A chi? Ma al colonnello Chabert di Balzac! Per anni infatti è stato, tempo fa, la mia "cassaforte al volo", dove infilavo due banconote per la riserva casalinga, per non restare a secco di contanti. Perché in quel libricino ?
Perché di Chabert " ci si può fidare".
Romanzo della seconda Restaurazione, narra di un ufficiale reduce dalle campagne napoleoniche, dato per morto in battaglia,che ritorna a Parigi dopo anni di peripezie e cerca di far valere identità e diritti. E' un uomo "che si è fatto da sé", un orfano, che nell'esercito s'è costruito una carriera ed una rispettabilità. La moglie, exprostituta, ora fa parte della Parigi -bene dei nuovi ricchi, arrampicatori sociali, affaristi volgari e senza scrupoli ( strano come ogni restaurazione assomigli alle precedenti, per gettare un'occhiata ai tempi moderni...). L'ambiente che Chabert trova lo spiazza, inficia ogni suo sacrificio, compreso il suo onore,nella lotta alla vita. E' una Parigi gretta, che vede nella nuova borghesia qualcosa di peggio della mummificata residua nobiltà restaurata. Chabert ha dei valori che lo rendono un disadattato, succube d'una moglie ambiziosa , che lo condurrà ad una rovina percepita quasi come inevitabile. La sua vita riesce ad esser peggiore della morte apparente in cui era calato prima del suo ritorno alla vita civile.
" Sono stato sepolto tra i morti, ora resto sepolto fra i vivi" ...è la consapevolezza di Chabert. Se dapprima è il romanticismo a tenerlo in vita, finirà poi con l'abbandonare persino quello, anche il senso del possesso della donna amata, l'unica fede a cui era ancora devoto, fallito il tentativo di scorgere un dio nella realtà. Non l'amore divino, non l'amore umano.
Un suo vecchio amico, un legale, tal Derville, dirà, in conclusione al romanzo:
" Sapete amico mio, sapete che nella nostra società esistono tre tipi di persone, il Prete, il Medico e l'Uomo di Legge, che non possono stimare il mondo? Vanno vestiti di nero, forse perché portano il lutto di tutte le illusioni. Il più disgraziato dei tre è l'avvocato. Quando va dal prete, l'uomo ci va spinto dal pentimento e dai rimorsi, da una fede che lo riscalda e gli dà spessore...ma noi avvocati vediamo sempre gli stessi malvagi sentimenti che nessuno corregge, i nostri studi sono secchi di immondizia per i quali non esiste cura.."
Che dire, al giorno d'oggi preti, medici ed avvocati non vestono più in nero. E' la dissimulazione.
Conclude Balzac: tutti gli orrori che i romanzieri credono di inventare sono sempre superati dalla realtà.
...di vista? No. Di punti, virgole, virgolette e via dicendo, ovvero: di punteggiatura. Sto leggendo "Le intermittenze della morte " di José Saramago e faccio un'incredibile fatica a procedere ( sarà che già leggo quando sono stanca della giornata di lavoro fuori e dentro casa) perché, premetto che non conoscevo Saramago in altre opere e non l'ho mai letto "in stesura originale e in lingua madre", l'uso anarchico della punteggiatura m'infastidisce. La lettura subisce battute d'arresto. Non me la godo. Non so inoltre se è un capriccio della traduttrice ( Rita Desti) o se sia una scelta specifica dell'autore. Il soggetto è notevole ( in un certo Paese si smette d'improvviso di morire, la cosa riguarda soltanto gli esseri umani ed è circoscritta ai confini di quel territorio specifico...), ma si procede senza scioltezza. La lingua scritta è andata con il tempo evolvendosi ed un uso arbitrario della punteggiatura non è cosa nuova ( Gadda, Joyce...per nominar alcuni autori che mi sovvengono lì per lì). Mi chiedo tuttavia perché ,se si ha un'idiosincrasia per le frasi complete e finite a puntino, discorso diretto compreso tra i suoi bravi segni e simboli d'interpunzione, non ci si dedica alla poesia?
Non amo un uso poco canonico della lingua ( italiana).
Se c'è una cosa che mi rese amabile la lettura di "Wilson lo zuccone" di Mark Twain fu il Calendario del medesimo. Una fioritura di aforismi : della giornata del ringraziamento dice: "Tutti devono formulare il più umile, il più caldo, il più sincero ringraziamento, tutti all'infuori dei tacchini. Fra gli antropofagi delle isole Figi, i tacchini sono sostituiti dagli idraulici. Non spetta né a me né a voi schernire le isole Figi". Il protagonista di tal romanzo è David Wilson, avvocato e procuratore, che appena arriva in città fa una battuta su un cane molesto e si guadagna una serie d'insulti, che lo bollano come scarsamente intelligente, da qui il soprannome di "zuccone". Inutile dire che la battuta era troppo "sottile" per esser compresa. Poco importa. In realtà Wilson dà il titolo al romanzo, ma vi sono più protagonisti a...pari merito. Ad esempio Roxy, la negra bianca, che cercherà di garantire al suo figliolo un buon futuro, scambiandolo con il figlio del padrone (lei, schiava...). Ambiente fine Ottocento, località...Mississippi ( il romanzo fa parte in un certo senso della "trilogia del fiume" con Huck Finn e Tom Sawyer). L'autore presenta il romanzo stesso con una prefazione da Villa Viviani in Settignano, a tre miglia da Firenze, sulle colline da cui s'ammirano "incantevoli e fiabeschi tramonti", dopo averne meditato la scrittura in quel di Firenze stessa con un legale ( tal Hicks) poco lontano da dove Dante sedeva per veder passare Beatrice fingendo di contemplare il campanile di Giotto. Beatrice di lì passava per andarsi a munire di panforte con il quale difendersi dai Ghibellini...
Non inganni l'ironia ed il sarcasmo di Mark Twain. La rassegnazione ( di Wilson alla stupidità maligna dei concittadini); la speranza e l'angoscia della madre che sogna per il figlio un futuro, ma lo vede crescere ingiusto, assassino e ignaro della sua vera condizione e della fortuna avuta in vita ed allora gliela ributta in faccia, addolorata; sullo sfondo ultimi, ma non ultimi ,due gemelli italiani, il conte Angelo ed il conte Luigi, coinvolti in un giallo loro malgrado, sono personaggi vivi e in bilico tra la verità che salva e la menzogna che uccide.
David Wilson concluderà il romanzo con la sua più bella rivincita ( da uomo e da legale).
Ricordando tuttavia, come ammonisce il Calendario di Wilson:
" una delle differenze più salienti tra il gatto e la menzogna è che il gatto ha soltanto nove vite".
All'inizio fu la rappresentazione della realtà, a voler fissare la memoria visiva individuale nella memoria collettiva. Un passaggio di testimone tra il visto e vissuto personale alla condivisione tribale.In questa chiave leggo le prime forme d'arte considerata tale. In seguito fu la celebrazione. L'arte non poté fare a meno dell'estetica per tramandare ai posteri, per rafforzare fede e potere. Seguì la comunicazione di ogni spaccato di realtà dall'impressione all'espressione, realtà oggettiva e soggettiva, esplicita ed implicita ed interiore. Alla ricerca dell'originalità e della trasgressione è stato, poi, un susseguirsi di rottura di canoni e forme e un successivo riaffermare ondate neoclassiche e ritorni di fiamma verso le più disparate forme artistiche. Che cosa sia o non sia arte è arduo chiarire. Mi limito a fare degli apprezzamenti singoli e specifici.
Ad esempio, nell'osservazione di quest'opera:
(foto rimossa)
Decisamente informale, emozionale, potrebbe essere colore colato su una tela in sovrapposizioni d'effetto. Sinceramente: di quelle opere che considero pannelli decorativi, pura plasticità del colore, senza messaggio né nella forma né nel contenuto. Un gioco curioso, che titilla la percezione delle tinte.
Invece no. E' un arazzo, un arazzo che riempie, fedele ad un minuziosissimo disegno sul canovaccio, gli spazi predisposti con fili colorati, che riecheggiano una tela sporca di colore colato in libertà. Un anno e mezzo di lavoro e tre persone alternate al telaio.
Ebbene. Quest'arte ne imita faticosamente un'altra. E' la riproduzione lunga, laboriosa, difficile di qualcosa che, se fosse gestuale e spontanea come sembra, sarebbe fatta in poche ore. Allora? Che cosa spinge all'imitazione masochista una gestualità artistica semplice,fino a farla diventare la riproduzione elaborata ed ingessata d'un modulo comunicativo essenziale? A me sovviene il piccolo punto. D'un canovaccio stampato in serie in pochi minuti, d'un disegno, pur bello e preciso, nella sua facilità interpretativa, realizzato in un'ora, una donna fa una penosa opera d'applicazione lenta come un rosario, assolutamente pedantesca e senz'inventiva, che farà mostra di dedizione acefala, ma di ottima manualità ,in un salotto buono.
Io trovo tutto ciò orrendo.
Eppure tale arazzo è ...effettivamente gradevole alla vista, al tatto e costerebbe ( se fosse in vendita ) una barca di soldi.
Trovo che l'arte imiti l'arte, che imita la vita,quella dai risvolti assurdi.
Trovo che arte, vita e imitazione siano, alla fin fine, a volte grottesche senza speranza.
Maurizio Cucchi vive e lavora a Milano.
Da " Per un secondo o un secolo"
UN SELVATICO DISSIPATORE
Ho dissipato arte, talento, fantasia,
indifferente all'azione, all'opera, al governo,
ho preferito la quiete orizzontale, l'attesa,
il dolce insorgere impagabile
dell'immagine nella reverie
che va a spirale verso il fondo
o quel sopore galleggiante
su un mare increspato solo un soffio
ondulando su ricci, stelle arancioni,
branchi lentissimi, rottami
di antiche guerre e bastimenti.
Ho dissipato, ma sono ancora qui,
innamorato e ignavo.
...dedicato, come dicevo, ai prodighi, ai talentuosi che si sono risparmiati per distrazione, a chi ha giocato a gingillarsi dei doni di dio, a chi si è perso dietro ai suoi sogni... a chi cullandosi tra obiettivi mai raggiunti ha toccato il fondo, a chi dorme e del sonno ha fatto scudo alla vita reale, a chi vive ogni minuto di realtà, ma come se non fosse qua...a chi è innamorato anche se non lo sa
Uno dei primi autori che amai fu Mark Twain, pseudonimo mutuato dal linguaggio dei piloti fluviali, per indicare la profondità dell'acqua. Gustoso ed arguto oratore, fu dapprima persino cercatore d'oro, per scoprire, infine, che lo aveva già tra le labbra e nelle mani, nella parola detta e scritta, per cui divenne conferenziere e scrittore umorista. Scoperto bambina ne " Le avventure di Tom Sawyer" e " Le avventure di Huckleberry Finn", apprezzato, ma in fondo trovato non dissimile da altri autori, che "preparano alla durezza nefanda della vita", anche se più divertente nell'arrivare alla meta, lo scoprii decisamente nel libricino BUR, che mi mostrò un'altra chiave di lettura dell'interpretazione e di Samuel Langhorne Clemens e dell'esistenza stessa. Era ( ed è) una raccolta di racconti ( nove), la cui prima edizione italiana nella stessa collana risale all'aprile del 1950. Il racconto-traino è costituito da "Il ranocchio saltatore", precisamente la storia del ranocchio Daniele Webster ( un ranocchio di rango, con nome e cognome), addestrato a saltare in lungo talmente bene da poter scommettere sulla sua bravura. Il suo ammaestratore sfida un tizio poco convinto, gli lascia in affidamento il ranocchio e va a procurarsene un altro che possa gareggiare con il suo eccellente Daniele e il campione che fa? Non salta. Si scopre infine che era stato riempito alla bisogna dallo sconosciuto di pallini di piombo. Segue traduzione in francese del racconto e ri-traduzione dal francese dell'autore stesso, il quale infine si chiede : " sostengo di non aver mai messo insieme in vita mia una sì odiosa mistura di errori di grammatica e di delirium tremens. Che cosa ha fatto di male un povero forestiero come me per venire insultato e falsato in questa maniera?"
Conclude dicendo che non ha più cuore di scrivere.
Già, i Francesi gli avevano riempito il racconto di pallini di piombo. Tanto che della mucca gialla guercia che non aveva coda, ma solo un mozzicone corto come una banana, l'autore non scrive più, perché il suo personaggio non ne vuol più sapere, né di Smiley e delle sue avventure e men che mai del "socievole" Wheeler che le raccontava, senza piacer punto ai Francesi.
Tra i racconti tuttavia, i più accattivanti sono, a parer mio, le storielle con morale, quale quella del bambino buono e quella del bambino cattivo.
Il bambino buono, Giacobbe Blivens, era obbediente, imparava la lezione, andava alla scuola domenicale. Non diceva bugie, non rubava i nidi, non dava soldi arroventati alle scimmiette dei suonatori d'organetto, tanto che i coetanei cominciarono a guardare incuriositi a quel tipo che non pareva interessarsi a qualsiasi passatempo razionale, ma senza riuscire a comprenderlo.Giacobbe era straordinariamente buono e perché? Ambiva raggiungere i livelli di santità dei ragazzini dei racconti edificanti della scuola domenicale, che morivano quasi sempre, ma ci facevano anche una bella figura...prima o poi qualcuno veniva trafitto da un raggio di tale bontà e ne era illuminato. A lui non riusciva. Una volta accorse ad aiutare un povero cieco spinto nella mota dai ragazzini cattivi per riceverne la benedizione e quello lo benedì con il bastone, dicendogli in pratica di non spingerlo nel fango, per poi far finta di aiutarlo. Prese con sé un cane randagio e perseguitato e quello gli si avventò contro... insomma: quando si mise alla fin fine alla ricerca di ragazzini cattivi da ammonire, ne trovò in quantità che avevano legato a una quindicina di cani dei barattoli vuoti di nitroglicerina. Nel mentre li ammoniva, gli stessi fuggirono alla vista del Segretario comunale, il quale invece fece in tempo a vedere Giacobbe saltare per aria e spargersi ,in tanti pezzi, d'intorno. Morto nel fare, unico colpevole, un'epica birichinata.
Vi risparmio il riassunto della storia del ragazzino cattivo, ma qualcosa è già ovvio, la sua fine...crebbe, si sposò e allevò numerosa famiglia e una notte spaccò a tutti la testa con l'accetta , ma , diventato ricco con ogni sorta d'imbrogli e di mascalzonate, divenne il più "infernale, perfido farabutto del villaggio, unanimemente rispettato ed appartenente alla magistratura".
Che cosa nella vita avrei dovuto sapere rispetto a quel che Mark Twain cercò inutilmente di spiegarmi quando avevo meno di vent'anni? Lui già lo scriveva del 1865.
Lavare la testa agli asini ed alle ingenue testarde è sprecare tempo e sapone e racconti.

...i miei libri sono di scarso valore economico, perché per la maggioranza in brossura, in ogni caso non di gran pregio; che sono entrati uno alla volta in casa e diligentemente letti tutti, perlomeno nella fase onnivora meno critica; che questo non sarà mai un salotto letterario elitario, per cui al massimo potrete accomodarvi in poltrona ( consunta) e prendere un the con me, o un buon espresso, perché di libri si parlerà, certamente...ma di libri e della vita che li ebbe per compagni in contemporanea. Non ho altro modo di concepire l'essenza del vivere se non cercando di capire che cosa un fatto, un libro ha aggiunto o tolto alla mia esistenza, nell'applicar il detto :
" il libro fatto è men che niente
se il libro letto non rifà la gente"
Il libro ha per me un valore edificante, pedagogico, didattico, persino quando la cosa migliore che ne puoi fare è accendere un falò come era solito Pepe Carvalho. L'indignazione che ne deriva è già *educazione sentimentale*.
Di conseguenza inizio con il presentarvi la mia libreria dei pezzi migliori ( in bella vista , in soggiorno), gemella con un'altra che contiene roba più consunta, tutta in brossura, posta altrove, che presenterò in seguito, anch'essa come membro onorario di casa.
Essa contiene il più anziano tra i miei libri:
...e presto conterrà l'ultimo arrivato: " Le intermittenze della morte" di Josè Saramago, che per ora sosta sul comodino.
Contiene inoltre il libro che per primo disilluse me bambina. Rappresenta in un certo senso la *conoscenza* autonoma, con quel che ne consegue : la perdita del Paradiso Terrestre personale. La mia mela proibita fu un vecchio libro di papà, che decisi di prender in mano, decenne, dopo aver letto quel che avevo in casa per l'infanzia, convinta che avrei potuto affrontare un qualsiasi libro diverso da quelli che solitamente mi giungevano tra le mani. Lo lessi ,anche se faticosamente, d'un fiato e mi si aprì un baratro di realtà: era la biografia, per quanto romanzata, vera, dell'ultimo Delfino di Francia, vittima innocente e disgraziata della Rivoluzione, tanto più ignaro di se stesso quanto dell'abisso che separò la sua vita precedente dalla successiva prigionia. Seguiva la ricerca, durante la Restaurazione, dell'ultimo discendente da rimettere sul trono, con un fiorir di presunti Delfini a dir loro scampati alla morte in vario modo, un indecente carosello di falsi pretendenti al potere. All'improvviso m'accorsi che l'infanzia non era per nulla, ora come allora, protetta se non dall'amore di chi la genera; che la brutalità non conosce giustizia; che la giustizia è comunque di parte; che l'immoralità e la speculazione regnano sovrane; che la violenza è cruenta e irrazionale e non risparmia nessuno e che la Storia è Maestra di Vita in quanto laida puttana, che mette in mostra il peggio di cui l'umanità è capace. Mi risvegliai dal sogno dell'infanzia con quel libro, che per mesi, in seguito, non riuscii neppure a sfiorare senza provare orrore. Era il seguente:
"Il fanciullo del Tempio e i Falsi Delfini", di tal Giulio Marchetti Ferrante, ediz. Ceschina del 1933. Probabilmente mio padre stesso lo aveva ricevuto in dono da altri. Del 1933 aveva soltanto dieci anni. La mia stessa età di lettrice. L'autore lo dedicava alla figlia e quella figlia, in uno strano gioco del destino, ora ero io.
Così recita, iniziando :
" Dopo le gioie, le carezze e gli onori: un turbine di tempesta, le imprecazioni d'una folla demoniaca, i trepidamenti di una fuga notturna, seguita da un obbrobrioso ritorno. Dalla Reggia, alle sinistre volte del Tempio. Dopo avergli trucidato il padre sopra un palco d'infamia, lo strappano alla madre, lo consegnano ad un turpe aguzzino, poscia lo seppelliscono nella caligine della più fetida prigione, sinché , poco più tardi, nelle mura stesse del Tempio, a dieci anni, Luigi Carlo di Francia, finisce l'ormai esausta sua vita, senza essere riuscito a spiegarsi la ragione di così immensa sventura.
Non tutti gli uomini hanno però istinti di belva. I sentimenti della maggioranza sono più miti; ma nei grandi movimenti della storia essa soggiace al terrore, alla suggestione, all'audacia di pochi. Alla maggioranza dei buoni non rimane pertanto che circondare di commiserazione...."
Dieci anni per tutti. Per papà lettore ( forse), per me, per le dernier Dauphin de France. Non più di uno per aprire gli occhi alla vita. Mio padre entrava infatti in orfanotrofio nel 1934. Padre confinato per motivi politici, madre emigrata altrove in cerca di lavoro atto a mantenere se stessa e quattro figli. Io assaggiavo la prima nota di paura di vivere, secoli prima un ragazzo veniva rinchiuso e lasciato morire nei suoi stessi escrementi il 24 pratile dell'anno terzo della Repubblica.
Erano i tempi in cui stavano arrivando, anche in provincia, i primi extracomunitari all'avventura, spesso senegalesi o marocchini, con la mercanzia a spalle.
Ti fermavano per strada e volevano vender " tutto millo liro".
Contemporaneamente aprivano certi empori, perlomeno dalle mie parti, in cui si vendeva tutto ad un prezzo o poco più, la prima roba d'importazione a vendita stracciata, come fino ad allora non se n'era mai vista. "Tutto a mille lire". Entravi e ti pareva che tutto fosse ormai alla portata di tutti, bastava accontentarsi dell'imitazione e dato che quasi tutto era imitabile, ecco che l'originale perdeva il suo alone simbolico e si rivelava per quel che era : una geniale idea e nulla più, per il resto, materia. Normale, banale, spesso da poche lire.
Aprivano anche catene di grossi magazzini in cui anche il cibo aveva un prezzo sbalorditivo, si spogliava di dosso ( finalmente) marchi di fabbrica e diventava hard ( discount). Era arrivato un liberismo apparentemente assai democratico, che l'euro avrebbe smorzato non poco.
Contemporaneamente fiorivano in edicola e in libreria anche offerte librarie attraenti. A parte la stampa alternativa, che da sempre aveva avuto ( e dato) valenza politica al principio morale del libro alla portata di tutte le tasche...il prezzo ridotto sbancava e riusciva a superare anche l'Oscar, il BUR o il Garzanti. Ricordo a questo proposito la collana " 100 pagine, 1000 lire", della Newton ( tascabili *economici* per definizione, con bei titoli classici) e la nascita dei Miti Mondadori ( titoli recenti, sfida all'editoria di prima mano, anche se di estrazione maggiormente popolare ). Ultime pagine da poche lire, prima di salutare ( con rammarico) la lira.
Tornando a parlar di BUR grigina del tempo che fu, per completare il discorso, si presentava quale " il più autorevole corpus letterario italiano del dopoguerra". Proponeva la vendita rateale dell'intera opera ( bastava scrivere in Via Civitavecchia, Milano), vantava "il prezzo di vendita più economico consentito dal mercato italiano", specificava in tono un po' pomposo e didattico che essa non mirava " alla pubblicazione di *scoperte* letterarie, opere minori o disperse di grandi autori, ad opere dimenticate di autori che godettero celebrità passeggere", sottolineava infatti..."intende offrire a tutti, anche ai meno abbienti, l'opportunità di possedere, integralmente, i testi principali delle letterature di tutti i tempi e scelti libri di amena lettura".
Tale tono didattico e didascalico fa sorridere, ai tempi d'oggi, ma corrispondeva per filo e per segno alla realtà dei fatti. Era opera solidamente divulgativa e mai banale.
L'editoria in brossura, di poca spesa e tanti titoli è ormai prerogativa di quasi tutte le case editrici: il tascabile a buon prezzo ha accontentato la bramosìa di più d'un lettore, ma in questi anni si è anche verificato l'inverso. Si son pubblicate edizioni cartonate e lussuose di scemenze colossali. Meteore costose di successi casuali hanno attraversato le vetrine d'ogni libreria. Furbeschi lanci pubblicitari han creato "casi letterari". Son andate alle stampe dubbie opere postume. Pensatori accreditati si son sfidati a suon di libello. Su ogni fatto d'attualità s'è fatta della fantasaggistica. Di sciocchezze pseudoletterarie si è pure "fatto il film" che non sai se è cinema , o se è il romanzo che ha preso vita come il formaggio stagionato quando cammina da solo, per cui porta a spasso sugli schermi ciò di cui sarebbe bastato immaginare. Senza esclusione di genere. Pulp, con abbondanza di novelli porci alati ( che almeno ai tempi della rinnovata in bon ton Signora Ravera aveva un senso); erotico per parrucchieri ( vedi i colpi di spazzola di tal Mé Lassa P.(ut); storico-mistico-religioso con monaci albini e improbabili discendenti dai lombi divini e chi più ne ha, più ne tolga. Io li lascio, perché se si sta a guardare il capello, si butta mezza libreria. Di tanto in tanto getto, ma devo essere in preda al raptus della mancanza di spazio, allora butto. Lo confesso: Barbara Alberti, ad esempio, finì con Ercole Patti nel bidone della carta riciclata. Ci han fatto i cartoni della pizza da asporto, credo.
Ha anche ragione chi dice che, in fondo, ci si affeziona un po' anche ai brutti libri. A volte, alle bancarelle, mi capitava di far su dei titoli di cui mi immaginavo tra le poche persone che avessero avuto il coraggio di leggerli ( contenuti compresi), ma venivano via talmente con poco, che mi sembrava d'aver fatto un affare, naturalmente a peso e le piacevoli sorprese capitate ( di rado ) ripagavano totalmente. Specie certi libri di autore quasi ignoto. Incrociato come un passante per la tua stessa vita, con uno sguardo sul mondo davvero niente male.
...è d'obbligo, oggi.
Un saluto in atmosfera con la giornata , che sarà "festa" commerciale, amenità di questi ultimi decenni, ma dato che onora, in fondo, quel che a tutti preme maggiormente, l'affettività di coppia.
Una poesia di Daria Menicanti
Epigramma per il cuore
Se il cuore è innamorato
il fracasso che fa.
Io non capisco come mai la gente
non se ne avveda mentre quello va
tambureggiando sospeso nel petto
e non sosti interdetta a domandarsi
quel che si sia e chi fa