Rimando al 17 maggio per la prima puntata. GianSilvio e GianWalter sono gemelli biovulari nati dalla bacchetta magica di Fata Bipolare, che volle tentare l'esperimento di ridurre le spese romane, diminuendo il numero dei Partiti al Governo, per cui ne fece partire alcuni *dal* Governo, per non tornare mai più, causando anche crisi d'identità ( pare che ci sia un tizio, che non sapendo più quale sia la sua poltrona, affermi di chiamarsi Emanuele Diliberto ed essere l'ultimo Savoia della dinastia comunista, gira accompagnato da una ragazza con il vocione, Luxy, che sostiene che la classe operata andrà in Paradiso e lo fa sculettando il samba sul carrozzone, che Bologna sembra Rio).
Bene, sappiamo che tali gemelli non somiglianti hanno un giro completamente diverso d'amici. Ad uno piace il cine. All'altro la musica ( di Apicella). Ad uno la prosa? All'altro la poesia ( di Bondi). Fosse soltanto quello.
GianSilvio un giorno dice:
- Chi fa la spia non è figlio di Maria. Non voglio che nessuno spii più gli sms che mando alla Carfagna. Che poi li usano i giudici contro di me e la Veronica s'incaxxa. I giudici, sono un bel cancher!
GianWalter congiunse le mani e disse in tono ecumenico:
- Le intercettazioni son cosa buona e giusta ( D'Alema stai zitto e fai tacere la tua Consorte!)e i giudici sono dei Giusti MA ANCHE dei Malandrini...
Il Piccolo Tony ( da non confondere con quello col ciuffo) strillò:
- A GianWalteeeeer quello ti sta a pià per il c...
Stava per completare la frase quando la mano di un napolitano lo tacitò premendogli un fazzoletto sulla faccia.
- Aho!!! Via sta mano dalla bocca. Quello è un gran magnac...
- Ehhhh? fece, GianSivio, non è che mi ha dato del magnaccia???
- Faccia, ha detto *faccia*! Via la mano dalla faccia!
Disse amorevolmente GianWalter l'ecumenico, che quando afferma "ora m'incaxxo" nessuno ci crede e arriva La Russa e gli dà una manata sulla spalla e gli urla: "Ma va' in mona, Fiorello!" ( nessuno sa che La Russa è terrone MA ANCHE polentone).
Mentre la mano del napolitano tirava scappellotti al Piccolo Tony, GianWalter aggrottò le sopracciglia e si mise in posa come uno dei suoi eroi cinematografici preferiti, Paperino, e disse:
- Tonino, chiedi scusa al Signore. In fondo è mio fratello, mi picchiava qui sugli occhi per sembrare lui più bello, ma è pur sempre mio gemello!
- Gemello un par di p... ( paf, pronta la mano della Bindi tappò le fauci del Piccolo Tony).
-Buono, Tonino, non ora che stiamo a fare pidì!, disse Rosy.
- Ma quanto tempo ci mettete a fare pidì!!!Uscite da 'sto cesso e combattete da veri uomini.
- Ci puoi contare, baby, disse Rosy grattandosi la barba.
GianWalter alzava gli occhi al cielo:
- Che mi tocca fare per campare, io il premier non lo volevo fare. Non avevo primiera e neanche il settebello!
Pronta Luxy gli passò un settebello:
- Prendimi con te e non deludere le mie amiche, avanti con Dico, Nico ( il mio boy), Ficoooooo!
GianWalter, con l'espressione da Paperino che ha un'idea, s'illuminò in volto, aveva capito quel che Luxy voleva!
- Avrai Pico. Pico De Paperis!
P.S. le spese romane non sono diminuite. Semmai sono aumentate le spese rom(ene) per schedarli tutti! Due Maroni!!!
Ho terminato di leggere "Nuovi rischi, vecchie paure", di Lucia Savadori e Rino Rumiati, il Mulino. Un saggio sociologico snello, che riassume molte osservazioni che già si conoscono, ma lo fa con dovizia e il dono splendido della sintesi, che se non amo moltissimo nella narrativa, nella critica e nella saggistica apprezzo come fondamentale modalità comunicativa. Corredato di grafici e tabelle, è un buon leggere, , in 202 pagine, che dà una panoramica snella sul modus vivendi del mondo (globalizzato) civilizzato e omologato traendo le conclusioni su paure diffuse, più o meno enfatizzate dai mass media e strumentalizzate dalla politica e del comportamento umano, che non è poi così coerente ai timori veri o infondati che siano. A volte è volutamente deviato e deviante. Per trasgressione infantile ( è insito nella trasgressione un giovanilismo ribelle e immaturo), per eccesso di ottimismo e autovalutazione eccessiva ( ciò che accade agli altri perché dovrebbe succedere *a noi* così *furbi* nel gestirci?:-), per fatalismo d'impronta pseudoreligiosa o filosofica ( intesa come "filosofia di vita", spicciola e non codificata in ideologismi intellettualmente fondanti), per pigrizia nella valutazione del rischio e infine per immancabile stupidità.
Le paure diffuse hanno in parte fondamento reale. Si temono eventi improbabili, si teme poco quel che è molto noto. A partire dalle cause di mortalità. Il rischio percepito inoltre è differenziato tra esperti e gente comune. Un esempio? Gli addetti ai lavori temono meno la guerra,la droga,le armi nucleari, fumare, la criminalità organizzata,l'inefficienza del servizio sanitario, i veicoli a motore, la microcriminalità di quanto non faccia il popolo. Per contro gli esperti temono più del volgo gli effetti degli psicofarmaci,i pesticidi e i fertilizzanti,gli antibiotici,i conservanti nei cibi, i raggi x, le crisi economiche...

La pubblicità ha un ruolo altrettanto deviante. L'auto è oscuro oggetto del desiderio e non soltanto un mezzo. Le bevande alcoliche sono indice di saper vivere. Invece l'alcol fa più morti e malati di quanto si pensi. E' responsabile della morte di 300.000 persone annue, del 15% dei ricoveri ospedalieri e si muore per i danni dell'alcol 4 volte di più che per incidente stradale, ma la gente ne ha una percezione "buona".
Si teme più il tumore delle malattie circolatorie e si muore invece più d'infarto o per ictus cerebrale.
La cosa che fa cascare più le braccia è che l'uomo bianco si presenta complessivamente più incosciente delle donne tutte e degli uomini di colore. E' un temerario ( o un incosciente?). Crede di poter dominare la sua vita senza che questa gli presenti il conto. Praticamente è un insensato che s'ammazza di lavoro o di inedia; che assume comportamenti sessuali a rischio ( e non soltanto AIDS). I cosiddetti "piaceri della vita", compreso il conseguimento del benessere e del prestigio sociale, fanno dimenticare rischio, pericolo,paura,perdita di affetti per incuria e scarsa serietà gestionale. Il vizio è un valore. La fatica è "bias ottimistico" o ottimismo ingiustificato. Perché? Perché la prospettiva è ego-centrata. Distruttiva. Insomma, l'uomo bianco muore di benessere. E che complessivamente può contare su un maggior numero di anni in buona salute RISPETTO ALLE DONNE. Gli uomini godono di circa sei anni di buona salute in più: 6,4 PER L'ESATTEZZA. LE DONNE SONO PIU'FRAGILI. SU 76 ANNI DI VITA UN UOMO HA LA POSSIBILITA' DI VIVERNE 50 VERAMENTE BENE. Le donne, no. Hanno più spesso problemi di salute. Legati alla questione ormonale nella preadolescenza e nell'adolescenza, alle gravidanze, alla menopausa, alla costituzione anatomica stessa. Eppure tendenzialmente perché le donne vivono di più o superano meglio malattie serie? Accettano i limiti. Li amano negli altri. Li rispettano. Sono "buone" malate. Si curano, non amano il rischio. Non si sbattono per la carriera. Son tendenzialmente meno sedentarie e nel contempo meno...sportive, mangiano meno. Hanno un comportamento sessuale più attento. E soprattutto: si sentono responsabili, sempre, per qualcuno. Genitori, figli, partner, lavoro,casa. E' il maggior pregio femminile.
Certo, è in atto l'omologazione che annulla le differenze. Se le donne si son salvate dalla maternità obbligata ed hanno conquistato il mondo del lavoro, che le ha affrancate dal bisogno spicciolo, vivono imposizioni comportamentali che le costringono a vivere "come un uomo". Un uomo bianco. Con l'obbligo di essere più bello, però secondo canoni stabiliti da altri. Con la richiesta di essere amorevoli a comando. Libere a discrezione (altrui). Femmine un tempo ( cosa orribile). Donne con le palle ora ( altra cosa orribile). Il massimo del minimo è essere una femmina ( in senso spregiativo) con le palle ( che tutto sopporta). Praticamente...trans.
No. Donne, né puttane, né madonne; né eroine né cocaine. Né madri coraggio, né servette con le tette. Né donne in carriera, né governanti in corriera. Né vergini, né angolo per la ricreazione erotica. Erotica...è un eufemismo. Senza corteggiamento (costante, elegante, sollecito), c'è da guardare il soffitto e pensare ad altro. Dormire, forse sognare, amleticamente morire. Di noia e dispiacere di subire il divertimento sessuale altrui.
Un mondo di bugie. Quelle del regime, assurde, terrificanti, ammantate di omertà e la spudorata sincerità successiva. In poche parole: l'ex Unione Sovietica.
"Lupo mangia cane" è un romanzo d'azione, un giallo ambientato in Ucraina. L'Ispettore Arkady Renko indaga sul presunto suicidio di Pasha Ivanov, uomo di potere. Del sale (contaminato) versato in casa, in camera da letto, indurrà alle indagini, che porteranno l'investigatore a Chernobyl dove un secondo morto, all'interno della Zona Contaminata, fornirà altri elementi. Tra scampati rimasti a consumare la loro vita dove sono nati, ladri di icone e d'altro che derubano case abbandonate dai profughi, animali selvatici che si sono riappropriati d'un luogo che l'uomo ha lasciato... Renko scoprirà che l'astio e la vendetta hanno voce umana e animale.
I lupi ammazzano i cani, colpevoli d'essersi asserviti all'uomo e c'è chi non parlò, non agì, ne uscì ricco e intoccabile da un regime all'altro. Fa capolino un Paese dalle speranze tremendamente deluse dal passato e dal presente e insicuro riguardo al futuro.
La scrittura di Martin Cruz Smith è magistrale. Profonda, dura e non priva, di tanto in tanto, d'amaro umorismo. Perfetta.
I personaggi, molti, sono ben delineati, senza retorica.
La Russia si spopola e si ripopola.
Di immigrati.
"Victor posò sul banco la foto di due secchi completi di stracci.
_Questi li ho trovati nell'atrio dell'edificio di fronte. Erano abbandonati, ma dal nome dell'impresa di pulizia sono riuscito a risalire a chi li ha lasciati. Sono dei vietnamiti.Clandestini. Non hanno visto cadere Ivanov ma sono fuggiti all'arrivo delle auto della milizia.
I Vietnamiti svolgevano i lavori più umili, quelli che i Russi ormai si rifiutavano di fare. "
Emerge la rabbia degli scampati di Chernobyl, anzi Chornobyl, come lo pronunciano in Ucraina.Ad un personaggio l'autore fa dire:
" Chornobyl è stata ed è ancora la migliore centrale nucleare al mondo. Poi sono arrivate le organizzazioni umanitarie e hanno gonfiato le statistiche. Cos'è più facile, spillare denaro agli stranieri o far funzionare un impianto nucleare? Così siamo stati declassati da potenza mondiale a Paese del Terzo Mondo. Sa a quanto ammonta veramente il numero di morti a Chornobyl? Sono 41. Non milioni e nemmeno centinaia di migliaia. Solo 41.
La scoperta sorprendente è che gli esseri umani possono sopravvivere a livelli di radioattività molto superiori a quanto pensassimo. Ma la paura ha preso il sopravvento. Ci sono un sacco di persone che muoiono di cancro nell'Ospedale di Kiev eppure nessuno se ne va da Kiev."
Disperazione o follia?
Val la pena di leggere. Decisamente.

Sembra e non soltanto per una questione di calendario.
Aderisco ad un'idea frivola da "rete", Il Club delle Scarpe Rosse :-)

Perché? Perché in passato ho avuto spesso scarpette rosse, a cominciare da bambina. Da ragazza appena se ne consumava un paio ne compravo un altro. Che fossero di moda o no e ora mi trovo quasi sprovvista, nel senso che ho un paio di vecchi mocassini molto comodi e un paio di sandaletti estivi, che vi "devo" mostrare per "entrare nel club".
Come tuttavia trasformare tutto ciò in un gioco letterario? Facendo riferimento a narrativa e scarpe. L'infanzia mi rimanda alla scarpetta di Cenerentola: bellezza e scomodità e strumento di seduzione, anche perché a cotanta bellezza corrisponde poi la Regina delle casalinghe, anche se costretta ad esserlo.

Il gatto ha gli stivali delle sette leghe e va lontano per magia, in tempi in cui ogni spostamento era una lunga e faticosa pena.
Dora sconfigge la Malvagia strega dell'est e ne prende le magiche scarpette appuntite e d'argento, che hanno, anche queste, il potere di trasportare in un attimo in altro luogo, ma dovrà conquistarsi il significato di questa magica possibilità ( una noterella: nel film "Il Mago di Oz" del 1939, le scarpe che la Garland indossa sono rosse e glitterate :-)
Le scarpe delle Streghe di Roald Dahl sono particolari, perché i piedi delle streghe sono strani e ben celati.
Nelle descrizioni dei personaggi in narrativa spesso le calzature sono un particolare importante. Della passione delle donne per le scarpe son pieni i rotocalchi. Della mania consolatoria e compensatrice cinematografica dell'acquisto di scarpe è ricca anche la realtà.
Nella mia prima uscita, da sola, dopo il mio per ora unico ricovero ospedaliero, mi comprai dei sandaletti/ciabattina. Bianchi. Un grazioso ritorno alla femminilità. E alla salute, che è cosa effimera e nel contempo concreta, come le scarpe :-)ed è, sinceramente, la materia prima della vita.
Siamo corpo. L'intelletto si porta a spasso con i piedi.
Ah, mio nonno materno faceva il calzolaio e aveva un deschetto così:

di latino, che nella mia classe faceva lezione esclusivamente di lingua e letteratura latina ed era il nostro spacciatore di letture, nel mentre l'insegnante d'italiano, anche se era una brava donna, si limitava a spiegarci il Natalino Sapegno senza aggiungere e/o mutare una virgola, l'aver conosciuto "il sergente nella neve" di Mario Rigoni Stern. Fu una lettura appassionante di un libro preso in prestito alla biblioteca di classe, che attualmente non possiedo. Lessi altri libri su guerra e dintorni. "Un anno sull'altipiano" di Lussu, "Niente di nuovo sul fronte occidentale" di Remarque, "La tregua" e "Se questo è un uomo" di Levi, "La ragazza di Bube" di Cassola, "L'Agnese va a morire" della Viganò...
Un'educazione sentimentale mirata, per una sedicenne che amava la concretezza. Non m'innamorai di storie personali, sentimentali, sensuali oniriche e/o passionali, le scoprii dopo, tramite lo stesso prof: fu la volta di "Bel Ami", di" Madame Bovary", de "Il Maestro e Margherita" e fui estremamente contenta che la vita intima, compresi i suoi aspetti meno edificanti ,avesse una dignità descrittiva anche superiore alla concretezza dell'impegno, che caratterizzò la mia generazione, figlia diretta di chi aveva ideato e costruito la Prima Repubblica.
De "Il sergente nella neve", che bevvi d'un fiato, ricordo lo stato di benessere e gratitudine per le intemperanze paterne. Per non partire, in quanto alpino a Bolzano, per la Russia, prese a pugni un muro e si spaccò un braccio e prese così tempo. Spostatosi a Verona, disertò. Lo nascose una farmacista, innamorata di lui ( era bello e affascinante), di cui mia madre conservava una foto per riconoscenza, anche perché egli tornò da lei, ma l'altra gli salvò la vita. Tal Maria. Chissà dov'è finita la foto, chissà...
Da Verona raggiunse poi il Piemonte e i partigiani e si diede alla macchia, tornando dopo l'otto settembre.
Così che ora di Rigoni Stern mi resta una sensazione di gratitudine: ha il merito di avermi fatto conoscere ciò che un "vigliacco" aveva evitato. Le donne che avevano sposato alpini in Russia furono per anni mogli di *dispersi* e non vedove di guerra. Qualcuna scoprì che l'amato bene era morto, altre scoprirono che era restato in Russia, compagno di altre donne e padre d'altri figli.

La mia mamma è la mora a destra, era, a quei tempi, talmente bella che il suo viso finì sull'etichettta di una bottiglia di rosolio.
Sui rotocalchi per decenni si pubblicò e parlò del ritorno, dopo una vita, di presunti morti in guerra.
La neve sconfisse Hitler, dopo aver sconfitto Bonaparte e i nostri alpini vennero spediti al gelo, con l'equipaggiamento delle Alpi.
La *giulietta* salvò il suo *romeo*, che poi tornò dalla morosa e così dopo un decennio nacqui io. Non ci sarei, ci sarebbero altri, che parlerebbero veneto. Il destino è curioso.
Ho terminato di leggere il libro che mi è stato gentilmente prestato al ristorante da un tizio quasi sconosciuto, "Il tailleur grigio" di Andrea Camilleri. Un Camilleri in cui Montalbano s'è preso le ferie, ma ,sappiamo, era in crisi di mezz'età. Che poi la cura sarebbe Livia, ma non la vuol capire.
Camilleri ci porta tra le braccia d'una donna sensuale e algida nel contempo, bionda, flessuosa e moglie d'un uomo maturo. Entrambi vedovi, ma con trent'anni di differenza, si conoscono per questioni patrimoniali. Lei perfetta, in tailleur grigio, guarda caso macchiato del sangue del primo marito.
Con il secondo la vita scorre tra gli agi, ma non si creda alla cacciatrice di dote, è ricca di suo. Colta, elegante ed è l'amante d'un giovane cugino che ospita in casa, marito non consenziente, ma silenziosamente rassegnato.
Nel passato una violenza che al presente si replica, la vendetta d'un oggetto del desiderio, che diventa un passivo soggetto e mi si scusi il bisticcio.
La fine che arriva e lei che indossa nuovamente *quel* tailleur.
Grigio.

Si tratta d'un romanzo sapiente. Popolare quanto basta, ma se a leggerlo fossi stata uomo...avrei sentito perlomeno un doloretto alla prostata.
Un romanzo scorrevole, elegante, impietoso e simpaticamente dialettale. Montalbano a parte, Camilleri ci ha preso gusto.
Mi chiedo come una donna possa essere così sessualmente attiva ( tratta da un immaginario maschile e neanche troppo raffinato, diciamo persino un tantino volgare e scontato) e nel contempo fredda, ma può essere comprensibile soltanto se il sentimento è distorto e deturpato dalle realtà profonde del vissuto. Forse, capita. A me sembra inverosimile. Nelle donne s'accende spesso una pietà liquida che avvolge se stesse e l'oggetto amoroso. Può essere tuttavia che io non tenga conto di chi l'amore non vuole (ri)conoscere. Assolutamente.
Germana, ma che cosa ci fa un poliziotto nella nostra camera da letto?

- Ho deciso di affittare un autovelox, Aurelio, per dimostrare alle mie amiche che non esagero quando dico che a letto sei l'uomo più veloce del mondo.
Ovvero citando Maria Strofa, che ho saccheggiato una volta per tutte e mai più.
Commentai presso il diretto interessato, da vera scocciatrice, via sms, più o meno così.
'O vid'Io l'ars amatoria!
Aurelio è il mio uomo ideale, che con l'ernia del disco prima uno si sbriga e meglio è!
Sono l'antitesi della micina fuffosa che *qualcuno* in cuor suo guardava con sospetto.
Chiacchierando del più e del meno con Alfio Squillaci, che commentava il percorso della vita come una serie di istantanee tra le quali è difficile individuare un collegamento, anche se ogni fatto della vita è strettamente correlato ai precedenti... mi son ricordata di un breve scritto di Piero Chiara.
"Mi capita, ogni tre o quattro anni, di cadere con l'occhio, aprendo un cassetto, sopra una cartella con scritto "documenti personali", nella quale conservo alcune carte che segnano le tappe della mia vita...
...
Rileggo, quando mi capita sotto gli occhi quella cartella, un foglio dopo l'altro. quasi per ricordarmi chi sono stato in altri tempi, benchè mi sia quasi impossibile riconoscermi in quei fogli.Mi rendo conto che esiste un abisso tra quanto risulta di un uomo e quel che ha fatto in realtà.Dove sono scritte le passioni, gli amori, i sogni, le delusioni di una vita?Neppure coloro che hanno pubblicato delle autobiografie intime o dei diari di diciassettemila pagine come Amiel e hanno compiuto delle spietate analisi di se stessi, ci informano a fondo su di loro.
...
Siamo, nel corso della vita, una serie continua di individui che si somigliano e rispondono costantemente ad alcuni dati sommari, ma il cui comportamento è mutevole e vario.Non c'è nulla di più incostante dell'uomo.E basterebbe guardare uno di quegli albums che molti si compongono cominciando con le fotografie dell'infanzia.....
...una serie di individui diversi ci passa davanti agli occhi ed è quasi un gioco riconoscerli di volta in volta per il medesimo personaggio...
Chi siamo? Tutti e nessuno, oggi buoni domani malvagi, una volta generosi e un'altra meschini, per qualche tempo con un bel viso, capelluti e con l'occhio limpido,poi con facce da apostoli, teste calve, sguardo saggio.
Così Chiara ammonisce dal non accettare la vita come un non-essere evolutivo ( una contraddizione in termini...), che ha la sua ovvia conclusione.
Si procede, di innamoramento in innamoramento, per la vita e nella vita.
Si va avanti, per incantamento e delusione; per noia e sopportazione; per vittoria e sconfitta.
Guai a erigerci una lapide a ricordo statico e perenne, o l'effetto può esser questo, reale, che si legge in quel di Saluzzo, casa natale di Silvio Pellico
QUI NACQUE SILVIO PELLICO
IL 24 GIUGNO 1789
PER VOLERE DEL MUNICIPIO
Anni fa avevo un vicino, adulto, maturo. Viveva sul mio stesso pianerottolo. Io stavo con mio papà, mia mamma e il cane, lui con l'anziana madre. Ogni giorno prima di recarsi al lavoro la salutava più e più volte: ciao, mamma, ciao, esco, ciao ciao mamma!
Io trovavo zuccherosa e un po' patetica la cosa, perché, giovane, ancora non ero consapevole della perdita e del lutto.
Più tardi, fatta l'esperienza, capii quel che prima mi sfuggiva: quel saluto ripetuto, insistente, era un commiato per il timore, considerato lo stato di salute e l'età della madre, di non riuscire a darsi un ultimo saluto sereno, anche se inconsapevole.
Imparai. Tardi, ma imparai che tra persone che si amano, ogni silenzio è tempo perso. Ogni livore un errore da correggere. Ogni lontananza un divario da colmare. Gli amici, le persone con cui esistono affinità elettive, si devono di tanto in tanto cercare, quando ci si perde di vista.
Circa una quindicina di giorni fa mi son detta...mi manca Maria Strofa, la sua verve, la sua profonda conoscenza del mondo letterario e le ho mandato un sms.Mi ha risposto il suo geniale creatore. C'è stato uno scambio di email e di idee e ricordi.
Ci si conosce, di penna (elettronica) da anni. Un bel po'. PreSplinder.
Ci si conosce di voce. Curiosità appagata.
Si condivide l'amore per i libri ( ma non la cultura letteraria, la sua vastissima ), un certo gusto per l'ironia sarcastica ( lei simpatica, io molto meno).
Una cosa non ci accomuna: io sono viscerale. C'è invece chi consuma il suo privato tacendone, dietro un bel blog.
Mi sento quel mio antico vicino. Ho salutato Maria ricevendo ieri la sua ultima email.
Ho salutato la più incredibile geniale presenza del web. E non solo. Una delle più chiare e colte menti letterarie che si possano incontrare in una vita.
In una vita lunghissima.
Dedicato a Serena:

padri, libri, cani
Piove, come fa del resto ormai da un mese, il tempo è umido e cupo, io sto smaltendo un'insolita bronchite, per cui mi trastullo con sciocchezze, di solito ho da far cose più serie, come costruir su macerie o mantenermi viva, ma spesso cazzeggio tra un blog e l'altro, tanto che mi son chiesta...supponiamo di essere in giro, tra la folla, come fare ad individuare un blogger al mercato, in un grande magazzino, in stazione? Come rivelarsi tra bloggers, riconoscere un altro individuo affetto da altrettanta... abitudine :-) ?
Pensiamoci su:
Io appartengo a più categorie, in primo luogo la prima ( cazzeggiatori) e questo post ha tolto ogni dubbio in merito.
