
Difficile parlare d'un romanzo più che celebrato e noto, come " Il ritratto di Dorian Gray" di Oscar Wilde. Non mi resta che proporne una personalissima chiave di lettura...Eccola : è duplice, la prima me lo fece scoprire e considerare quale "romanzo" per eccellenza, la rivelazione della mia vita di lettrice e di persona: il puro estetismo della dannazione seduce i giovani, perché sembra loro offrire la cristallizzazione dell'essenza del bello e dell'onnipotenza del vigore giovanile. Nessun prezzo sembra alto da pagare ed il drappo sul ritratto copre anche i cadaveri del bene, disseminati lungo la via del piacere e del piacersi. Questo il fascino in prima battuta. Sono, tuttavia, una lettrice, per quanto ci sia in Dorian una forte componente narcisistica femminile, la presenza pura e fortemente donna di Sibyl rende la morte un sacrificio estetico, che tuttavia si teme. Per cui il bello & dannato compare nel suo aspetto... dannoso. Più avanti con l'età, "Il ritratto di Dorian Gray" resta per me assoluto capolavoro d'intenti con una visione aggiunta delle cose. Wilde è Dorian. Sa perfettamente che non c'è attaccamento alle virtù effimere, che non comporti perdizione. Una rovina estetica, amarissima e inevitabile. Oscar/Dorian sa, che dietro all'apparente elegante ironia cinica di Lord Henry ,è già scritta la fine persino dell'ambita eternità. La perdizione non perdona. Corrompe sotterranea, fino a rivelarsi prorompente e definitiva. L'ironia, il sarcasmo, il lusso celano la finitezza delle cose, contribuiscono a tessere il drappo. La consapevolezza d'una immarcescibile bellezza conduce al bisogno di sentire il sapore della putredine. Non c'è delitto senza condanna. Soltanto la si rimanda, con un compromesso estetico. Godere. E morirne.Cosicché che l'eletta è Sibyl e la sua fine la dannazione. L'incarnazione della purezza, della bellezza deperibile, è poca cosa, ma finirà in armonia estetica, mentre la fine che aspetta chi della vita ha manipolato l'essenza, la natura, i godimenti, andrà incontro ad una continua sdoppiata realtà ed a una fine che si prospetta mostruosa, quando la Verità assumerà realmente il suo volto, per celato che sia stato, per una vita. Wilde sapeva quale sarebbe stato il suo destino, da innamorato fragile e spaccone d'una chimera impossibile. Lo sdoppiamento reale e morale, alla fin fine dimezza le sue creature.

Di Dorian non ci si può non innamorare, ma una volta successo il fattaccio, lo si deve guardare dritto negli occhi ( dipinti).
Sono una donna con i capelli color paglia, che secondo Lord Henry sono troppo sentimentali.
"Le donne d'altra parte rappresentano il trionfo della materia sull'intelletto , proprio come gli uomini il trionfo dell'intelletto sulla morale".
Allora puntare dritto il fioretto all'immagine, donne!
"Dicono che la passione costringa il pensiero in circoli viziosi. Certo, con una mostruosa iterazione, le labbra di Dorian Gray formavano e riformavano quelle sottili parole sull'anima e sui sensi, finché trovò in esse la piena espressione, per così dire, del suo stato d'animo, giustificando con l'approvazione dell'intelletto passioni che altrimenti lo avrebbero dominato."
Giustifica le passioni e ne sarai piegato.
Amo la lettura, l'amo come altri intrattenimenti della mia vita. L'idea di creare un blog di recensioni è una sorta d'affermazione del "lettore qualunque", che diventa accorto mediante non la lettura di sacri testi critici e di studi approfonditi. Guidano la lettura ed alla lettura. Creano esperti, ma snaturano il lettore. Esistono già le antologie scolastiche, per la storia della letteratura basta un buon compendio, gli scrittori e le case editrici reclamizzano i loro prodotti in vario modo e chi vuole aprirsi un varco critico ...tra la critica :-) a mio parere non apre un blog. Questa è la mia biblioteca ideale. Un concreto ringraziamento a quei libri che m'han dato gioia, m'han fatto compagnia, m'hanno offerto spunti di riflessione, m'han fatto anche semplicemente passar meglio il tempo. Tant'è vero che sto per inaugurare la sezione pattumiera, perché da qualche tempo in qua, quando mi capita di leggere qualcosa che non mi piace, quando non ho più posto, faccio la conta tra i volumi poco graditi e li butto nel cassonetto della carta da riciclare, com'è giusto.
Che diventino cartoni da pizza.
Oltre alle recensioni positive, di tanto in tanto infilerò delle stroncature. Motivate esclusivamente dai miei gusti personali. Chi vuol contestare commenti :-)
Ricevo un libricino : " Poesie e racconti del Laboratorio di scrittura delle Madres de Plaza de Mayo ".
Su altro blog si dicuteva se è il caso o meno di esibire il dolore, anche il più crudo, su di un blog. La mia risposta è scontata. Si scrive per amore e per dolore, qualsiasi cosa si scriva. In questo caso, il dolore scritto è immortalato, reso eterno e pensare che è fatto di parole da niente e di niente. Da metà del 1990 è in funzione nella Casa dell'Associazione delle Madres de Plaza de Mayo, a Buenos Aires, un laboratorio di scrittura. Vi partecipano, una volta alla settimana, tra le quindici e le venti donne. Elaborano insieme un dolore mai sopito.
Disperazione per desaparecidos. Plateale.
Verso quella pianta
Ogni giorno, come in un rito
vado in fondo al giardino
verso quella pianta. Un potus
verde, grande, ai piedi della finestra
della stanza di mio figlio. All'inizio
non lo volevo. Lo piantò
lui e mi obbligava
a guardarlo ogni giorno, pretendeva
che me ne innamorassi - e io avevo paura
che crescesse troppo e mi coprisse
la finestra. Mami, aprire la finestra
e vedere il verde, è vivere
in libertà, lasciamene godere. Non togliermelo.
Mai. Enorme, oggi si spegne
e torna, si spegne
con il freddo e torna
enorme, a risorgere : è lui
che è presente, ogni giorno. Il re
del giardino, nella mia finestra.
di Beba
Le porte
Mi vengono in mente tante porte,
quelle della mia infanzia, mai chiuse a chiave
quelle della mia scuola, aperte, pulite
quelle della sala parto, solide, leggere , a battente
e all'improvviso quelle dei commissariati, delle caserme e della chiesa
che ci venivano sbattute in faccia con violenza, sapendo che
lì dietro c'erano i nostri figli
Quante porte quanta vita
quanta morte dietro di esse
Per questo la cosa più bella è la Piazza
perché non ha porte
Per questo lì è tutto molto più chiaro.
di Hebe

Recensione " a caldo". Ho finito di leggere oggi " Romanzo americano" di Guido Piovene. A prima vista un libricino snello, di quelli che si divorano, romanzo contenuto in scarne pagine. Lettura scorrevole ( un'arte di scrivere elegante, senza fronzoli), ma procedendo nella lettura mi sono accorta che non è poi così di semplice lettura. E' un romanzo sottile e pensoso, i cui messaggi lapidari ed incrociati farebbero andare in bestia più d'un teorico. Ragionamenti spiazzanti in una cornice senza sbavature. Protagonista è Michele, benestante, lombardo, che va a vivere dagli zii d'America ( decisamente bostoniani, sebbene acquisiti) e si perde in lunghe lettere alla fidanzata, che resta in Italia, Giovanna, che vivrà in modo coinvolto ed emotivo il fascismo ( che nel romanzo "si sente", ma nulla accade di descritto nei minimi particolari), la sua caduta e la rinascita italiana. Lui pare passivo. Studia negli Stati Uniti e la sposa quando lei riesce a raggiungerlo e a convincerlo infine che la felicità sono loro due, la casa e la patria, l'Italia. Un romanzo sulla perplessità. Michele pare guardare tutto con distacco, con una totale estraneità, mentre lei sembra assorbire ogni colore e mutamento del reale. Lei ha un suo modo di concepire la fedeltà, lui un altro. Lui un suo concetto d'integrazione sociale, lei l'opposto. Eppure insieme sono una persona completa, ma a prescindere dal contesto. Sembra banale, ma dove pare divergere infine converge. Piovene mostra una lungimiranza nel capire il mondo che verrà, in Michele ( sarà che trattasi di un romanzo scritto in un certo senso per tutta una vita, lo inizia giovane, lo accantona e lo riprende tra le mani molto tempo dopo ed esce...postumo!).
Michele è l'antideologico, l'intellettuale più lontano da qualsiasi forma utile a rappresentarlo come tale. Una chicca:
"...si allontanò in maniera definitiva dagli uomini di lettere. Al confronto con gli scienziati, li trovò cinici ed amari. In un mondo, come quello d'oggi, poco propenso ad accettarne l'utilità e il talento, parevano tutti costretti a dare prova di talento con l'analisi critica, col pessimismo sistematico, con lo spirito di "scoprire il marcio", in virtù d'una perspicacia maggiore, dove gli altri vedono il buono. Oppure spargendo tossine, sforzandosi di ottenere contro il mondo che non li amava il surrogato d'una gloria vendicativa. Erano loquaci, cavillosi, evasivi, tortuosi, avviluppati nella loro mente come in una matassa. Molti spingevano all'estremo la decadenza, persino sminuendo il senso della gran vita solidale dell'universo, poi teorizzando questa perdita per negare la sua esistenza.Negavano la natura, l'umanità comune. Vi sostituivano un'altra natura campata nel vuoto, gli urti tra uomini dissimili, che chiamavano ideologie, oppure i tristi accordi che chiamavano cooperazione....
Il disgusto più forte lo provò per uno scrittore europeo ( segue descrizione d'una persona sgradevole a vedersi), un celebrato teorico dell'assurdo e dell'angoscia esistenziale. Una specie di macchina di pensiero perpetuo, che non perdeva un colpo, lucida, veloce e morta, contro cui è impossibile vincere, come è impossibile battere una roulette. La sua totale falsità si capiva solo più tardi, quando si ritornava ad essere uomini...Eppure questi erano gli uomini che strepitavano in direzione della giustizia, i vendicatori dei torti, gli esecutori pubblici, i persecutori degli uomini comuni con la frusta del loro sdegno. Questi erano i filosofi degli "impegni", del progresso, dei manifesti, degli interventi bisbetici."
Bell'immagine dei pensatori, degli agitatori di popolo, dei trascinatori di folle, o di minoranze convinte d'esser anticonformiste e rivoluzionarie.
Diciamo la verità, Michele mi è antipatico, ma quando ama Giovanna è talmente sbucciato nei sentimenti come un frutto pieno e maturo, che mi fa pensare d'aver ragione quando sento il ...rifiuto del pensiero costituito, in qualsiasi direzione sia, che non sia *mia*.

Ho sempre preferito questo titolo al più diretto " L'importanza di essere onesto". E' più coerente allo sviluppo del dialogo teatrale, basta partire dal presupposto che Ernest si pronuncia come earnest ed è qualcosa di più sottile del termine *onesto*, è la summa delle virtù vittoriane ( onesto, ma non sprovveduto e buono, ad esempio, ma solido e rassicurante). L'earnestness corrisponde in un certo senso a *un buon partito*, come s'intendeva tempo fa ( ora pare che l'aspetto patrimoniale prevalga su qualsiasi altra dote, facendo rimpiangere il modello vittoriano). L'argomento è frivolo e la teatralità gioca sugli equivoci. Due giovani uomini si prendono i loro momenti di libertà raccontando frottole, inventandosi l'uno un amico malato inesistente e l'altro un fratello vivace , di nome Ernest. Entrambi tuttavia saranno, per le donne che incontrano, due possibili Ernest/earnest, senz'esserlo affatto. Dalla finzione nasce un amore idealizzato e costruito, che può tuttavia svilupparsi in vera dedizione, dopo aver fatto piazza pulita degli orpelli. Tali orpelli sono però i punti nevralgici dell'aristocrazia passati alla borghesia come bottino di...rivoluzione :-) e sono: i natali, l'onore, il matrimonio, la fedeltà. Valori. Lo erano e lo sono. Tant'è che Wilde scherza non sull'essenza degli stessi, ma sul fatto che li si manipola, li si finge, oppure fungono da ostacolo a sentimenti che potrebbero essere belli di per sé, se soltanto non si ammantassero di retorica ( di fatto, più che l'onestà è sempre contato più il prestigio sociale).
Commedia elegante, raffinata, ambivalente, è caratteristico esempio di fine intrattenimento di un dandy che ha già scritto la sua dannazione. Il lavoro andrà in scena con strepitoso successo, ma verrà smontato in quattro e quattr'otto, come conseguenza dello scandalo in cui Wilde s'era andato a cacciare querelando Lord Queensberry, che lo aveva accusato di sodomia ( oggi, ricordando al lord che il tango si balla in due, il figlio non ne uscirebbe meno malconcio dell'amante e il padre si troverebbe in una posizione tra il ridicolo e la compassione).
Wilde pecca di superbia, perché crede di essere amato. E' un genio acclamato, un esteta ammirato. Ormai parla per aforismi universalmente citati, ma non sa che la sua fortuna è contemporaneamente la sua sfortuna. La sua arguzia e non la sua omosessualità costituisce la sua rovina. Ha puntato il dito ferocemente contro vizi e difetti d'un mondo apparentemente perfetto, che sa altrettanto perfettamente di non essere candido, ma che non vede l'ora di vendicarsi di quell' ironia senza confini. L'ironia, il sarcasmo fan sorridere, ma la verità fa male e la società dimostra d'aver avuto in Wilde nient'altro che un giullare. Per tutti, forse, tranne per Robert Ross.
Il fustigatore deve essere un santo per la gente e santo non basterebbe neppure, in quel caso dovrebbe essere martire. Non c'è posto per chi non s'adegua e non si...nasconde.
L'"onestà" di cui tanto si vagheggia e vaneggia è poi la seguente, alla Lady Bracknell:
" Un momento, signor Worthing. Centotrentamila sterline! E in titoli di Stato! Ora che la guardo meglio, la signorina Cardew mi sembra una giovinetta estremamente attraente. Poche fanciulle oggigiorno presentano qualità veramente solide, qualità che durino e migliorino col tempo. Viviamo, mi duole dirlo, in un'epoca superficiale. Vieni qui cara. Che bella bambina! Il tuo vestito è di una deplorevole semplicità e i tuoi capelli sembrano quasi come potrebbe averli lasciati la natura. Ma tutto questo lo possiamo modificare in poco tempo. Basta una cameriera francese dotata di esperienza per ottenere in tempo brevissimo un risultato straordinario. Ne raccomandai una alla giovane Lady Lancing, ricordo, e in capo a tre mesi neanche il marito la riconosceva più."
JacK : "e in capo a sei non la riconosceva più nessuno".
...
Conclude la Lady : "ci sono delle possibilità sociali nel profilo della signorina Cardew" e alla protesta di Algernon che dirà che se ne infischia delle possibilità sociali replicherà: "non parlare mai con scarso rispetto della Società, lo fa solo chi non ci può entrare".
Che sia vero? :-))) In tal caso ben pochi potrebbero chiamarsi Ernesto.

Caproni ha della solitudine una visione scevra d'orpelli, amara, reale, ma priva d'enfasi e tentativi d'erigere la torre eburnea. L'uomo Giorgio vive, il poeta Caproni descrive. Parole misurate, sincerità, nettezza. La poesia si fa testimonianza, anche dell'ineffabile consapevolezza che di molto non ci sarà nessun passaggio di testimone.
Perch'io nella notte abito solo
anch'io, di notte, strusciando un cerino
sul muro, accendo cauto una candela
bianca nella mia mente - apro una vela
timida nella tenebra, e il pennino
strusciando che mi scricchiola, anch'io scrivo
e riscrivo in silenzio e a lungo il pianto
che mi bagna la mente...
Il gibbone
No, non è questo il mio
paese. Qua
- fra tanta gente che viene,
tanta gente che va -
io sono lontano e solo
(straniero) come
l'angelo in chiesa
dove non c'è Dio. Come
allo zoo, il gibbone.
Nell'ossa ho un'altra città
che mi strugge. E' là.
L'ho perduta. Città
grigia di giorno e, a notte,
tutta una scintillazione,
di lumi - un lume
per ogni vivo, come,
qui al cimitero, un lume
per ogni morto. Città
cui nulla, nemmeno la morte
- mai- mi ricondurrà.
Condizione
Un uomo solo
chiuso nella sua stanza.
Con tutte le sue ragioni.
Tutti i suoi torti.
Solo in una stanza vuota,
a parlare. Ai morti.
Senza esclamativi
Com'è alto il dolore
L'amore, com'è bestia.
Vuoto delle parole
che scavano nel vuoto vuoti
monumenti di vuoto. Vuoto
del grano che già mi raggiunse

...con pochi tratti, con pochi
primitivi colori,
per te il mondo ritorna
coi suoi casti pensieri.
Così termina una poesia di Giorgio Caproni, " Al primo galletto", tatta da " Ballo a Fontanigorda" ( 1935/1937).
Caproni mi piace. E' il poeta che non appartiene ai "movimenti", che nasce a modo suo e ci resta, che non si può etichettare e va spaziando. A volte gioca con la metrica, altre l'abbandona. S'interroga senza clamori, ma certe parole sono scheggia di vetro. I sentimenti son punte di diamante, la malinconia composta. Ci sono tratti vivaci del carattere toscano, che convivono con la selvatica mestizia ironica dei liguri. Diviene poi romano d'adozione. Chissà: voglia di grande mondo seppur racchiuso nell'Urbe. Genova è porto, ma è anche cocciutamente provincia ( e l'amo per questo ).
Alba
Amore mio, nei vapori d'un bar
all'alba, amore mio che inverno
lungo e che brivido attenderti! Qua
dove il marmo nel sangue è gelo, e sa
di rifresco anche l'occhio, ora nell'ermo
rumore oltre la brina io quale tram
odo, che apre e richiude sue porte?...Amore, io ho fermo
il polso : e se il bicchiere entro il fragore
sottile ha un tremitìo tra i denti, è forse
di tali ruote un'eco. Ma tu, amore,
non dirmi, ora che in vece tua già il sole
sgorga, non dirmi che da quelle porte,
qui, col tuo passo, già attendo la morte.
A questa poesia pensavo, girando per blog, ieri o l'altro ieri. Mi soffermo su un blog e leggo qualcosa del genere :" sto aspettando di cominciare a vivere". La frase, il pensiero, mi feriscono come un fendente e so bene che per molti è così, anche per me. Quanti momenti ho vissuto pensando " questa non è la mia vita", correggendomi poi con amara saggezza in " questa non è la vita che vorrei", ripensando a certe esternazioni di De Mello, che bonariamente ricorda, nei suoi libelli che " la vita è ora", foss'anche quell'autobus che aspetti e non arriva. Quando arriva ti trova distratto e lo perdi.
Tristissima copia
ovvero
quarantottesca
Partivan tutti e addio
e addio e addio e a Dio
Soltanto chi non partiva (io)
partiva in quel rimescolio.
A Maria Strofa Dante dà del tu e pare avere anche un certo ascendente su di lei, infatti si permette persino di apostrofarla a dovere e richiamarla all'ordine sintattico e grammaticale, nel rispetto della lingua italiana. Invece tra me e Dante non c'è confidenza alcuna. Studiai come molti l'Inferno, per quel po' di brillante, ribelle e piccante che contiene, incuriosita più che altro dal divin coraggio di elevare personaggi scomodi ed affossarne altri, arbitrariamente. Ci si trova anche un personaggio che crepò nella mia città, ucciso dai miei avi, nemico giurato della mia gente. Beh, Dante lo mette in Purgatorio. Non era neppur tra i peggiori, secondo i criteri danteschi. Già il Purgatorio piaceva meno, a noi studenti, a cui penar per un tempo indefinito e con prospettiva di promozione per buona condotta già avvinceva meno d'un bel peccato mortale, ma d'un personaggio affascinante. Tant'è che penso che Dante abbia le sue brave colpe nell'aver in fondo reso simpatico l'ambiente infernale. Arrivati al Paradiso era un... Purgatorio riuscire a terminarlo, con la professoressa che tuonava "Ignoranti, lo capirete un giorno! Se non sarà troppo tardi!". Già avevo i miei "perché" indispettiti. Dante ci poneva Beatrice al massimo livello, che già mi pareva una raccomandazione che manco la Gregoraci. Di Gemma Donati la destinazione mai si conobbe...
Come me, penso, moltissimi studiarono per dovere ( qualche volta con piacere, più spesso in modo tiepido) il sommo poeta. Poi che succede...? Un giorno Benigni legge Dante, con fervore. Secondo me, per scommessa. Della serie " Stai a vedere che questi pecoroni se io propongo loro un mattone, ci mordon dentro e dicono che è buono?". Non l'avesse mai fatto. Da allora, è tutto un fiorire di letture dantesche. Persin quest'estate, dal mare, un conoscente mi manda tronfio un sms : questa sera in piazza, a sentir una Lectura Dantis! Già fare in piazza quel che mi piace fare nella pace privata mi sembra esasperato, ma vedere tanto entusiasmo in chi ha letto, sì, Dante, quasi ogni giorno, per mesi ed anni, prima che a casa cambiassero olio, poi passò a leggere Bertolli, non lo sopporto. Ieri ritiro un depliant illustrativo di attività teatrali cittadine. Che leggo? Un gruppo, nel suo curriculum, ha inserito una sua brava Lectura Dantis presso la Chiesa di Sant'Alessandro ( 2006). Non c'è dubbio che avran letto il Paradiso. Come quella torta assassina, che dribbla l'epiglottide meglio di Maradona del tempo che fu. Nel 2006 purtroppo sono stata in altre faccende affaccendate e operativa fuori dal mio ( triste) mondo praticamente pochi mesi. Però ho letto Sasso. Direttamente sulla lattina.
Quando mmoda è mmoda, cantava Gaber.
Colmerò prima o poi le mie lacune dantesche, ma non in piazza.
Il segreto degli uomini credo sia sostanzialmente quello che lo stesso Simenon s'impegna ripetutamente a svelare in ogni suo romanzo. Oggi ho voglia di parlar di gialli, infatti, anche se è alla fine fine il genere più abusato tra scrittura, cinema, televisione. C'è un gioco costante al rialzo, inoltre, per palati sempre più robusti e necessità di essere sempre più storditi, che mi fa l'effetto contrario. Più abbondano gli aspetti cruenti, più la situazione s'ammanta d'azione, più la stessa diviene macelleria e meno m'avvince, così come forse il personaggio decisamente bordeline ( o ben oltre, tranne in qualche raro caso, in cui la vicenda e la scrittura siano magistrali). Diversamente mi piacciono gli autori che cucinano con apparentemente pochissimi ingredienti: quel che c'è in frigo. Situazioni di ordinaria normalità. In questo caso la penna diventa magica, il lavoro introspettivo sul/del personaggio...perfetto.
Il giallo di Simenon ( autore conosciutissimo, per cui neppure m'appresto a parlarne) è "L 'orologiaio di Everton", Adelphi. Vicenda in crescendo e nuovamente in uno statico calando. Storia di uomini soli e di donne fugaci ( nel vero senso della parola, sfuggono e fuggono con valigia e tutto!). All'inizio compaiono due uomini soli, che si danno appuntamento per il loro tranquillo svago del sabato : la partita a jacquet. Tavolino basso, lampada a stelo, una bottiglia di rye pronta. Tra una mossa e l'altra qualche pettegolezzo. Qualche volta un po' di malumore per la sfacciata fortuna dell'uno o dell'altro. Chi sono? Uno è Galloway, orologiaio di provincia, che vende gioielleria e orologi di poco prezzo, tanto che non possiede neppure una pistola per difesa personale e/o della merce, l'altro è Musak, falegname. Il primo divide la casa e la vita con un giovane figlio, Ben. Il secondo aveva una figlia, fuggita da casa, incinta e perduta, ma ne parlerà soltanto a fine romanzo e spinto dall'esigenza di consolare l'amico. La vita scorre monotona, tra padre e figlio esiste soltanto un minimo di comunicazione, che Dave imputa alla timidezza ed all'introversione. Si reputa un buon padre e lo è, ha cresciuto da solo quel figlio, abbandonato dalla madre a pochi mesi di vita. La realtà mostrerà il suo lato crudele. Ben non è per nulla timido. Ben ha già la *sua* donna, Ben ha un'arma e la usa e fugge, ma soprattutto Ben lo disprezza.
Disprezzo che Dave accetta, persino quando il solito passante glielo sbatterà in faccia.
Sa che il segreto degli uomini è la ribellione al destino. Se il segreto dell'esistenza è la rassegnazione, quello che può distruggerla ,più o meno consapevolmente, è il rifiuto improvviso e violento di bere ogni giorno un distillato d'amarezza.
Magistrale il dialogo tra Galloway e fidanzata ( la madre di Ben). Egli non era molto interessato all'altro sesso, ma ad un certo punto della vita sceglie una ragazza, così, senza una ragione. La desidera, ma non è capace d'enfasi amorosa alcuna. La vuole e basta.
" Perché vuole sposarmi?"
Ordinato, avea risposto:
" Perché sì!"
" E se potesse avere in altro modo quello che desidera?"
" La sposerei comunque"
" Lei non è il tipo d'uomo che può vivere con una donna come me. Pensa che con me sarà felice?"
Non aveva risposto. Il problema non era di essere o no felice. Non avrebbe saputo spiegarsi e del resto quel sentimento era troppo oscuro per essere espresso. L'importante è che aveva preso una decisione e che vi si atteneva.
Si sposano, fanno un figlio, lei se ne va in capo a venti mesi. Lui ama quel ragazzo d'un amore totale e schivo.
Totalmente solo, il figlio in galera, continuerà a parlare tra sé e sé e con il padre ( morto) e con il figlio e pensa che lo farà anche con un nipote in arrivo. Così, amando senza che nessuno se ne avveda e cucinando al mattino uova in più, perché ancora non ha idea di essere solo, come quando guardavo nelle vetrine probabili abiti comodi adatti a persone che, nella mia vita, eran morte da poco tempo. Quand'ero a spasso per vetrine, a casa, per me, c'erano ancora.
Una noterella : la pistola era stata venduta per un'inezia a Ben dal più ricco del paese. Giusto il piacere di dare e per poco denaro, uno strumento di morte alla rabbia. Ben potrebbe avere un futuro, ma è con il presente che*non* riesce a scendere a patti, come succede in ogni scontro generazionale.
Il romanzo è del 1954 e viene costantemente ristampato. Ne è stato tratto un film nel 1974, di Bertrand Tavernier, con Philippe Noiret. La vicenda viene spostata in Francia e risente della sua epoca. Si fa di Ben un politicizzato, che non è. E' il ribelle totale. A costo di marcire all'ergastolo.
Immagine tratta dal Morandini