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Utente: flaviablog
Il 15 aprile 2006 il suo esordio su blog, comelarugiada, un blog evanescente, una scatola di pensieri che ancor oggi sopravvive in forma privata, nato nell'attesa di un intervento chirurgico. Nel febbraio 2007 nasce Carta scritta, per scrivere per diletto: racconti, recensioni, cronache. Per parlare di lettere ed immagini senza alcuna sovrastruttura ideologica. Questo è un blog ostinatamente in disparte e che non vuole essere di parte.

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giovedì, 31 luglio 2008

Ode alla portinaia

La "purtiera" nel mio dialetto non è quella dell'auto, è la portinaia. Una figura solitamente impicciona e pigra, che è tuttavia sparita dalla maggioranza delle case. Sopravvive in qualche lussuoso caseggiato. Forse. Dalle mie parti i ricchi veri stanno in villa e le abitazioni lussuose del centro sono piccole, solitamente. I rari palazzi chic difficilmente hanno portineria. E' passata di moda. Era un costo.

Ne "L'eleganza del riccio", di Muriel Barbery, che qui presento con le letture in corso, ovvero "Luisito" di Susanna Tamaro e "Lune nere" di Evagelisti/Ferrucci, Renée è una portinaia parigina, che vive e lavora nella guardiola di uno stabile di lusso. E' vedova, grassa e sciatta e non per l'età e le vicissitudini: quasi di natura. Mai stata bella, ma sempre stata povera, Renée ha vissuto un'esistenza grigia, della bella sorella ha visto l'orgoglio ferito di ragazza del popolo  speranzosa e vanitosa sedotta e abbandonata, dell'amore ha sperimentato l'adattamento affettuoso ad un uomo semplice e saggio che la scelse a suo tempo per comodità ( e rispetto reciproco dei limiti).E non figli, ma gatti.

P7310052

Come sopravvivere alla condanna d'una nascita senza futuro e un corpo infelice? In molti casi si sopravvive in modo sordido, avendo la fortuna d'una mente ottusa.

In altri si scalano le vette "impossibili" e si fa carriera ad ogni costo, perseguendo l'obiettivo individuato dal demone del successo, se dotati d'una mente fervida e brillante e altrettanto fortunata...

Renée è semplice, saggia e poco ambiziosa e coltiva l'animo, fortunosamente, invece.

Nel fondo della guardiola, l'oscura portinaia diviene un raro fiore di cactus, sbocciato alla magia dell'arte, della letteratura, della filosofia, della musica.

E' una mente eccelsa dai gusti raffinatissimi e di più, in un contesto parvenu di vita e lavoro che in fondo ignora e soprattutto la ignora. Finge di essere in tutto e per tutto quel che la società vuole che sia, una nullità esteriore ed interiore.

Renée è un'aristocratica dell'anima e sa riconoscere in persone e animali chi le somiglia.

Il finale non è scontato e la storia non si regge soltanto su di lei: c'è una meravigliosa donzella in crisi esistenziale, figlia d'un Ministro socialista e una signora isterica. C'è un elegante signore giapponese, dall'acuto udito e dal profondo sguardo che va fin nelle viscere. C'è una domestica portoghese che sa fare i dolci e il miglior the possibile. C'è un ragazzo "perso" e un vestito beige, che diventa prugna. C'è tutto l'imbarazzo della vita e della morte.

"L'eternità ci sfugge.

Nei giorni in cui tutte le credenze romantiche, politiche, intellettuali, metafisiche e morali che anni di istruzione ed educazione hanno tentato di imprimere in noi crollano sull'altare della nostra natura profonda, la società, territorio attraversato da grandi onde gerarchiche, affonda nel nulla del Senso. Fuori i poveri e i ricchi, i pensatori, i ricercatori, i potenti, gli schiavi, i buoni e i cattivi, i creativi e i coscienziosi, i sindacalisti e gli individualisti, i progressisti e i conservatori; non sono che ominidi primitivi i cui sorrisi e le cui smorfie, le andature e le acconciature, il linguaggio e i codici, inscritti nella mappa genetica del primate medio, significano solo questo: mantenere la posizione o morire."

Sublime, a mio parere.

E c'è chi si occupa d'attualità. Povero.

Non manca d'ironia. Fa sorridere e mi ha anche fatto piangere. Mica capita tutti i giorni. Ho pianto per Te, Renée, che neppure esisti.


Intermezzo estivo 3

levante

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

E' la Liguria una terra leggiadra 

Il sasso ardente, l'argilla pulita,

s'avvivano di pampini al sole.

E' gigante l'ulivo. A primavera

appar dovunque la mimosa effimera.

Ombra e sole s'alternano

per quelle fonde valli

che si celano al mare

per le vie lastricate

che vanno in su, fra i campi di rose

pozzi e terre spaccate

costeggiando poderi e vigne chiuse.

In quell'arida terra il sole striscia

sulle pietre come una serpe.

Il mare certi giorni

è un giardino fiorito.

Reca messaggi il vento.

Venere torna a nascere

ai soffi del maestrale.

panoramica torre

 

Vincenzo Cardarelli

 

 


postato da: flaviablog alle ore 00:10 | link | commenti (22)
categorie: poesia, cardarelli
mercoledì, 30 luglio 2008

Intermezzo estivo 2

Ho finito di leggere "L'eleganza del riccio", ne parlerò. Mi è piaciuto molto, ma ho per un attimo temuto un finale alla Sveva Casati Modignani. Mi ha ricordato infatti la portinaia d'un romanzo rosa della signora citata, che non scrive male per un target tuttavia ben preciso e che vuole riscattare illusioni e delusioni in un mondo parallelo a quello reale. Anche nel caso de "L'eleganza del riccio" la realtà si affianca alla banalità che ci è dato conoscere e sperimentare ogni giorno. E' un romanzo che respira in modo discreto e sommesso di cose indiscrete e potenti. Intimista. Bello. Fatto di nulla, per cui dei massimi sistemi dell'educazione sentimentale. E', appunto, elegante. Non s'avvale d'effetti speciali se non del fatto di non averne. E' "il romanzo" che si staglia contro ( e si può scagliare contro) l'indecenza dell'attualità, dell'informazione (tale?), del baccano di ottoni e percussioni della volgarità del quotidiano.

Foto, mia:Monte Portofino

"Dolci cattività, oggi, riviere

di chi s'arrende per poco

come a rivivere un antico giuoco

non mai dimenticato."

E. Montale

 


postato da: flaviablog alle ore 10:58 | link | commenti (14)
categorie: libri, lettura, romanzo, montale, lettura in corso
martedì, 29 luglio 2008

Intermezzo estivo

vela 2008Promesso ad elenamaria, in ricordo di Welby e dedicato a chi ha diritto ad una dolce morte, tenendo conto che tutti avrebbero diritto ad un'amabile vita:

                                                    

Mare dentro, in alto mare – dentro, senza peso

nel fondo, dove si avvera il sogno: due volontà

che fanno vero un desiderio nell’incontro.

 

Un bacio accende la vita con il fragore luminoso di una

saetta, il mio corpo cambiato non è

più il mio corpo, è come penetrare al centro

dell’universo:

 

L’abbraccio più infantile, e il più puro dei

baci fino a vederci trasformati in

un unico desiderio

 

Il tuo sguardo il mio sguardo, come un’eco

che va ripetendo, senza parole: più dentro,

più dentro, fino al di là del tutto, attraverso

il sangue e il midollo.

 

Però sempre mi sveglio, mentre sempre io voglio

essere morto, perché io con la mia bocca

resti sempre dentro la rete dei tuoi capelli.

 

 

Ramón Sampedro


postato da: flaviablog alle ore 14:07 | link | commenti (8)
categorie: amore, amicizia, sampedro
lunedì, 28 luglio 2008

La setta sfigata

Non sono io a definirla tale. E' la protagonista del romanzo, una giovanissima che racconta di sé. Il linguaggio ricorda Ammaniti, quando si cala in teste altrui e pensa e scrive come questo o quello. In tal caso si tratta di una ragazza. "Un complicato atto d'amore" , di Miriam Toews, Adelphi, è un romanzo "al femminile" scritto da una donna, che racconta la vita claustrofobica di un'adolescente. La ragazza è Naomi, ribattezzata da lei stessa bambina, "per comodità", Nomi, che vive in un villaggio creato e gestito da una setta, i Mennoniti, a suo dire "la sottosetta più sfigata del mondo", per la quale non c'è altro futuro che essere assorbita dal "massacro di polli", allevamento, uccisione e confezionamento di pollame " a vita" o lavorare presso una pompa di benzina dove l'unico svago è del padrone, che si diverte a guardare le ragazze in calzoncini che versano carburante nei serbatoi delle automobili.

Chi vuol sopravvivere...se ne va e tutti spariranno  gradatamente all'orizzonte della ragazza.L'ambiente semplice e composto, che dovrebbe preservare dalle brutture del mondo, in realtà non protegge affatto,ingabbia in regole ripetitive e la pace e l'amore che si vorrebbero coltivare non esistono. E' una morte stantia fatta di non-vita per evitare l'aggressione dell'esistenza dell'altrove.

L'autrice si cala assai bene nei panni della ragazza che è nel contempo disincantata ed ingenua. Le sue opinioni sono lapidarie e grottesche. L'umorismo che ne deriva è atroce. La vita per Nomi è ferocemente ridicola e se ne salva con chiusure o reazioni plateali di facciata tipiche dei giovanissimi ed il disagio e la diversità vera o presunta diventano fisici segnali visibili e la comunità la scomunica. Intanto ormai è sola. Non è che l'atto finale d'un processo d'emarginazione di cui non è neppure protagonista. Nessun eccesso, nessuna "maledizione", nessun gesto da cronaca nera. Nomi sarebbe perfetta, altrove. Ha la sola colpa d'essere un fiore ( pensante) nel letame. Letame non in quanto torbido e sporco, la storia non scade mai nel cattivo gusto modaiolo di tanta narrativa ( e tanto pessimo cinema)...in quanto materiale di scarto, uguale a se stesso a quintali.

La follia del gruppo è devastante proprio nella misura in cui pare razionale e motivata rispetto ai dubbi del singolo che non si adegua.

Naomi ragiona come una bambina saggia. E' lucida e sottile come un giunco di pensieri. Tutto ciò è tuttavia uno spreco. Essere saggi e sottili per sé stessi è coltivare una rosa che nessuno coglierà mai ( se lo facesse non farebbe altro che strapparla). Naomi è come un tesoro sepolto nel fondo del mare.

" Main Street è un mortorio come sempre. In fondo, dalla parte della cisterna, c'è una luce bianca accecante e Gesù ritto al centro con una veste celestina, le braccia aperte e le palme rivolte in su, come se dicesse : e io come cazzo facevo a saperlo? Sono solo un falegname.

Sembra George Harrison vestito come un buffone nel suo periodo d'intrippamento per le religioni orientali. Chiunque sia stato il responsabile, gli ha dipinto due pomelli rossi sulle guance per dargli l'aria sana, immagino, ma anche sanamente ridicola."

"Visto com'è la vita, non mi resta che sognare la vendetta", Gauguin. Naomi afferma che sia la sua citazione preferita, quando in realtà non è in grado di attuarla e quando le capita l'occasione le sfuggono ormai i parametri concreti per farlo.


postato da: flaviablog alle ore 13:41 | link | commenti (12)
categorie: libri, lettura, romanzo, successi, ammaniti, adelphi, brossura, toews
mercoledì, 23 luglio 2008

Oblomovismo

Ho notato che le vicende di Ilià Oblomov hanno suscitato un ovvio vespaio ( moderato) di critiche al personaggio. Definito pigro. Definito anche peggio. Il suo autore e creatore tuttavia lo bolla di *oblomovismo*, che è qualcosa di diverso, che poi si spiega tutto nell'infanzia del nostro. Sogna l'avventura, reale ed intellettuale e ne ha le capacità psicointellettive. Una cosa gli manca: il coraggio. E' pigro e chiuso a riccio in un guscio, che è di volta in volta la tana in cui sta e da cui non si sposta se non per un'altra, definitiva, semplicemente perché ha paura di vivere. Oggi diremmo che è depresso, ma può uno che è tale non essere malinconico ( e Ilià non lo è) o disperato? Egli non lo è nella misura in cui i suoi bisogni primari: essere lasciato fuori da ogni tenzone, persino quelle convenienti; mangiar bene; riposare ed essere accudito ( anche il minimo, la vedova lo fa bene, Zachàr lo faceva male ma gli andava bene egualmente...basta non doversene occupare personalmente)...sono soddisfatti. Con "l'uso della vedova" affezionatissima e priva di esigenze che non siano aver di che continuare il suo tran tran operoso, s'aggiunge il sesso.

Così Ilià è dentro il mondo e fuori di esso. Non pensa a nulla e lascierà persino il figlio in eredità a chi sa che se ne occuperà, come ha lasciato che ad occuparsi del suo sostentamento fosse Stolz.

Ci sono vari gradi di tale passività, che diviene infelice nel momento in cui la si sollecita invece ad autodistruggersi a favore dell'azione. Vari gradi di rifiuto e paura di vivere. Se in certi eroi romantici la consapevolezza del fallimento ( vero o presunto tale) degenerano nell'odio verso la vita e sé stessi, in Oblomov quel che stupisce è la bonarietà assolutamente candida con cui sopravvive benissimo agli altri e a sé stesso. E' una perfetta macchina di autoconservazione, che si dirigerà sempre in direzione della propria convenienza. Gradisce essere coccolato senza che da lui si pretenda assolutamente nulla.Tutto il resto gli genera una penosa inquietudine.

Le fughe dalla vita sono per molti  versi certe ( chi non vorrebbe evitare una malattia, chi di fronte ad un grosso cambiamento nella propria vita affettiva/lavorativa/relazionale non ha timori, perlomeno iniziali?), per altri assolutamente individuali. C'è chi è per natura avventuroso e competitivo, chi non lo è per nulla, chi lo è se spronato e incoraggiato. C'è chi ha un tal senso del dovere che s'aiuta a superare le paure e sopporta di farsi carico del suo posto attivo nel mondo, chi...come Oblomov non manca del necessario e non solo quello. La sua pigrizia è un lusso che pochi possono concedersi, anche paurosi quanto lui. Che poi si muoia comunque, sia lottando che evitando la lotta, è anche vero.

Certo è che se in alcuni di noi non alberga alcun Oblomov ( alcuni lo hanno decisamente in odio, perché è fannullone, improduttivo, parassita, vigliacco), in altri c'è simpatia. Vorrebbero essere Oblomov, vorrebbero liberarsi del fardello di responsabilità che la vita ha loro imposto. Molti lamentano la propria debolezza sotto il peso. Molti hanno tanta paura e la esorcizzano, perché diversamente non potrebbero andare avanti.

Oblomov non è l'emblema della pigrizia, ma dell'incapacità di agire per la sofferenza e lo stress che l'azione stessa comporta.  Egli ne è la caricatura ( ma di Oblomov è pieno il mondo, uomini e donne), ma molti ne sono una realizzazione in parte. Vivono in modo apparentemente normale popolato di fobie, arrangiamenti, assestamenti, compromessi, insoddisfazioni, adeguamenti, tristezza e bugie che Oblomov  può concedersi il lusso di risparmiarsi. Ecco che cosa può fare andare in bestia di lui: la possibilità di sfuggire a tutta la paura di vivere.

Ci sono paure acquisite: lo stato di debolezza dopo un lutto, una malattia, un problema di lavoro/famiglia/contesto sociale, una situazione affettiva difficile, una vita frustrante e degradante. Dispiaceri che suscitano  reazioni o nei quali ci si accascia, a seconda dell'indole e della propria realtà individuale. Da questi ci si fa seppellire o ci si risolleva se ci tendono la mano giusta.

Ce ne sono altre che sono irrimediabili, perché vissute da individui che negli altri non vedono mani tese, ma un appiglio indistinto che si può afferrare o no. Come un neonato capisce se può succhiare o meno il latte vitale. Oblomov vede la realtà funzionale a sé stesso e soprattutto nel suo essere bonario non odia e non ama nessuno, perché gli altri sono un "servizio" e niente più. Ci prova, con Olga, per scoprire che l'amore è un'orribile fonte di sofferenza. Vivere senz'amore è più conveniente, per chi sa godere comunque dei bisogni fondamentali soddisfatti. E nulla più. Un egoismo perfetto.Un egocentrismo che non vacilla neppure se sollecitato dal narcisismo. Oblomov non è innamorato di sé stesso. E' la negazione della passione. E' l'emblema della paura esistenziale, che non sfocia in angoscia, perché non è sufficientemente etica. Per Oblomov tutto ciò che è intorno è buono se non richiede il minimo impegno.

Quanto Oblomov alberga in voi?

Sinceramente.

In me un buon 50%. Forse anche di più. Essendo passionale tuttavia, egocentrica ma non egoista...vengo sopraffatta dalla dimensione etica dell'amor proprio che mi rende romantica. Non avendo la fortuna esistenziale di Oblomov e la sua flemma affettiva, mi trovo ad essere un paguro bernardo costretto a vivere senza conchiglia.

Non ho trovato simpatico Oblomov. Lo invidio. Non lo detesto, tuttavia. Il coraggio ( o la resistenza) se uno non l'ha non se lo può dare.


postato da: flaviablog alle ore 14:33 | link | commenti (13)
categorie: interiorità, gonciarov, oblomovismo
domenica, 20 luglio 2008

Ultimo atto

La vedova Agafia Matvéievna è di bell'aspetto. Pienotta, giovane, bel personale e lo sguardo più vuoto del vuoto. Il suo stesso fratello la chiama "la mucca". Afferma che qualsiasi cosa le accada, di buono o di negativo, passato il primo momento di stupore felice o infelice, riprende operosamente a coltivare, allevare, cucinare, cucire, ricamare, stirare, rassettare. Una macchina ben oliata dai veloci gomiti sempre in movimento. Una casalinga senza altro pensiero che non sia far funzionare cose e corpi. Alle questioni più importanti ci pensi qualcun altro. Ora si bea di avere un signorino da viziare. E lo ripulisce e lo rimpinza senza sosta. Oblomov riesce a farsi sfruttare dapprima dal suo fattore e poi dall' "amico"  peggiore: Tarantiev, in combutta con il fratello della donna, perché proprio non ha il senso degli affari. Lo deruberanno ben bene. Faranno sposare i due tipi funzionali l'uno all'altro ( lei sgobba, lui consuma )per dominarli al meglio. Lei è una brava donna imbecille ma di cuore, per non far mancare nulla al suo Ilià s'impegnerà persino lo scialle, perché lui, "il suo signore"...non abbia d'accorgersi che sono alla fame. Restando lì, nelle quattro mura di casa. Sarà Stolz che interverrà provvidenzialmente a gestire la tenuta di Oblomov e garantirgli un'entrata che gli permetta di vivere più che decorosamente ( e l'ex vedova tornerà a preparare manicaretti e stirare merletti). Oblomov ha scelto la mucca. La quiete data da una donna incolta, tranquilla, belloccia e pronta a farsi scrivere come una lavagna vuota ( ma è come scrivere sulla sabbia...e poco importa ad entrambi, lo scopo è la sopravvivenza senza scosse).

Pare sia finita la storia.

Le cose finiscono in un modo solo però: con la MORTE.

Grasso, pigro, nutrito e coccolato, Oblomov schiatta, come un pupo allattato fino a strozzarsi del suo proprio rigurgito. Un colpo lo lascia immobile e un tantino demente e poi lo stronca, il fratello della bis vedova prende le redini in mano, licenzia il vecchio servo Zachàr ( che finirà accattone) e tutto va in rovina. Se a casa del fratello si spende a spande a farne le spese sono Agafia e il piccolo...Andréi. Già, Ilià ha messo al mondo un bambolotto come i suoi genitori a cui ha imposto il nome di battesimo di Stolz ( che nel frattempo ha sposato Olga, che l'ama, pur di tanto in tanto dubitante nel profondo del proprio cuore, che s'è innamorato di esseri tanto dissimili).

Insomma: la vedova darà il figlio suo e di Oblomov a Stolz, memore della stima e convinta che soltanto altrove sarà la salvezza di quel bambino. Degli averi di Oblomov non vuole saperne. E' passato dalla sua vita, le ha permesso di "casalingare" senza sosta con un fine ( la sua mente non è attraversata da alcun guizzo che non sia servire qualcuno, come le tante perniciosissime madri casalinghe che hanno infestato nei secoli anche l'italica penisola). E' buona, è onesta.

Stolz e Olga cresceranno il piccolo Oblomov.

E qui la storia finisce.

Mi pongo questa domanda: ma un Oblomov, cresciuto a casa d'altri, diverrà come loro?

Soffrirà invece, perché non è come Stolz e diventerà un ribelle, perché non sopporta

questasoccietàopprimentemmeschinachettimbavagliaeprivadellelibbertà?

Accoltellerà sia Stolz che Olga per inadeguatezza nei confronti dei genitori? Diventerà  un bravo opportunista che approfitterà del poter dormire tra due guanciali finché sarà vivo Stolz, o Olga, o quell'elettrodomestico senza corrente dell'Agafia?

Non lo sapremo mai.

Oblomov è schiattato grazie alle cure materne della vedova. Ha rifiutato di vivere ed è morto bambino e un po' stupito, perché pensava d'aver evitato tutto ciò che nella vita fa soffrire: dal lavoro all'amore, dal curarsi dei propri interessi all'avere una vita intellettuale.

Sinceramente, però...è morto male? Curato come un bambino in culla dalla moglie/madre e dall'amico/padre, Oblomov è riuscito a non piangere che un po' su se stesso, quando ha perduto Olga.  Non si è preso cura di nessuno, non ha amato più di tanto, ha fatto persino in modo di non doversi occupare dell'unico figlio, che ha regalato ad altri, più degni.

Oblomov muore molto amato, tra l'altro. Era un buono, un mite, un dolce. Lo amano Stolz e Olga ( che ha sempre chiesto a Stolz di non lasciarlo mai a sé stesso), lo ama Agafia, lo ama a modo suo il servo pulcioso. Oblomov è circondato di chi s'approfitta della sua passiva ingenuità, ma anche da chi è sedotto dalla sua serafica bontà che si limita a non far del male, senza far del bene.

Il dolore, agli uomini d'azione.

La perdita, il lutto, la disperazione a chi affronta la vita a mani nude e non sempre ha artigli e pelle coriacea.

La perdita, il lutto e la disperazione a chi vive senza averne la forza, a chi non ha una rendita che permetta di vivere senza lavorare o quasi, a chi non incontra vedove mucche, a chi non ha amici eccellenti come l'impareggiabile quanto unico Stolz, a chi deve lottare da solo.

MORALE DELLA FAVOLA: LA VITA E' DEI FORTI O DEGLI EGOISTI OPPORTUNISTI.

Per chi non è un oblomovista perfetto ( e fortunato nella sfortuna) o non è uno Stolz è pianto e stridor di denti.

Scritto piangendo e con i denti che stavano facendo un gran casino a forza di stridere e firmato con il sangue.

Vostra

Donna Flavia

 

P.S. ma sto stolze...sposa la donna di oblomov, amministra la tenuta di oblomov, cresce il figlio di oblomov, ma se non fosse mai esistito oblomov...sto stolze checcavolo faceva? Stai a vedere che gli Oblomov servono agli Stolz per farli sentire riusciti nella vita.

Per far dir loro: sono er meglio fico der bigoncio. Non solo. Se il figlio di Oblomov, come credo, crescerà timoroso e incapace come natura vuole, Stolz avrà anche in tarda età il suo momento di insuperata gloria. Sarà il padre di famiglia più padreterno possibile. Resterà il maschio dominante di casa. Che è una gran bella soddisfazione. Con un'Olga per le necessità intellettuali e le lasagne dell'Agafia per quelle corporali.


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mercoledì, 16 luglio 2008

Oblomov e le donne

Stolz riesce a far risorgere Oblomov e insieme riprendono la vita mondana. Si alza alle sette, legge, sistema i suoi libri, il suo colorito s'accende, gli occhi brillano, scrive, riprende a vestire con eleganza e buon gusto e conosce Olga Serghéievena. Non è una bellezza, ha un aspetto persino un po' severo, ma ha qualcosa di ineffabile e di trasparente ed una mente acuta. Ha labbra sottili e spesso serrate, occhi grigio azzurri. E' alta ed ha la testa grande rispetto al corpo, il viso ovale, i capelli castani ed una bella voce.Velocemente divampa un amore intenso e reciproco. La vita quotidiana e pratica intanto è notevolmente migliorata, in casa è entrata la moglie del servo Zachàr, Anissia, che colma le pecche del marito ( che tuttavia continua a lamentarsi, perchè egli è, nella vicenda, realmente il prototipo del parassita miserabile), rendendo la vita comoda, il cibo buono, l'ambiente pulito.

Ilià e Olga si frequentano e iniziano a far progetti, in lei c'è l'incanto, ma anche la consapevolezza. Amano l'uno dell'altra il candore e lo slancio sincero, ma Olga pronuncia la parola fatidica :" dovere". Dice che l'amore include doveri nei confronti degli amanti, perché è una cosa seria.Olga si sta librando e Oblomov teme per sè L'ABISSO.Teme che lei lo scorga e si disamori di lui, sognante com'è d'un amore in eterno volo. Olga non ha astuzie ("alle astuzie ricorrono le donne di intelligenza più o meno angusta.In mancanza di vera intelligenza, esse manovrano le molle della minuta vita quotidiana, intrecciano, come un ricamo, la loro politica familiare..."), dice ad Oblomov di amarlo nonostante apatia e pigrizia e lui trova che la vita non sia mai stata così bella, il tormento d'amore sia stressante, ma senza di esso si possa... morire!

Trova casa, presso una vedova con figli, una brava operosissima massaia, che non ha un momento di pausa nell'accudire la casa. Servito e riverito, Ilià s'abbandona. La mollezza prende il sopravvento, vorrebbe sposare Olga ma la sua assiduità  e la vitalità vacillano e sarà lei a dirgli:

 "Chi ti ha maledetto, Ilià? Cosa hai fatto? Sei buono, intelligente, tenero, nobile...e perisci, affondi. Cosa ti ha perduto ? Non c'è un nome per questo male..."

Ilià sa il nome: OBLOMOVISMO.

Ecco, Olga è consapevole che non muterà quella pavida natura ed è la rottura. Per Oblomov comincia un lungo periodo di sofferenza e depressione. Cuore morto, silenzio e tenebra. E' un uomo distrutto.


martedì, 15 luglio 2008

Stolz figlio di Stolz

Se il dolce e pavido Ilià è figlio di possidenti un po' gretti, Stolz è...figlio di Stolz! In parte russo in parte tedesco, viene istruito presto a godere della cultura, non in modo contemplativo e snob: impara di filosofia  come di letteratura, a far di conto e difendersi dagli imbrogli, di geografia quanto di religione, di poesia quanto di favole con intento pedagogico. Quando è libero dagli studi va per nidi d'uccelli e a far botte con gli altri ragazzini. Le marachelle gli vengono perdonate, la mancata traduzione in tedesco di Cornelio Nepote, no. Dovere e libertà, avventura e responsabilità, sono parte integrante dell'educazione che lo forma. A 14 anni il piccolo Stolz è autonomo, colto ma pratico. Come sa di latino... sa di potassa, di catrame e di strutto. Di come si produce, si vende, si compra. Sa di come si vive. La madre, invece, ne cura l'eleganza, lo stile, la poetica interiore, il gusto.Andrèi Stolz ha la stessa età di Oblomov. Intraprende la stessa carriera di impiegato governativo, la lascia come lui ma se Ilià si chiuderà nell'appartamento fatiscente, alla mercé d'un servo sciatto ed amici interessati, facendosi derubare dal fattore nella tenuta di famiglia, fino a limitare i suoi consumi e condurre la sua vita in semipovertà...Stolz si dedicherà agli affari, diventa socio di una società internazionale e viaggia. Trova tempo, nonostante gli impegni, di far vita di mondo e continuare a leggere.

A 30 anni, se Ilià è chiaro, biondo, pallido e paffuto....Andréi è tutto ossa e muscoli, olivastro e dallo sguardo "verdastro".

Una cosa li accomuna: la condotta morale. Se Ilià non fa del male senz'essere tuttavia in grado di far del bene, Stolz riesce a coniugare abilità con onestà, vita materiale e spiritualità e nel momento in cui Oblomov ha lo sfratto, viene derubato, sta quasi tutto il giorno a letto e indossa calze spaiate...l'eroe positivo arriverà a ricordargli i sogni nutriti insieme, le capacità e gli ideali e   nel contempo s'adopera per smuoverlo dal torpore nichilista in cui è sprofondato, una volta rimasto solo.

" Come poteva un uomo simile essere intimo amico di Oblomov, ogni tratto, ogni passo, l'esistenza intera del quale erano un grido di protesta contro la vita di Stolz? A quel che pare, è problema ormai risolto che gli opposti, se non sono motivo di simpatia, come a lungo si è creduto in passato, per  lo meno non la impediscono. Li legavano inoltre l'infanzia trascorsa insieme e gli studi, due potenti mole, e poi l'affettuosità russa, la buona grassa affettuosità russa che era sempre stata dimostrata in casa Oblomov al piccolo tedesco; forse anche la parte di protettore che Andréi, fisicamente e moralmente più forte, aveva esercitato su Oblomov. Ma più di tutto ciò, li legava senza dubbio la bontà ingenua e pura, che era il fondo del carattere di Oblomov, pronta a simpatizzare con tutto quel che è bene e che rispondeva sempre all'appello del suo cuore semplice, privo di malizia, eternamente fiducioso".

Oblomov si desterà grazie al vigore di Stolz e troverà l'amore, perché la bella Olga s'innamora non della vitalità del forte Andréi, ma del languore del delicato Ilià.

L'amore irrompe nella vita di Oblomov, ma come vive l'amore un oblomovista?

Gli opposti s'attraggono? Si integrano, si salvano? L'amore affranca?


domenica, 13 luglio 2008

Nascita

Procedo con il viaggio intorno all'oblomovismo ed al suo personaggio perno.

Nel "sogno di Oblomov" si ritorna alla sua infanzia, trascorsa nella tenuta di famiglia, cullato dalla niania, amato dalla madre, dal padre, dalla zia ottantenne ed altri parenti. E' un bambino grazioso, fisicamente adorabile, un pupo biondo da cartolina ansioso di sperimentare e conoscere, in una continua scoperta che s'allarghi dal contesto della grande fattoria al mondo esterno. La niania lo infarcisce di raccomandazioni, pregiudizi e paure, così come spesso cultura popolare vuole, per evitare che i piccoli si lascino trasportare dallo spirito d'avventura e dall'incoscienza ed egli obbedisce, tarpa e limita la sua voglia d'andare oltre i limiti imposti. La famiglia vive  in una certa abbondanza e ciò che si produce in loco, tra orto, campi , stalle e pollaio si sfrutta e si offre senza risparmio, nel mentre nei confronti di qualsiasi cosa richieda una spesa extra o un intervento esterno ci si chiude in un'avarizia  e in un'autarchia raffazzonata che sconfina nella sciatteria. Tant'è che gli arredi cadono in pezzi, tutto si mostra logoro e ogni lavoro di riparazione e ristrutturazione rimandato o evitato con scuse assurde anche al cospetto dell'irreparabile. Tuttavia Ilià riceve un'istruzione ed ecco entrare in gioco il tedesco Stolz. Tutta la famiglia è tuttavia concorde che l'istruzione faccia soffrire, impallidire e languire il ragazzo, che pare rifiorire soltanto quando torna a casa, dove riprende ad essere un animaletto pacioso all'ingrasso. Nella vita del buono, pavido perché incapace di ribellarsi  allo stile di vita imposto ( o forse anche insito nel suo essere, che desiderava non dispiacere ed essere nel contempo sovente rassicurato),Ilià è arrivato in ogni caso...Stolz, che è l'antitesi della realtà oblomoviana.

Ilià avrebbe un appiglio ed un Maestro. A casa Stolz incontra chi sarà per lui più che un fratello. Ha a portata di mano il riscatto totale da una vita stagnante. Il bivio si presenta fatidico anche al placido Oblomov, la sua *nascita* è tuttavia il collante brodoso dell'affetto che  vieta di andare alla conquista della vita in cambio della serenità del dolce far nulla. L'ambiente in cui Oblomov cresce è protettivo e monotono, anche se vivacemente abitato da una discreta folla di persone. Intorno a lui tutto sembra occuparsi della sua felicità, tanto più intensa se gli viene evitato ogni male, ogni scontro, ogni fatica. Protetto da una realtà che sta andando in pezzi. Da un'operosità continua e ripetitiva in cerchi concentrici autoreferenziali. Il "nuovo", il "bello" viene ignorato. Ci si piega all'idea di dare al figlio un'istruzione più per necessità sociale che per desiderio di qualcosa che comunque distoglie dal godere, pigri, dei frutti del proprio avere.

 E a c*** tutto il resto, direbbe Guccini.

Fuori però non c'è il nulla, fuori c'è Stolz, che è la vita che prende il toro per le corna e quasi si dispiace che ne abbia soltanto due.

Citando...

" Gli Oblomov si rendevano conto di tutto ciò e comprendevano i vantaggi dell'istruzione, ma soltanto quelli evidenti. Della necessità intima dell'istruzione, essi avevano un concetto ancora vago e incerto e perciò, per il loro Iliuscia, volevano soltanto impossessarsi di alcune brillanti condizioni di favore. Essi sognavano per lui la divisa ricamata, se lo immaginavano consigliere di corte,sua madre lo vedeva addirittura governatore: ma volevano arrivare a tanto, per quanto più possibile, a buon mercato, con ogni genere di astuzie, aggirando i sassi e gli ostacoli disseminati sulla via del sapere e degli onori, senza affaticarsi a saltarli, limitando, cioè, lo studio in modo che non esaurisse l'anima e il corpo, non facesse perdere il grasso benedetto acquistato nell'infanzia , solo per salvare le dovute apparenze e ottenere in qualche modo un diploma in cui stesse scritto che Iliuscia aveva studiato tutte le scienze e tutte le arti".

Togliete i termini "consigliere di corte" e fate a meno della divisa ricamata e avete il quadro orrendo della stragrande maggioranza delle famiglie che conosco anch'io, dei giorni nostri, evolute e vivaci nel mettersi al pari con il nuovo e il moderno in fatto di conquista materiale e ciò al contrario degli Oblomov, ma tali e quali nel vedere per il proprio figlio un futuro eccellente e che non costi assolutamente, in "lacrime e sangue", niente.