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Utente: flaviablog
Il 15 aprile 2006 il suo esordio su blog, comelarugiada, un blog evanescente, una scatola di pensieri che ancor oggi sopravvive in forma privata, nato nell'attesa di un intervento chirurgico. Nel febbraio 2007 nasce Carta scritta, per scrivere per diletto: racconti, recensioni, cronache. Per parlare di lettere ed immagini senza alcuna sovrastruttura ideologica. Questo è un blog ostinatamente in disparte e che non vuole essere di parte.

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giovedì, 30 ottobre 2008

Con frammenti lirici, concludo

...Rebora salutando ( frammento XVII)

Scrivo in rosso i versi che più mi colpiscono di questa saggia lirica su quel che siamo e quel che eravamo, ciò che si è e che si potrebbe essere...

Da tutto l'orizzonte   il ciel fuso balenava

con slanci arcuati di luce  verso l'alta vertigine azzurra

che al sommo traboccando più vibrava;   giacevan sui confini

grembi di nuvole bianche, ma il sol maschio sfuriava

sulla terra supina    nel grande amplesso caldo

E con turgidi muscoli...si sforzava ogni cosa violenta

e si palpavan i sonori tonfi    e s'incendiavan i colori secchi

e nel convulso spazio   dalle coscie dei monti

al gran seno dei piani  dalla testa dei borghi

ai nervi delle strade   con aliti e gorghi

con guizzi e clangori  ebbra l'ora si stordiva

ebbra l'ora si smarriva  nel senso delle voci

di giovani a diporto  di giovani cercanti

dal pensiero la vita.

La compagna al compagno

il compagno alla compagna

voleva ognun confidare qualcosa ch'era tanto:

e scaturiva l'invito bramoso d'intorno, aperte le magiche porte

ampliate le ardenti finestre, protesi i fiorenti balconi

della natura balzata in su  e al suo piede ferveale un piacere

che voluttuoso salendo con gioia   dai fianchi al sommo iridava

di squame  e scintille   la bella e fragrante dimora

il compagno alla compagna   la  compagna al compagno

volea ciascuno gridare   ciò che non era mai detto

e passare da ogni varco  e popolare la reggia

e confondersi insieme nell'acciecante verità enorme

Ma rotolarono sillabe 

ma ragionarono il mondo

e riser tutto il dì per non sapere

mentre ogni cuore sciupava

la sua farfalla

S'annidò il cielo corto

e si fece uno spento braciere

languì la terra al piacere

e si fece  la spoglia  d'un morto

strisciò la notte

scivolò la partenza

s'aprì la voragine

della città rombante.  Si lasciarono.

E lasciarono la loro giovinezza...


postato da: flaviablog alle ore 16:10 | link | commenti (14)
categorie: poesia, donne, vita, uomini, rebora
domenica, 26 ottobre 2008

Il suo Rebora

Ho anticipato che Mussini ha per Rebora una sana passione.Ne ricorda   la famiglia massone, ne coglie, nella scelta del sacerdozio, un contrasto dovuto a crescita spirituale. Ne vede le radici in un... radicalismo laico. Lo legge già nella tesi del 1909 ( Romagnosi), in cui pare di vedere vacillare la fiducia nella validità della cultura illuminista e in essa l'insorgere dell'insoddisfazione per l'esercizio d' una ragione scissa dal cuore. Tant'è che Bigongiari aveva inserito Rebora nel medioevo novecentesco. Tant'è...

Una tesina su Leopardi,che si occupa di musica, pare offrire a Rebora un'occasione in più per conoscere sé stesso.Come chi in chi ama scopre la sua vera natura. Mette a fuoco lo stile di scrittura e poi di vita.

Di Rebora e su Rebora insiste nel percepire la musicalità ( elle eufonico suono, erre aggressiva), ne sviluppa impressionismi pascoliani nel coglierne ansietà e nostalgia, pessimismo e malinconia vivace ( esiste, sì, una *frizzante vena triste* e non è una contraddizione, è il levarsi furibondo della protesta intima).

Non saprei. A me piace pensare a Rebora stanco di guerra. Di guerra reale e di quella quotidiana, in cui le ovvietà sono invece affondi di stiletto. In Rebora io leggo parole d'amore, in cui la passione è allo stremo delle forze ed ha occhi ancor più febbricitanti e lucidi.

Il paesaggio c'è e si vede. I luoghi son concreti.

Tanto che di questo frammento sono figlia stregata:

Annusando con fascino orribile

  la macchina ad aggiogarti.

Via dal tuo spazio assorto

all'aspro rullare d'acciaio

al trabalzante stridere di freni,

incatenato nel gregge

del continuo aperto cammino:

e trascinato tramandi

e irrigidito

rattieni

le chiuse forze inespresse

su ruote vicine e rotaie

incongiungibili e oppresse,

sotto il ciel che balzàno

nel labirinto dei giorni

nel bivio delle stagioni

contro la noia sguinzaglia l'eterno

verso l'amore pertugia l'esteso

e NON MUORE E VORREBBE,E NON VIVE E VORREBBE

mentre  LA TERRA gli chiede il suo verbo

E APPASSIONATA NEL VOLERE ACERBO

paga col sangue, SOLA, LA SUA FEDE.

e ancora...

MA quand'URTA UNA CITTA'

si scardina ogni maglia

s'inombra come un'occhiaia

e guizzi e suono e vento

TRAMUTA IN ANSIETA'

D'AFFOLLATE FACCENDE IN TORMENTO

E SENZA COMBATTERE AMMAZZA.

Nulla del vissuto non è mai stato scritto.Ogni luogo è insieme culla e pane e lento morire. La piccola città bastardo posto di Guccini. Una grande città non è da meno...

Per non dir d'amore.

C'è in Rebora una carnalità che andrò raccontando, in una cronaca da poveri amanti, dai frammenti lirici del 1931, precisamente dal frammento XVII. Non è stato sempre sacerdote. E' stato uomo e amante, prima.

A dopo.In altro post.

Io, al contrario di quanto Mussini pensa d'aver letto in Rebora  credo a ragione, sono patita dell'Illuminismo, della Dea Ragione, della cultura e della scienza e della scienza della ragione ed infine... della cultura della scienza della ragione, ma l'uomo è d'ogni cosa anche il suo opposto e in  tanto e tale appello alla ragione, c'è l'oscuro presagio che comporta la *mortalità*.

Nessun essere razionale può farsi carico dell'essere mortale senza cercare una spiritualità liberatoria. La si cerca nelle divinità o per contro, nell'assoluto esercizio della razionalità, cercando scampo nelle ideologie e nei movimenti e persino rifiutando tutto in blocco, per forme d'oblio individuali o collettive.

Poeta vibrante e poco conosciuto, Rebora, da rivalutare.

In Biennale ho assistito anche ad una garbata disputa su Carducci. Era un grande oppure...no?

L'ha sedata Patrikios dicendo che era tale, ma la diffusione scolastica di Carducci non  ha certo reso merito all'autore.

Insomma: a volte lo studio può essere scellerata cosa.


postato da: flaviablog alle ore 12:28 | link | commenti (38)
categorie: poesia, vita, uomini, polemica, parola, conferenze, biennale, rebora, mussini
sabato, 25 ottobre 2008

Indomito( Rebora vale quanto Montale!)

Il relatore  ( e l'indomito) è Gianni Mussini, il classico pignolo. Ci fa distribuire le poesie di Rebora di cui parlerà, con passione. Da subito capisci che la riconsiderazione di Clemente Rebora è ciò che più gli preme. Più della conferenza stessa. E' un innamorato. E' pervaso. Ci penso: Rebora non c'è nelle antologie scolastiche dei miei tempi di studentessa, nessuno me lo fece studiare. Non c'era neppure dopo, tra le letture poetiche usuali dei circoli di lettura. Un vociano, uno che va in guerra e torna disperato e "suonato" ( dalla prima guerra mondiale), pubblica una raccolta a cui dà il titolo " Canti anonimi", per modestia. Si converte al cattolicesimo,diventa rosminiano e sacerdote e morrà così, dopo lunga malattia e soltanto dopo la sua morte, che avviene nel 1957, si pubblicherà una raccolta poetica completa. Soltanto nel 1961. In un'Italia in pieno ottimismo demenziale da crescita economica, a cui seguiranno  anni di ribellione e poi di piombo. Dopo sarà un'Italia da bere, ora è in braghe di tela. 

In quell'Italia ( e in questa) chi vuoi che s'accorgesse e s'accorga di un prete ( che prima ben conosce tutto il resto della vita, diventa novizio nel 1931, in pieno regime fascista ed era nato nel 1885) che ha conosciuto il disgusto delle guerra, che ha vissuto una sua interiore rivolta francescana, senza clamori.

Conosco Rebora grazie a Sanguineti. Leggendo l'antologia "Poesia italiana del Novecento", Einaudi, a cura appunto di E.S., ho scoperto il poeta e le sue suggestioni.Di Lui mi aveva avvinta una sua descrizione in poesia della primavera, tanto decantata dea stagionale, che io ho sempre considerato incerta ed ambigua, perlomeno fino alla fine di aprile, soltanto allora, infatti, si può tirare il fiato e dire: si rinasce, ci si risveglia. In famiglia ho dei morti agli albori primaverili. Per risorgere la natura ha un triste bisogno di uccidersi, di alternare il freddo ai tepori, di concedersi calda e poi usarsi violenza.

Trascrivo in breve, soltanto una parte di "Primavera":

E' primavera,questo accasciamento

nell'ebete riflesso

d'un caldo umido vento

che monotono incrina

la crosta cittadina

e suono fesso rende ?

Forse altrove sei bella, o primavera:

non qui,dove uno sdraia

passi d'argilla e per le reni vuoto

scivola il senso e gonfia la vetraia

mentre l'anima giace al fondo

d'una gora e si contrae

l'idea nel tempo che vien già divelto

con nausea intorno alle cose.

....

Ma primavera, tu strozzi e spunti

ruggiti e artigli con mediocre inerzia

e gl'impeti e le luci

accasci e in ebete riflesso smungi;

ben tu al fiuto del senso conduci

nel caldo umidore del vento

con strette di mano la placida vita, con strette di ordigni la provvida forza;

e in tuo buon senso mossa,

nei plausi fraterni

dell'ilare gente codarda

sotto il ghigno del cielo

all'anima maliarda

di noi vili eterni

tu scavi tediata la fossa.

E suggo io,intrepido, il veleno

schizzato a vendetta

a chi di morte, o spirito, o suggello

sulla mia impronta severa;

ma giù gli sguardi con terrore, voi

tronfi bastardi della primavera,

civil risma di eroi

e giù il cappello!

Questo il *mio* antiretorico e sofferente Rebora. Quello che io ho amato e prima di incontrare Mussini e forse il motivo per cui sono andata ad ascoltare le conferenze in Biennale.

Più per Rebora e per Patrikios, che per tutto il resto.

La mostra resta nel settecentesco palazzo fino al 18 novembre, poi diviene itinerante, andrà in Regione, al Circolo dei Lettori, poi viaggerà un po' qui un po' là.

Se dovessi addobbare una stanza del Palace io però ricorrerei a Primavera. Matura, però. Botticelliana e tronfia. Gravida di fiori e sulle soglie dell'estate eppure mille volte più bella. Più ricca di qualsiasi estate e più donzelletta  piena di speranze di lei, che prospetta soltanto autunni. Mica è facile, per Primavera, risorgere. Brutta Pasqua, la sua e brutta anche per noi, poveri animali fiaccati dalla resistenza invernale. La Resurrezione s'addice alle piante,non agli uomini.

Questo il *mio* Rebora, quello di Mussini...poi!

"E GIU' IL CAPPELLO!"

 


giovedì, 23 ottobre 2008

Galantuomo ( da antologia)

 

E’ giovane ed è il secondo conferenziere della rassegna, ha un aspetto curato ma semplice, un tono di voce pacato e un modo di porsi modesto. A ben leggere però titolo del suo intervento: “Sovrimpressioni di paesaggi. Perdita e nostalgia della natura nella poesia contemporanea” e tema della Biennale , che è “Poeti e paesaggi: arte e natura”, se ne deduce che chi ha scritto un’antologia tematica , intitolata “Dentro il paesaggio.Poeti e natura” , in cui presenta Zanzotto e Piersanti,Guerra o Bacchini ( Archinto, 2006) è in pratica la persona che più incarna il nòcciolo del discorso tutto, trasversale. Non avendo alcuna parvenza da noioso letterato o da “barone” della cultura. Parla e chiede quanto lungo possa essere il suo spazio-tempo e s’impegna il più possibile a non sforare, a non smaniare, a non esibirsi in voli pindarici o in recite da istrione. Lo conosco già, ma lui non lo sa. Nel catalogo 2004 ci siamo entrambi, il mio nome tra gli artisti visivi ed il suo tra i poeti. Critico e poeta il nostro e lo si capisce da come tratta del linguaggio e dalla delicatezza con cui si muove nelle definizioni. Parla di Luzi, Bertolucci, Zanzotto e di come abbiano attraversato con i versi il paesaggio ( mi sovviene che le prime rassegne di poesia, in attesa della nascita d’una Biennale vera e propria, erano denominate “Attraversando versi” e s’avvalevano anche degli spazi offerti dalle radio private…) e di quanto siano stati in qualche modo avversati ( ah, i versi avversati!) da una neoavanguardia che dichiarava morto il linguaggio in qualità di verità.

Pone Zanzotto e Luzi in un contesto orfico-sapienziale e Bertolucci  in un ambito esistenziale ed afferma che tutti, ognuno a modo suo, han tenuto duro contro il nichilismo della perdita di valore del linguaggio come veicolo d’una verità, che diviene più concreta nel momento in cui descrive paesaggi visti, vissuti e percepiti. L’uomo è corpo e luogo, aggiungo di mio.

Luzi come “coacervo di definizioni e crocevia d’intenzioni”. Cristiano. Non cattolico.

Zanzotto dirompente eppure non amato dalla neoavanguardia, perché non rinuncia a dare al linguaggio un valore intrinseco, comunicativo, di verità.

Bertolucci, l’incompreso, sdoganato da Pasolini, accusato d’Arcadia come Volponi, bersaglio quanto Cassola.

In nome di che cosa, mi chiedo?

Dell’astratta pretesa di certa poesia d’essere autocontemplativa e non comunicare per scelta.

Quel che io penso è che la parola mi deve raggiungere, cercando di portarmi la sua verità in termini reali, percorrendo ogni sentiero del sentire e del vedere, di conseguenza interpretando luoghi e paesaggi.

Che poi il paesaggio per alcuni sia uno spazio vuoto tra due agglomerati cittadini è soltanto concepire il minimalismo delle sensazioni come qualcosa di superfluo nel mondo odierno.

Io voglio che tutto ciò che guardo sia il mio paesaggio, fosse anche il limitato obiettivo d’un glaucoma mentale, comunque *mio* e *vero*. Per giunta da tempo penso che non ci sia avanguardia che non sia diventata …retroguardia al culmine della sua boria comunicativa. Di cui l’oratore è privo. Guarda l’orologio, si attiene, quasi timido, ai tempi. Lo avvicino e mi complimento. Mi propone di darci del tu, mentre l’accompagno in albergo mi dice, parlando dell’antologia di Testa : “Uh, non farti sentire da Piersanti! Detesta quel lavoro di Testa!”. E’ semplice, pensa persino che io sia presente perché precettata, tant’è che non gli dico che sono in mostra e mi eclisso, ma posseggo il suo indirizzo email. Mi preme. Ama Saba, Caproni, Erba, come me. Sono, con Sinisgalli e Sbarbaro, i miei poeti preferiti, tra i (molto) noti.

 

Posto una sua poesia ( il professore d’Urbino non si limita a criticare, scrive):

Il dubbio della sera

 

Va’ indietro, come ad una sera, a quel velo

Pesante di biacca elettrica sulla città,

steso per pietà dell’affanno e del pensiero

tra i sogni di una dismessa zona industriale

 e l’orlo amaro di un porto,  al dubbio di un vecchio

faro sul molo, dove partire o tornare…

ovunque fosse sempre quel paesaggio( un bar

la bava luminosa di un fanale, un’auto che lenta

sale sulla costa…) non esiste più.

 

Da quella sera è un girare a vuoto d’anni,

e il suo ricordo che scompare in una coltre  a poco

a poco che si alza e sale più leggera, cade.

Così per giorni, oltre il porto , e a incerta

ora l’oltre ( non un volo, non una voce,

lontana all’alba, vela fra le rade…) appare.

Con uno scatto, laggiù lascia, ma non lo sa, il buio

dietro la morte, chi va via. Nient’altro.

 

Salvatore Ritrovato

 

( di nome e di fatto, senza un blog e che non è su Facebook, in compenso ci sono tante altre facciazze,e poi faccini e faccioni)

 

Ah, a me piace l’antologia curata da Sanguineti per Einaudi, intanto. E’ del 1971,

piacerà a Piersanti?

 


martedì, 21 ottobre 2008

Mecenate (lasciate che gli artisti vengano a me)

Sono in ritardo, sembro il bianconiglio, zampetto dietro ad un ragazzo con le braghe con il cavallo pericolosamente basso, gli arriva alle ginocchia. Il corpo sembra lunghissimo su corte gambette. Uno specchio deformante in movimento. E' il paesaggio urbano che vedo, camminando, davanti a me. D'altra parte il tema non è: " Poeti e paesaggi: arte e natura"? Più complessi i precedenti: "Verità e dubbio", "Indicibile e ineffabile". Tutto ciò che ci si para davanti è paesaggio. E' tardi, avranno già inaugurato la mostra, che mi vede partecipe. Poco male, sarei stata forse imbarazzata, ad essere presente.

Arrivo e sta parlando, al tavolo delle conferenze della bella sala settecentesca, Alessandro Ferruccio Pinoli di Valfesina, detto Nani. Un gruppo di ragazzi manifesta grande entusiamo ad ogni sua parola. Sono i giovani artisti del movimento G.A.F.F.E e suoi sostenitori sfegatati. E' il loro moderno mecenate. Che facevano infatti i Signori rinascimentali per ospitare amici e parenti? Rendere le dimore piacevoli luoghi d'arte, assoldando artisti, che costruissero( in qualità di architetti), dipingessero, affrescassero, decorassero, organizzassero scenografie adatte alle feste, perché gli ospiti mangiassero, si divertissero e facessero l'amore in cornici superbe. Nani di Valfesina, consigliato da amici come Vittorio Sgarbi, Achille Bonito Oliva, Marisa Vescovo, Philippe Daverio ha creato un Palace Museum Hotel, in cui atrio, ristoranti, bar, piscina, sala convegni ed ogni camera sono opera di un artista diverso, in modo che si possa dimorare immersi nell'arte, dal luogo fisico, alla decorazione di pareti e soffitto, agli arredi.

Lanciata la proposta, sono arrivati 260 bozzetti, di cui ne sono stati scelti 80 e realizzati 63 per 75 locali. 13 son stati scelti dai critici suddetti, 50 da Nani Pinoli in persona. Si sono espressi Arnaldo Pomodoro, Mimmo Palladini, Enzo Cucchi...ma anche e soprattutto  nuovi artisti su cui il Conte ha scommesso.

Dichiara: " il mondo è chiassoso e volgare, omologato e cattivo. Non è olimpico lo sport, la parola può essere di troppo.L'arte è salvezza. Devono trionfare pochi colti sulla moltitudine dei bruti, ma l'imprenditore, così come l'artista, deve metterci la faccia e la passione".

A chi gli chiede se il clima artistico sia stato, tra gli artisti operanti, foriero d'armonia, risponde:

" c'era il graffitaro con le bombolette e l'affrescatrice che preparava il colore con la chiara d'uovo, come potevano andare d'accordo? Si sono scannati! Si sono insultati, son venuti alle mani, sfidati e derisi. Si sa: gli artisti sparlano gli uni degli altri, ma intanto producono e nel farlo collaborano ad una creazione globale, all'universalità del bello. Inventano, diventano amici, riconoscono il fuoco comune d'un amore condiviso".

Neanche un'ombra di retorica nel Conte, molto senso dell'umorismo e la convinzione d'aver fatto molto e di concreto.

Impossibile dargli torto.

Tanto più che è anche un bell'uomo e l'albergo è tale in senso lato: ha clienti, è ovvio, ma è inoltre fucina incessante di iniziative di taglio artistico.  Alberga appunto tutte le arti, perché mecenate si nasce, non si diventa e non si smette.

Hotel01-Pinoli "a mollo in posa plastica" in piscina e l'Alexandre Palace Museum Hotel di PESAROhotel2-i ragazzi del G.A.F.F.E

FILIPPO DE MARIANO

SANTINA ALLERUZZO

FRANCO FAMA'

FRANCESCO SUNG IL BECHIS

VIVIANA DAVIO

ALDO CINO

MARIA SABETTI

MASSIMO FIORINI

SILVIA FORLANI

GIANNI NOLI

per saperne di più sul Palace Museum Hotel:

www.alexander-museum.it/museum.asp

Dubito che ci andrò mai, se non vinco al SuperEnalotto.

Grazie, Nani di Valfesina! Anche se al Palace potrò andarci dal sito, sul sito, nel sito. E basta.


venerdì, 17 ottobre 2008

Tu chiamale, se vuoi, emozioni...

Domani s'apre una mostra, che mi vede partecipe con un pezzo, di comunicazione grafico/poetica, nell'ambito della Biennale di poesia della mia città.  L'ultima volta, nel 2004, che il 2006 fu anno difficile sotto altri aspetti ed avevo appena l'energia di uno sguardo per me ed il lavoro, partecipai con una tecnica mista, che prendeva spunto dall'affermazione che l'embrione aveva gli stessi diritti della madre, in parole povere, la più grande offesa all'emancipazione femminile che si potesse fare. Realizzai un'operina facile, raccolta nel catalogo, che vede in copertina un lavoro di Polyxene Kasda, di grande eleganza grafica. Nel 2004 però la mostra si teneva in un ex convento, antichi locali, ben ristrutturati, che prestavano una cornice austera all'esposizione, che verteva su " Verità e dubbio".

Scansione0003

titolo: "Emancipazione?" ,2004

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Quest'anno l'argomento è " Poeti e paesaggi. Arte e natura". Avrò modo di rivedere, reincontrare,tra gli altri, Titos Patrikios. Mi emoziona. Così come mi emoziona esporre un lavoro di poesia e arte figurativa nel vetusto nobile Palazzo in cui espose nel 1981 mio padre, a cui presenziò in amicizia, come un padrino, Pietro Morando, che a sua volta fu allievo di  Felice Casorati.

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Anche la Biennale di Poesia di per sé mi dà un tremito (e un fremito). Più di 25 anni fa c'erano dei ragazzi  e tra questi la sottoscritta, tutti dai 22 ai 32 anni circa, che s'occupavano di poesia, narrativa, musica, cinema, arti figurative e che speravano di far fiorire una rarità, nel panorama mondiale, in un ambiente grigio e provinciale: creare un luogo dove l'arte incontrasse sé stessa per pensare e pensarsi. Chiedemmo aiuto ad un'associazione culturale, agli Enti Locali, ai personaggi famosi nati qui e fuggiti altrove e poi andammo, armati soltanto di faccia tosta, a chiedere a poeti e critici di venire a trovarci, lasciando godere di sé la città. Andammo a grattare l'uscio di Luzi,Toti, Ramat,Bigongiari, Sanguineti, Lamarque, per fare qualche esempio, noi... timidi e piccoli. Vennero tutti.

Arrivarono anche cantautori poeti: Conte (entrambi), Paoli, Vecchioni...

Altre persone s'occuparono poi di tenere in vita quest'idea e di tessere ogni anno trame più grandi. Sempre più grandi, valicando confini.

Ho avuto il piacere di conversare di poesia con un Nobel, non molto tempo fa, Derek Walcott, in un semplice pubblico incontro, a teatro.

Ho l'onore di esporre con artisti che contaminano le loro opere visive con la comunicazione poetica scritta.

Domani mattina finirò il lavoro quotidiano e prosaico con il pensiero al programma pomeridiano. Sentirò Ritrovato, Mussini, Pinoli,la Bisutti e Piersanti, la Lanza e la Kasda, Patrikios e Vaghenàs.

Si parlerà di Rebora, di dulcis imago e G.A.F.F.E, di Finistère e giovani e nuovi poeti offriranno composizioni da gustare.

Riferirò, credo, per quel che mi entrerà nell'interiorità  soprattutto dagli occhi, che a volte con l'udito  sono invece distratta, come la falena che sono da sempre, abile a bruciarsi nell'anonimato e  attratta da tanto, da troppo, da apparentemente incoerente a tessere una tela di riuscita nella vita. Ciò che del mondo mi avvince,nel contempo mi respinge.

La verità è che mi piace fare da spettatore critico e cattivo dell'ascesa altrui, una scalata che guardo come buffa a testa in su; che scàlino,vendendosi a qualche diavolaccio di potere di passaggio, che io tanti ho visto ( credenze ed ideologie, miti ed idoli)  e nessuno ho amato fino in fondo. La vita era sempre ALTROVE.

Io, con lei.

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titolo :"Pesce d'acqua dolce", 2008

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mercoledì, 15 ottobre 2008

Azzardo

Tiro le somme e, azzardo degli azzardi, mi farò aiutare da Musil.

Gabrièlle Chanel è una ragazzina con il peso della famiglia  sulle  spalle. La madre "ammalata del padre", come la definì, le muore di stenti e disperato amore, davanti. E' la maggiore, s'occupa diligentemente dei fratelli tutti,per tutta la vita, anche se l'unica che pare rivelare parte del suo genio è Antoinette. S'occupa a distanza anche del nipote orfano, figlio di Julia.Cancella suo padre dalla sua esistenza. Di lui si scrive " sarà morto con la faccia rivolta in giù in un fosso". Grandicella,conosce il contesto monastico, in un collegio dove lei è ospite per pietà, in parte allieva e in parte sguattera. Guarda, osserva, impara. Conosce  il disprezzo dei ricchi, ma gode dei minimi vantaggi del luogo: cibo, abiti modesti, ma funzionali e puliti, una certa educazione formale che in famiglia non avrebbe avuto. Di quell'ambiente, l'unico che in qualche modo l'ha istruita, metterà a frutto tutto. Il dolore la renderà ambiziosissima e spietata, avendo grinta e capacità per esserlo fino in fondo ( e in questo deve ringraziare l'eredità genetica paterna); l'aver imparato a suonare e cantare le permetterà la primissima vera indipendenza; l'aver avuto presto tra le mani ago e filo le darà un mestiere. Che cosa cuce, in primo luogo? Abiti monacali, grembiuli per collegiali, corredi di biancheria dei tempi andati e, in un secondo tempo, quale primo lavoro, cucirà divise per ufficiali. Questo continuerà a fare. Le dame dei suoi tempi vestono gonne lunghe, ampie e rese ancor più larghe da cuscini sotto il sedere, in contrasto con la vita strizzata da un bustino. Mostrano il seno, coprono le gambe, indossano scarpe scomode, portano orribili cappelli enormi ed in bilico sulle teste vuote, come vuote vogliono che le abbia un mondo maschile dominante.

Che fa Gabrièlle? Non solo accetta il nomignolo offensivo di Coco per tutta la vita ( canta questa sciocca canzoncina per gli ufficiali per un tempo limitato della sua esistenza, eppure il suo marchio sarà composto da due C, intrecciate, per sempre). Accetta degli amanti per fare carriera. Una carriera a cinque stelle, senza esclusione di direzione. Non ha scrupoli. Devono essere uomini piacevoli e potenti.Spianarle la strada senza tuttavia ridurla a donna oggetto. E' un soggetto. Con uno scopo: liberare la fisicità femminile per liberarne la mente. Rispetto al comportamento Chanel è già un uomo: uno dei peggiori. Bisogna rivoluzionare l'aspetto femminile: Coco sostiene che sotto ad un cappello che sembra un cesto di frutta non si può pensare, che mostrare di continuo il seno sia volgare, che le gambe debbano essere comode ed  il passo lesto, per cui mette in testa una cloche, fa indossare i pantaloni, accorcia le gonne non per mostrar le gambe, ma per rendere agevole il movimento. Copre il seno con camicia con il fiocco al collo, fa indossare la giacca, risolve il problema dell'etichetta dell'eleganza con il tubino nero e la scarpa con il listino (femminile, ma comoda). Ripesca nella memoria quel che ammirava del vestiario monacale, delle educande e dei militari. Taglia i capelli,come le suore. Si concede soltanto il vezzo di una frangia.

Raffinandosi, Coco produce profumi e gioielli, ma crea una fragranza che non usa fiori, in un flacone snello. Quando creerà accessori metterà le due C incrociate all'interno delle borse, ad esempio, perché per Chanel non conta tanto l'apparire quanto *l'essere*, che per una stilista sembra una contraddizione in termini.

Per Coco quel che conta è la sua Maison, sempre e comunque la sua Maison.E' il suo modo di fare la rivoluzione sessuale.

Pur travolta da grandi amori, non ne conserva uno. Stridono con la sua personalità. Attratti da lei, perché è un vulcano, s'allontanano in cerca di un cane già domato, per l'impossibilità di condizionare Coco. Se qualcuno riesce nell'intento, è per poco tempo.

Coco non ha altri che sé stessa ed il suo specchio: la sua moda.

Dopo Chanel è la restaurazione : della scomodità, degli orpelli, del mostrare nudità. Le donne, dopo Chanel, tornano piano piano a cuccia. Riprendono a bamboleggiare, fino a perdere ogni pudore. Così che al giorno d'oggi, a gennaio, un conduttore televisivo è in giacca e cravatta e la donna in mutande. A sculettare e ad offrirla per benessere, al massimo. Non per diventare un mito, per nulla romantico. Come ho già avuto modo di far capire tra una riga e l'altra, un commento e l'altro, G.C... e non C.C. è straordinariamente meglio di quel che appare ai più ed altrettanto incredibilmente peggio.Con una salute di ferro.

Spazio a Musil, che ho evocato:

"gli abiti, tolti dalla fluidità del presente e considerati per sé stessi, come una forma, nella loro mostruosa esistenza sulla persona umana, sono delle strane guaine, delle strane vegetazioni...ma quanto diventano affascinanti quando si considerino nell'insieme delle qualità che prestano al loro possessore. Succede allora un fenomeno notevole come quando da un intrico di segni su un foglio di carta sorge il significato di una grande parola".

Qui, chiudo, con un inchino.

Io non sono una donna Chanel. Io sono per i capelli lunghi, le gonne morbide, amo gli orpelli, i pizzi, i velluti,certe scomodità ( poche) sono poi per me dei vezzi. L'uomo resta un sogno romantico e/o sentimentale e soprattutto...preferisco mangiare pane e pane piuttosto di dover dei favori ( d'ogni genere) a qualcuno. Coco Chanel era un mito a 20 anni, quando raccolsi materiale vario su di lei, mentre ora, a distanza di molto tempo, penso di doverle in parte più che a molte femministe, ma preferisco pensare alla femminilità come a qualcosa di  molto ma molto meno esasperante sia nell' apoteosi che nella negazione. Che resta più integro quando si defila che quando s'offre e soffre.


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martedì, 14 ottobre 2008

Chanel n° 8

Coco Chanel torna a Parigi a 70 anni. Non ha più appoggi d'alcun genere. Nello stesso anno muore il Duca di Westminster ( pace all'anima sua, Ben D'Or...). Ha venduto alcune proprietà, compresa La Pause, dove andava in vacanza, intanto non andrà più. Comincia a pensare di andare a vivere in albergo. Sul palcoscenico della moda son intanto saliti Dior, Balenciaga,Givenchy, Lanvin, Fath.

Chanel torna a far sfilare i suoi modelli. Le signore bene vestono in maggioranza Dior ( io,ora, invece, Diol, il suo collispettivo cinese, ma è una divagazione) e quasi ignorano la sua Maison.

 I quotidiani la coprirono di ridicolo:

" Da Chanel, a Roccacannuccia"

" Malinconica retrospettiva"

"Fantasmi di vestiti 1930"

Pierre Wertheimer osservava la vecchia socia, irriducibile, di nuovo al lavoro nonostante il fallimento. Lo stesso ebreo che aveva tentato di far fuori economicamente Gabrièlle dal n°5 e che lei aveva cercato di eliminare grazie all'amico nazista. Erano invece sempre insieme, come due antagonisti d'un fumettone cattivo e due "cattivi" abbarbicati alle loro idee ed ai loro guadagni. Discusse, P.W., si scontrò, poi concluse: ha ragione. Ha ragione a voler continuare.

Coco Chanel tenta la strada statunitense e , a 71 anni, Life torna ad interessarsi di lei. Gli USA rilanciano lo Chanel look,molto "americano" mentre lei definisce le esagerazioni stilistiche dei Francesi contemporanei dei "Velasquez viventi che conciano le donne come vecchie poltrone". E' lapidaria, tremenda, implacabile e ...di nuovo sulla breccia, questa volta in dollari. E' ancora bella. A chi le chiede: è credente? Risponde: sì, ma il mio Santo preferito è San Pietro, perché ha tradito.

 Si riavvicina a lei il poeta Reverdy, che presto però muore, lasciandole dei versi. Accompagnano al cimitero il poeta, la moglie e due monaci.

Chanel frequenta vecchi amici: Picasso , Braque, Teriade.

Quasi novantenne,la ritroviamo in Svizzera, in albergo. A volte, la notte, gira per i corridoi in camicia bianca e forbici in mano. La cameriera la chiude a chiave in camera.Diviene maniaca della pulizia. Si lava, si lava tutto il giorno. Chiama la sua domestica, Cèline, con il nome di Jeanne ( la mamma). Vive in due stanze, senza fronzoli.

A 88 anni, le sue ultime parole: "Quelle mi uccidono!"

e infine :

" E così, si muore".

Cala il sipario.

Che indossare? Tutti ricordano Chanel per il tailleur ( e perché non per i pantaloni?) Eppure ha inventato un capo caro a tutte le donne. A tutte noi, perché sta bene indossato da ogni donna: bionda o bruna, alta o bassa, magra o rotonda. Intramontabile : la petite robe noir, sua maestà il tubino nero. Impeccabile ad ogni stagione. Con sandali aperti e stola di seta d'estate, o giacchino. Con giacca morbida e chanel ( col cinturino) ai piedi nelle altre stagioni. Con il filo di perle, il gioiello importante e i capelli raccolti. Con i guanti lunghi diviene abito da sera. Nudo e crudo è ancor di più ...Chanel.

Una petite robe noir al funerale virtuale della più geniale creatrice di moda della storia.

(seguono le...somme, che tirerò)


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lunedì, 13 ottobre 2008

Chanel n° 7

Il Tedesco ha un soprannome: Spatz, "passero", ma non è solitario, ha invece sempre parecchie donne intorno. Alto, sottile, slanciato. Un pezzo di marcantonio che del passero non aveva nulla.Aveva avuto una moglie, Maximilienne, perfetta in tutto, tranne che in una cosa: nel suo sangue circolava qualcosa di ebraico, ragion di Stato lo obbligò al divorzio, nella Germania del 1935.A Parigi, Spatz, ballava. Faceva intrighi e frequentava balli e salotti bene.Tutto ciò in modo leggiadro, ma alle dipendenze del Dottor Goebbels. Il suo capo altri non era che il luogotenente di Hitler, l'orchestratore dei fasti del III Reich,lo specialista dell'avvelenamento di massa e delle parate. Von D., con l'aspetto da damerino, era fedelissimo nazionalsocialista.

Al momento dell'idillio con Von D., Coco aveva 56 anni. 13 anni più di lui. Vivevano quasi fuori dal mondo, il più possibile ritirati. Lui amava la musica? Lei suonava il pianoforte, ciò che imparato dalle monache...le aveva dato la possibilità di esibirsi e diventare Coco. E rieccola a cantare il repertorio, dal cafè chantant, all'operetta, all'opera. Un salto indietro nei tempi.In privato.

Chanel produceva profumi, se ne occupavano i fratelli Wertheimer. Ebrei.Da tempo Gabrièlle pensava che in qualche modo la defraudassero. Così che si servì delle nuove leggi ( di Paese occupato) per cercare un nuovo amministratore, di sua scelta, sicura degli appoggi tedeschi. Non fu così semplice. I fratelli W. erano potentissimi e i Tedeschi corruttibili ( e anche tanti francesi "ariani", ma sedotti dal denaro degli Ebrei...). Iniziò una guerra senza esclusione di colpi. Accettò, a 65 anni, una royalty del 2% sul lordo delle vendite. E basta. I Wertheimer , che s'erano salvati altrove,rientrarono in Francia ricchi e potenti e Coco rimase scornata, a sua volta senza scrupoli, quando pensò di liberarsene grazie ad un amore nazista. Ed al rapporto stretto di collaborazione tra Von D. e la spia Schellenberg ( processato poi a Norimberga, per crimini di guerra).

Quale sia stato il ruolo politico di Chanel non è certo, ma pare d'un certo peso. Salvò amici inglesi da arresti nazisti, nel contempo non ebbe però difficoltà a muoversi in Svizzera o negli Stati Uniti, nonostante l'apparente integrità compromessa. A Chanel gli USA non posero veti. C'è da pensare che ebbe un peso maggiore di quel che si pensa, la piccola modista mantenuta di Capel!

La Germania vacilla.

Cade.

Lei si rifugia in Svizzera con Von D.

Intanto la moda vede sorgere un nuovo astro: Cristian Dior, che riporta in Francia il primato della moda, temporaneamente tenuto dagli Stati Uniti.

A Norimberga Schellenberg e di conseguenza Von D. vengono praticamente assolti.

Chanel resterà lungamente in Svizzera, dove i fuoriusciti vivono bene e tornerà a Parigi, lasciandosi Svizzera e passato alle spalle, a 70 anni.


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domenica, 12 ottobre 2008

Chanel n°6

Il Duca portava, anche di persona, a casa di Gabrièlle, i fiori delle sue serre. Lei cominciò a lasciare più spesso Parigi per l'Inghilterra, fece il giro delle case dell'amato bene e salì e scese dai suoi due yachts,frequentando ogni ambiente del contesto del nobile inglese, compreso Eaton Hall, residenza di Ben D'Or. Sposarsi. Coco cominciò a pensarci.D'altra parte la cantante Davelli, di umili origini, non aveva sposato il re degli zuccheri? Archiviati gli ultimi amori, Gabrièlle prestò a quest'ultimo tutte le sue attenzioni. Che ne pensava il biondo Duca? Non voleva il matrimonio di per sé, ma aveva necessità di un erede.Coco aveva 46 anni. Il suo obiettivo divenne un figlio, *il figlio*; si sottopose a visite,a cure, si fece operare ( o perlomeno così raccontò, perché era una gran bugiarda), cedette a suggerimenti di trafficone varie. 

Tenta di dar la colpa lui.Ecco il dramma, già presentatosi con Capel...la sterilità. Congenita,voluta, acquisita con l'età, non si sa. Continua ad essere madre dei suoi fratelli, però. Chi foraggia la famiglia è Gabrièlle. 

 Prepara un nido d'amore sulla Costa Azzurra, ma il bel biondo la tradisce. A Coco non resta che Misia,l'amica di sempre a sua volta tradita dal marito, Josè Sert, in crociera con l'ultima fiamma georgiana.Diaghilev è malato.Lo raggiungono, a Venezia.

Arrivarono per tempo per fargli i funerali.Si seppe così, dai giornali, che il Duca di Westminster s'era fidanzato con una nobildonna inglese. Che ebbe il coraggio di andare a presentare la fidanzata a Gabrièlle, che per ripicca o ripiego riprese a vedere Reverdy. Coco tentò la strada della scrittura per aforismi. Fu un fiasco e la rottura definitiva con il poeta tristanzuolo.

Chanel fa il suo ingresso ad Hollywood. La vuole Goldwyn, per le sue dive.Tutte le vedettes in fila e Chanel che le trova grasse, ineleganti, vanesie. " Trionfo di seni e natiche", le definisce Coco, che ama linee smilze e abiti senza tentazioni sexy. Gloria Swanson rifiuta un vestito Chanel e Coco rompe con Hollywood, senza pentimenti.

Al suo ritorno in patria ha il primo rapporto intenso con una persona del mondo della moda: il basco Iribe, giornalista e vignettista satirico, che disegna modelli. Senza un soldo e senza fissa dimora. Un artista. Un seduttore, un gigolò. Giornalista, disegnatore di moda e d'oggetti ( designer in tutto e per tutto), fotografo, pubblicitario, agente di dive, scenografo per Cecil B.De Mille. Tanti soldi guadagnati, tanti spesi. Disegnava gioielli per Cartier e per Chanel contemporaneamente, nel mentre Colette lo soprannominava Il Demonio, per il fascino abbinato ai falsi scrupoli. Chanel esce per la prima volta in sfilata con soli gioielli, una collezione esagerata,non nel suo stile sobrio, che ha soltanto un ispiratore: Iribe. Si parla già del fatto che Chanel lo sposi. Non è così. Sta rimettendo soldi e favori in circolo, restituisce in qualche modo ciò che ha avuto.

Un'italiana le ruba i clienti, è la Schiaparelli e trionfa all'Expo.

Il mondo è in rivoluzione/evoluzione/involuzione. Scioperi attraversano il mondo tessile, dittature imperversano in Europa.

Entra, nella vita di Chanel, Von D., di Hannover, che si stabilisce in Francia nel 1934 come funzionario. Intelligence? Spionaggio.

Il Nazismo fa il suo ingresso nella Maison Chanel, nei panni d'un alto ufficiale.

Chanel biografia


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