatori abituali, pranzano con il quartino di vino sfuso. La figlia del gestore sta smanettando al portatile, mentre mangia. La Signorina è accolta con stupore e gaiezza. Un tempo era lì spesso. Gli occhi vanno ad un tavolino a cui per anni è stato seduto un anziano colonnello e la sua amica, lui novantenne, lei poco più giovane. Una volta il colonnello le offrì il pranzo, dicendo: da me, che sono anziano, lo può accettare. Solo ed indomito, napoletano d'origine e padano d'adozione, vedovo d'una svizzera tedesca, raccontava del suo passato in giro per l'Europa. Primo incarico: da Capodimonte alla Finlandia.
Innamorato di Berlino, diceva: persino Parigi, sta in un quartiere tedesco. Minuto, piccino, preciso come un orologio, consumava pasti abbondanti, che finiva sempre con una sigaretta, fumata in barba agli astanti, in virtù dei suoi 94 anni. E' morto quest'estate, a 99.La Signorina non osa sedersi al suo tavolo e non sa se lo farà più. Quello è il posto del colonnello.
Ordina: pasta con le sarde, merluzzo fritto con le erbette, caffè. Prende anche due panini e un etto di prosciutto senza polifosfati da portar via e paga, infilandosi in tasca anche la bottiglietta, avanzata, di acqua frizzante. Tutto per 13 euro e un sorriso dell'esercente.
La Signorina torna a casa in un battibaleno, sosta davanti al pc per un po' e poi gioca con il cellulare nuovo, che il precedente è morto, con l'entusiasmo e l'imbarazzo di chi sorride e nel contempo mette il muso ai cambiamenti. Un cellulare nuovo è un evento e va festeggiato con un secondo caffè con panna ( alle 18) e un marron glacé.
Si prende anche una violetta candita e guarda fuori la neve che vien giù in una confetteria che è lì da sempre, tanto che a Capodanno, trent'anni fa, papà ci comprava il panettone ed un vino da dessert, frizzante e rosé. Intanto parla con la moglie del pasticciere, che si confida e racconta di quando dalla Toscana arrivò qui e com'era bella, questa città, com'era bella!
La Signorina pensa che bella era soltanto la sua gioventù e zucchero e viola van giù.
Il racconto che segue è di uno scrittore.
Ha già pubblicato e potremmo anche chiedergli che cosa , per chi e quando, che far un po' di pubblicità tra noi non guasta, ci avvicina. Il bello per me è stato mescolare aspiranti scrittori, autori già pubblicati, persone che scrivono con piacere di sé su un blog...ma non hanno ambizioni letterarie...ed anche qualcuno che ho "pregato" se non in ginocchio o quasi perché, ascoltandolo o leggendolo, mi dicevo: che stoffa! Che piglio narrativo, che bella persona...
Anche con Renato, indietro tutta nel tempo...ho scelto appositamente un'illustrazione dei primi Anni Sessanta (originale) e, secondo me, brutta sotto due aspetti: estetico e contenutistico. I bambini di questa illustrazione sono pezzi di pongo. Io sono cresciuta così, però. Tutti i miei coetanei hanno avuto questi libri e quella scuola. Saremo dei repressi :-), ma persone educate nel concetto d'utilità dell'adattamento e nell'illusione della ribellione.Ai giovani abbiamo regalato la seconda, senza aver fornito il primo.

Correva l'anno 1960.
Il caffé costava 50 lire, a Genova migliaia di portuali con le magliette a strisce impedivano al MSI di tenere il congresso nazionale, e Tony D'Allara vinceva il Festival di Sanremo con la canzone “ Romantica”.
Io ero già un bambino di 8 anni che frequentava la terza elementare.
Vivevamo in un paesino di poco più di mille anime e la scuola elementare stava a 30 metri da casa .
Al mattino mi appostavo alla finestra della mia camera,con la speranza che la maestra non si facesse vedere e che per noi fosse una giornata leggera da passare con la supplente. Eh si perché le insegnanti, per definizione erano donne e gli uomini, mosche bianche.
Al mattino aspettavamo con ansia il rito dell'inchiostro.
Romeo,il bidello entrava con una piccola damigiana ,che terminava con un beccuccio sottile e riempiva con quel liquido nero tutti i calamai incastonati nei banchi di legno.
Le nostre penne non erano altro che piccoli coni di legno o di osso con un'apertura sulla punta per infilarci il pennino.
La dimostrazione della tua abilità o fortuna era data dal tipo di pennino che potevi esibire.
Ve ne erano di tutte le forme. Le più semplici rappresentavano la punta di una freccia. Le più sofisticate una mano che si prolungava con il dito medio da intingere nell'inchiostro.
Si andava a scuola dal lunedì al sabato dalle 8,30 alle 12,30. La maestra era unica e nessun genitore si sarebbe mai permesso di andare contro la scuola per difendere le ragioni del proprio figlio.
Per i nostri genitori contadini e “ ignoranti” la scuola era come un luogo sacro, come la sacrestia e la chiesa, dove se entri ti togli il cappello e parli sottovoce.
Nessuno formulava sogni di gloria sul tuo futuro. Se eri una bambina i tuoi potevano immaginare di doverti mantenere sino alla terza media.
Se eri un maschio e prendevi bei voti, magari sino all'avviamento, che era una specie di scuola professionale post medie.
La maggior parte dei nostri genitori non era in grado di aiutarci nei compiti, anche perché già dalla terza eravamo più avanti degli studi che avevano fatto loro.
Con la disciplina non si scherzava.
Nella mia scuola non si usava più la bacchetta,ma sberloni e tirate di orecchie erano all'ordine del giorno.
E purtroppo esisteva il famigerato “ banco dell'asino”. Se ne stava lì, poco convinto e in disparte dalla fila degli altri banchi. Solitamente vicino alla lavagna.
Ci venivano ospitati a turno quelli che si ostinavano a non studiare o che non ce la facevano,perché dovevano aiutare in casa.
Spesso erano bambine che avevano fratellini o sorelline più piccoli che accudivano tutto il giorno. Altro che Baby-sitter. Oppure maschietti che aiutavano nei campi.
Le teorie della pedagogia moderna non erano ancora sviluppate. I P.O.F e i piani di formazione individualizzata nemmeno.
Se eri indietro e non ce la facevi venivi inesorabilmente bocciato, e nessuno se ne faceva un cruccio. Dicevano “ eh, non é portato per gli studi, andrà a lavorare”.
E sì, anche perché potevi cavartela ancora bene se sapevi fare un lavoro manuale. Studiare era ancora considerato un privilegio per pochi.
Ci fu un momento in cui divenni il “ cocco della maestra”.
Questo privilegio lo facevo fruttare durante le assenze temporanee della stessa.
Mi dovevo appostare davanti alla lavagna, appena divisa con il gesso in due colonne.
Da una parte i Buoni, dall'altra i Cattivi.
E lì a segnare nomi a destra o a sinistra. Chi era segnato tra i cattivi, se voleva essere cancellato doveva pagare il favore con qualche figurina di calciatori o un “ chevingum” o magari un bel pennino.
Chi non aveva niente restava segnato dov'era.
Forse già da allora la vita ci doveva insegnare,che se non avevi niente,calcinculo e via...
Renato
...Come Quando Fuori Piove...
se il tempo non passa più, con questo tempaccio da lupi ( nevica nevica nevica), Vi consiglio di seguire l'iniziativa DOMINO LETTERARIO sul blog di Laura Costantini ( che partecipa al gioco dei Racconti Scolastici) e Loredana Falcone: c'è chi scrive un racconto e poi passa la palla ad un altro ( palla o patata bollente?) e la persona prosegue usando come incipit l'ultima frase.
Intanto faccio pubblicità al libro di un'amica blogger, con foto del mio comodino, su cui stazionano sempre i libri in attesa di essere letti. E' Femmina De Luxe, di Elisabetta Bucciarelli ( copertina bianco rossa). Ricordo che, per aggiungere i vostri ricordi di scuola, non c'è un limite di tempo. Qui non c'è concorso, non c'è smania spaziotemporale, è già stressante la vita! Questo è quel che, se avessi i soldi, aprirei : un bar-libreria, bar-biblioteca. Vi fate un caffè, o un bel the, vi sedete al pc e leggete qui :-)
Per ora: yetbutaname, silvano esposito, elena maria aloisi, stefano "dodo", ilaria micheletti. E molti altri, pubblicati in rigoroso ordine d'arrivo alla mia casella email.

Ovvero: la blogger riflessiva e lapidaria.
Mai letto un post che superasse un tot di righe (mirate), volentieri ha però raccontato questa sua esperienza passata...con proprietà e scarna poesia visiva.
La scuola
La scuola era il luogo dove il pavimento era sempre ben spazzato, i muri imbiancati, i banchi bianchi - all´asilo, poi neri.
Asilo di campagna, giochi all´aperto, lunghe passeggiate e teatro, tanto teatro dove tutti eravamo attori.
Elementari, si entrava da un´altra porta, quella grande in cima alla scala: prima e seconda, seconda e prima, terza e quarta, quarta e quinta, quinta e quarta, cambiando maestra ogni anno. Alle pareti, carte geografiche e la montagna da scalare. Una bandierina per ogni scolaro e le si faceva risalire il pendio secondo i risultati. A chi toccava la vetta per primo si regalava una scatola tonda di latta piena di caramelle appiccicosissime o una scatola di gessetti colorati.
E molto, molto imbarazzo: quando si faceva la colletta per la campagna antitubercolare o per la croce rossa o per la società Dante Alighieri, perché ogni obolo era da contrattare in famiglia - i bambini non avevano denaro in tasca, mai; quando ti mandavano nelle classi dei grandi per recitare il trapassato remoto e farli vergognare di non saperlo ancora, loro in quarta e quinta e tu in seconda e prima - e poi dovevi fuggire rapidamente, all´uscita, per non buscarle dagli "svergognati".
L´esame d´ammissione alla scuola media, distante qualche chilometro e ti dovevano accompagnare con il servizio pubblico, cinque bambini stipati sul sedile posteriore e una maestra ,seduta accanto all´autista, che ripeteva le ultime istruzioni: andate alla cattedra e consultate il dizionario, non dovete fare ripetizioni.
Da lì in poi, pendolarismo ininterrotto e molti libri letti, che la cosa migliore della scuola era imparare a leggere, per me.
ricordo che l'ordine di pubblicazione è per data di ricevimento del materiale...
Non ha un blog e, a dire il vero, è una persona che parla poco e scrive ancor meno, per cui questo racconto mi è costato lacrime e sangue :-), credo tuttavia che ne sia valsa la pena. Anche a lui è costato molto sia scriverlo, che vivere ciò che lo ha portato a queste riflessioni.
Lo illustro con pagine aperte del libro "Cuore" su un capitoletto : "Il ragazzo calabrese". Leggendo, si capirà perché...

Poenta e osei
Che tra nome e cognome fosse più che chiaro che non fossi nato a Treviso, era un dato di fatto.
Che lo rimarcasse un maestro che faceva, di cognome, Ruotolo, mi era incomprensibile. Ogni volta che mi chiamava alla cattedra posta sulla predella ( e guai a metterci un piede) o alla lavagna, calcava sull’accento napoletano, nel pronunciare nome e cognome. A tutti scappava il sorrisino e la gomitata, persino a quel fetente di Lo Russo, che di veneto aveva in casa al massimo la gondola- lampada sulla TV. Non diventai mai amico di Lo Russo, piuttosto feci amicizia con Boggian, che aveva un padre droghiere, che ci regalava la girella e i pandorini, con un appiccicosissimo zucchero a velo sopra.
Mia madre peggiorava le cose. Per merenda io avevo pezzi di pizza fredda, panzerotti, panini con il formaggio, quando tutti avevano la girella. Io sognavo girelle, disdegnando l’ottima pizza di mia madre. Un giorno mi diede un mezzo calzone ripieno e lo buttai nel cestino per la vergogna.
Così trascorse la mia prima giovinezza: imparando a parlare in italiano con l’accento veneto, a farmi chiamare Silvano, al posto di Salvatore.
All’Istituto tecnico per ragionieri arrivò un’ulteriore possibilità di riscatto: Ines, che di cognome fa …..in, ed è mia moglie, veneta doc. Conosciuti a 14 anni, fidanzati a 16, sposati a 20 anni, io e Ines unimmo le nostre sorti, annullando le differenze d’origine.
Mio figlio e mia figlia sono settentrionali, piemontesi. Mio figlio è un po’ razzista. All’Albanese che fa il meccanico, sotto casa, dice che è pettinato e vestito come un pezzentone degli Anni Sessanta, quando non sa neppure che cosa sia stato il passato, per quelli che come noi si chiamano Esposito, Esposto, Degli Esposti.
Trovatelli, gli ho detto.
La ruota degli esposti era un dispositivo meccanico, che in convento permetteva, ai primi del secolo e forse anche dopo, di abbandonare e ritirare, dai due lati d’un portone, un figlio di nessuno.
Dico a mio figlio: i tuoi antenati sono terroni e anche disperati, che qualcuno ci avrà ben lasciato ad un portone, per avere un tale cognome.
Si offende. Io buttai le mie radici nel cestino in aula, con il calzone. Pentendomi mille volte. Lui non sa che sta rinnegando le sue origini di *povero*, deridendo altri poveri. “Povero” è una parola che suona male.
Sua madre sorride, lei ha il cognome tronco, come molti Veneti. Ha sposato me, per amore, mentre io, in tutta verità, la sposai anche per dimostrare a me stesso che il terrone avrebbe potuto sposare la veneta. Poteva abbracciare la polenta. E far finalmente polenta e osei con lei.
Il figlio frequenta il Liceo Scientifico e per essere bravo, è bravo. Va a scuola tutto firmato dalla testa ai piedi. Con la paga settimanale ci va in motorino, due giorni alla settimana va al pub, al disco bar e in discoteca. Una serata, alla multisala cinematografica. Ci va con i soldi del sottoscritto e della Polenta , che era peggio che terrona, era una povera veneta, di quelli che avevano già gli stracci imballati per emigrare in Piemonte, in Lombardia o in Romagna.
Rimediate, potrà obiettare qualcuno.
Oramai è troppo tardi.
Lo abbiamo viziato, vittime del nostro stesso errore: cancellare le origini.
Non vanno cancellate. Vanno capite, superate, ma mai passare la spugna sulla propria storia.
Bisogna spezzare il clima "magico" ( su cui torneremo, perché in merito alle esperienze scolastiche c'è di tutto e di più) creato da Ilaria e Stefano...
Propongo perciò un racconto "forte", dal sapore aspro, che introduco con una perla, un paio di tavole di Enzo Lunari tratte da un numero di Linus del 1976.

Il fallo e il fellone
C’era dunque ‘sto prete che ci insegnava religione. Era un parroco di campagna, ma di prete di campagna aveva solo la parrocchia in campagna. In realtà era un porco. Anzi, è un porco. Credo sia ancora vivo. Era l’anno della maturità, ci sentivamo grandi, quasi fuori dalla scuola. Avevamo, con i professori, comportamenti corretti e discreti, malgrado una certa confidenza che, con il tempo, si era creata.
Magari un’altra volta parlerò del prof d’italiano che ci offriva sigarette e ci faceva sceneggiare le risse tra dannati, al centro dell’aula, con i banchi accatastati in fondo.
C’era, insomma,’sto prof di religione che ci raccontava, lusingato e divertito, di tutte le amanti che i parrocchiani gli attribuivano e di tutte le donne che lo concupivano. Ci disse, all’inizio dell’anno scolastico, che lui voleva aiutarci a crescere, che con lui avremmo potuto parlare di tutto e ci portava in classe delle riviste che parlavano d’amore e sessualità. Mi pare "Duepiù" o qualcosa di simile. In genere, appena entrava, mandava in corridoio me e qualche altro dissidente. A volte, però, ci rifiutavamo di uscire, mostrandoci interessatissimi alla lezione. Sapevamo che la nostra presenza gli creava un certo disagio e la cosa era troppo allettante. Più del caffè del distributore bevuto seduti sulle scale a programmare il pomeriggio.
C’indottrinava, lascivo e untuoso, sui baci leciti e non leciti (ricordo ancora attonita una lingua che arriva alle tonsille non è lecita…), di petting, di dove dovessero arrivare le mani e compagnia bella. Un porcone. Quel giorno una del primo banco, che si cotonava pure i capelli e prendeva appunti anche sull’appello, gli chiese, candidamente (ma candidamente per davvero!), cosa fosse la circoncisione.
Non l’avesse mai fatto! Vedemmo lo sguardo del prete farsi lubrico, la lingua serpeggiò veloce ad umettargli le labbra… Si rimboccò le maniche del sottanone, imbracciò il gesso e disegnò quello che, in genere, i maschi disegnavano sui diari per sfregio. Una ceppa. Un ceppone lungo almeno un metro, poiché dovevano vederlo bene anche all’ultimo banco. E poi giù con il prepuzio, il glande, il taglio e via dicendo. Sghignazzate e commenti sguaiati rimbombavano tra i banchi. I maschi urlavano “Raga’, se non fate in tempo a prendere appunti, passate da noi…”. La porella che aveva fatto la domanda era diventata viola. Il gruppo delle brave ragazze restava composto e compatto, ma un certo disagio gli si leggeva in volto... La lezione, alla bell’e meglio, ebbe termine.
Era l’ultima ora. Ci attardammo ad uscire, asciugandoci le lacrime delle risa e continuando a fare commenti indecenti. Mentre uscivamo, sempre tra gli ultimi, entrò la bidella che doveva pulire l’aula. Alla vista del gigantesco fallo, la tapina iniziò ad inveire contro i maschi, colpevoli, secondo lei, di aver offeso la sacralità della lavagna con il disegno osceno, minacciando di andare a denunciare il reato dal preside. Noi, sempre sghignazzando, le raccontammo l’accaduto.
Ci volle un bel po’ per convincerla della realtà dei fatti. Non era possibile, diceva, no, no, il prete non può averlo fatto... Si convinse, infine, davanti alla nostra proposta di chiedere direttamente al prof., ma restò scossa. Seduta alla cattedra, scuoteva la testa aggrappata alla scopa. Il prete non tornò sull’argomento ma da allora, appena entrava in classe, eravamo in parecchi ad uscire, senza dare spiegazioni.
Né lui le chiese mai.
Secondo a consegnare il buon dodo712, che io immagino un bambino così ( salvo cimosa a portata di mano:-)

Questo è il suo racconto:
Fotografia del primo giorno di scuola
I colori hanno perso molta della loro brillantezza. Si sa, il tempo picchia duro anche sulle fotografie.
E’ la foto del mio primo giorno di scuola. Grembiulino nero, senza una grinza, stirato con cura, colletto bianco e grande fiocco azzurro. Sono seduto ad una cattedra con il piano in formica verdastra, davanti a me un quaderno nuovo di zecca e dietro la lavagna nera, pulitissima. In un angolo, su uno scaffale, non so perché, un gufo impagliato. La stilografica che ho in mano non è mia ma è lasciata a disposizione di tutti i bambini, indispensabile accessorio per la fotografia.
Ecco, questa foto è rappresentativa di tutta la mia esperienza scolastica perché è in quel fermo immagine che posso riassumerla. Uno scolaro ordinato, non brillante ma nemmeno svogliato. Insomma una eterna via di mezzo, ben attento a non prendere brutti voti non solo per orgoglio e amor proprio ma soprattutto perché poi si doveva faticare per rimediarli.
Delle elementari mi colpì soprattutto il modo in cui la maestra ripiegava con cura il suo grande fazzoletto bianco, dopo essersi soffiata il naso, per poi riporlo meticolosamente nella sua borsetta nera. Ma era soprattutto il suo accento romagnolo misto al tono nasale prodotto dal suo perenne raffreddore ad affascinarmi. Era severa al punto che, quando le sue labbra si aprivano in un sorriso per un buon compito o una ricerca ben fatta, sembrava bellissima.
Il mio punto di forza erano le ricerche perché mi spingevano a ficcare il naso tra le pagine delle enciclopedie, a ritagliare foto dai giornali e a incollarle sui quadernoni a quadretti destinati a tale scopo. Un mio lavoro sulle formiche riscosse straordinario successo tra le maestre e fece il giro della scuola mentre il mio capolavoro – concepito a quattro mani con il mio grande amico e compagno di banco – fu un fiasco clamoroso. Era una ricerca sui castelli medievali, un lavoro che decidemmo di corredare di un vero castello modellato nel polistirolo da imballaggi. Ne venne fuori uno spettacolare plastico, perfetto nei minimi particolari, con il castello pitturato di grigio-pietra, i prati intorno coperti da uno strato di polverina verde e disseminato di soldatini e cavalieri che combattevano tra loro. Fu scambiato per un gioco mentre noi lo consideravamo il primo esempio, non apprezzato, di multimedialità nello studio.
Ho attraversato la scuola senza scossoni e senza troppa fatica, cercando di restare ligio al mio ruolo di ragazzino per bene. Solo due volte ho rotto questo clichè suscitando stupore e meraviglia tra i miei compagni che mai si aspettavano un exploit di quel genere, da parte mia.
La prima volta è stata in quinta elementare. Andavano di moda, allora, delle specie di competizioni tra classi di diverse sezioni. Le maestre riunivano le classi (due o tre) in una sola aula e interrogavano, ognuna gli allievi delle altre. Ovviamente tutti tenevano a far bella figura. Fu durante una di queste esibizioni che entrò in classe la direttrice chiedendo se c’erano due volontari per la partita di pallone che stava per iniziare giù in cortile. Ricordo ancora lo sguardo di fuoco della maestra quando alzai la mano. Forse lo prese come un gesto di ribellione che per anni, ho immaginato allora, avrebbe marchiato d’infamia la mia futura carriera scolastica.
L’episodio successivo ebbe luogo alle superiori. Durante una ricreazione, ebbi la malaugurata idea di tirare una cimosa ben impolverata di gesso al mio compagno di banco appoggiato alla finestra. Ovviamente mancai la mira e la cimosa, dopo aver colpito lo spigolo, precipitò di sotto centrando, due piani più in basso, la testa calva del preside che stava passeggiando circondato da uno stuolo di professori. Si scatenò una caccia all’uomo degna della Gestapo. Il preside si aggirava furibondo per i corridoi con ancora un’ aureola di gesso stampata sulla calotta cranica mentre i professori setacciavano le aule controllando la presenza della cimosa vicino alla lavagna e i bidelli frugavano in ogni angolo alla ricerca del terrorista, nascosto probabilmente in qualche sgabuzzino.
Contando su uno stato di servizio di buon livello, non aspettai che la rappresaglia si abbattesse sui miei compagni innocenti e mi consegnai al nemico che apprezzò il gesto eroico, convinto anche dal fatto che mai avrei avuto la capacità balistica di centrare volontariamente il testone del preside da quella altezza.
Non fui fucilato.
Le medie rappresentarono una parentesi insulsa della quale ricordo solo alcuni tic dei professori. L’insegnante di disegno che si aggirava per l’aula portandosi dietro il ventilatore perché soffriva il caldo, la prof di musica che per tre anni ci ha torturato con il solfeggio a oltranza senza mai farci vedere uno strumento e quella d' inglese che l’inglese lo sapeva poco ma la minigonna le donava molto.
Mi piacerebbe tanto poter ricordare le superiori come nei film e nelle fiction perché non è così che io le ho vissute. La mia classe era odiosa, antipatica, un’accozzaglia di persone che non hanno mai fatto amicizia tra loro e che alla fine dei cinque anni si è dispersa senza mai più cercarsi. Ho notizia di persone che a malapena si salutano incontrandosi per strada.
Non hanno lasciato in me un buon ricordo. Da parte mia ho cercato di non fare altrettanto regalando, alla cena di fine anno dopo l’esame di stato, una caricatura ad ogni professore, miracolosamente corredata dalla firma di tutti. Alcune erano abbastanza feroci ma tutti le hanno apparentemente apprezzate e anni dopo ho avuto modo di sentirmi ancora ricordare non per una traccia indelebile lasciata dai miei studi nella loro memoria ma proprio per quei disegni che avevo lasciato loro in eredità.
Il resto è tutto sommato noia, giorni uguali e ricordi nemmeno così fantastici. L’unica cosa che di quei tempi rimpiango veramente è la gioventù. Tranne poche eccezioni, i compagni di classe non sono stati degni di nota, tant' è vero che a molti anni di distanza a nessuno è mai venuto in mente di proporre una rimpatriata davanti ad una tavola imbandita, per controllare quanto siano tremendamente invecchiati gli ex compagni di studio.
Resta tuttavia qualche bel ricordo, legato soprattutto a quella bambina con le lentiggini che, dal banco accanto, mi scriveva bigliettini d’amore arrotolati e infilati nella cannuccia della Bic e che dopo decenni, quando mi incontra, mi sorride ancora.
A cercare i miei vecchi compagni su Facebook non ci penso nemmeno.

E' stata la prima a consegnare! Ecco il suo racconto,ispirato ai suoi ricordi di scuola.
La cultura quando mi è apparsa aveva forme generose e un cuore grande
Io sono nata a dicembre, perciò è come se avessi un anno in meno rispetto a quello che appare sulla carta e che però è ciò che vale; per questo motivo mi sono spesso trovata mio malgrado a dover fare delle cose in anticipo, tra cui ovviamente l’ingresso a scuola.
Quella mattina di settembre mio padre e io ci incamminammo verso l’edificio che a partire da quel giorno sarebbe stata la mia scuola elementare. Io ero arrabbiatissima perché, oltre a dover indossare un orrido grembiulino pizzoso che mi tirava da tutte le parti, avevo anche una repellente cartella rosa (colore all’epoca da me odiato e aborrito, mentre oggi una bambina che non sia di rosa vestita è considerata una paria) che piaceva tanto a mia madre. Perciò marciavo in silenzio e con passo cadenzato. A un tratto mio padre mi poggiò la mano sulla spalla (suo gesto solenne che anticipa di solito qualche conturbante rivelazione o almeno un noioso predicozzo) e con tono formalmente commosso annunciò:
– Ilaria, da oggi tu entri nel mondo della Cultura. Fatti onore, ricordati che sei una Micheletti! – (che è il mio cognome, un cognome banalissimo ma non per questo da disonorare, a quanto pare…).
L’idea di farmi onore mi piaceva (era anche il periodo in cui mio padre mi leggeva i grandi romanzi d’avventura); la Cultura, invece, con quella c maiuscola che mio padre aveva scandito con tanto orgoglio, mi suscitava diffidenza e un senso di freddo.
La sera prima mio padre aveva aperto il mio quaderno, ancora perfettamente intonso, e aveva vergato di suo pugno, sulla prima pagina, un geroglifico (così pareva a me) che qui trascrivo, sottolineature comprese:
«Il mio italiano dev’essere il più possibile concreto e il più possibile preciso»;
Italo Calvino.
Ora, io ero completamente analfabeta. Non ero come i bambini di oggi che a quattro anni sanno già leggere e scrivere in almeno due lingue diverse. Io non volevo assolutamente uscire dalla mia beata condizione di analfabetismo perché fino ad allora, in qualunque momento lo desiderassi, c’era sempre un adulto pronto a leggermi o raccontarmi una storia (o interi romanzi, come faceva mio padre, che me li leggeva a puntate la sera). Intuivo chiaramente che non appena avessi imparato a farlo da sola sarei stata abbandonata a me stessa. Vedere poi mio padre perennemente chino su libri o quaderni con la testa tra le mani e la gastrite nervosa non mi aiutava a trovare allettante l’idea di leggere e scrivere.
Comunque, con in mente il proclama di mio padre, quella mattina mi trovai in classe, seduta in un banco a caso, circondata da bambini in lacrime. La mia compagna di banco (che poi sarebbe diventata la mia migliore amica) singhiozzava come neanche un’orfanella nei più tragici cartoni animati giapponesi. Non un’atmosfera molto incoraggiante.
Io però ero come sono adesso: prima di avere reazioni inconsulte mi guardo intorno e cerco di capire la situazione.
E mentre mi guardavo intorno vidi lei, la maestra, fare il suo ingresso in aula. La prima cosa che vidi, data la mia scarsa altezza e la mia posizione seduta, fu questo suo grandissimo, esorbitante e morbidissimo seno; oltre a essere grosso sembrava anche dotato di potenzialità estensive. Inoltre sembrava protendersi in avanti come per accogliere chiunque avesse bisogno di conforto. Tutto il corpo della maestra appariva meravigliosamente morbido, florido, rassicurante e caldo. Lo paragonai immediatamente (e impietosamente) al corpo di mia madre, sottile, ossuto, freddo e scostante; scomodissimo, nonostante lei ne andasse tanto fiera. Poi guardai il viso della maestra: affettuoso e sorridente.
Allora ho pensato che qualunque cosa fosse la cultura era sicuramente qualcosa di meraviglioso se proveniva da lei.
E così è stato: del corpo della maestra ho potuto abusare a piacimento durante tutti i cinque anni poiché lei era generosa nell’elargire abbracci e baci quanto nell’insegnare tabelline e congiuntivi o nel guidarci in avventurose gite e giocosi passatempi.
Per la prima volta nella mia vita mi sono sentita al caldo e protetta e amata da una persona che al tempo stesso aveva anche un ruolo ufficiale. In lei, proprio in lei fisicamente e anche però nel suo carattere, piacere e dovere si compenetravano superbamente, non procedevano su binari diversi.
E siccome io sono un’oca di Lorenz, questo imprinting mi è rimasto impresso e mi accompagna tuttora. Perfino la forma del suo fisico, che oggi sarebbe giudicato grasso, continua a emozionarmi, quando la vedo su altre donne. Credo che nel fondo del mio cervello la cultura continui ad avere l'aspetto materno e profumato di una donna morbida e accogliente.
Per la cronaca, la mia maestra la incontro spesso in giro per il quartiere e, benché invecchiata, la sua affettuosa carica esplosiva è rimasta intatta: ancora mi stritola tra le sue capienti braccia e in un solo gesto fa sgorgare di nuovo in me ricordi indelebili. È la mia madeleine vivente.