Inauguro una nuova sezione: la lettura in itinere, ovvero quel che si sta leggendo, i "lavori in corso" della mente e degli occhi. Ho notato che a volte la mia lettura inizia lenta e si scalda con le pagine, altre parte entusiasta ma va in calando deciso, altre ancora comincia male e finisce peggio...infine c'è l'apoteosi, la lettura che inizia e procede di pari passo, bella, fluida, che fiorisce dentro di continuo come un ibisco interiore.
Per cui non sempre la prima impressione è quella che conta.
Sto leggendo:
"Interviste impossibili" di Giorgio Manganelli, per Adelphi
Scrittura eccellente, stile onirico, contenuti ridondanti e un po' barocchi, che inizialmente mi han fatto pensare : " Nichilista, parallelo alla realtà,non è il mio genere". Poi, visto che il fascino tuttavia c'era e non calava, l'ho ripreso in mano. Direi che, ora, mi piace. Si vedrà. So di parlare a mezz'aria d'un mostro sacro, ma io sono notoriamente autoreferente, come tutto il resto dell'umanità, ma non tutti amano ammetterlo.
Anni fa ,per godere di tanto in tanto di una bucolica pace dell'animo attraverso la lettura, mi affidavo alle cure di un veterinario.
Tal personaggio, altro uomo di scienza e di pratica, che scrive in modo concreto e piano, con dovizia di particolari sia nel descrivere gli animali e da buon etologo, il loro comportamento, sia nel descrivere le persone e da buon psicologo la loro indole, è James Herriot, veterinario dello Yorkshire, buon scozzese, autore di racconti fortunatissimi, usciti per Rizzoli, in raccolte.
Lo conobbi attraverso " Creature grandi e piccole" e proseguii la lettura con " Cose sagge e meravigliose" e "Beato tra le bestie", infine acquistai " Per amore di tutte le creature". Fu per alcuni anni il mio rifugio mentale dalle brutture del mondo. Nessun incanto sentimentale nei suoi racconti ( ma il sentimento è tangibile, nei confronti di persone, animali, luoghi), umorismo, concretezza.
Un libro fatto d'azioni, voci, pensieri. Un libro di Terra percorsa da acqua, su cui si svela il Cielo e su cui vivono esseri di carne e sangue.
I personaggi? Proprietari di confetteria cortesi con gatti ben consci d'essere degni garzoni di bottega; cani di proprietà di signore ipocondriache ...per conto terzi!, vacche partorienti di rozzi e cattivi contadini ed altre di altri fortemente buoni di una bontà grezza e calda; cani puzzolenti abbandonati finché non trovano anima gemella in un padrone privo del senso dell'odorato; gatte moribonde che sanno per sesto senso a chi affidare i cuccioli prima di lasciare questo mondo; cavalli "selvaggi" per dispetto, tassi che si sentono soli, atleti polivalenti canini, scrofe senz'ano, anziani che leggono poesie ai gatti che sembrano gradire, cagnoline innamorate,mucche vagamente teatranti, padrone che si lasciano morire a seguito della morte del loro cagnolino, invasioni di pulci e quant'altro si possa immaginare e no tra brughiera e verdi vallate.
" Questo libro è memoria, una memoria lunga che si oppone alla memoria breve dei mass media. Io ho sempre creduto nella letteratura come memoria."
E' quel che scrive Antonio Tabucchi a commento di " Piazza d' Italia", Feltrinelli.
Quel che definisce "una favola popolare in tre tempi, un epilogo e un'appendice". E' il primo (grande) Tabucchi, della tensione epico/etica, che sorvola mondo contadino ed ideali, alla ricerca d'identità in radici mai morte. I tre personaggi, anarchici, dai nomi emblematici, ma che non mi stupiscono: Garibaldo, Quarto e Volturno mi ricordano il fratello di nonno, avo mai conosciuto che chiamò i figli come i quattro moschettieri ( perché nessuno avesse un nome da santo da calendario) , il cui amico ebbe il coraggio di chiamar le figlie Diavolinda e Stregolina. Così, in un gioco del rovesciar valori riconosciuti come non-valori, per una sorta di pudore e paura nei confronti d'ogni autorità autoreferenziale e persino di verità e vittoria troppo acclamate, che la rivoluzione, si sa, o è permanente o è già finita nel dichiararla attuata.
Un brano, per celebrare il 25 aprile:
Pane e frittata
"Ti cercano" disse Asmara funesta. " Se ti pigliano ti fanno la pelle".
Garibaldo accese una sigaretta e con lo sguardo si inerpicò in cima al monte.
"La settimana passata - disse - ho sognato che si faceva l'amore".
...
" Lo vuoi capire che ti cercano?"
" Che mi trovino, quei figli di puttana. Vedrai che ammattiscono."
Lo cercarono per tutto il paese, con furia, centimetro per centimetro. Il federale girava il paese con gli stivali impazziti, battendo i tacchi. Dettero aria a cantine chiuse da ragnatele secolari, frugarono in botti piene di topi, perforarono tutti i materassi di Borgo. Garibaldo non c'era.
Asmara lo andava a trovare tutte le sere. Deponeva le rose davanti al ritratto di Quarto e s'inginocchiava per conversare pregando. " Ci sono novità?" chiedeva Garibaldo dall'altra parte della lapide.
" Siamo soli, alla loro mercé. Rastrellano, hanno portato via gli uomini. Trovano uno schioppo di cinquant'anni e fucilano. Li portano in bonifica, e dopo morti li buttano nei fossi. Te piuttosto come stai?
" Dormo bene. La cassetta di Quarto occupa poco spazio. Lo dovettero fare proprio a pezzettini.
" Hai appetito?"
"Cosa mi hai portato?"
" Pane e frittata".
...
Una sera chiese carta e penna.
"Ma come fai a scrivere?"
" Ho una candela, non ti preoccupare.
Asmara impostò per Melchiorre. Garibaldo aveva preferito una cartolina, così la leggeva anche il postino e la raccontava a tutto il paese.
Figlio di troia d'un federale
è vicino il tempo del tuo funerale
Garibaldo
" Melchiorre sembra impazzito" disse Asmara due sere dopo.
Il federale era proprio impazzito. Stava a letto e per la rabbia in corpo gli si era gonfiato di fiati verdastri. Pareva un rospo.
"Han fatto i bandi"
" Sì, sono attaccati a tutti i muri del paese. Sono pane e cacio coi tedeschi, prendono tutti, anche i vecchi."
Garibaldo sentì un senso di soffocamento, in quel compartimento stagno.
" Sui monti ci sono i partigiani" continuò Asmara.
" Se li raggiungi non ti prendono più. E' ritornato il Guidone dalla Russia, con una friulana. Don Milvio li ha nascosti in canonica, stanotte raggiungono i partigiani.
"Parto anch'io" disse Garibaldo.
"Prima passa a salutarmi" disse Asmara. " Ho una sorpresa per te".
...
Disincantato l'autore, che di nulla più si stupisce, tanto è vasto l'orizzonte delle risposte psichiche all'esistente; disincantato da ogni possibile incanto " L'uomo che scambiò la moglie per un cappello", di Oliver Sacks, per Adelphi, sinceramente uno dei libri più avvincenti che io abbia mai letto e che svela in un sol gesto quanto stupore possa riservarci l'umanità e quanta follia si nasconda tra le pieghe della macchina- uomo, perché è più di curiose "disfunzioni" che di follia che Sacks desidera parlare.
Per gli amanti degli incipit, citerei già la prefazione, che non è che un assaggio a quel che segue:
dice Pascal " L'ultima cosa che si decide quando si scrive un libro, è che cosa mettere all'inizio" In questo modo l'autore confida al lettore che ha raccolto strane storie, scegliendo loro un titolo e due epigrafi , presentandosi sia in quanto naturalista ( interessato alla malattia come fenomeno) , sia come medico ( interessato alle persone).
Ecco un altro esempio di uomo di scienza che scrive divinamente.
L'uomo che scambiò la moglie per un cappello, ad esempio, è un eminente musicista, che da concertista diviene insegnante. Qui inizia a palesarsi qualche problema: non riconosce gli allievi, o meglio : non ne riconosceva la faccia e distingueva le persone dalla voce. Ad un certo punto, il signor P. comincia a confondere la figura umana con altre e saluta idranti, parchimetri e mobili. Le sue facoltà musicali restano straordinarie , ma la capacità di localizzare nella memoria costanti visive peggiora ogni giorno, tanto che tenta, acchiappando la testa della moglie, di sollevarla, per calzarla come cappello. Manca totalmente di coscienza di una qualsiasi fisionomia dell'immagine.
La cosa che affascina è che la storia è reale, non c'è nulla di onirico, metafisico, surreale. La realtà supera la fantasia.
Oliver Sacks è infatti professore di neurologia all'Albert Einstein College of Medicine di New York ed il suo formidabile insieme di storie è una...lunga cartella clinica, modulata su patologie che hanno dell'incredibile, suddivise tra "perdite", "eccessi", "trasporti", " il mondo dei semplici".
Di semplice tuttavia non v'è *nulla*. Con qualche divagazione storica. Ad esempio: un breve interessantissimo studio su Hildegard di Bingen, la monaca visionaria, venerata come una santa mistica ed ivi analizzata come schiava di pericolose emicranie, o meglio di "fotismo", o di visioni ineffabili legate alla malattia, che può provocare allucinazioni ben articolate intorno alla percezione della luce.
Un altro caso? La signora B. ex ricercatrice chimica, che diviene improvvisamente spiritosa, impulsiva, superficiale nella battuta. In poche parole : sarcastica, di quell'irriverenza un po' infantile e trasgressiva. Così, di botto. Afferma di considerare tutto uguale e indifferente, di considerare il mondo di una....comica insignificanza, per cui in grado di dire, in modo lucido e spietato, qualsiasi cosa a chiunque. Causa? Un enorme carcinoma cerebrale, che andava impossessandosi lentamente dei lobi frontali.
"Era difficile sottoporla a un test di discriminazione destra-sinistra, perché diceva indifferentemente destra o sinistra ( sebbene nella reazione non avvenisse alcuna confusione fra i lati, come avviene quando vi è un difetto lateralizzante di percezione o di attenzione). Quando glielo feci notare, disse: sinistra-destra. Destra-sinistra. Quante storie! Dov'è la differenza?"
Apparentemente per dispetto.
Praticamente, il Funes di Borges, che si trova a dire " la mia memoria signore, è come un deposito di rifiuti".
Più ricco di originalità del più bel romanzo, più denso di citazioni filosofico/letterarie ( bello il parallelo tra l'uomo che scambiò la moglie per un cappello ed Anna Karenina) di un buon saggio.
Praticamente: un capolavoro di un letterato che non nasce affatto come tale.
Quando lo scienziato scrive, sa essere di una incredibile leggerezza. Pensoso, ma non contorto; profondo ma non inarrivabile; intenso ma non destabilizzante. Fa crescere. Sempre. E' il suo lavoro. E' un essere *concreto* a tutto tondo. Spesso mi stupisce, tra i cosiddetti intellettuali, l'apparenza ( generalmente strombazzata) del loro etereo o rivoluzionario pensiero. Poi, gratta gratta ( o gratta poco) e spesso trovi l'avaro avido di sé e delle cose, lo sparagnino meschino che pare alato quando scrive, ma a guardar bene son ali da blatta volante. Capita d'incontrare anche il filosofo che *ha capito l'esistenza*, poi sfogli la sua biografia e scopri che in famiglia era un fallito degli affetti ( leggi Hesse). Ci si imbatte ( e più si è giovani più pare d'aver trovato il guru) in individui tutto genio e sregolatezza, in cui la seconda prevale sul primo, tant'è che tra *poeti maledetti* * maledetti poeti da strada della beat generation* e attuali eccentrici cultori del pulp basta leggerne uno per averli letti *tutti*. Eppure in gioventù solitamente se ne è attratti. Si sa, è il periodo della ribellione all'autorità costituita ( costituita da genitori/nonni/insegnanti ed altri poveri tapini che calano le braghe davanti a delle bizze ben fatte o per amore o per stanchezza). Pochi soggetti sono realmente schifati dalla società umana in generale da lottare realmente per costruirne un'altra, a costo della galera. Gli altri si limitano a far dei danni intorno al loro orto.
Che cosa invece solitamente fa lo scienziato scrittore? Prima di tutto scrive con bello stile, perché apprezza la forma come contenitore di base per "l'esperimento" di elaborazione comunicativa. E' un buon osservatore e nulla gli sfugge nel narrare. E' un buon conoscitore dei meccanismi del pensiero e del comportamento umano ed offre, spesso, spaccati lucidissimi dell'interiorità e dei sentimenti. Il suo giudizio morale, se c'è, è schietto e privo di interpretazioni modaiole. Ama i soggetti dei suoi scritti, diversamente non ne parlerebbe affatto. E' esperto di ciò che scrive e non tenta ad indovinare, come fa qualche letterato che s'improvvisa storico o scienziato.
Il primo autore di questa "serie" che presento è Gerald Durrell.
In questo caso: "La mia famiglia ed altri animali", Adelphi.
E' la nascita d'uno zoologo, che al momento non è che un ragazzino capitato nell'isola di Corfù, dove s'avventura, pensa, agisce, incontra, cresce. Come persona e a tutto tondo.
Gerald Durrell, zoologo di fama mondiale, che fondò ben due parchi , visse dal 1925 al 1995. 70 anni ben spesi.
Dedica il romanzo alla madre, facendolo precedere da una citazione di Shakespeare :
"E' una melanconia che mi è propria, un composto di molti elementi, estratti da molti oggetti, e più precisamente la visione complessiva dei miei viaggi che, per la frequente meditazione, mi avvolge in una capricciosa tristezza"
"Come vi piace" IV , 1
Lasciata la patria, con la famiglia, il ragazzo approda a Corfù, isola che definisce " vivere in una delle più scintillanti e farsesche opere buffe".
Va ad abitare in una villa rosa fragola ed inizia inconsapevolmente il suo studio del mondo animale, così che s'imbatte in Yani, un pastore.
"Un uomo alto e dinoccolato, con un gran naso a uncino come il becco di un'aquila e dei baffoni incredibili".
A Gerald che se ne sta seduto sotto ai cipressi intima:
" Voglio avvertirti di una cosa, piccolo lord, per te è pericoloso startene sdraiato qui sotto questi alberi. Ah, puoi starci seduto sotto, questo sì. Fanno una bella ombra, fresca come l'acqua. Ma danno la tentazione di dormire, questo è il guaio. E tu non devi mai dormire sotto un cipresso, per nessuna ragione al mondo. Se dormi, però, quando ti risvegli sei cambiato. Sì, i cipressi neri sono pericolosi. Mentre dormi, le loro radici ti crescono nel cervello e te lo rubano e quando ti svegli sei matto, con la testa vuota come uno zufolo".
Seguendo Yani tuttavia Gerald inconta l'Uomo delle Cetonie, che le cattura per adornarne strani nastri di cotone volanti e ronzanti. Gli dona una tartarughina.
E di lì comincia l'amore.
Quello per le bestie.
Scoprendo luoghi, flora e fauna e strani personaggi. Qualcuno fatto di puro folle nulla, altri di un tale spessore da aprirgli un futuro di studioso, ma nessuno inutile ( sia dal punto di vista dell'intuizione letteraria, sia per quanto riguarda la sua vita) ed ognuno descritto con distacco ironico, ma amorevole.
Patty sta per diminutivo di pattumiera.
Comincio a ficcarci dentro lei,
PATRICIA
a cui dobbiamo indirettamente ,a parer mio, tutto il filone da obitorio che ci rifila la tv soprattutto in prima serata, su svariati canali. Mi riferisco a Patricia Cornwell e al suo medico legale, Kay Scarpetta, che si è riprodotta per clonazione ovunque ed ha scovato il guardone necrofilo nascosto nel lettore ( di gialli e non solo). Come esistono gli onanisti lettori, che se non trovano descritta una scena di sesso non son contenti, tanto che qualche scrittore, pur di vendere, ne schiaffa una qui ed una là, esistono i cadavere- dipendenti, specie se mutilati in vario modo, specie se coinvolti in storiacce di sesso assassino, così i due maniaci lettori s'incontrano virtualmente in un sol uomo ( o sola donna). Saranno dei loschi pervertiti? Nient'affatto! Sono impiegati del catasto, metalmeccanici,casalinghe, commesse e compagnia briscola, che stanno bene attenti a preservarsi la loro vita intatta, ma hanno bisogno, come il Giovannino Perdigiorno di Gianni Rodari, di toccarsi tutti per vedere se ci sono, son tutti interi e sincerarsi che le *cose brutte*, ma realmente brutte, succedono agli altri. I trasgressivi sono *loro*,ma i trasgressori siano gli altri. A loro basta la cronaca nera, il brutto film, il pessimo romanzo. Eppure, di "Quel che rimane", edizione miti Mondadori, si legge a firma Oreste Del Buono ( a cui volevo bene, ai tempi in cui dirigeva Linus ed anche oltre,pur perdonandogli certe ignobili comparsate da giornalista ): " Un tono di fermezza insolito nei romanzi neri". E ci credo: con la bisturi ci vuol mano ferma, anche se, considerata la tipologia di pazienti, si potrebbe anche zigzagare a piacer, perché non si svegliano, dopo, chiedendoti i danni d'immagine...
Da La Repubblica, si evince che: " è un autentico giallo, nel quale la Cornwell mette bene in mostra tutta la sua esperienza di medico legale con minuziose, precise descrizioni del suo lavoro". Recensione onesta, ma non molto significativa sul piano stilistico, dice più o meno così: se volete un elenco particolareggiato di tutte le schifezze che devono essere verbalizzate nel rapporto scritto di un'autopsia, qui, necrofili, le trovate.
Come comincia :
" Sabato, ultimo giorno d'agosto, mi misi al lavoro prima dell'alba. ...Per tutta la mattina i tavoli d'acciaio rimasero occupati dai cadaveri e l'obitorio non ha finestre".
Cominciamo bene. L'ideale nauseabondo per il cultore della morte altrui ( quanti cadaveri avrà visto nella sua vita, tolto quello del pollame al supermercato? Io, dal vero, tre. Uno l'ho anche tenuto in casa dal mercoledì al sabato mattina, ma non ripeterei l'esperienza).
Come finisce?
" Poi ripercorsi lo stretto viale che conduceva all'entrata del cimitero, varcando il cancello in ferro battuto. All'orizzonte il sole illuminava i campanili e i grattacieli degli uffici del centro e più vicino i raggi si impigliavano fra i rami degli alberi. Abbassai il finestrino e puntai verso ovest: la mia casa mi aspettava".
Altro giro, altra corsa, altro volo in pattumiera.
Capisco che uno scrittore non abbia tutte le colpe e si possa anche prendere per il collo la traduttrice Anna Rusconi, però quei raggi di un sole -bicicletta in cui restano impigliati i rami -fondo dei pantaloni... sono una pensata non da poco. Mi vien voglia di ficcarci due mollette.
Una ciascuna. Dove, fate voi.
Ho finito di leggere un libro di Bernard Williams : " La moralità.Introduzione all'etica", Piccola Biblioteca Einaudi di Filosofia. Lo si presenta così: " in questa breve introduzione all'etica, Bernard Williams non offre una rassegna o un'analisi critica delle tesi sostenute dai filosofi morali contemporanei, né sviluppa una propria teoria morale coerente e sistematica". Infatti. In realtà il prof ( Cambridge, Berkeley, Oxford) non scrive proprio un bel niente e c'impiega 98 pagine. Lamenta che i colleghi tentino ognuno di dar una personale definizione di morale e un codice comportamentale, quando una visione di una moralità priva di enfasi intorno alle preoccupazioni d'ordine morale sarebbe, a suo dire, salutare. Dovremmo, a parer suo, badare più ai bisogni e ai progetti individuali degli esseri umani, in direzione della felicità. Si limita a tracciare un buon ritratto dell'amorale definendolo un tipo che si vanta di essere trasgressivo, in un contesto che non lo sia, facendo sua questa tesi: * io ho il coraggio di essere trasgressivo*, per cui pretende per sé ammirazione per un *valore* morale, il *coraggio* stesso. Valuta se stesso in base ad un canone comune, che fa parte dei valori tradizionali, dunque desidera approvazione, non tanto essere preso alla lettera e seguito. Meriterebbe, come a volte capita,a parer mio, questa volta, che trovasse qualcuno ancor più coraggioso :-), che avesse perciò l'ulteriore coraggio di scavalcare l'etica costituita e ammazzarlo. Cosa che in una società civile non è permessa, perché si tende a priori a difendere la vita di tutti ( in pace, in guerra succede all'improvviso, il contrario). Il trasgressore, l'amoralista ,confida eternamente nella morale degli altri. In questo gli dò ragione, ma la sua analisi termina lì. Si guarda bene dal tentare di stabilire confini, di separare buono e cattivo, bene e male. Lascia che ognuno ci provi da sè. Come se la società occidentale non si esplicasse già così.
Hai voglia. Ognuno bada talmente bene ai suoi fabbisogni che bisogna difendersene con i propri. O prenderlo nel posteriore è un lampo.
Non è un libro da gettare, questo no. Parlando di morale non esita a trattare di relativismo soggettivista, che bene s'applica a molti ambiti, che ben si prestano ad essere di pongo: la vita sessuale, ad esempio, o lo sfruttamento, la mancanza di attenzione verso terzi , al grido di "chi può giudicare?"
Mette in guardia dal soggettivismo volgare senza dare tuttavia indicazioni comportamentali. Teme l'utilitarismo quando, in un certo senso, gli apre la porta.
Non ci sono più quei bei filosofi dogmatici di una volta.
Candidamente crudele. Distruttivo ed autodistruttivo cresce nello "sporco", tanto che il concetto dà il titolo al romanzo : "La neve era sporca" ,di George Simenon. Uno sporco interiore, all'esterno ben gestito ed elegante ,come il suo cappotto di cammello.
Sarà che non c'è nulla che richiami alla mente l'idea di candido, pulito, immacolato, fresco, persin "natalizio" come la neve. Per il nostro protagonista, diciannovenne "sbagliato", la neve era ed è sporca fin dall'inizio. E' un tipo solitario e ben protetto dalla madre, avvenente tenutaria di un bordello. Viziato, ben rifornito di tutto, dispone di denaro anche in tempi di ristrettezze. Pernotta con le donne della scuderia di mamma e da una è persino amato, anche se la disprezza. Ha un amico volgare e sgradevole, con cui condivide sordidi interessi. Allo stesso, che in fondo detesta, farà trovare nel letto l'unica donna di cui potrebbe valer la pena d'innamorarsi, figlia integerrima di altrettanto onesto vicino di casa. Il vicino e la figlia, strani oggetti del desiderio, colti e puliti, poveri e ingenui. Riuscirà Frank a farsi accettare da loro? Sì, pur avendo messo Sissy nel letto dell'amico, da questo la ragazza esce di corsa e urlando e si chiude in casa per la delusione, cadendo di depressione. Lui che fa intanto? Ruba, uccide, offre cioccolatini all'unica prostituta che lo disprezza e lo tratta da ragazzino, la più determinata e fredda. Si comporta in direzione annullamento. Confesserà crimini di vario genere quando non sarà neppure necessario. Amore e macchinazioni a nulla serviranno. Non è quello che vuole. Il vicino e la figlia andranno a trovarlo in carcere, offrendo sostegno. Il massimo. La madre chiude il casino ed opera in direzione salvezza. E' contento ed insieme indifferente. Quel che vuole è pagare una colpa connaturata con la sua stessa esistenza. Una naturale istintiva spinta a sporcare la neve.
Simenon lascia eventuali interpretazioni buoniste ad altri. Non tenta alcuna lettura psicanalitica. Lo faccia il lettore, se vuole. Sarà che non ci crede?
Tutto è descritto magistralmente, senz'ombra di cedimenti. Scrittore descrittore, umanamente distante dai suoi personaggi. Non li adotta, non li sposa, non li ama e non li odia. Non sono il suo specchio e neppure la sua anima. Sono creta da raccontare.
Di Frank, dice, verso fine romanzo:
" E' buffo. Ha trascorso la maggior parte della sua vita - la maggior parte! - a odiare il destino, di un odio quasi personale, al punto di inseguirlo fin negli angoli per sfidarlo, per azzuffarsi con lui. Ed ecco che d'un tratto, quando non ci pensa più, il destino gli fa un regalo."
Frank appartiene a quella razza che non può amare nessuno se prima non ama se stesso.
Io sono l'opposto. Non riesco ad amare me stessa, se non amo qualcun altro, ma forse è un difetto prettamente femminile.